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Archive for settembre 2012

Gerusalemme capitale della PalestinaCaro amico (ma anche ma?), perché la parola PACE ti fa tanta paura? Eppure non è una parola fragorosa, non grida, non tuona. Non porta rabbie, non coltiva rancori. E ha dei magnifici colori. E una lunga storia. E forse appartiene di diritto ai territori dei giusti.
Quello che volevo dire inizialmente volevo scriverlo in forma di domande, un po’ retoriche e un po’ carognose, per ricacciare in gola, più nel dubbio che nei fatti, le verità mentite, nascoste, taciute, tradite. Ma poi perché? La storia ha scritto questi giorni come affermazioni. Perché menare il can per l’aia? Prenderci gioco di noi e delle cose? Qui si compongono solo verità che nulla né il tempo potrà mai smentire:
E’ vero che i sionisti non hanno chiesto una terra per gli ebrei ma solo una terra per i sionisti e hanno fatto della religione un pretesto.
E’ vero che, per falso rimorso e per i soldi, è stata data una terra ai sionisti per farne la loro terra, il 60% della Palestina.
E’ vero che è stato detto e scritto che quella era “una terra senza popolo per un popolo senza terra” ed è allo stesso tempo vero che quella terra aveva un nome, Palestina, una storia e un popolo ora occupato.
E’ vero che la politica israeliana negli anni s’è presa più dell’80% di quel territorio, la Palestina, e ancora non basta.
E’ vero che Israele, con chi gli s’è asservito, ha negato la possibilità a quel popolo di veder riconosciuta la loro patria almeno in quel pezzo della loro terra; meno del 20%.
E’ vero che Israele nella terra dei palestinesi ha creato muri (col falso mito della sicurezza), l’ha attraversata di strade solo per israeliani e seminata di morte e di posti di blocco (i cosiddetti checkpoint).
E’ vero che Israele ne limita l’accesso per qualsiasi via, che è stato bombardato l’unico aeroporto e continuamente bombarda le scuole e gli istituti pubblici.
E’ vero che ai bambini palestinesi è pressoché proibito, nei fatti, raggiungere la scuola e che per farlo rischiano la loro incolumità. Che si continua a tentare di abbattere anche la scuola di gomme.
E’ vero che sono state sottratte ai palestinesi quasi tutte le fonti d’acqua lasciando loro solo poche risorse inquinate.
E’ vero che ai pastori vengono ammazzate le pecore.
E’ vero che i contadini non possono raggiungere tranquillamente i loro campi e che se non li raggiungono vengono loro confiscati.
E’ vero che, sempre, con le armi viene impedita ai pescatori la pesca non oltre le venti (20) miglia ma entro le tre (3) miglia.
ETCETERA (si potrebbe continuare all’infinito).
Se Israele vuole cominciare ad essere, come dice di essere, una democrazia deve imparare a parlare di PACE e (soprattutto) di DIRITTI UMANI. Deve porre fine all’apartheid. Deve cominciare ad accettare almeno le risoluzioni Onu. Deve smetterla di massacrare i civili (compresi vecchi, donne e bambini) e di coprirne i massacri. Deve smetterla di educare i propri figli nel terrore e nell’odio verso tutto e tutti cioè deve smettere di essere Israele.

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Il profilo del pulo ullula alla luna

Senza le bugie allora impazzerebbero le paure. Senza bugie non saremmo quello che siamo. Non chiedere come sto. “Non ti preoccupare di me; tanto non lo faresti. Non dirmi nemmeno la verità perché ne ho fin troppa di verità. E di piccole cose e di miseria”. E se mi guardo non piaccio nemmeno a me. E allora dimmi bella. E allora dimmi che mi ami. Dillo per favore, tanto non credo nemmeno al tuo nome ma ho voglia di spendere la tristezza. E cerca di crederci mentre lo dici. Cerca di illudermi e di illuderti. E così facile mentirsi che ne vale la pena. Anche se sono solo bolle di sapone.
Strappò alcune pagine dal calendario ma non gli fu di utilità. Avrebbe voluto poterla amare. Ne aveva bisogno. Ciò che diceva di sé gli sembrava comunque quella bugia. Come se dovesse lusingarsi, farsi bello. Chioccia la voce e terribile il risultato. Ricerca di vecchie avventure con la paura del silenzio. Perché le parole non parlano? E ti lasciano quando servono? Anche i ricordi gli rammentavano che non era più quel ragazzo; libero; disposto ad illudersi; capace d’amare. Deve essere questa l’età, questo rimpiangere.
Nonostante le parole di lei si sentiva perso; perso e vuoto. Raccolse un sasso e caricò la fionda. Mirò alla luna perché era inutile sprecare energie per meno.

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1948-2012
64 anni di Resistenza in Palestina

C’è una Resistenza in Palestina, una Resistenza che dura da 64 anni. C’è un genocidio in Palestina, un genocidio cominciato più di 64 anni fa. C’è una verità in Palestina, una verità taciuta e mentita, una verità che ha molto più di 64 anni.
Dal Congresso di Basilea (29-31.08.1897, ripetiamo milleottocentonovantasette) Theodor Herzl dà corpo alla sua idea di uno stato per le “popolazioni” di religione ebraica. In realtà inizialmente non viene colto l’aspetto razziale del progetto, ma subito le persecuzioni li fanno persecutori.
Il 2.11.1917 il Regno Unito si impegna, lettera del Segretario per gli Affari Esteri Arthur James Balfour a Lord Lionel Walter Rothschild (banchiere svizzero attivista sionista), a destinare dei territori in Palestina per costituire un “focolare nazionale” con l’intento di dare “una terra senza popolo per un popolo senza terra” cioè la famosa “terra promessa”. Unica piccola anomalia è che quella terra è la Palestina e lì un popolo c’è, quello palestinese, e una cultura, tra le più ricche dei paesi arabi. Dal 1921 è l’inizio della violenza e la fine della storia civile di questi popoli.
Gli anni che vanno dal 1936 al 1947 vedono crearsi le basi per lo scoppio della famosa guerra arabo-israeliana del 1948. Cominciano le proposte di formazione di 2 Stati separati. E’ a questo punto che i sionisti cominciano attacchi terroristici contro inglesi e palestinesi. Nel 1947 gli Inglesi rinunciano al Mandato e passano la palla all’ONU anche perché il potere di influenza sulla regione sta sempre più passando in mani statunitensi. E subito assistiamo al primo massacro, quello di Deir Yassin consumato il 9.04.1948, sei settimane prima della proclamazione dello Stato di Israele e prima che scoppiasse la conseguente guerra nel 1948, con il massacro di circa 200 civili palestinesi ad opera di membri dell’Irgun guidati dal futuro Primo ministro israeliano Menachem Begin ai danni degli abitanti arabi dell’omonimo villaggio presso Gerusalemme ovest, nella Palestina all’epoca sotto Mandato britannico. E’ questo l’inizio di una vera e propria pulizia etnica che dura ancora.
La risoluzione Onu 181 propone l’ennesima divisione in Stati separati, ma gli Arabi rifiutano: agli ebrei sarebbe andato il 54% delle terre anche se erano solo il 30% della popolazione presente. Nel Maggio 1948 gli Stati arabi mandano truppe in aiuto ai palestinesi. Ma già le truppe ebraiche avevano conquistato grandi fette di territorio designato dall’Onu come Arabo, provocando la fuga di 300.000 rifugiati palestinesi. Il mediatore Onu Folke Bernadotte viene ucciso dal gruppo terroristico ebraico Stern a Gerusalemme, e lo Stato d’Israele viene proclamato il 14 maggio 1948. La guerra continua, e all’inizio del 1949 Israele vince definitivamente conquistando il 73% della Palestina. I rifugiati palestinesi sono ora 725.000.
Ai palestinesi, alla fine della guerra, rimane Gaza (con amministrazione egiziana) e la Cisgiordania (con amministrazione giordana). Gli scontri di frontiera continuano fino al 1956, quando Israele (in accordo con la Gran Bretagna e la Francia) attacca l’Egitto (che aveva nazionalizzato il canale di Suez) conquistando Gaza e il Sinai (gli Usa li convinceranno a ritirarsi un anno dopo). Con quel pretesto l’esercito israeliano entra nella striscia di Gaza dove si assiste ai massacri di civili soprattutto a Rafah e Khan Younis vicino al confine egiziano. In realtà nella striscia vi hanno trovato rifugio i profughi palestinesi in attesa di ritorno e comincia ad essere una prigione a cielo aperto, un vero e proprio lager.
Nel 1964 nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Questo gruppo compie azioni di guerriglia contro Israele, e verrà visto come l’unica speranza di riscatto palestinese; è l’inizio della Resistenza.
Nel Giugno 1967 Israele attacca l’Egitto. E’ la nota Guerra dei 6 Giorni, che segna la umiliante disfatta araba. In un baleno Israele occupa il Sinai, Gaza, la Cisgiordania, parte del Golan siriano e Gerusalemme Est. Nel Novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu condanna la conquista dei territori di Israele con la risoluzione 242, che specificamente chiede: il ritiro israeliano dai territori occupati e una soluzione giusta per i rifugiati. Egitto e Giordania accettano subito; Israele la accetterà 3 anni più tardi senza però mai evacuare i territori.
Nel 1973 Egitto e Siria attaccano a sorpresa Israele (guerra del Kippur) che è in seria difficoltà, solo grazie a un massiccio aiuto militare americano si riprende e addirittura avanza nel Golan. Interviene la mediazione di Kissinger e un’altra risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la 338, chiede il cessate il fuoco e il rispetto della risoluzione 242, ma su quest’ultimo punto c’è un nulla di fatto. Iniziano, o meglio continuano i massacri di palestinesi.
Ricordiamo il massacro di Tell El Zaatar del 1976 (20.06-12.08), il nome vuol dire Collina dei Tigli, un campo palestinese alle porte di Beirut di 20mila abitanti. L’esercito siriano, protetto da quello israeliano, isola Tell El Zaatar dalle truppe palestinesi proteggendo il lungo assedio dei cristiano maroniti. 53 giorni dopo ciò che resta di Tell Ell Zaatar si arrende. Più di mille morti, vecchi e bambini, morti di guerra ma anche di fame e stenti, anche se la resistenza armata aveva abbandonato il campo. Si prova a nascondere la tragedia.
Nel novembre 1977 il presidente egiziano Sadat incontra il premier israeliano Begin in Israele e firma a Washington il 26.03.1979 la pace con Israele, primo Stato arabo a farlo (verrà per questo assassinato da killer fondamentalisti nel 1981). Gli Arabi si sentono traditi. Nel 1982 Israele reinvade il Libano, con la scusante di dare la caccia ai cosiddetti “terroristi”, e arriva fino a Beirut con l’aiuto delle milizie Cristiane Maronite libanesi. Gli Usa mediano la fuga dell’Olp e di Arafat da Beirut, dove si erano asserragliati, ma nessuno protegge i civili palestinesi: il risultato è che nel campo profughi di Sabra e Chatila le milizie Cristiane Maronite, protette dall’esercito israeliano sotto il controllo di Ariel Sharon (allora ministro della difesa), sterminano 1.700 civili palestinesi, destando orrore in tutto il mondo. Israele si ritirerà dal Libano (esclusa una fascia al sud) nel 1985, lasciandosi alle spalle 17.500 morti.
Ricordiamo ancora tre piani di pace del 1982 proposti da Usa, Urss e Stati Arabi: gli USA rifiutano la richiesta araba di autodeterminazione per i palestinesi, e ignorano il piano sovietico. Gli arabi accettano tutti e tre i piani. Israele li rifiuta tutti e tre. Iniziano colloqui con una proposta giordano-palestinese: terra ai palestinesi in cambio di pace, accettazione di tutte le risoluzioni Onu, autodeterminazione del popolo palestinese, soluzione per il problema dei rifugiati. Il fallimento delle trattative è da attribuirsi al rifiuto Usa di accettare l’autodeterminazione del popolo palestinese. Mentre il Consiglio Nazionale Palestinese ritrova un’unità fra tutte le fazioni, nei territori occupati il pugno di ferro di Israele, con la costruzione di insediamenti ebraici illegali, con le deportazioni, con le violenze contro i civili e con le torture (che verranno legalizzate dall’Alta Corte di Giustizia israeliana, unico Stato al mondo a farlo) trova un fronte unito, e i giovani palestinesi esplodono nell’Intifada (sollevazione) il 9.12.1987.
Il 13.09.1993 Arafat e Rabin (a Washington) firmano una Dichiarazione di Principi, che comprende il mutuo riconoscimento di Israele e dell’Olp, il ritiro israeliano da Gaza e da Jerico, e un non meglio specificato ritiro israeliano da alcune aree della Cisgiordania entro 5 anni. In base a questi accordi, chiamati “di Oslo” grazie alla mediazione norvegese, è concesso all’Olp di formare una propria amministrazione dei territori che cadranno sotto il suo controllo. Tuttavia gli accordi rimandano a negoziati futuri i punti più spinosi: gli insediamenti ebraici illegali in terra palestinese, il ritorno dei rifugiati palestinesi, le risorse idriche, e il destino di Gerusalemme Est, che i palestinesi rivendicano come propria (come nella risoluzione Onu 242) mentre Israele vuole fare di Gerusalemme la propria capitale. Il resto non è più storia ma cronaca e tutto continua, compresi i genocidi, la pulizia etnica, le vessazioni e il tentativo di impedire qualsiasi parvenza di vita normale, gli espropri e tutto il resto, in una terra martoriata che si chiama Palestina.
Nel luglio del 2000 Clinton convince un riluttante Arafat e Barak ad andare a Camp David (Usa) per finalizzare gli accordi di Oslo. L’incontro naufraga in un nulla di fatto, Arafat è responsabile di respingere la generosa offerta israeliana: viene concesso molto più territorio di quanto fosse mai stato fatto, ma resta il rifiuto al ritiro da Gerusalemme Est, ad affrontare la questione dei rifugiati palestinesi, a rispettare la risoluzione 242, ad affrontare drasticamente la questione degli insediamenti ebraici illegali, e non c’è nessuna continuità territoriale dove costruire uno stato. Arafat non poteva accettare.
Il 28.09.2000 Ariel Sharon, leader dell’opposizione israeliana di destra (Likud), sfila a piedi con un esercito di guardie armate presso la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri della religione musulmana ed è un oltraggio imperdonabile. Le rabbie e le tensioni accumulatesi nei precedenti dieci anni riesplodono nella seconda Intifada. A differenza della prima Intifada (1987-91) questa sollevazione è assai più sanguinosa: da parte palestinese c’è un uso massiccio di armi da fuoco leggere contro i soldati israeliani e talvolta contro i civili, e soprattutto c’è un marcato aumento di giovani kamikaze, mentre da parte israeliana la repressione, le uccisioni dirette e indirette di civili palestinesi, le devastazioni di aree abitate e gli “assassinii mirati” di presunti terroristi e/o di leader politici, non conoscono più limiti. E l’orrore continua.
Per questo chiediamo l’istituzione “anche” di una “giornata della memoria” per il popolo Palestinese in quella data (15 maggio) che loro ricordano come il giorno della Nakba (letteralmente “disastro”, “catastrofe”).

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fotogramma dal film

“Vik Utopia. L’omicidio di Vittorio Arrigoni”

Milano Film Festival, Sezione “Colpe di stato”.
Regia di Anna Maria Selini, montaggio di Marco Careri e Milvio Micheloni, fotografia di Anna Maria Selini con la collaborazione di Fadi Hanona. Musiche di Juzhin, Shirley Said, Marco Arturo Messina, Francesco Taskayali. Con immagini di Alberto Arcè e Rosa Schiano.
Teatro Auditorium San Fedele/ Duomo San Babila

Domenica 23 settembre 2012. Spesso è solo il tempo che manca. Certo avrei voluto parlarne a caldo; prima. Darmi testimonianza di una bella giornata e di forti emozioni e di grande commozione. Gli occhi lucidi. Tanti amici, e tutti con la Palestina nel cuore. E tutti con un ricordo di Vittorio. E alla fine della proiezione una domanda: “E’ stata fatta giustizia ma sapremo mai la verità?” Una domanda che ormai si pone da tempo e in più parti. A volte mi chiedo cos’è la verità. Brutta storia questa brutta storia. Sì! a suo modo il processo e la condanna sono stati esemplari. Si sa, quasi da subito, chi sono (chi potrebbero essere, chi si pensa siano, chi fanno da capi espiatori come…) gli esecutori materiali. Certo manca di chiarire la figura di questo “giordano”. E perché proprio Vittorio? Vittorio come Juliano ucciso dai suoi, da chi difendeva? Un grido attraversa tutte le gole: “Vogliamo la verità. Una verità vera”.
E dopo a cantare Bella ciao. Io non voglio altre verità. Ho una mia verità: Vittorio è stato ammazzato da chi ha scritto la sua condanna, dagli estremismi dell’una e dell’altra parte. Vittorio è stato ammazzato da chi combatteva: dalla violenza arrogante del potere. Non ho bisogno di sapere nessun’altra verità perché una cosa è certa: nessun’altra verità e nulla ci potrà ridare Vittorio.

Vittorio_arrigoni:_una sentenza senza verità

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Disegno in BN

Sospettava un sospetto. La girava, la voltava tra le dita ma una corda non restava nient’altro che una corda. Filamenti erano rimasti nel collo; niente di alcuna utilità. Dopo il minuzioso sopraluogo si alzò deluso. L’unica certezza era che quella corda gli aveva tolto la vita. Era un’indagine che poteva apparire complessa quella dello strangolatore di Arcave. Lui aveva un corpo e mille ragioni per un delitto ma niente in mano; già! tranne l’arma: la corda. Nessuno, naturalmente, aveva visto niente. Non c’erano testimoni attendibili, solo voci e chiacchiere e parole di impacciato imbarazzo e conforto per Giulia. “Cara… non faccia così. Vedrà. La vita continua”. Lei non aveva che lui. Carlo Spillare non sapeva come dirglielo ma lui la pensava così e ormai ne era quasi certo. Lo strangolatore di Arcave non era nemmeno uno strangolatore. Si poteva supporre che ne fosse rimasto impigliato da solo. I gatti sono animali strani: cadono sempre con le zampe, hanno quell’aria felina che sembrano sempre in caccia, vedono le cose molto da distante e quando noi non le possiamo vedere e poi finiscono sotto una stupida macchina o impiccati ad una corda dei panni. “Venga, l’accompagno per un pezzo. Le posso… magari un caffè”?

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Paesaggio di bandiera palestinese dove vola la colomba della pace

Il gruppo Restiamo Umani con Vik (nel cuore) opera nel ricordo di Vittorio Arrigoni a favore della Palestina col proposito di “informare e fare cassa da risonanza” a quello che succede in questa terra che, pur non essendo troppo lontana da noi, viene trattata come un tabù, un oggetto misterioso di cui si racconta solo un immaginario suggerito ed enfatizzato dalla sicurezza dell’occupante. Siamo nati per caso e per amore in un territorio, Venezia e dintorni, dove questa realtà è da molto tempo e per varie ragioni, dimenticata.

Nel nostro percorso, oltre a banchetti informativi, a dibattiti supportati da materiali audiovisivi come canzoni e video, affiancati anche a spettacoli teatrali (come “Io sono Palestina”), il nostro fiore all’occhiello è una Mostra di disegni di bambini di Gaza dal titolo I bambini disegnano il conflitto.

L’intento è quello di parlare di Palestina attraverso la difficile realtà disegnata da questi bambini. I loro disegni parlano molto di più di tutte le dotte disquisizioni dei nostri intellettuali. La loro denuncia è puntuale e sinceramente indimenticabile.

Per questo proponiamo: “Adotta la Mostra” un modo per rendere itinerante questo coinvolgente materiale, in modo da consentire di parlare della Palestina e per poter sostenere che la Palestina è davvero un Bene Comune da difendere con tutte le nostre forze. Solo in questo modo riusciremo a salvaguardare l’immenso bene della Libertà e del rispetto dei Diritti Umani.

La mostra è anche uno strumento adatto per creare percorsi educativi all’interno delle scuole. Cerchiamo inoltre di sostenere nel nostro piccolo quegli attivisti che operano all’estero, magari mettendo a rischio la loro stessa incolumità, di creare in Italia eventi e Flash Mob dove la gente si incontri per condividere l’amore per la pace perché come diceva lo stesso Vik: “Continueremo a fare delle nostre vite poesie, fino a quando libertà non verrà declamata sopra le catene spezzate di tutti i popoli oppressi” denunciando il muro della vergogna e dell’apartheid così come tutti i muri e le ingiustizie.

Ultimo, ma non meno importante lavoro è la raccolta di “corti e micrometraggi” sia sulla situazione palestinese, sia sulla “primavera” araba, con particolare attenzione alle realtà dei popoli in conflitto. Alcuni di questi “corti”, da tutto il mondo, concorreranno al Videoconcorso Pasinetti che premierà l’opera più meritevole, ma anche le altre opere saranno raccolte e presentate in una Sezione speciale, che prenderà il nome di “Oltre i muri”, che verrà proiettata in sale cinematografiche con la presenza, quando possibile, degli autori e con dibattiti sui temi trattati.

Questo progetto ambizioso sta cercando di ottenere sponsor e patrocini anche in ambito della Biennale e di tutto il mondo culturale veneziano, visto che riteniamo importante, anzi fondamentale, dare risalto alle realtà emergenti e alle culture del Mediterraneo e del Medio Oriente nonché salvare un cultura ricca che l’oppressore vuole negare e cancellare.

Il nostro lavoro quotidiano principale sarà di portare sempre di più agli occhi dei molti le difficili questioni relative alla Palestina e alla pace, ai popoli oppressi e ai paesi sotto occupazione, evidenziando la loro autodeterminazione come giusto approdo alla loro voglia di emancipazione e libertà, perché solo la libertà di tutti è anche la vera libertà, anche nostra.

La Palestina come metafora e come difesa di un Bene Comune.

restiamoumanivik@gmail.com

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Manifesto Justice For Vittorio

Vittorio Arrigoni nasce a Besana in Brianza il 4 febbraio 1975. Vittorio, per gli amici Vik, è stato reporter, scrittore, ma soprattutto attivista internazionale. Vittorio è morto ammazzato a Gaza il 15 aprile 2011. Sui mandanti, almeno su quelli morali, credo non ci siano dubbi: gli integralismi e i fanatismi di qualsiasi parte (sia politica che religiosa). Per il resto il processo non vuole andare avanti. La sua pare una verità scomoda per tutti. E poche voci si alzano anche dall’Italia per chiederla. Vittorio era dalla parte dei più deboli, era dalla parte dei Palestinesi. Vittorio era nella lista nera. Ma che ci faceva Vittorio a Gaza?
Vittorio faceva da “scudo umano”. Ma cosa vuole dire fare da “scudo umano”? Vuole dire fare schermo con il proprio corpo per permettere ai bambini palestinesi di andare a scuola, ai pescatori di pescare, ai contadini di coltivare. Mettendo a rischio, certo, la sua stessa incolumità. Coloni e soldati quasi mai vanno tanto per il sottile. Ma davanti ad un attivista internazionale, magari testimoniato con telecamera, una riserva in più la fanno. E allora non puoi reagire, è questa la prova più difficile. Non puoi reagire perché metteresti ulteriormente a rischio l’incolumità di chi stati difendendo: siano essi bambini, pescatori, contadini; gente comune. Perché scateneresti ancora di più la rabbia dei macellai. E a Gaza Vittorio era il grande amico degli ultimi, dei Gazawi.
Immagine di Rachel CorrieVittorio e stato ucciso a 36 anni, ammazzato come tanti altri. Come tanti altri a Gaza e in tutta la Palestina occupata. Come Rachel Corrie (Olympia, 10 aprile 1979 – Rafah, 16 marzo 2003) anche lei attivista dell’International Solidarity Movement (ISM). Come tale, aveva deciso di andare a Rafah, nella striscia di Gaza, durante l’Intifada di Al Aqsa. E’ stata uccisa nel tentativo di impedire ad un bulldozer corazzato dell’esercito israeliano di distruggere alcune case palestinesi. Anche per lei non c’è giustizia: i tribunali israeliani hanno sentenziato che è finita sotto un muro pericolante crollato e/o altre sciocchezze simili. Nessun responsabile, nessuna condanna per l’assassinio di questa ragazza di soli 24 anni.
Certo non è facile vivere nella striscia di Gaza, né in tutta la Palestina. Non è facile essere palestinese; né all’interno della propria patria, né in un campo profughi fuori dalla Palestina, né ramingo per il mondo. Ma i morti palestinesi sono morti senza nome, sono solo donne, uomini, vecchi, bambini. Sono numeri di un lunghissimo elenco che pare non debba finire mai. Sono prigionieri dentro la propria terra. Privi di diritti. Privati del rispetto, e della dignità. Privati della possibilità di lavorare, di una casa, persino dell’acqua. Ci resta in gola una domanda: «si può ancora credere alla favola che esista un intero popolo di terroristi»?
Oggi a Gaza, a difendere dai diritti negati, dalla stessa vita negata, a porsi tra la vita stessa e gli assassini, c’è una giovane ragazza napoletana: Rosa Schiano (Rosa Schiano Stay Human).
Ci piace pensare che Vittorio è tornato a Gaza per aggiungere nuove testimonianze al suo libro: «Gaza. Restiamo umani. Il Manifesto-Manifestolibri». E continueremo sempre a chiedere «Giustizia per Vittorio».

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