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Archive for gennaio 2012

da Giuseppina Fioretti
1 marzo 2012: appuntamento in tutte le piazze.
Una piazza in ogni città, tutta l’Italia come una piazza sola.

Locandina di invito per un flash mob in tutte le piazze italiane

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tazzina di caffèPerché fuggire se sapeva già che non c’era un posto dove potesse fuggire? Il perché era perché l’uomo non può che essere uomo. Perché si sentiva in trappola e non poteva restarsene lì senza fare nulla. Aspettare, semplicemente. Il mare era azzurro e trasparente. La strada scorreva come una serpe sul lato di roccia e piombava decisa verso il mare. Ogni curva era una scoperta di sole e accecava gli occhi. Paesaggi che conosceva e che non avrebbe potuto dimenticare. Decisamente non era la giornata adatta per nascondersi. Frugò in cerca di una sigaretta. Sperava di aver preso su almeno quel minimo indispensabile. Un melo si sporgeva nel vuoto. Sembrava attento in un inchino. In realtà non aveva nessuna fretta. Perché avrebbe dovuto averne? Cercò mentalmente risposta alle domande più improbabili. E’ amaro ammetterlo dopo ma… allora avevi ragione. Un cane gli attraversò proprio davanti, rischiò di metterlo sotto. Avrei certamente finito dopo pranzo ma, come vede, ne sono stato impossibilitato. Per quanto la macchina corresse non riusciva ad allontanarsi di un attimo da sé. Non vorrei esserle sembrato sgarbato ma trovo la sua osservazione quanto di più vacuo si possa osservare. Stiamo diventando un paese che ama piangersi dopo. Aveva proprio bisogno di prendere un amaro. In fondo essere noi i pirati…. Aveva quella maledetta allergia per i peperoni e finché non li aveva portati in tavola non avrebbe avuto nessun motivo per volerle del male.

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I bambini ci guardano attraverso il muroscritta in carcere nel 1961

Inginocchiati per un foglio di carta, inginocchiati.
Intingi la penna negli occhi di tuo figlio e scrivi quello che ti ordina:
I connotati di colui che ti massacrò
Sulla soglia di casa con la penna.
Ammucchia i tuoi giorni davanti a te come carta,
non essere timido… chiedi un fiammifero al tuo oppressore…
fabbrica col torbido miscuglio di cenere e fumo
qualche foglio per il tuo libro.
Vorrei che i morti sapessero come stai fabbricando una corda di parole
Per appendervi il verso.
Mordi il cuore dell’amata come un lupo… e presentalo
Su un vassoio di carta gialla,
tagliale le trecce per bendare la ferita d’una iena nera,
mordile gli occhi come uno scorpione… non esitare.
Vieni come una rana e suona
La tua campana per la palude stagnante
Firma in fondo a questo foglio, entra nella tua casa come un ladro,
stai attento, strada facendo, non cada la tua ombra su una fabbrica.
Mastica la tua ombra, ingoiala come s’ingoia uno straccio avvelenato.
Affrettati e bussa alla tua porta
Fino a che la tua mano vada a pezzi,
colei che ti amava non ti udrà.
Il suo braccio che fremeva in mano tua
Come una bandiera sventolante o una spada di diamante,
ora il tuo anello è simile a un anello di cenere, fumo e cardo…
Guarda se puoi immaginarti Farid¹ crocifisso sul mio cuore,
una lama di luce , un rosso caravan² cantare sommesso
gola per ogni muro, non cesserà mai il canto,
non finiranno mai le faville del mio canto.
La matita ubriaca di veleno barcolla:
inutilmente la sorreggerebbe il carceriere, o i tuoi versi.
I ricordi irrompono come onde di cardi sulle tue palpebre,
ti tengono sveglio fino al silenzio.
Tu continui a pestare a piedi nudi il pavimento della cella,
la notte sul tuo petto come una porta chiusa,
il carceriere giunse come un martello o un fossato.
Dove vorresti andare? A casa tua?
La tua casa è un pugnale alle spalle.
Da tuo figlio? Tuo figlio è su una croce di carta,
gelato nel suo pigiamino.
Tu sarai trascinato nella strada,
cammina e inciampa,
cammina e inciampa
davanti al tuo oppressore.
Dove vorresti andare, quando il vento ti sparpaglia sulla carta?
Inginocchiati per la carta, inginocchiati.

¹Prigioniero politico morto di torture
²Uccello canoro

Poesia di Mueen Bsyso
da ARABcomint – Informazione di cultura e attualità su mondo arabo ed islamico

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tazzina di caffèEra così… così preso di sé che al solo vederlo metteva allegria . Di quegli uomini che le cose che non sono successe è perché non hanno voluto che succedessero. E con un naso che divideva il vento in due metà. E inconsapevole di tutto il resto. Il classico tipo che non si sarebbe sognato mai di infilarsi le dita nel naso nemmeno da solo e al buio. E un sospetto di cultura, anch’essa raffinata; quel di più prezioso portato con la mano in tasca e con faticata disinvoltura. Certamente nemmeno gli prudevano mai. Certamente la metteva a lei, allegria; sembrava fatto apposta. Lei era nota per le sue frasi attorcigliate: “Guarda che se ti tocco non è per toccarti ma perché hai un capello”.
Quando Mariagiovanna gli toccò il culo lo fece come un uomo avrebbe fatto ad una donna (con sicurezza, pazienza e attenzione) e ne scoppiò a ridere allegra. Si immaginava di vederlo saltare e infatti lui ne ebbe un sobbalzo, poi si gonfiò d’orgoglio pensando insieme che… non che fosse brutta ma era solo che non era proprio il suo tipo. Troppo veloce di lingua, sciolta; troppo sicura di sé, disinvolta; insomma troppo poco fine, la signora. Lei stava ancora ridendo che le venivano le lacrime agl’occhi.

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tazzina di caffèL’avevo presa su perché era lì, sotto la pioggia. E poi non mi dispiaceva un po’ di compagnia. Il fatto è che odio guidare da solo. Lei cominciò subito a parlare. Non gliel’avevo chiesto ma disse che non stava aspettando nessuno. Mezze parole dicevano che l’aveva fatta scendere. Altre mezze che lei gliel’avrebbe fatta pagare. Nemmeno questo l’avevo chiesto. Era la strada che mi interessava. E’ un attimo sbagliare. E poi… per il fondo scivoloso… Non notai che molto più tardi che non mi aveva chiesto dove andavo né detto dove andava. Era probabile che non avesse intenzione di andare se non dov’era. Si passò una mano sui capelli per asciugarli e poi sulle gambe. Aveva belle gambe. Forse la voce un po’ afona a frettolosa, ma belle gambe. Ricordo che pensai che non era necessario che mi spiegasse proprio tutto subito. Le chiesi se volesse una sigaretta. Rispose che non fumava ma che non le dava fastidio se avevo voglia di farlo io, anzi. Mi disse mille altre cose, la maggior parte futili. Mi spiegò che si sentiva stanca perché: Ho fatto… un po’… la monella. E nel dirlo la sua voce ebbe uno stridore sbarazzino, quasi divertito. E poi… Che io non potevo immaginare, sapere, quanto poteva essere monella. Per un attimo attese in silenzio, come stesse riflettendo, come stesse decidendo, come aspettasse di vedere me. E pareva guardarmi dubbiosa. Poi mi chiese se ero curioso. Accese la radio. Non ebbi il tempo di dirle che non avevo mai avuto il tempo per esserlo, ovvero che non credevo di riuscirci. Mi sistemò la cravatta. Mi spiegò che dovevo continuare a guidare. Che mi avrebbe fatto vedere quanto poteva esserlo e mi mostrò com’era monella. Pensai a Giovanna. Poi trovai quel pensiero sconveniente. Smisi di pensare a Giovanna. Guidare mi riusciva più difficile. Le parole senza suono che mi sussurrava stemperavano la tensione, sfumano il paesaggio in niente. Case di vetro e una curva improvvisa. Troppe curve per una giornata sola e come quella. Non aveva dietro documenti e non avevo pensato di chiederle il nome. Non sapevo nient’altro di lei e non avrei mai saputo nient’altro.

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tazzina di caffèLui non aveva avuto una figlia. Il destino non aveva voluto che lui godesse quella gioia. Poteva solo immaginarla o nemmeno quella. Certe cose mica si possono spiegare. Comunque era disposto a scommettere che sarebbe stato un buon padre. Gli sembrava di essere nato per quello. Non aveva mai voluto sapere. Si trovava solo e vecchio con quella specie di rimpianto. Si sentiva così inutile con questo pensiero che gli era doloroso. Lisa non aveva mai voluto che lo facesse. Scese pesante in ciabatte a portare le immondizie. Tornò per interrogarsi sulle proprie colpe. Ancora una volta non riuscì a assumerne nessuna. Ancora una volta accettò come ci fossero anche domande che non avevano risposte. Se l’uomo sapesse le cose, magari prima, non sarebbe uomo. E forse non era nemmeno la fortuna che può sembrare. Era una di quelle cose che una donna non può rimproverare al marito. Ormai, nel suo caso, una forma di martirio, come se l’avesse cercato. Trovò che tutto, in realtà, avesse un fondo di stupidità e che il resto fosse niente. Che la ragione non governa quasi mai le cose. Guardò l’ora. Telefonò a Lisa. Sapeva che sarebbe stata una delle solite telefonate laconiche, imbarazzate. Che non avrebbero trovato nulla da dirsi. Che si sarebbero limitati a chiedersi come va? Gli rispose la segreteria per comunicargli che il numero al momento non era raggiungibile. Accese la luce sperando che lei lo avrebbe richiamato quando avesse visto la sua chiamata. I piatti erano ancora là, da lavare.

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