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Archive for novembre 2012

Ripropongo qui un suo vecchio post perché la Resistenza è sempre di attualità e la nostra storia non deve appannarsi nei nostri ricordi né nel nostro presente.

Che bello che sarebbe il mondo
Richiamata a viva voce dai precedenti post sulle Resistenze, mi sono sentita spinta a scrivere un post che racconta, attraverso le parole di una lunga filastrocca canora, divisa in quattro parti, la lunga storia della Resistenza della città di Venezia.
Questa canzone è scritta e cantata da Alberto D’Amico, uno dei componenti (con Gualtiero Bertelli, Luisa Ronchin e Silvano Bertaggia) del Canzoniere Popolare Veneto. Gli anni sono quelli della contestazione. Loro sono i menestrelli, che pur usando il dialetto veneziano, raggiungono l’obiettivo di raccontare una storia nella Storia. L’esistenza dei figli del popolo di fronte agli eventi più grandi di loro.

Arrivano i barbari
Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per cappello
sono una valanga che si butta
hanno una fame arretrata
hanno bruciato tutto l’Impero
scappiamo che ci vogliono mangiare.

Scappiamo scappiamo portiamo le vacche,
gli stracci, i pidocchi, i gatti e le oche,
salite tutti in barche vi spingo col remo
state fermi però che ci ribaltiamo.
Sta buona Luisa non starti dar pena
ti trovo una casa fuori in barena,
stai buona Luisa una casa si trova
stanotte dormiamo sotto la prora,
sta buona e copri il bambino che tossisce
domani mangeremo polenta e pesce.

E con questa barca e questa laguna
tira la rete che è piena.
Fa piano Luisa che si strappa,
viene giù Venezia e il sole l’asciuga
Ma viene il temporale e i pirati
la nostra orata ci hanno rubata.

Con le squame si sono fatti una flotta veloce
con le lische gli archi, le lance e le frecce
dagli spalti ti buttano l’olio che bolle
il Capo Pirata si chiama: Doge.
Le statue, i marmi, le colonne e gli ori
è roba rubata ai greci e ai mori
le chiamano bellezze ma io ho paura
che un pezzo di marmo ci manda in guerra
nati dai cani sono pieni di soldi
ed io e Luisa mangiamo fagioli…

Venezia patria mia diletta
Venessia patria mia dileta
tu vai di furto e di rapina
sotto il vessillo di S.Marco
per questa Repubblica da “sbarco”
mi hanno mandato perfino in Cina
a rompere i coglioni a Gengis Kan.

Si parte dal mondo con una carovana
guarda Luisa che bella è la Cina
razzi colorati, bachi da seta,
la polvere pirica e la pancia di Budda.
Carica tutto, fa su la tenda
che il nostro padrone così ci comanda
Questa carovana non l’ho capita,
siamo cristiani e facciamo razzia.
Luisa che ladro è Marco Polo,
corri che i mongoli ci corrono dietro.

In Adriatico le lotte
le navi tornano a casa rotte
spingono rabbiosi gli infedeli
ci vogliono rubare i monopoli
Di là in Atlantico la Spagna
il nuovo mondo ha trovato.

Cristoforo Colombo aveva ragione
il mondo è rotondo come un pallone
con la Nina, la Pinta e la Santa Maria
lui si porta a casa l’oro e l’argenteria.
America, America terra preziosa
ma gli indiani son gente che è permalosa
arrivano i velieri e i cannoni spagnoli
gli Aztechi e gli Inca vengono massacrati
per cosa e perché dobbiamo uccidere
mi pare una falce sta cristianità.

Guarda Luisa che malanni
scoppia la guerra dei trent’anni
mi faccio fiato e grido basta
mi arriva in bocca una tempesta.
I fiumi portano le carogne
e l’aria ormai si è impestata.

Scappiamo, scappiamo che arriva la peste
raccogli le cose dentro le ceste
copri il bambino con i panni di lana
canta Luisa che faccia la nanna
canta che gli angeli buttino una corda
che ci tiriamo su da questa merda.
“Dormi bambino che andiamo sulle stelle,
domani la Madonna ti dà le caramelle,”

Che bello il mondo che sarebbe
Che bello il mondo che sarebbe
se non ci fosse la Turchia
per questi domini di oltremare
ci tocca sempre litigare
ma dopo infine gli ottomani
ci hanno fatto sbaraccare.

Si torna tutti a casa si torna dalle donne,
leviamoci le corazze che andiamo delle buone
Luisa fatti bella sono pieno di nostalgia
tu sei la migliore al mondo tu sei la patria mia.
Ma i nobili stanno male per la disperazione
le lacrime che bruciano agli occhi e vengono giù
abbiamo perso tutto, tutte le sostanze
ma in riva del Brenta chiamano le maestranze
si fanno fare le ville bianche di candore
e con questi fazzoletti si fan passare il raffreddore.

Nel settecento ero pulito (senza soldi)
e Pietro Micca poveretto
scoppia su una polveriera
io ho pensato fosse un’altra guerra
Ma qui Venezia è tranquilla
qui scoppia solo il Carnevale.

Zucchero e coriandoli piovono in Canalazzo
(Canal Grande)
Venezia è una frittella che si lecca il giovedì grasso
per strada c’è un’allegria di maschere e giocolieri
c’è una sarabanda di pifferi e tamburi
oggi non si tribola e nemmeno si macina
mangiamo e beviamo, domani è quaresima.
I conti e le contesse al ballo si sono invitati
poi si corrono dietro con le mutande in mano
così approfittando di tanta confusione
il ruffiano Giacomo Casanova scappa di prigione.

Se Casanova è un ruffiano,
Napoleone è proprio un disgraziato,
per fare la pace col tedesco,
ci ha venduti come fossimo un fiasco
e gli austroungarici ci bevono
…alla salute dell’Imperatore.

Leone, Leone, tu sei diventato
povero stecchito come un baccalà,
l’aquila borbonica ha due teste nere
e noi ci trasformiamo in remi da galere
il mare non c’è più la gloria è finita
per andare fuori dell’acqua si va in ferrovia
“ehi della gondola quali novità?”
ci dicono che l’Italia stavolta si è svegliata
Il boia di Radetzky si è ritirato
un secolo va via è un altro è arrivato.

Il conte Volpi di Misurata
dato che era un patriota
fa la guerra sulle barene
contro cicale di mare e seppioline
pianta nelle secche gli sbarramenti
e i pesci più non possono passare.

Scappate, scappate anguille, sogliole e paganelli,
le pompe tirano l’acqua, i asciugano i canali,
arrivano i barconi e scaricano la ghiaia,
dove c’era il mare adesso c’è Marghera,
I pesci fanno pena non c’è più rispetto
sono scappati tutti come a Caporetto,
Luisa è il progresso perché ti lamenti?
Marghera dà lavoro negli stabilimenti,
con la SAVE, la SIRMA e i profumi della Vidal
è nata la Prima Zona Industriale.

Quante ricchezze e quanto oro
abbiamo fatto con il lavoro,
io vorrei sapere con che diritto
loro ci hanno spogliato di tutto,
vorrei sapere perché se grido
mi rispondono col bastone.

Olio di ricino il Duce col bastone
l’Italia è nera come una prigione,
partono i legionari che vanno in Eritrea,
tornano con la scabbia, la sifilide e la diarrea
anche la Somalia è diventata italiana,
Vittorio Emanuele si mangia la banana
siccome siamo santi, eroi e navigatori
ci tocca andar in Spagna tutti volontari,
il maresciallo Goering gli aerei ha mandato
a Guernica ha fatto la prova generale.

[Con questo Benito e con Adolfo]
Con questo Benito e con Adolfo
il mondo brucia come zolfo
E dopo passa anche sta guerra
e arriva un’altra primavera
ma ne hanno fatte così tante
che non si può dimenticare.

Pareva un brutto sogno invece era vero
quella notte che ho visto in riva dell’Impero
ho visto coi miei occhi sette ragazzini
legati con una corda in mezzo a due lampioni
la gente di Castello gridava “pietà”,
una scarica di fuoco e gli occhi ho chiuso.
Aliprando Armellin, coi due fratelli Gelmi,
Bruno De Gaspari e Gino Conti,
Gerolamo Guasto e Alfredo Vivian
sono morti tutti gridando libertà.

Credevo di morire
e invece ballo il boogie boogie
la Repubblica ha vinto
abbiamo il Sindaco Gianquinto
ma proprio adesso sul più bello
il 48 è arrivato

Il 18 aprile le prime elezioni
ha vinto il Vaticano vanno su i democristiani
a luglio una mattina hanno sparato a Togliatti
ci hanno detto “ragazzi buoni e fermi tutti”
bisogna che la rabbia ce la mettiamo via
dobbiamo andare avanti con la democrazia
intanto loro rubano di riffa o di raffa
fanno i prepotenti e vogliono la legge truffa
con Scelba il bastone si chiama manganello
il nome è cambiato però è sempre quello.

Ci hanno fatto un maleficio
ci hanno chiuso il cotonificio
ci hanno fatto anche i tarocchi
e hanno chiuso pure lo Stucky
ci hanno suonato le campane a morto
e hanno seppellito l’Arsenale.

Scappiamo, scappiamo non c’è più lavoro
Venezia a poco a poco diventa un cimitero
è una città decrepita, marcia completa,
è una stracciona, una vecchia baldracca.
Luisa non ti dico quando viene l’acqua alta
il sangue mi si gela e il cuore si ribalta
e quando suonano le sirene mi metto gli stivali
e maledico questa acqua che non si asciuga mai
la gente scappa via, c’è l’emigrazione
la gente vuole le case con il termosifone.

Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per capello
sono una banda di sfruttati
studenti, donne e operai
che a questo mondo di ingiustizia
vogliono darci un grande morso.

Arrivano i Visigoti, i Vandali e i Vichinghi
arrivano con le barche e con i capelli lunghi
scoppia il 68 come una vampata
viene fuori dalle tane la rabbia accumulata
arrivano gli operai, la lotta dei contratti,
guarda gli studenti che gridano come matti.
Luisa siamo tanti, insieme siamo forti
ci voglio far fuori, teniamo gli occhi aperti.
Ci hanno messo le bombe, ci vogliono fermare.
I padroni ci hanno fatto… le peggiori infamità.

Il 15 giugno, te lo giuro,
coi risultati mi viene duro
ma dopo mezza settimana
mi diventa una gelatina
quando sento le rogne che si trova
la nuova giunta comunale.

Debiti, debiti, magagne ci han lasciato
però teniamo duro, bisogna governar
questa crisi è una barca grande come il mondo
o ci salviamo tutti o tutti andiamo a fondo
In fondo non ci vado altrimenti è finita
dobbiamo andare avanti con la democrazia
Luisa il socialismo te lo giuro verrà
e adesso ti saluto… perché sono stufo di cantar…

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percorso informativo sul tema PALESTINA BENE COMUNE
Relatori dell’associazione: Restiamo Umani con Vik

A tutte le organizzazioni degli studenti medi
Ai giovani che ne siano interessati
Alle Associazioni che sono interessate ad un percorso di Pace

Fato di bambini disperati in pianto a GazaQuella che proponiamo non è una lezione scolastica. Nessuno deve insegnare o imparare nulla. La conoscienza è solo una trasmissione di saperi e una rielaborazione personale di quanto scambiato.
Partendo da questo presupposto il gruppo Restiamo Umani con Vik (e per Vik s’intende Vik Utopia alias Vittorio Arrigoni, morto il 15 aprile 2011 assassinato a Gaza) vorrebbe portare la propria esperienza sulla Palestina, mettendola a disposizione di tutti, perché la Palestina diventi un bene comune da salvaguardare. Perché in questa terra martoriata confluiscono tutti gli accadimenti terribili di un conflitto, della mancanza di libertà e dei diritti umani, dell’apartheid, del razzismo, dell’ingiustizia che qui si presentano contemporaneamente nello stesso luogo e ai nostri tempi, come se nulla del passato ci avesse saputo insegnare.
Insomma la Palestina come metafora delle ingiustizie che si accaniscono in molte parti del mondo, una specie di laboratorio per tentare quella che in molti definiscono una pace impossibile, e se non proprio pace, almeno l’inizio di dialogo.
L’intento di questi incontri è l’informazione e il tentativo di mettere in guardia da strade facili e superficiali di conoscenza, che portano ad accettare luoghi comuni e manipolazioni mediatiche della sostanza reale dei fatti. Per parlare assieme di quello che succede OGGI appena fuori dalle nostre porte, fatti che coinvolgono direttamente noi e il nostro vivere.
La scuola diventa oggi uno strumento carente di senso critico, non tendente o non sufficientemente attrezzata a rapportare lo studente all’attualità della storia onde stimolare una vera partecipazione cognitiva ed emozionale nei confronti della complessa realtà che ci circonda. Purtroppo non basta studiarla la storia, leggere i quotidiani e sorbirsi i telegiornali, ma bisogna affrontare una propria strada analitica che porta a consultare varie fonti, anche contrapposte, e a formulare una propria idea e visione del mondo, autonoma, per saper affrontare la vita con mezzi cognitivi indipendenti e non ricorrendo a una cultura predigerita, premasticata e precostituita. Bisogna ritrovare il piacere e la curiosità del proprio sapere.
Il nostro intento è di stimolare delle domande e cercare assieme le parziali risposte, aiutati anche da persone che il dramma lo hanno vissuto direttamente. Parziali risposte perché molto spesso non esistono risposte assolute. Ogni essere umano vive la storia dal proprio punto di vista, condizionato dall’educazione e dall’ambiente in cui è immerso, dal vissuto e dalle paure che gli sono state insegnate e a cui è stato ed è esposto.
Parlare di Palestina porta a dislocare un conflitto in un territorio sconosciuto, di cui poco si sa e quel poco è frutto di luoghi comuni e di pregiudizi, creati a loro volta, molto spesso, della cattiva coscienza di una o più collettività e/o società.
Tutto questo non dovrebbe sottrarre umanità, ma bensì aggiungerla. Dovrebbe creare un territorio fertile per un dialogo possibile per consentire, se non a quelli delle vecchie generazioni che troppe ne hanno viste e vissute, ma ai giovani, una vera possibilità di condivisione di idee e di modalità operative, strumenti che alle precedenti generazioni figlie dell’ultima grande guerra non sempre sono stati concessi. Magari per scoprire cosa possiamo concretamente fare per la Palestina.
Nell’incontro vorremmo parlare di Vittorio Arrigoni, un giovane attivista per i diritti umani, del suo impegno e la sua corenza, in difesa di una popolazione vessata, i palestinesi di Gaza, carcere a cielo aperto, luogo di paura e di punizione quotidiana. Vorremmo parlare del suo esempio e di quello che ci ha lasciato anche con il suo sacrificio. Conoscere Vittorio e la sua umanità di fronte all’immensa tragedia di Piombo Fuso e della morte violenta di 1500 palestinesi in quei drammatici 21 giorni tra dicembre e gennaio 2008-2009. Lui lì, sotto le bombe, ci esortava a restare umani, malgrado l’assurdità e il dolore di quel conflitto.
Incontreremo attraverso alcuni video le problematiche di questo territorio, avremo modo di capire come alcuni giovani si ribellano alla cultura conflittuale, vedremo come interi villaggi scelgono la resistenza pacifica ottenendo qualche risultato sul piano del riconoscimento delle loro ragioni e dei loro diritti. Piccoli passi, certo. Noi non crediamo ai miracoli, ma al lavoro. Parleremo di tante associazioni israeliane che fanno da interposizione tra esercito e popolazione palestinese. Gruppi di madri che hanno perso i figli negli attentati o per azioni dell’IDF (Israel Defense Forces) che cercano di dialogare e di spianare le grandi difficoltà per dare voce agli oppressi.
Mostreremo video musicali sulla rinascita di una nuova cultura di pace e di impegno dei giovani nei territori occupati. Parleremo con ebrei e israeliani che ci racconteranno le loro difficoltà e i loro punti di vista e coinvolgeremo anche volontari italiani che hanno cooperato in Palestina per rendere possibile un dialogo o almeno per poter garantire alla parte più debole una possibilità di sopravvivenza.
Cercheremo nel dialogo di trovare risposta alle tante domande, per quanto sarà possibile, e impareremo assieme i percorsi più utili, rapportandoci con voi su un piano paritario, dove nulla sarà scontato e tutto diventerà una scoperta reciproca. Nel tentativo che un sogno di Pace possa trovare percorsi concreti di attuazione. Strade di solidarietà a chi soffre in Palestina come in ogni altra parte del mondo.
Perché la Palestina diventi un bene comune da conoscere e da apprezzare e un paese lontano dai soliti pregiudizi e luoghi comuni, cercheremo di capire la sua storia e la sua cultura, la politica e la poesia come parte integrante di una popolazione che non vuole perdere la propria identità e che vuole ancora il diritto alla dignità e all’autodeterminazione. Perché noi crediamo ancora ad una Palestina Libera, Laica e Democratica.
Usciremo da questo percorso più ricchi di valori e di idee da condividere. Per essere con le vittime di oggi, per non essere le vittime di domani.

 

 

 

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Bicchiere dove viene versano del vino rossoIl fumo odorava di buono. Ho preso posto in un tavolo d’angolo. Alcuni avventori s’accorsero della mia presenza e subito presero a ignorarmi. Non doveva passare spesso un foresto. Si avvicinò l’oste. Allontanò le briciole con un gesta calmo della mano e imbandì il tavolo, se così si può dire, con un foglio di carta; di quella in cui da ragazzo avvolgevano gli alimenti. Non aveva bisogno di prendere nota; gridava le comande direttamente alla cucina. Ordinai salsicce con funghi e polenta. Poi carognescamente gli chiesi se aveva del Dolcetto della Tenuta di Colle frondoso. Lui mi osservò senza fare una piega e, con mia sorpresa, chiamò il cameriere dicendogli di controllare se ce n’era rimasta ancora una bottiglia: “Guarda nel solito scaffale”. E quello, un tipo alto e segaligno, col mento mal rasato e la carnagione cupa, si allontanò pigramente e, con altrettanta mia sorpresa, dopo un po’ tornò con la bottiglia e me la stappò davanti. Era proprio lui, il Dolcetto; forse leggero per quel desinare. Il padrone mi chiese cortese se era di mio gusto. Ero senza parole, sono il rappresentante della tenuta per tutto il Veneto, Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige e l’Osteria non era tra i miei clienti; strano e poi smisi di pensarci. Rubavo frammenti di dialogo qua e là, dai tavoli, e sbirciavo la mano di carte. Lentamente la testa si svuotare e mi godevo la pigrizia. Il fuoco sul cammino faceva compagnia, era come un abbraccio. A parte l’accostamento il vino scivolava giù che era un piacere e dopo un’altra bottiglia e dopo mi devo essere fatto certamente anche qualche paio di grappe; sarebbe un impresa al di là della portata umana ricordare quante. A guardare l’orologio s’era fatto piuttosto tardi. Mi alzai sulle gambe traballanti per raggiungere l’uscita. Un avventore mi fece un cenno con uno strano sorriso e l’oste si preoccupò se era stato tutto di mio gradimento. Gli altri presenti nemmeno alzarono gli occhi. Farfugliai un sì ed uscii all’aria fresca, aveva cominciato a scendere un leggero nevischio e il vento era stato come uno schiaffo in faccia. Raggiunsi la macchina incastrando la testa tra le spalle e affondando le mani nelle tasche; ricordo ancora tutto come ora. La chiavi mi caddero in quella poltiglia ghiacciata. Non ebbi il tempo di rendermi conto che la serratura era stata forzata né quello di percepire alcuna presenza alle mie spalle, fui colpito e caddi sotto una gragnola di colpi. Credevo che non ne sarei uscito vivo quando una voce gridò: “Basta così, è solo uno schifoso maiale” e mi ritrovai nel silenzio immenso di quella notte.  Mi doleva da per tutto, probabilmente c’era anche qualcosa di rotto. Raccolsi le chiavi e mi trascinai a fatica fino al posto di guida. Controllai che i documenti fossero ancora nel vano cruscotto. Nel portafoglio non erano stati risparmiati che pochi spiccioli. Delle bottiglie non c’era più traccia, naturalmente, e le avevo pagate anche care. Fu un calvario guidare fino all’albergo per poi sentirmi raccontare che non c’era nessuna stanza a mio nome. Tornare a casa in quelle condizioni era rischiare la vita una seconda volta. E non è vero che io non reggo il vino.

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Foto di denuncia contro la guerra con una famiglia che chiede pietà e una vittima imbrattata di sangueTempi strani questi, tempi tristi. Tempi strani, dicevo, se mai ce ne sono stati di diversi. Forse sì! forse ho visto tempi meno confusi, dove essere da una parte era consapevolezza. Dove era normale scegliere. E sapere. Oggi tutto è niente e niente è tutto. Tutto è uguale. Una lotteria, come un programma per televisione. Unico problema: solo là sai chi è il cattivo. Sola là tutti gli altri sono i buoni, sono i “nostri”. Fuori infuria un mondo senza regole. Fuori si soffre, fuori si muore, si muore davvero, mica col copione. La piazza infuria… allo stadio. La gente si indigna, per la telenovela. E alla fine tutti hanno un buon motivo per lavarsi delle colpe, delle responsabilità. Eppure “chi tace è complice”. Eppure poi si muore della propria solitudine. E magari si tira un dio per la giacchetta. Questo mi spaventa. Non credo che davanti all’orrore dell’umo ci sia una parte, dove possa trovare posto un qualsiasi dio. E poi: quale dio? Quale dio può permettere tutto questo? Smettiamola con le favole. Quel sangue sporca le mani anche di chi cerca di lavarsene le mani. Guardiamo in faccia la realtà. Niente può giustificare questa terra di massacri, di quelli detti e di quelli taciuti (che sono molti di più). Niente può giustificare questo silenzio. Restiamo umani per una Palestina Libera, Laica e Democratica. Perché come in Siria e in ogni luogo Libertà è Palestina.

P. S. è in tutto questo qualcuno s’è offeso perché uso la parola dio senza usare la maiuscola.

Con dio dalla nostra parte
Il mio nome non conta, la mia età significa ancora meno
il paese da cui provengo fa parte dell’occidente libero
Sono stato cresciuto ed educato ad obbedire le sue leggi
E la terra in cui vivo ha dio dalla sua parte

Oh, i libri di storia lo dicono, e lo raccontano così bene
la cavalleria caricava, gli indiani cadevano
la cavalleria caricava, gli indiani morivano
poichè il paese era giovane con dio dalla sua parte
La guerra ispano-americana aveva fatto il suo tempo
ed anche la guerra civile è stata presto dimenticata
e i nomi degli eroi li ho imparati a memoria
con il fucile nelle loro mani e dio dalla loro parte

Oh la prima guerra mondiale, è cominciata ed è finita
La ragione per combattere non l’ho mai capita
Ma ho imparato ad accettarla, accettarla con orgoglio
Perchè non si contano i morti quando si ha dio dalla propria parte
E quando la seconda guerra mondiale si concluse
noi perdonammo i tedeschi ed ora siamo amici
nonostante ne abbiano ammazzato sei milioni, li hanno cotti nei forni
I tedeschi adesso, anche loro, hanno dio dallo loro parte
Ho imparato ad odiare i russi, per tutta la mia vita
se ci sarà un’altra guerra, saranno loro che noi dovremo combattere
Dovremo odiarli e temerli per scappare e nasconderci
ed accettare tutto coraggiosamente, con dio dalla nostra parte
Ma adesso abbiamo armi con polvere chimica
e se saremo costretti ad usarle, quando noi dovremo usarle
uno premerà il bottone e salterà il mondo intero
e tu non devi fare domande quando dio è dalla tua parte
Per molte lunghe ore ho pensato su questo
che Gesù Cristo venne tradito da un bacio
Ma io non posso pensare per voi, voi dovete decidere
se Giuda Iscariota avesse dio dalla sua parte
Ed ora bisogna che vi lasci, ho addosso una stanchezza infernale
La confusione che provo, non può essere descritta da nessuna lingua
Le parole riempiono la mia testa e si spargono sul pavimento
Se dio è dalla nostra parte, fermerà la prossima guerra

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Foto ravvivinata di un bacioEra ormai rassegnata che non accadesse. Per tutta la sera non era successo niente. Non che ne fosse rimasta delusa. Forse solo un po’. Si era convinta di non mettersi ansia. Un poco ci aveva sperato. Poi finalmente alla fine: le aveva preso la mano e l’aveva baciata. Poi la fatica di salutarsi davanti al portone. Non era il primo eppure era stato diverso. Non che… invece sì! Le era piaciuto di più. Certo anche gli altri erano stati belli. Ognuno a modo suo. Baciare è bello. Solo era diverso. Era come se… non cercasse sensazioni; ascoltasse quello che le diceva il bacio. Era con lui che era stato diverso. Aveva stretto forte gli occhi e vinto la tentazione di guardarlo. Di accertarsi che anche i suoi fossero chiusi. E poi si era trovata avvolta in un silenzio che la cullava. Non avrebbe mai creduto che fosse così. Che fosse quello. Non si chiedeva perché. Era e questo le bastava. Prima di lasciarlo restò lunghi attimi senza sapere. S’era fatto tardi. Perché non ci aveva pensato prima? Quanto sono stupide le cose. Pensò che gli innamorati hanno mille piccoli segreti che vorrebbero gridare al mondo. Aveva già voglia di parlargli. Di dirglielo. Aveva quella strana euforia dentro che non la faceva stare ferma. Eugenia non sapeva se per tutti era così ma per lei lo era. Era stato goffo. Quando aveva avvicinato le sue labbra. L’aveva quasi implorata. Aveva sbagliato il momento. Il tempo. A lei non era importato. Era stato meravigliosamente goffo. Pensò che gli innamorati scrivono bollette spropositate del telefono. Si ricordò di non avergli chiesto niente, nemmeno quello.

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Soldato americano davanti ad un bambino morto.Perché oggi fa così paura la parola “pace”? Perché da il panico la bandiera dell’arcobaleno? Non sono bravo a trovare le risposte. Per la verità mai stato bravo in questo. Sono molto più abile a trovare le domande. Ad allevare il dubbio, ma ho sempre temuto quelli che avevano solo certezze, verità assolute. Onestamente prima delle ragioni e dei torti mi preoccupo delle vittime. Onestamente non credo esista una guerra giusta. Onestamente l’uomo ha bisogno di trovare una giustificazione, una “verità” per rendere sopportabili i propri torti, per lavarsene le mani, per perdonarsi persino davanti agli orrori. Noi esportiamo la democrazia, noi esportiamo la libertà, noi esportiamo il progresso. Ma io rifiuto di leggere le cronache dei massacri come assistendo ad una partita di calcio, i territori di guerra non assomigliano ad uno stadio. Mi rifiuto di stare di qua o di là. Ripeto: sto con le vittime. Nessuno mi può obbligare a sostenere un dittatore, né allo stesso modo per condannare tale regime non mi sento vincolato a sostenere un esercito di invasione. Naturalmente nemmeno il contrario. Chi tradisce la verità e la vita sono quelli del “di qua o di là”. Sono quelli che poi danno la condanna, ti apostrofano come traditore. Mentre la gente muore davvero. “Mentre urlano le bombe”. E il grande burattinaio muove i fili. E la finanza cerca dalla morte di salvarsi dalla sua crisi. E vedo Compagni confondere la guerra santa con la lotta di classe. Confondere gli assassini con i liberatori. I terroristi con i martiri. Allora ritrovo una vecchia canzone. Una canzone della mia adolescenza. Quando gli scenari di guerra erano diversi, ma anche no. In quel periodo Donovan era una delle bandiere di chi gridava alla pace. Ritrovo una vecchia canzone e la faccio suonare. Non mi fa stare meglio, ma se farà riflettere anche una sola mente non avrà sprecato il mio tempo.

Soldato universale
È alto un metro e sessanta o uno e novanta
Combatte con missili o con spade
Ha trent’anni suonati oppure diciassette
Fa il soldato da mille anni

È cattolico, induista, ateo, giainista,
Buddista, battista o ebreo
Sa che non deve ammazzare
E sa che sempre
Ti ammazzerà per me, amico, e mi ammazzerà per te

Combatte per il Canada,
Combatte per la Francia,
Combatte per gli USA,
Combatte per la Russia,
Combatte per il Giappone
E pensa che così metteremo fine alla guerra

Combatte per la democrazia,
Combatte per i rossi,
Dice che è per la pace di tutti
Ed è lui che deve decidere
Chi deve vivere e chi morire
E non vede mai le scritte sui muri

Ma senza di lui, come avrebbe fatto
Hitler a condannarlo a Dachau,
Senza di lui Cesare sarebbe stato solo
Lui è quello che dona il suo corpo
Come arma ad una guerra
E senza di lui il massacro non può continuare

È il soldato universale, davvero
È da biasimare
Gli ordini non vengono più da lontano
Ma vengono da lui, da te e da me
E, fratelli, non lo vedete
Che in questo modo non finirà mai, la guerra?

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Foto di una scollatura generosaSe parliamo di donne allora parliamo di Donne. Cioè di tette e culi. Senza andar tanto per il sottile. Irene chiese se volevo limone o latte. Non l’ho mai preso con il latte. Si chinò per servirmi. Qualsiasi donna dovrebbe fare attenzione prima di sbatterti le tette sotto gli occhi o di strusciartele sulla spalla. Forse c’era un significato recondito nelle sue parole che non riuscivo a cogliere. E forse ad un altro poteva anche darla a bere, ma una donna è sempre consapevole di sé; concede per quello che vuole. Il suo gesto era eloquente. Non sono io; è la realtà ad essere irritante e non è poi che il tè mi faccia impazzire. Affondai la mano ed erano di carni molli. Lei finse sorpresa ma non si inquietò se un po’ si versava sul tavolinetto di palissandro. Rise di quel riso che solo le donne, in certe occasioni, conoscono. Cercò di abbassare gli occhi e di guardare alla finestra. Cercò di dire molti suoni di no. Ne trovai le labbra e fu sullo stesso divano. La luce del giorno non è momento adatto ai miracoli. Quella luce infieriva sulle sue rughe e sul suo passato. Priva della minima menzogna; nemmeno di indulgenza. Non c’era sentimento. Non c’era trasporto. Non c’era nemmeno vera passione. C’era solo carne e sesso; muscoli e sangue. Davanti c’era solo lei in tutta la sua vanità disarmante e disarmata. Quella sua decenza, la sua ipocrisia, la sua insolenza e il suo garbo spogliati. Anche se continuava ad inanellare quei no e lo nominò più volte e voleva fingere di dover essere convinta, alle cinque del pomeriggio, in agosto, non poteva essere che sudata e puttana.

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