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Archive for febbraio 2012

INTRODUZIONE
A volte, sapendo della mia militanza sia in un’associazione ebraica che in una palestinese, qualcuno mi domanda se non mi sento un po’ schizofrenica. Rispondo di no, un essere umano è composto da molte
realtà, questo è vero per tutti e sceglierne una ed estremizzarla è il primo passo per la promozione del fondamentalismo che è, a mio avviso, uno dei mali della società contemporanea a livello mondiale. Il mondo non è mai stato più insicuro e più ingiusto, trovandomi a vivere in questa epoca, penso che il mio tentativo di costruire un ponte tra due realtà che solo apparentemente sono diverse e inconciliabili sia allo stesso tempo anche un ottimo modo di riconciliarmi con me stessa e di non sentirmi del tutto inutile e impotente.
All’epoca della mia adolescenza i giovani nutrivano grandi speranze per il futuro. Volevamo cambiare il mondo. Ci sembrava che tutto fosse in cammino verso un radioso domani di giustizia e di pace. Se mi volto indietro verso quelle facce sorridenti, quelle corse nelle manifestazioni sventolando bandiere di speranza mi prende una grande tristezza. Se solo avessimo saputo dove ci avrebbe condotto il futuro. A quell’epoca nutrivo, come tutti, una grande simpatia per la causa palestinese. Avevo amici palestinesi, studenti quasi sempre di medicina, organizzati nei “Gups” associazioni studentesche. Allora l’immagine dei palestinesi nel mondo era molto diversa da quella attuale. I fedayn erano partigiani della libertà. Lottavano per avere la propria indipendenza, il proprio stato, promesse che non sono state mantenute. Allora si diceva di loro che erano “il sale del Medio Oriente” volendo esprimere con questa metafora la loro capacità di esportare anche negli altri paesi arabi le loro idee di democrazia, di laicità, di semplicità, di libertà. Erano dei ribelli perché volevano esistere e scegliere il loro destino, per questo erano anche la nostra bandiera. Molti anni sono passati e molte occasioni consumate. Fiumi di lacrime e sangue hanno intriso la terra di Palestina. I palestinesi non hanno ancora il loro stato, anzi non ne sono stati mai così lontani, i profughi non sono mai tornati alle loro case, anzi sono aumentati e la loro condizione è ulteriormente peggiorata. La grande potenzialità di intelligenza e di cultura di questo popolo è stata progressivamente umiliata, disgregata, resa impotente. La speranza, sconfitta. Così sono venuti gli “eroi suicidi” oppure i terroristi o kamikaze, come sono stati chiamati ed infine purtroppo le lotte fratricide in una terra, Gaza, dove povertà e disoccupazione colpiscono la totalità della popolazione e dove non c’è più libertà che nei lager il cui abominio la storia ci ha consegnato. Così i palestinesi oggi, colpevoli di esistere e di voler rimanere nella loro terra, sono diventati nell’immaginario dei terroristi, una maschera che è stata cucita loro addosso proprio da chi ha prodotto e pianificato la loro tragedia e che ora guarda con compiacimento come si scannano tra loro come i tonni impazziti nel corso della mattanza e li additano al mondo a dimostrazione di quanto siano folli rozzi e violenti. I media ci sguazzano e volentieri parlano delle lotte intestine di Hamas contro Fatah, ma si guardano bene dall’informare dei bambini di Nablus usati come scudi umani dall’esercito israeliano o dei soldati che spalleggiano i coloni mentre aggrediscono delle contadine a Hebron e men che meno fanno approfondimenti sui giovani uccisi a sangue freddo mentre sostano davanti a un bar, da assassini mascherati che poi spariscono nel nulla e che sono gli esecutori dei cosiddetti “omicidi mirati”. I palestinesi sono un “problema irrisolto” vecchio di 60 anni se si parte dal 1948 o di 40 se si conta dall’occupazione dei 1967. Il mondo si è stancato perfino di sentirne parlare. Il grandissimo poeta palestinese Mahmud Darwish scrive: “Ogni anno, se vado nei campi o accendo la televisione, vedo sempre la stessa immagine: una donna palestinese che porta via le sue cose e i suoi bambini, che sta scappando in un campo di Rafah, di Gaza o del Libano. La vedo gridare, alzare le mani al cielo, ma il cielo non risponde. Questa donna una volta era mia madre, poi è stata mia sorella e forse adesso è mia figlia.”
Sono soli e questo significa che anche noi, che non ci vogliamo arrendere all’ingiustizia, siamo soli, che anche la speranza di pace è sola, che anche il futuro è solo. Mi chiedono spesso perché io, ebrea, mi ostini tanto ad occuparmi della Palestina: la ragione è semplice, il dolore della Palestina ricade su di me. Io non posso rimanere indifferente. Ovviamente non riguarda soltanto me in quanto ebrea, riguarda tutti, quella palestinese è una questione morale fondamentale della nostra epoca, ma per me rappresenta una responsabilità particolare. E’ ciò che sentirono all’indomani della seconda Intifada anche le altre persone che con me firmarono una lettera pubblica intitolata “Non in mio nome” riferendosi alla pretesa del governo israeliano di parlare e di agire in nome di tutti gli ebrei del mondo. In seguito diventammo una rete che si chiamò “Ebrei contro l’occupazione” cioè contro l’occupazione da parte di Israele di Gaza e Cisgiordania. Ora ci siamo costituiti in associazione, abbiamo un piccolo progetto che riguarda un ambulatorio a Marda, un villaggio palestinese, e partecipiamo a conferenze, dibattiti, incontri dovunque ci chiamano a parlare per spiegare il nostro rifiuto della politica israeliana e le ragioni del nostro sostegno alla lotta palestinese contro l’occupazione e per la conquista del loro stato o di uno stato in cui ci siano uguali diritti per tutti. La nostra associazione è federata ad una rete europea di cui fanno parte gruppi. e associazioni di ebrei dissidenti di alcuni paesi europei e che si chiama “Ebrei europei per una pace giusta”. Anche in Israele esistono gruppi e associazioni di ebrei che combattono contro l’occupazione israeliana. La più famosa è “Gush Shalomblocco della pace”. Molte associazioni, la maggioranza, sono composte da donne, la più storica è quella delle “Donne in nero” un gruppo di donne nato dopo la guerra dei Libano del 1982 scatenata da Israele, e nel corso della quale fu perpetrato un crimine che rimarrà per sempre nella memoria collettiva: la strage di Sabra e Chatila, due campi profughi palestinesi i cui abitanti furono tutti orribilmente trucidati, ed erano per lo più donne e bambini, dalla falange libanese su commissione di Sharon. Queste donne vestite di nero, per simboleggiare il lutto sostavano silenziose con i loro cartelli in una piazza pubblica per un’ora tutte le settimane. Ora il loro movimento si è sparso in tutto il mondo, non sono più soltanto israeliane, anche in Italia esiste un gruppo molto attivo. Ci sono poi gruppi di donne che sostano ai check point per documentare i soprusi e le violenze dei soldati. Dopo la seconda Intifada è sorto un gruppo di attivisti israeliani e palestinesi di nazionalità israeliana che lavorano insieme e che si chiama “Tajush” in arabo: vivere insieme. Un altro gruppo combatte contro la demolizione delle case, cercando con la sua presenza di impedire le demolizioni e a volte ricostruendo le case abbattute. C’è anche un gruppo che fa un lavoro molto importante sulla memoria, si chiama “Zochrotricordare. Il suo programma vuole rendere consapevoli gli israeliani del fatto che la guerra da loro celebrata come indipendenza è coincisa con la “Nakba” palestinese (catastrofe). Hanno una banca dati che offre informazioni storiche su quanto è accaduto nel 1948 e organizza tour negli antichi villaggi palestinesi rasi al suolo che culminano con una cerimonia sul posto in cui viene eretto un cartello in arabo ed ebraico che indica il nome del villaggio e i dati essenziali sui suoi abitanti. Ci sono poi i refusniks, il movimento di coloro che si rifiutano di entrare nell’esercito o almeno di andare nei territori occupati “ad opprimere un altro popolo” come essi stessi dichiarano. La loro prima organizzazione nata nel 1982 si chiamava “Yesh g’vul”, (c’è un limite). Dopo la seconda Intifada sono diventati migliaia e perfino alcuni piloti, la formazione militare più fedele, si ribellarono dopo lo sganciamento di una bomba da una tonnellata su un’abitazione per eseguire un omicidio mirato che fece una strage. Un gruppo attivissimo che lotta contro il muro costruito da Israele apparentemente per difendersi dagli attentati, ma in realtà con l’obiettivo di annettersi più territorio palestinese possibile e rubare risorse e falde acquifere, è quello degli “Anarchici contro il muro”.
Questo gruppo è molto assiduo nelle manifestazioni che ogni venerdì da due anni si svolgono nel villaggio di Bil’in. La lotta di Bil’in è l’altra faccia degli scontri violenti che si svolgono a Gaza. Un movimento assolutamente non-violento costituito dagli abitanti del villaggio che il governo israeliano vuole decurtare dell’80% della sua terra per farvi passare sopra il muro. Opporsi per gli abitanti di Bil’in è una necessità: la terra dà loro da vivere. Attorno a Bil’in si sono stretti i pacifisti israeliani e internazionali che partecipano ogni settimana alle manifestazioni, osteggiate dai soldati in modo violentissimo, benché queste marce siano composte da persone pacifiche e inermi e da una moltitudine di bambini. L’atmosfera di Bil’in permette che a queste marce camminino fianco a fianco non solo israeliani e palestinesi ma anche militanti di Hamas e di Fatah nella più assoluta tranquillità e distensione. Recentemente a Bil’in si è tenuto un grande e importante convegno internazionale e ora questa lotta non-violenta si è allargata anche a Betlemme. Nonostante la violenza dell’occupazione riescono a vivere anche esperienze del genere come pure la recente formazione dei “Combattenti per la pace” costituita da israeliani e palestinesi ex soldati ed ex miliziani che hanno scelto di non sparare più e da tempo esisteva l’organizzazione israelo-palestinese dei parenti delle vittime dell’una e dell’altra parte che riconosce nell’occupazione israeliana dei territori palestinesi la vera responsabile di ogni uccisione e ne chiede la fine.
Se si volesse stendere una lista dei gruppi israeliani che lottano per i diritti umani, per la democrazia e quindi contro l’occupazione e dei gruppi palestinesi che scelgono una lotta non-violenta non basterebbe un elenco telefonico, eppure il loro impegno riesce appena a testimoniare che ci può essere un modo diverso di vivere insieme. La ragione è che la forza della propaganda israeliana è almeno pari alla sua potenza militare. Ma non basterebbero questa forza e questa potenza se Israele non fosse spalleggiato e difeso a spada tratta da tutto il mondo, in primo luogo dagli Stati Uniti che lo riforniscono anche di nuove armi di distruzione di massa. Il mondo chiude gli occhi davanti alle atrocità commesse dallo stato israeliano e anche l’Europa ha cambiato progressivamente atteggiamento nei confronti dei palestinesi cedendo sempre di più alle “ragioni” di Israele fino a mettere in atto un embargo che ha dell’assurdo, verso i palestinesi, un embargo non verso uno stato, ma verso un popolo occupato! Questo ci dà la misura dell’ingiustizia usata verso i palestinesi. Israele può impunemente mettere in prigione bambini di 12 anni, che considera adulti secondo la legge militare, può torturarli, ucciderli, usarli come scudi umani. Può tenere migliaia di persone in detenzione amministrativa per anni e anni senza istruire un processo né permettere loro di avere un avvocato, può demolire centinaia e migliaia di case perché gli serve quel territorio per farci una nuova colonia, può erigere un muro che non divide gli israeliani dai palestinesi, ma i palestinesi dai palestinesi facendolo passare in mezzo a un villaggio, dividendo i bambini dalla scuola, i malati dall’ospedale, i contadini dal loro campo, può privare i palestinesi dell’acqua e proibire loro di scavare pozzi mentre i coloni la sprecano per innaffiare a pioggia i loro prati e riempire le loro piscine, può uccidere senza processo coloro che decide siano ricercati o sospetti, può fare incursioni su città densamente abitate, può requisire terra e abbattere oliveti, può distruggere palazzi e quartieri di importanza storica, impedire ai giovani di andare all’università, può riempire di check point tutto il paese, ce ne sono più di 500, impedendo i movimenti e la libera circolazione di tutti, può costringere le donne a partorire ai check point, può chiudere il passaggio alle merci palestinesi facendole marcire e impedendo qualsiasi possibilità di economia autonoma, può avere carceri segrete peggiori di Guantanamo ma di cui non si deve parlare né nel paese né fuori.
Infine Israele che è l’unico stato nato da una risoluzione dell’ONU ha disatteso ben 73 risoluzioni dell’ONU senza che nessun ispettore sia andato a controllare né nessuno abbia scatenato una guerra contro di lui per difendere i palestinesi.
Il mondo intero produce odio” scrive ancora Mahmud Darwish “ma non vuole accusare Israele per timore di essere accusato di antisemitismo. Così Israele anziché uno stato che opprime diventa un valore etico al di là di ogni legge: non più un fenomeno storico, ma divino.”
Una delle richieste di EJJP, “Ebrei europei per una pace giusta” e anche dei pacifisti israeliani è di non trattare più Israele come uno stato a parte, di trattarlo come qualsiasi altro stato e quindi di costringerlo a sottostare alla legalità internazionale, anche con sanzioni se non vuole saperne. Permettere a Israele di fare tutto ciò che vuole nell’impunità e giustificano fino all’assurdo, alla complicità, alla connivenza, oltre ad essere profondamente ingiusto non fa il suo bene. La società israeliana, a parte i numerosi ma piccoli gruppi di pacifisti, è sempre più paranoica, malata, violenta. Il muro che è stato innalzato per rendere impossibile la vita dei palestinesi è anche un muro mentale: persone che vivono a pochi chilometri di distanza non s’incontrano mai, farlo costituirebbe un reato, infatti è illegale che un israeliano vada nei territori palestinesi occupati, a meno che non sia un colono nel qual caso può circolare dove e come vuole in tutta libertà, mentre meno ancora un palestinese della West Bank o di Gaza può andare in Israele. Leggi recenti proibiscono anche i matrimoni tra israeliani e palestinesi in quanto il coniuge palestinese non avrebbe il permesso di vivere in Israele, né quello israeliano in Palestina. Una legge aberrante che proibiva a un israeliano di dare un passaggio in macchina a un palestinese per fortuna non è passata per l’opposizione dei pacifisti.
Gli israeliani si portano dietro il loro muro mentale dovunque vanno, mentre si comportano in modo arrogante e violento pensano che tutto il mondo è contro di loro. Assecondarli e dar loro ragione non è né giusto, né utile.
Per me che ho sempre cercato l’incontro e che anche come scrittrice ho sempre ascoltato “l’altro dentro di me”, riconoscendolo, con Jabnès, un filosofo ebreo tra i miei più vicini, come la parte migliore di me, la più profonda la più sconosciuta, la più vicina all’anima, è stato molto importante e arricchente entrare a far parte del direttivo dell’associazione “Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese” dove ho avuto modo di incontrare e conoscere meglio molti amici palestinesi con i quali condivido pensieri, progetti e obiettivi. L’ho detto spesso dopo la seconda Intifada, (la parola vuol dire scuotere, scuotersi di dosso, e ha scosso parecchio anche me) che in Israele si stava preparando la tomba dell’Ebraismo. L’Ebraismo come cultura, etica, filosofia, quell’Ebraismo che accoglieva e rispettava gli altri, che affermava “Rispetta lo straniero perché siamo stati stranieri in terra d’Egitto”. Restava la retorica, la propaganda, l’odio. Le accuse di antisemitismo a chiunque ebreo o non ebreo criticasse la sua politica guerrafondaia e assassina, l’ossessione della “sicurezza” mentre rende insicura la vita di un intero popolo, e infine la convinzione che a loro tutto deve essere permesso.
Israele ha un ruolo importante nei piani degli Stati Uniti per costruire un nuovo Medio Oriente, cioè per dividere e disgregare tutta la regione, gettandola nel caos (Libano) e nella guerra (Irak) per poi poter meglio dominarla e appropriarsi delle sue risorse con il metodo del vecchio colonialismo. Bush prende esempio da Sharon, da Olmert, da ogni delinquente che siede alla knesset, da come costoro colonizzano i palestinesi per usare gli stessi sistemi in tutta la regione. “L’impero statunitense sta tornando a un sistema di colonialismo diretto come nel diciottesimo secolo. Stiamo vivendo nell’era dei monopolarismo. Tutto questo sta spingendo il mondo sull’orlo del baratro. Il fondamentalismo statunitense crea dei fondamentalismi opposti che a loro volta lo rafforzano. E’ un gioco di attrazione e di sostegno reciproco tra estremismi e ogni estremismo esercita la propria forza magnetica sulle società del inondo attirando sempre più persone. Il dialogo allora è indispensabile. Non c’è alternativa al dialogo(… .) Il inondo è fatto di popoli, culture, interessi intrecciati gli uni con gli altri e non può pensare a dividersi senza distruggersi. Per questo è dovere dei saggi rifiutare i diktat dei “neocons” e di tutti i fondamentalismi che ci stanno portando verso l’abisso” (Mahmud Darwish).
In questi giorni in Israele si celebra la grande vittoria della guerra dei 6 giorni. Nella West Bank, a Gaza, a Tel Aviv (attivisti di sinistra e genitori in lutto) nel mondo, si protesta contro l’occupazione ricordando 40 anni di assedio. La popolazione palestinese è stata sottoposta alla legge militare per 40 anni, (ordini categorici stabiliscono che alcuni terreni sono “zone militari chiuse” ciò succede nelle aree agricole durante il periodo dei raccolto, non c’è appello, i soldati non devono spiegare né giustificarsi), alle incursioni in qualsiasi momento, al coprifuoco per settimane, alle limitazioni dei check point che bisogna passare per andare a scuola, al lavoro, all’ospedale, a trovare amici, con un’attesa che può durare ore e che spesso finisce con il divieto di passare senza spiegazioni e senza appello. Da quando è cominciata la costruzione del muro dell’Apartheid sul territorio palestinese molti villaggi sono del tutto isolati con la gente prigioniera nelle proprie case. I governi della UE sono rimasti in silenzio di fronte alle violazioni della legge internazionale, dall’anno scorso hanno, aumentato il loro appoggio materiale e morale alle azioni illegali di Israele, isolando ancora di più il popolo palestinese.

La tragedia del popolo palestinese, emblematica della tragedia umana, della tragedia del mondo, ricadrà su tutti noi, travolgendoci, se non riusciremo a rendere veramente efficace la nostra lotta, se li lasceremo soli.

“Non lasciateci soli, non abbandonateci.
Le nostre perdite:
Da due a venti persone, giorno dopo giorno.
E dieci feriti
E venti case
E cinquanta ulivi
Aggiungeteci la perdita intrinseca
Che sarà il poema, l’opera teatrale, la tela
Incompleta
Da “Stato d’assedio” di Mahmud Darwish

da Handala di Miriam Marino
edizioni STELLE CADENTI – 29 giugno 2008 (licenza Creative Commons)

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Emergency

EMERGENCY un Manifesto a Venezia

Per la serie SCUSATE IL RITARDO

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Manifesto per la campagna THIS IS WHAT ISRAEL IS DOING IN GAZA
Girava per la terrazza conficcandosi le unghie nelle palme delle mani, impotente. Impotente davanti al fuoco. Guardò sua moglie. Stava piangendo. Aveva paura. Era la prima volta che aveva paura. Come se la mitraglietta scarica le facesse sentire che la resistenza di Hassan altro non era che una bambinata e che i ragazzi che avevano addestrato affannosamente erano solo dei pupazzi. Avrebbe mai potuto offrire qualcosa a sua moglie? Una parola per rassicurarla e per infonderle un po’ di forza?
Senza un’arma sapeva che sarebbe morto nella sua casa come un topo in trappola.
Non sopportava che Suàd piangesse. Quando lui la guardò esasperato gli disse solo due parole:
— Hassan, il bambino?
Omar? Proprio per Omar cercava di battersi, per i piccoli del paese, maestro di giorno e combattente di notte.
Già, il suo bambino! La risposta era sulle barricate di cui ha bisogno chi combatte, e chi combatte ha bisogno di armi.
Gli balenò l’immagine degli invasori che festeggiavano una meschina vittoria ottenuta contro pacifici villaggi.
Guardò sua moglie, sarebbero morti tutti e tre se non avessero preso subito la strada per Birak Sulayman, le Cisterne di Salomone. Lì avrebbe lasciato il bambino e la madre, insieme agli altri profughi, e sarebbe tornato indietro a fare qualcosa.
— Vieni!
Le prese la mano e scesero la scala insieme. Si avvicinò al letto di Omar e lo tirò su. Dormiva. Sognava un giorno nuovo, felice, col sole della speranza. Si sarebbe riaddormentato tranquillo fra le braccia della madre.
Vide sua moglie che apriva l’armadio; riempiva un fagotto di vestiti poi andava verso il tavolino e prendeva la foto del loro matrimonio.
E se ne andarono, la moglie col fagotto, lui con Omar. Se lo stringeva delicatamente al petto cercando di dargli calore con tutto il suo affetto, in modo che non avesse paura né aprisse gli occhi su quella notte di terrore. Le pallottole avevano smesso di fischiare e neanche i cannoni tuonavano. Gli ebrei avevano forse capito, finalmente, che era inutile sparare sul villaggio disarmato. Forse risparmiavano munizioni o si riposavano in vista dell’attacco finale. Avrebbero preso Battìr, disarmata sul fianco della valle, scendendo dalle loro postazioni sul monte.
Hassan si voltò verso casa sua. I muri bianchi erano impregnati dell’argento della luna e il profumo dei fiori del mandorlo li purificava con generosità primaverile. Le pietre con cui la daisua casa era fatta venivano dalle cave della montagna, portate dai suoi avi. Il suo giardino era frutto di zappa i cui colpi erano portatori di mille promesse.

Sanira Azzam (Palestina 1927 – Giordania 1967)
da La coperta rossa in Palestinese e altri Racconti, pagine 26, 27 e 28.
Edizioni Q – Roma.

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In fondo questo è solo un post di servizio. Qui trovate tutto dell’evento: i manifesti, le ragioni e il calendario. ABBATTIAMO TUTTI I MURI.
Restiamo umani con Vik

Manifesto del Gaza Parkour

IL TOUR PER L’ITALIA
DAL 17 FEBBRAIO AL 5 MARZO

Per la prima la volta quattro ragazzi palestinesi usciranno dalla Striscia di Gaza per incontrare loro coetanei di scuole, università e centri sociali che praticano il Parkour.
In luoghi come la Striscia di Gaza il Parkour rappresenta per molti giovani il sogno di potersi muovere e andare oltre i muri e le barriere.
“Nonostante le bombe, la chiusura e la sofferenza abbiamo ancora la speranza di superare tutte le barriere” Gaza Parkour
Sintesi iniziativa:
Nell’ambito del programma di “Sostegno a spazi verdi e  attività sportive a Gaza” finanziato dalla Provincia di Roma presentato dal capofila Cooperativa Sociale “Eureka Primo” e dalla cordata di associazioni della societa’ civile (un ponte per… Assopace, Jalla Onlus, ACS e Provincia di Bemevento), si svolgera’ in Italia,  lo scambio previsto con atleti palestinesi della Striscia di Gaza.
GAZA PARKUR sara’ presente a Roma, Bologna, Milano, Bergamo e Palermo tra il 17 febbraio  e il 5 marzo 2012. Saranno organizzati eventi e incontri nelle scuole e nelle piazze/quartieri delle citta’.
Il Parkur e’ una disciplina  sportiva e di movimento che permette di superare ostacoli e barriere. utilizzata come allenamento e filosofia da molti giovani;  praticata da giovani nei quartieri  e nelle banlieu parigine, si e’ allargata a molte realtà, arrivando anche a Gaza, dove muri e barriere sono piu’ che evidenti.
Il programma prevede Conferenza Stampa in Provincia di apertura del Tour all’arrivo dei ragazzi; iniziative di concerti ed eventi in strada; incontri nelle scule con i ragazzi che praticano questa disciplina;momenti di formazione con i maestri. La UISP inoltre ha dato un grosso sostegno nella preparazione degli eventi in BOLOGNA e MILANO.
Il programma di scambio e’solo una parte del progetto complessivo che la Provincia di Roma e la cordata, ha sostenuto.
Le altre attivita’ di progetto, realizzate e in corso,  per il sostegno della popolaziione civile della Striscia di Gaza sono:
1) sostegno ad aree verdi e agricole  (realizzazione di orti domestici coofinanziato con ACS)
2) Realizzazione di un Centro  di Interscambio Culturale e Sportivo tra Italia e Palestina, gia’ aperto ma che  verra’ inaugurato ufficialmente  ad Aprile ed intitolato a Vittorio Arrigoni (cofinanziato con Cooperativa Sociale Eureka primo e Jalla Onlus)
3) Scambio di atleti e artisti
Il Programma, approvato dalla Provincia di Roma  (gennaio 2011/giugno 2012), proviene da una delibera, proposta da alcuni consiglieri, in seguito all’operazione di guerra israeliana “piombo fuso” sulla popolazione civile della striscia di gaza.
La provincia approvo’ una delibera di condanna e l’impegno di una missione nella Striscia (gia’ realizzata con il consigliere SEL  Gianluca Peciola).
Gaza Parlour NOMI DEI RAGAZZI:
Mohammed J. M.l AlJakhbir 29/05/1989
Abdallah M.M. Inshasi 17/08/1988
Ibrahim M.M. Aburahal 21/05/1987
Jehad M.M.Abusulttan 25/10/1988
Link alle attivita’ del gaza Parkour:
Il gruppo:
http://www.youtube.com/watch?v=og6PpmATsKA&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=8w8LjrF4aco&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=AYRjHBxUxHA&feature=related
I media su di loro:
http://www.youtube.com/watch?v=0rK7UHqAwYk&feature=related
Attività con i ragazzi:
http://www.youtube.com/watch?v=wcdXmQ2_D-s&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=Czfbv522Sis&feature=related

CALENDARIO

Festeggia 21 anni di occupazione.Gaza Parkoru - l'altro manifesto

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E’ mia intenzione inserire in queste pagine una serie di documenti, anche non nuovissimi, che aiutino a parlare della situazione palestinese. Perché, come diceva qualcuno, Le parole sono asce di guerra.
da:Logo del sito Becche scucite
La Moschea Musulmana a Gerusalemme, con la spianata del Tempio

ULTIMO AGGIORNAMENTO, sabato 4 febbraio: Anche la Tavola Pellegrini Medioriente critica l’accordo di Unitalsi:
“Crediamo di dar voce ai nostri fratelli cristiani palestinesi di Terra Santa nell’esprimervi il nostro sgomento per la vostra decisione di sostenere non solo la compagnia israeliana El Al, ma addirittura chi ha nei suoi manifesti obiettivi proprio “la colonizzazione della terra di Israele” (dal sito di Keren Kayameth El-Israel) attraverso il furto di quella terra che appartiene agli stessi fratelli cristiani che ci accolgono nelle loro case e parrocchie per i nostri pellegrinaggi! (…) Quante volte i parroci palestinesi vi hanno chiesto di pregare per le famiglie delle parrocchie a cui vengono sradicati migliaia di ulivi dai bulldozer israeliani, come accade in  queste settimane a Beit Jala; quante volte avete ascoltato testimonianze durissime di contadini a cui è stata rubata la proprietà, come accade nella parrocchia di Aboud (Ramallah); quante volte vi hanno chiesto di sostenere i cristiani di Terra santa non solo con le collette di denaro, ma anche con una denuncia più chiara di tutte le forme di ingiustizia che la gente subisce ogni giorno, dai check-point agli arresti, dalla distruzione delle case al furto dell’acqua”.
LEGGI TUTTO su http://www.bocchescucite.org/?p=20536

Strumenti di apartheid

(con approvazione ecclesiastica)

Roma, 27 gennaio 2012. Un’altra, pesantissima, irresponsabile e deprecabile firma di sostegno diretto all’apartheid più lungo della storia, è stata apposta, e produrrà nei prossimi anni danni incalcolabili.
Dietro le firme tra Unitalsi, El Al e Keren Kayameth El-Israel vi è un accordo apparentemente solo economico-turistico; ma la potenza occupante che da decenni distrugge nell’impunità il popolo palestinese, è riuscita a comprare l’appoggio incondizionato della più grande organizzazione cattolica di pellegrinaggi alle sue politiche di oppressione.
Paradossalmente, proprio mentre dalla Chiesa di Terra santa mai come in questi ultimi anni si è alzata forte e chiara la condanna della colonizzazione israeliana, l’accordo prevede che circa 40.000 (quarantamila) malati e anziani delle nostre parrocchie diventino inconsapevolmente sostenitori di “quell’occupazione di Israele nei Territori palestinesi che priva i cristiani della loro dignità e libertà e attende dai cristiani del mondo una più decisa condanna”. (Kairos Palestina, un momento di verità, ed.Terrasanta)
Lo stato di Israele, attraverso la sua compagnia di bandiera El Al, non solo garantirà voli più economici e aerei adeguati alle esigenze di portatori di handicap, ma soprattutto potrà godere dell’incondizionato appoggio di una massa di pellegrini adeguatamente indottrinati che, dalla mappa del kit agli hotel, dalle guide ebraiche alle visite in programma, scopriranno “la meravigliosa terra di Israele” senza poter conoscere la sofferenza e la tragedia che in quelle stesse terre sopportano milioni di palestinesi. Nessuno li accompagnerà a incontrare ad esempio le migliaia di beduini palestinesi che proprio in Israele, in questi mesi, stanno subendo l’espulsione forzata dalle loro povere case.
Per questa rinnovata “operazione scopa” (così veniva chiamata all’inizio la pulizia etnica, nel 1948) per questa “ripulitura” fisica e ideologica della Palestina dai suoi abitanti nativi, non bastano tank e bulldozer per arrestare e demolire, né caccia e bombe al fosforo per annichilire un popolo di terroristi. Servono ad Israele milioni di inconsapevoli “soldati” da tutto il mondo che, pensando di aderire ad un percorso spirituale e culturale encomiabile, prestino il loro volto innocente e magari sofferente, alla demolizione di interi villaggi del Negev (questo è l’obiettivo 2012 dell’Ente KKL che ha firmato l’accordo con Unitalsi) e aiutino  nascondere il vero volto di uno stato occupante e violento.
In realtà non si tratta di una novità per lo stato responsabile dei più efferati crimini e di reiterate violazioni di diritti umani. Il più grande investimento di Israele, dopo le spese per il mantenimento del sistema di occupazione militare, è infatti il restyling della sua immagine nel mondo, macchiata di sangue e di illegalità. Da decenni ormai il primo obiettivo è nascondere le conseguenze disastrose delle quotidiane aggressioni dell’apparato militare che controlla e regola ogni aspetto della vita di milioni di palestinesi.
Non ci stupisce allora che nelle pubblicazioni che accompagnano questa iniziativa, una improbabile cartina geografica presenti tutti i Territori Palestinesi Occupati come “Judean Desert”, riportando i nomi degli insediamenti, ma non quelli delle città e dei villaggi arabi dove sopravvivono in migliaia nei disagi e nell’umiliazione.
“Aiutateci a fare di Gerusalemme la città senza barriere” -ha affermato a Roma il sindaco della Città Santa, impegnata a nascondere agli italiani i più di 700 chilometri di “barriera”, le centinaia di check point, le colonie, le quotidiane distruzioni di piantagioni, di case, di futuro.
“La nostra supplica alle chiese del mondo” -scrivono invece in Kairos Palestina i cristiani di Terra santa- “è quella di venire e vedere come viviamo resistendo al male dell’occupazione”. Ma con ancora maggior coraggio il loro documento propone ai cristiani un’azione più forte nei confronti di Israele: “boicottare tutto ciò che viene prodotto dall’occupazione. (…) Facciamo appello a voi cristiani del mondo affinché parliate nella verità e prendiate posizione riguardo l’occupazione di Israele in terra palestinese”.
Ecco perché l’accordo lascia sconcertati: altro che parlare e prendere posizione contro le politiche di Israele! Altro che boicottaggio! Dal 27 gennaio, milioni di italiani, tenuti all’oscuro di questa  oppressione continua, diventeranno senza saperlo diretti promotori e finanziatori dei crimini di cui continua a macchiarsi Israele. Sì, perché se è enorme la responsabilità di una dirigenza senza scrupoli dell’Unitalsi, peggior sorte non potevano avere i nostri più deboli concittadini, i malati, i portatori di handicap e gli anziani delle nostre parrocchie.
Chi avrà il coraggio di dire loro che, acquistando il volo El Al e soprattutto accogliendone acriticamente tutto l’apparato di contorno, i gadget, le informazioni delle guide adeguatamente istruite, le cartine ‘a senso unico’, non solo contribuiranno a mettere a tacere crimini inenarrabili, ma non potranno ascoltare quel grido di dolore che ci raggiunge dai fratelli di fede della Terra santa?
L’aspetto più raccapricciante dell’accordo, poi, è che tutti i pellegrini dell’Unitalsi, attraverso il gesto di donare e piantare un alberello, contribuiranno alla decennale opera di devastazione della terra palestinese e della distruzione di centinaia di villaggi. Nello stesso accordo compare infatti la famosa organizzazione “sionista verde” KKL, Keren Kayameth El-Israel, il Fondo Nazionale Ebraico, creato nel 1901 per comprare e sviluppare terra nella Palestina ottomana, poi divenuto un ente no-profit dell’Organizzazione Sionista Mondiale con poteri para-statali, che anche oggi non esita a dichiarare di “lavorare per la colonizzazione di Israele”.
KKL afferma ancora con soddisfazione nel suo sito che: “Piantare alberi in Israele, è dare qualcosa di voi stessi. E mentre i vostri alberi cresceranno, migliorerete la qualità dell’ambiente in Israele. Gli anni passeranno e l’alberello piantato crescerà e fiorirà, abbellirà la Terra della Bibbia.
Fin dalla sua creazione nel 1901, l’obiettivo di JNF-KKL è stato la riparazione e il ripristino dei paesaggi di Israele. A tal fine, JNF-KKL ha trasformato sterili colline rocciose in verdi boschi. Questo progetto è unico tra gli sforzi di rimboschimento globale. Alberi in Israele sono stati amorevolmente piantati da persone provenienti da tutti gli angoli del mondo, per onorare o commemorare i loro cari. Così, le nostre foreste vivono legate a milioni di amici di Israele in tutto il mondo. Le foreste fungono da polmone verde del paese, prevengono il riscaldamento globale e forniscono spazi ricreativi necessari per residenti e visitatori, compresi i disabili”.
Peccato che ometta di dire che tutte le migliaia di alberi che ha piantato finora e che pianterà nei prossimi anni impunemente, affondano e affonderanno le loro radici nella terra sottratta ai legittimi proprietari.
Invitiamo la dirigenza Unitalsi a visitare Park Canada, vicino a Tel Aviv, magari accompagnata dall’associazione pacifista israeliana Zochrot, per rendersi conto di quanto gli ‘alberelli’ piantati dal 1967 in poi da solerti canadesi, abbiano stravolto il paesaggio che un tempo ospitava tre villaggi palestinesi, tra cui l’Emmaus del Vangelo, distrutti dall’esercito e ora sepolti dalla memoria collettiva e dalle radici di piante straniere.
La invitiamo poi a recarsi a trovare gli abitanti di origine palestinese di Al Arakib, nel deserto del Negev, costretti a sopravvivere nel cimitero del loro villaggio, unico luogo autorizzato dai soldati per sopravvivere, dopo che gli stessi in un anno hanno abbattuto 31 volte le loro povere capanne. Vedranno con occhi diversi e sgomenti, gli stessi che avevamo noi di Pax Christi in novembre, gli alberelli che KKL ha piantato ordinatamente e abusivamente nelle terre attorno, sequestrate con la forza ad Abu Medigem e alla sua famiglia. E vedranno quanto, tra macerie e cose di casa, il cartello “Alberelli degli ambasciatori” strida vergognosamente con la sconcertante  ingiustizia subita da questa gente, ora israeliana di passaporto ma non di diritto.
Siamo sicuri che anche il Patriarca latino di Gerusalemme, mons. Twal, conosce benissimo tutto questo, si rattrista come sempre dimostra per le ingiustizie subite da cristiani e musulmani in tutta questa santa terra, e sa alzare forte la voce contro l’oppressione come ha coraggiosamente fatto nel suo messaggio natalizio. Per questo ci rammarica e ci sconcerta il timbro di “approvazione e benedizione dell’iniziativa” apposto da lui stesso, la più alta autorità ecclesiale in Terra santa. Così facendo egli avvalla e copre la posizione di Unitalsi, che in questo modo potrà difendersi da critiche e proteste. A fianco della foto del Patriarca e della sua lettera di approvazione, già presenti in primo piano nel sito www.unitalsi.info, in futuro immaginiamo che si potrebbero trovare le seguenti, legittimate affermazioni: “a chi venisse il dubbio che siamo diventati i più grandi sponsor dell’apartheid israeliano, a chi provasse ad accusarci di essere stati troppo superficiali nel sostenere direttamente la colonizzazione e la distruzione della terra santa, a chi ci accusasse di usare per questo appoggio politico dalle pesantissime conseguenze i cristiani più deboli, i malati che ingenuamente si iscrivono in massa ai Pellegrinaggi sui luoghi di Gesù, a chiunque insomma noi chiuderemo la bocca dicendo semplicemente che abbiamo l’approvazione ecclesiastica.”
BoccheScucite, 1 febbraio 2012
www.bocchescucite.org
unponteperbetlemme@gmail.com

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Mafifesto con Vittorio Arrigoni tra i bambini di Gaza e le parole della canzone UnadikomUNA PACE DIFFICILE. Quando si parla di Israele o di questione palestinese si dovrebbe essere certi di sapere di cosa si sta parlando. E’ possibile nel 2012 sostenere ancora un esercito di invasione, una politica di nuovo imperialismo e il progetto di genocidio, di una pulizia etnica? Sì! sembra sia possibile, ma è possibile farlo senza provare nemmeno un senso di vergogna? Le immagini del file PowerPoint che accompagnano il post sono foto raccolte qui e là in rete e testimoniano cos’è quello che viene comunemente chiamato stato di Israele e “la sua democrazia”. Non è difficile trovare in giro per internet testimonianze di quello che avviene veramente in quelle terre anche se i giornali e la televisione non ne parlano. Il progetto di uno “stato di stampo razziale” ovvero su base religiosa è molto precedente all’olocausto. Rispettiamo quello che hanno subito quei milioni di uomini di credo semita: la più grande tragedia e vergogna della storia dell’uomo. Questo nulla ha a che fare con quelli che, nascondendosi dietro il senso di colpa degli altri (dell’occidente), hanno messo in atto quello che è il più grande, organizzato e numeroso gruppo terroristico mai visto che chiamano esercito e hanno costruito la più grande caserma mondiale e l’hanno chiamata stato. Quale pace e democrazia è la loro? Ma io mi chiedo: come si può vivere un’intera esistenza in armi sognando solo di annientare un popolo e cancellarlo dalla sua terra? Per poi chiamare stato quelli che altro non sono che territori occupati. Dove ci porterà questa educazione all’odio? E nelle televisioni scorrono le immagini dei cattivi terroristi integralisti islamici. Nessuno nega che ci siano, e sempre più. Provate a mettervi nei loro panni. Non c’è famiglia palestinese che non abbia avuto un lutto, che non conti tra i suoi componenti vittime dei carnefici di Israele (sia dell’esercito che dei civili in armi, con particolare impegno da parte dei coloni). I palestinesi vivono oggi nel 18% (scarso) della loro terra. In prigioni a cielo aperto (non solo nella striscia di Gaza). In enclave. Andate a vedervi la cartografia storica. Quando va bene trattati peggio degli animali, sbeffeggiati, vilipesi, torturati. Di notte una rete Rai ha mostrato, finalmente, la situazione di Hebron. Tutto il mondo civile dovrebbe unirsi in un solo grido:

Palestina libera.

ISRAELE un popolo in armi

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