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Archive for dicembre 2011

studio per una nuova locandina per la mostraIo condivido con il gruppo “Restiamo Umani con Vik” la speranza di Restare Umani in un momento in cui di umano sembra non essere rimasto più nulla e in uno spazio in cui la disumanità e la violenza degli uomini sembrano aver raggiunto l’apice. Coltiviamo la speranza che l’Umanità dei singoli prevalga sulle ragioni dei governi.
I disegni della mostra che vi proponiamo vengono da Gaza. Che cosa sia Gaza ce lo può dire una qualsiasi ricerca su Wikipedia, i dati riportati ci informano di una popolazione di circa 1.700.000 abitanti con una densità abitativa tra le più alte del mondo. Gaza è una striscia di terra tra cielo e mare, una fascia costiera a tratti coltivabile. Ma Gaza non è solo questo. Gaza è il rifugio di milioni di palestinesi che sono scappati dalle varie guerre con Israele. A partire dal 1948, dai primi massacri come quello di Deir Yassin e di altri villaggi che gli israeliani (non era ancora stato dichiarato lo stato di Israele, stiamo parlando dell’aprile 1948) mettevano a ferro e fuoco e causavano esodi forzati di migliaia di palestinesi. Molte delle zone che gli ebrei occuparono nel 1948 erano città costiere e da lì scapparono tanti palestinesi, chi verso il Libano, chi verso l’entroterra e chi verso Gaza. Ci sono Gazawi che conservano le chiavi e i lucchetti delle loro case lasciate nel 1948, altri invece sono arrivati a Gaza nel 1967 in seguito alla seconda occupazione. Ci sono famiglie divise che, provenienti dalla stessa città, si sono ritrovati divisi tra Gaza e una periferia giordana. Ci sono famiglie di profughi che si sono riunite a Gaza dopo la seconda occupazione, quella del 1967. A Gaza, negli anni, si sono ammassati milioni di profughi nella speranza di tornare. E quando questa speranza è andata scemando e sono aumentati i problemi di sopravvivenza, l’area si è trasformata in una zona disperata che attendeva solo un riscatto. Negli anni ’70 in Israele sale il primo governo di destra che appoggia tutti i movimenti oltranzisti dei coloni, tra cui il movimento ultrasionista del Gush Emunim, a quel punto anche a Gaza, dove i profughi continuano ad attendere il ritorno, si crea un movimento politico di ispirazione islamica che promette il ritorno alle loro case. E’ l’origine di Hamas, l’ala politica e militare del movimento religioso. Raccoglie le persone con posizioni più estreme perché estremo è stato fino ad allora il loro modo di sopravvivere. Gaza non è sempre stata governata da Hamas. A Gaza era molto forte l’Autorità di Arafat, c’erano e ci sono i Palestinesi del Fronte popolare (i comunisti), ci sono più di 5000 cristiani e, ultimamente, ci sono tanti giovani stufi dell’occupazione israeliana, delle divisioni interne al potere palestinese e stufi della regime teocratico di hamas. Nel gennaio 2006 Hamas sale al potere e viene subito definito un movimento terroristico pericolosissimo dagli USA. Questo autorizza Israele a bombardare e a colpire la Striscia di Gaza ogni volta che si presenta l’occasione ( e l’occasione è data dal lancio di missili Qassam, dal rapimento di Shalit, dalla fermezza delle posizioni dei leaders di Hamas che vengono fatti fuori uno ad uno con omicidi mirati. Omicidi mirati che il più delle volte coinvolgono i civili). Ma i civili palestinesi per Israele sono solo un dettaglio non importante. Con questa ottica tra dicembre 2008 e gennaio 2009 Israele sferra l’attacco aereo e terrestre dell’Operazione Piombo Fuso in cui morirono tantissime persone. Voglio riportare i dati di una ONG israeliana che si occupò di stabilire il numero delle vittime. Non a caso cito una ong israeliana, poiché è necessario sapere che la politica scellerata del governo militarista israeliano non è condivisa la 100% da tutti gli israeliani:
L’offensiva israeliana contro Hamas nella Striscia di Gaza ha fatto circa 1.400 morti palestinesi, più della metà dei quali non erano combattenti.
Lo ha annunciato oggi l’ong israeliana B’Tselem che ha pubblicato un bilancio rivisto dell’operazione ‘Piombo fuso’. B’Tselem, che ha condotto sue proprie ricerche, afferma che 1.387 palestinesi sono rimasti uccisi durante le tre settimane di conflitto.

Testo della presentazione della nostra carissima “umana” Giuseppina Fioretti.

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tazzina di caffèL’aveva incontrata ai grandi magazzini. A volte si fanno strani incontri ai grandi magazzini. Teneva in mano un libro. Lui credeva che non se ne trovasse più una copia. Lo sfogliava ancora indecisa se ne era interessata. Non era stato per quello ma solo grazie a quello. Lui solitamente era deciso e se la sbrigava rapidamente. Lei abbassava lunghe ciglia. Lo ignorava con ostentazione. Si mostrava interessata solo a quello che leggeva. Lui si accorse come voleva quel libro, ma non in modo aggressivo o particolare. Forse avrebbe potuto continuare a farne a meno. Eppure doveva averlo notato. E sentire il suo sguardo accarezzarla lentamente ma completamente. Nei tacchi si ergeva con orgoglio anzi il suo orgoglio aumentava ed era visibile. Faticava a recuperare una scusa. Le disse di averlo letto e che non l’aveva trovato granché. Lei gli sorrise di un sorriso delicato e composto. Disse d’averlo perduto, ma che invece l’aveva trovato avvincente. Tanto che era indecisa. Lui cercò una scusa per recuperare sulla critica. Ci sono dei momenti… anche per leggere ogni cosa al suo posto. Non era granché, e lo sapeva. Come pretesto si prepose per offrirle un caffè: mentre ci pensa. Con garbo, per non dar troppo peso alla sua poca cautela, lei accettò l’invito. Quando gli disse di chiamarsi Lorena lui capì che avrebbe dovuto mandarlo a memoria quel nome. Gli occhi di lei glielo imponevano. Continuò a ripeterlo mentalmente. La conobbe meglio in macchina prima di lasciarla alla fermata dell’autobus. Lei aveva voluto così. Lui avrebbe voluto continuare e continuare a conoscerla meglio. Ora non né ricordava nemmeno il titolo, del libro.

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Locandina della mostra "i Bambin i disegnano il conflitto" a MuranoAl giorno d’oggi, l’attenzione, è una grande virtù, come lo è il comprendere, nel senso di contenere, includere e capire, e soprattutto grande qualità, è il partecipare, ma non nel senso di esserci in modo superficiale e presenzialista (partecipare in qualche luogo a una causa), ma di prenderne parte, nel senso etimologico del termine. Il senso meno facile e più responsabile, che riguarda la nostra capacità di vedere, capire le cose, entrare, riuscire a cogliere e alla fine scegliere da che parte stare. Ecco, questo crediamo sia il vero senso di partecipare, perché di fronte a certe realtà non si può più dire: “io non ho visto, non c’ero, non sapevo”, di fronte a certe realtà non si può tenere una irresponsabile equidistanza, soprattutto di fronte ad un conflitto che ha la forma e la sostanza di un genocidio. Non si può rimanere indifferenti e in equilibrio tra le ragioni di uno o dell’altro, mentre c’è chi muore e chi soffre e chi per “le sue buone ragioni” impone la sua forza e il suo diritto a esistere anche a scapito degli altri.
Non siamo qui, ovviamente, per fare un discorso morale, siamo qui, principalmente per presentare una mostra di disegni di bambini che, meno di altri loro coetanei, trovano una ribalta in cui parlare e denunciare il loro disagio. Bambini doppiamente sfortunati: perché, prima di tutto palestinesi e ulteriormente perché bambini della Striscia di Gaza.
Le ragioni del conflitto israelo-palestinese sono note quasi a tutti. Forse quello che è meno noto e che è più difficile far emergere, sono le condizioni di vita, che una parte della popolazione di quei Territori è costretta a sopportare. Non è certamente questo il luogo per parlarne. Certamente i disegni che fanno parte di questa Mostra ne parlano in modo chiaro e lucido e non lasciano dubbi: di fronte a questa realtà, generazioni future di uomini si stanno formando attorno a traumi psicologici tali da condizionare fortemente se non totalmente i loro comportamenti personali e sociali futuri.
Il Post Traumatic Stress Disorder è una sindrome che si presenta con effetti devastanti e invalidanti in una popolazione soggetta a forti traumi e stress, che possono essere di vario genere, ma per la popolazione di cui parliamo, vengono provocati da un aspro conflitto che ormai dura da più di 63 anni. Non siamo qui per trattare le ragioni del conflitto, sarebbe troppo lungo e questa non è la sede adatta, ma più che altro per valutarne gli effetti, e quello che questi effetti producono sulla popolazione che, in assoluto ha meno voce: i bambini.
Personalmente, non ho mai visto nella mia vita, disegni così terribilmente espliciti. Non ho mai visto bambini disegnare, soli, case, persone che piangono la loro disperazione, non ho mai visto la rappresentazione di bambini morire mentre giocano a palla per strada, il terrore di bombardamenti che scendono dal cielo come una pioggia sporca, chiese, moschee e scuole che bruciano. La disperazione di funerali, dell’incombente presenza di carri armati, elicotteri, aerei e in ulteriore sfregio, bulldozer che sradicano ulivi e abbattono case. Che realtà è questa per un bambino? Quale tipo di futuro gli viene promesso?
Noi non abbiamo risposte utili. Certo la “pace” sarebbe una risposta ragionevole, ma dovrebbe essere una pace che consenta a due popoli di convivere in modo equilibrato e paritario nello stesso territorio o quantomeno, un territorio diviso equamente in due stati sovrani senza che uno abbia comunque il predominio sull’altro e senza che ci sia lo sfruttamento delle risorse territoriali solo da una parte, a sfavore dell’altra.
Non siamo noi a dovere delle risposte, ma siamo noi a dovercene prendere la responsabilità, siamo noi a dover vedere, comprendere e partecipare, perché è attraverso l’intervento massivo dell’opinione pubblica che alcuni scempi possono venire fermati, e se non proprio fermati possono almeno essere denunciati.
Come abbiamo già detto, non servono molte parole, questi disegni parlano da soli e spero parleranno anche alle coscienze di molti che fino ad oggi hanno preferito non prendere parte e non entrare in merito ad una situazione che non è più sostenibile in un contesto umano e civile come il nostro.
In riferimento agli stessi disegni di questa mostra ho alcune altre cose da spiegare. Abbiamo deciso di uscire con le copie, come potrete vedere. La ragione è che alcuni di questi disegni abbiamo potuto farli uscire da Gaza, con grandi difficoltà, e solo con l’aiuto di attivisti internazionali che li hanno spediti da altre zone della Palestina. Pure i disegni dei bambini rischiano di essere censurati. È di qualche mese fa la decisione del MOCHA Museo dell’arte dei bambini di Auchland, di cancellare l’esibizione di disegni simili, dal loro programma, a seguito di pressioni di chi non sopporta troppo bene questo genere di denuncia.
Noi esibiamo queste copie e abbiamo inviato gli originali all’organizzazione che ha tenuto la mostra gemella che c’è stata a Roma nei giorni scorsi. Riteniamo importante il significato dei disegni non la loro originalità.
In queste immagini troverete alcune diversità: alcuni sono disegni di bambini in trattamento in un centro mentale e a dir il vero si differiscono dagli altri per una certa organizzazione, un ordine e una lucidità che gli altri non hanno. La maggioranza però sono disegni di bambini “normali”, ossia disegni raccolti nelle scuole da bambini non trattati, che comunque portano, come potrete vedere il profondo segno del trauma che stanno vivendo quotidianamente.
Ad onore del vero non solo i bambini palestinesi vivono i terribili effetti di questi traumi, benché ne soffrano per una percentuale decisamente maggiore, ma anche una parte dei bambini israeliani ne sono soggetti e ne vivono gli effetti devastanti. Nessuno di questi bambini ha chiesto di vivere questo dramma, nessun bambino dovrebbe vivere in questa situazione e dovrebbe vedere quello che a loro è stato dato a vedere e a vivere.
Ma ora lasciamo a voi il giudizio e spendo solo qualche parole sul gruppo che ha fortemente voluto questa mostra.
Noi siamo: RESTIAMO UMANI con VIK. Chi ha avuto l’onore e il piacere di conoscere Vik, ossia VITTORIO ARRIGONI, il volontario che ha perso la vita alcuni mesi fa a Gaza, sa che queste due parole RESTIAMO UMANI erano la chiusa di ogni sua lettera, messaggio o articolo lui inviasse dalla Palestina. Ovviamente un invito che noi abbiamo raccolto da subito e che oggi che Vittorio non c’è più, e che ci manca molto, pensiamo di tenere come un testimone e abbiamo deciso di portarlo avanti in questa “corsa” per la vita, per una informazione chiara e perché no “di parte”, per non lasciare che la sua morte diventi inutile e anche per non abbandonare questi bambini sfortunati al loro destino.
In questo, dobbiamo ringraziare la Municipalità di Venezia che ci ha sostenuti e che ha concesso gli spazi per queste mostre, don Nandino Capovilla e il Centro Pace di Pax Christi con cui abbiamo collaborato e che hanno creduto fortemente nel nostro progetto e ringrazio anche tutti quelli che vi hanno partecipato sia nell’organizzazione che nella presenza. Abbiamo pensato di raccogliere dei fondi che saranno destinati all’Ospedale pediatrico “Nasser” di Khan Younis a Gaza e che faremo pervenire al destinatario attraverso il supporto della Mezzaluna Rossa Palestinese della quale noi, come gruppo, veniamo considerati collaboratori e di questo ci sentiamo veramente onorati.
Vi lasciamo noi umani, come ci chiamiamo scherzosamente l’un l’altro, con le parole di Vittorio e le nostre stesse parole di sempre: malgrado tutto Restiamo umani, con Vik nel cuore.

Testo di Rossaura Shani

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Franca il giorno del suo diciottesimo compleannoEsattamente quarantaquattro anni fa era una sera esattamente come questa. Un po’ indolente e un po’ malinconica. Venezia aveva il fascino che ha Venezia in sere come questa: cullava col rumore ovattato delle sue onde. Sotto questo stesso cielo una patina velata di nuvole nascondeva la luna. E sopra quel ponte ero solo con lei. Ed eravamo soli dal mondo. Io, un po’ pentito nel darmi dello stupido e un po’ indispettito delle sue provocazioni. Lei che sembrava sempre voler giocarsi di me. Le parole erano caute come quelle di chi le teme e come piccoli segreti appena sfuggiti. E’ stato solo un attimo di quarantaquattro anni fa e quarantaquattro anni sono un’intera vita. A pensarci provo una specie di vertigine. E per altro ma anche allora è stato così: una grande vertigine. Ci siamo trovati all’improvviso abbracciati. Le nostre labbra si sono trovate come non aspettassero altro. Con disperazione. Ed è stato come se ci liberassimo di tutte le parole inutili. E delle maschere. E delle nostre paure. E mi son sentito volare, ho dovuto aggrapparmi a quell’abbraccio. E stringerla più forte a me. E incredulo dirmi che tutto era vero. Anche un attimo lontani sarebbe stato solo “Che spreco immenso”. E di quello spreco, raccontato con queste sole parole, con malinconico rimpianto, come può fare il poeta ma il poeta che racconta la vita senza bisogno di raccattare i propri versi, di quello spreco lo sappiamo solo ora. Ma per tutti questi anni c’è stato in me un posto per lei. E’ sempre stata con me come un attimo di tranquillità, come quella presenza amica, come qualcosa che non accetta quel lento trascorrere del tempo. E quarantaquattro anni fa è cominciata quella storia che poi ho ritrovato e che oggi stringo come la cosa più bella che un uomo possa avere, che mi da la più grande ricchezza. Cosa importa se questa storia, senza pudore, l’ho già raccontata un’infinità di volte? Se la conosci. Non mi stanco mai di ripeterla. Cosa importa se non ho saputo allora dirti che ti amo? Lo grido forte oggi, padrone di tutta la mia stupidità, e so che sarà per sempre. E vorrei gridartelo ancora mille e mille volte, e dedicarti tutte le canzoni che un cuore innamorato ha saputo scrivere. Grazie di Esistere “amore”.

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Quel piccolo grande amore, “veramente breve, non piccolo“, dicevo… quel piccolo grande amore doveva accompagnarmi tutta una vita. E’ stato sempre un rifugio, come una stanza serena nella memoria, un sogno, una voce amicale. Poi…
…e forse nemmeno oggi saprei cosa dire.
Ti amo e oggi Ti ricordo così e Ti canto per tutto questo amore e per tutti quelli che sanno ancora amare.

quella sua maglietta fina
tanto stretta al punto che mi immaginavo tutto
e quell’aria da bambina
che non glielo detto mai ma io ci andavo matto
e chiare sere d’estate
il mare i giochi e le fate
e la paura e la voglia
di essere nudi
un bacio a labbra salate
il fuoco quattro risate
e far l’amore giù al faro…
ti amo davvero ti amo lo giuro…ti amo ti amo
davvero!
e lei
lei mi guardava con sospetto
poi mi sorrideva e mi teneva stretto stretto
ed io
io non ho mai capito niente
visto che ora mai non me lo levo dalla mente
che lei lei era
un piccolo grande amore
solo un piccolo grande amore
niente più di questo niente più!
mi manca da morire
quel suo piccolo grande amore
adesso che saprei cosa dire
adesso che saprei cosa fare
adesso che voglio
un piccolo grande amore
quella camminata strana
pure in mezzo a chissacchè l’avrei riconosciuta
mi diceva “sei una frana”
ma io questa cosa qui mica l’ho mai creduta
e lunghe corse affannate
incontro a stelle cadute
e mani sempre più ansiose
di cose proibite
e le canzoni stonate
urlate al cielo lassù
“chi arriva prima a quel muro…”
non sono sicuro se ti amo davvero
non sono…non sono sicuro…
e lei
tutto ad un tratto non parlava
ma le si leggeva chiaro in faccia che soffriva
ed io
io non lo so quant’è che ha pianto
solamente adesso me ne sto rendendo conto
che lei lei era
un piccolo grande amore
solo un piccolo grande amore
niente più di questo niente più
mi manca da morire
quel suo piccolo grande amore
adesso che saprei cosa dire
adesso che che saprei cosa fare
adesso che voglio
un piccolo grande amore…

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Poesia Araba di TEWFIQ ZAYADQuesto popolo ha sette anime:

Il dramma dei profughi ebbe nel settembre del 1970 il «settembre nero» – uno dei momenti più sanguinosi, quando Hussein tentò di attuare il piano di sistematico sterminio dei palestinesi, nel silenzio del resto del mondo.
Sei anni dopo doveva ripetersi il tentativo a Tell el Zataar.
Il dramma continua.

Oggi è sabato,
terzo giorno dall’inizio della strage
io sono vivo e voglio scrivere
di un popolo che sfida la morte
in una Giordania
che rifiuta di essere sgozzata
in silenzio.
Oggi è lunedì,
quinto giorno dall’inizio della strage
e la iena Habes
figlio di iene mangiatrici di cadaveri,
impone al nostro popolo una guerra civile
nello stesso momento in cui lupi affamati
azzannano le nostre viscere
cosi noi moriamo
migliaia di volte al giorno
e migliaia di volte al giorno
rinasciamo.
“Oggi è venerdì,
nono giorno dall’inizio della strage
ma Amman non è caduta
come avevano predetto, – in poche ore,
essa è salda e forte
nella difesa e
sfida il nemico con colpi di pietra”
e cuore di ferro

sebbene stia immersa nel suo sangue
fino al ginocchio.
Amman è ancora Amman;
se ne sta in piedi
con il mitra in braccio
e nei suoi occhi c’è
fuoco e fumo.
I morti sono tanti;
quanti assassinati? diecimila?
duemila omicidi al giorno?
Chi lo sa quanti sono!
sopra le macerie
sulle soglie delle case
sui pali della luce
sui rami degli alberi bruciati
sulle piazze e sulle strade
nei veicoli incendiati dai carri armati.
Gli ufficiali del palazzo hanno detto:
il popolo intero è condannato a morte!
Questo hanno detto gli ufficiali del palazzo.
Le cose vengono fatte in fretta:
ufficiali perquisiscono le case, in fretta
e coi calci dei fucili
pestano le mani di chi non è armato
,mani di donne e di bambini, in fretta,
perché non riescano a chiudersi
attorno a un sasso da lanciare.
Le cose vengono fatte in fretta:
il Je con un colpo di coltello, in fretta,
taglia le vene del popolo
e rifiuta di dargli
àcqua da bere
pane da mangiare,
qualche ora per seppellire i morti
(cento e cento in ogni tomba)
e qualche ora per raccogliere i feriti.
I cadaveri sparsi
non sono stati tutti raccolti né contati.
Le macerie non sono state sgombrate,
chi può dirlo quanti? E tutto questo per far cadere Amman.
Ma Amman non cade
Amman è ancora in piedi
tutta vestita di sangue
coi suoi fucili
i suoi pugnali
le sue unghie
la carne dei suoi cadaveri
le sue pietre
i suoi bastoni
pronta a ricominciare la battaglia.
Il primo giorno
il mio occhio si fa di pietra
neanche una lagrima!
Il secondo giorno
piango, ma le lagrime scorrono dentro di me
come un ruscello furioso, senza trovare uscita.
Il terzo giorno
il cuore mi diventa un tizzone
rosso di rabbia e di indignazione.
Il quarto giorno
il quindo, il sesto,
il settimo, l’ottavo giorno
le mie labbra si aprono e parlano da sole
gioiosamente dicono:
questo popolo ha sette anime
ogni volta che muore
rinasce più giovane e più bello.

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Caro amore, anche in questi giorni faticosi, vissuti intensamente, il mio pensiero non poteva non andare a Te che sei sempre al mio fianco.Vorrei che tutto non corresse così in fretta da toglierci anche il tempo per una parola in più. Tu sai che il mio cuore batte all’unisono con il tuo. Sai che tutto è semplicemente… nostro. Non ho che la possibilità di augurarti tutta la felicità possibile e di ribadire questo eterno TI AMO. Ripeto solo che, ancora una volta, questa è solo una canzone, per TE e per tutti quelli che sanno ancora amare. E anche per chi, come noi, ha ancora voglia di sognare.

Le nubi che sono nel cielo
sono le stesse nubi di una volta.
i fiori che sono nei prati
da quando esiste il mondo sono nati
e gli occhi tuoi che ora mi guardano
sono profondi grandi occhi di bimba
che vuole saper cos’e’ la vita,
che vuol sapere cos’e’ questo mondo.
e’ dall’amore che nasce l’uomo
e dalla terra matura il grano,
non c’e’ altro tra le mie mani
il nostro tempo che e’ nato ieri
e’ gia’ lontano sull’orizzonte
e non tornera’,e non tornera’
e non tornera’,
e non tornera’.
la pioggia che bagna il tuo viso
bagna da secoli la nostra terra.
il sole che e’ nel tuo sorriso
splendeva gia’ quando nasceva il mondo
e gli occhi tuoi che ora mi guardano
sono gli stessi grandi occhi di bimba
che vuol sapere cos’e’ la vita,
che vuol sapere cos’e’ questo mondo.
e’ dall’amore che nasce l’uomo
e dalla terra matura il grano,
non c’e’ altro tra le mie mani
il nostro tempo che e’ nato ieri
e’ gia’ lontano sull’orizzonte
e non tornera’,e non tornera’
e non tornera’,
e non tornera’.
e’ dall’amore che nasce l’uomo
e dalla terra matura il grano,
non c’e’ altro tra le mie mani
il nostro tempo che e’ nato ieri
e’ gia’ lontano sull’orizzonte
e non tornera’,e non tornera’.
e non tornera’,
e non tornera’.

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