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Archive for gennaio 2013

 

Il cavallo di Jeninda Il campo rifugiati di Jenin, tra ricordi tragici e (apparente) normalità (12 dicembre 2011)
Entriamo insieme per una breve visita a piedi del campo di rifugiati di Jenin. Niente a che vedere con altri campi rifugiati visti in Africa: qui non ci sono né baracche né tendoni, e la gente vive in palazzine d’appartamenti a più piani, di cemento e mattoni, abbastanza solide, anche se costruite alla bell’e meglio, una accanto all’altra, senza molto spazio per respirare o per ammirare il cielo, e senza molta intimità.
Dal punto di vista urbanistico, questo è in realtà un quartiere della città come tanti altri, soltanto più denso e più povero. Tutti i campi di rifugiati in Palestina sono costituiti da strutture permanenti e sono a volte difficilmente distinguibili dai quartieri normali. Politicamente parlando però vengono sempre definiti come campi di rifugiati, perché i loro abitanti sono i palestinesi e i discendenti dei palestinesi scappati o scacciati dalle loro terre, ora parte di Israele, durante la guerra del 1948.
Entriamo nel campo e subito noto qualcosa di strano. Le vie sono tutte abbastanza larghe, almeno tre o quattro metri, quanto basta per farci passare comodamente una macchina. In altri campi quasi tutte le vie sono vicoli stretti e oscuri, schiacciati tra le case, dove a malapena due persone riescono a incrociarsi senza sbattere l’una sull’altra. Il campo di Jenin non doveva essere il più terribile di tutti? A primo impatto, con queste vie abbastanza spaziose, ha l’aria d’essere un quartiere quasi normale.
Un ragazzo palestinese me ne spiega il motivo. Una volta pure nel campo di Jenin c’erano quasi solo vicoli stretti e bui. Durante la seconda Intifada, nel 2002, il campo venne invaso dall’esercito israeliano venuto a snidare i vari gruppi di militanti palestinesi basati al suo interno. Per non esporre i soldati a piedi al fuoco nemico, gli israeliani usarono una batteria di bulldozer corazzati per aprirsi dei varchi e allargare dei passaggi per i loro carroarmati. E nei dieci giorni di battaglia, centinaia di case furono rase al suolo.
Negli anni successivi alla battaglia gli abitanti poco a poco si sono ricostruiti le loro case grazie a vari aiuti internazionali, e delle demolizioni non resta traccia. Questa volta però tra una fila di case e l’altra, hanno lasciato più spazio e le vie sono abbastanza larghe per lasciar passare una macchina. Oppure un carroarmato. Così se in futuro l’esercito israeliano dovesse invadere di nuovo il campo, per lo meno non avrà scuse per distruggere un’altra volta le loro case.
All’ingresso del campo c’è una rotonda con una grande statua di un cavallo, giusto in centro. A prima vista mi fa pensare al cavallo di Troia. Pure qui c’è dietro una storia. Questo cavallo è in realtà un’ambulanza palestinese bombardata e distrutta dagli israeliani durante la battaglia. Con le lamiere strappate e contorte un’artista tedesco ha poi creato questa scultura. Ed eccola lì, all’ingresso del campo, a ricordarci che questo non è un luogo qualsiasi, a rammentarci della sua tragica storia.
Verso la fine della visita entriamo in una casa qualunque del campo, e siamo invitati a pranzo da una famiglia palestinese. Siamo un gruppo misto di stranieri e di palestinesi, almeno una dozzina. Ci sediamo sopra un largo tappeto e dei piccoli cuscini stesi al suolo, ci servono dei vassoi di riso e pollo, dei piattini d’insalata, e pranziamo tutti assieme. Non conoscono quasi nessuno tra di noi, ma sanno che siamo venuti per visitare il campo, per scoprirne la storia, e per ascoltare dei racconti sulla loro vita e sui loro problemi; e solo questo ci basta per meritare la loro ospitalità. Sono spesso le persone nelle condizioni più povere e più dure ad essere le più generose.
Quattro appunti

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Hotel CapitolHotel Capitol. E’ tutto dietro il vetro, almeno per me. Tutto resta dietro quel vetro. Ancora. Una sigaretta e torno dietro il vetro. Nascosto nel male. Cauto. Tutto resterà dietro quel vetro. E mi nascondo da quel male. Dall’odio.
Gerusalemme è una città mediterranea. Rumorosa. Solare. Con quel chiacchiericcio. Una città come tante del nostro meridione. Ma con tante donne col capo coperto. Eppure la mia indignazione ha bisogno di quel vetro. Per difendersi. Per prendere le distanze. Per lenire la grande rabbia. Ma gli occhi troppo spesso non sanno trattenere le lacrime. “Restiamo umani”.
Credevo di essermi insegnato tutto. Preparato. No! quello sdegno e troppo grande. Troppo pesante per un uomo solo. Giro la guida tra le mani. Non la sfoglio. Ho occhi curiosi. Vorrei gridare. E dire tutto. E sentire tutto. Nessuna lingua può tacitare quegli occhi. Eppure la gente ride. Cerca di vivere. Cerca la normalità. Insegue la vita. E i bambini non lesinano un sorriso. Ce lo regalano senza parsimonia. Ci corrono incontro. Ci corrono intorno. Ci chiedono i nomi. Ci dicono i loro nomi. E se niente fosse vero? Mi chiedono e mi danno un cinque.
Questa è Palestina. Ancora mi pare inverosimile che un popolo viva costruendo la propria prigione. Dove sono gli ebrei palestinesi? Dietro muri? Dietro quelle torrette? Dietro quelle isole armate di orrore e di vergogna dalle quali ragazzi soldato ci scrutano con disprezzo? Paiono dirci: “benvenuti in un mondo a parte”. “Nel paese ai confini della realtà”. Paiono suggerirci: “dovevate stare a casa vostra, Qui non vi vogliamo”. Io non sono qui. Non ci sono ancora. Io credo in un mondo. Le mie armi sono diverse. Le mie armi sono le parole. Loro hanno solo la guerra. Sono in guerra con il mondo. Conoscono solo la guerra. Vivono l’odio. Il disprezzo. Li respirano. Hanno solo nemici. I nemici della grande bugia: lo stato di israele. Uno stato senza popolo. Uno stato senza pace. Uno stato di epigrafe. Era questo che cercava l’ebreo errante? La vendetta? Ma contro chi? Saranno quei sorrisi a seppellirli.
E’ mattina a Gerusalemme. E’ mattina come in ogni città. Col sole che si fa largo tra le strade, sgomitando tra quelle più strette. I ragazzini vanno a scuola. I negozi aprono le serrande. Un vecchio con la kefiah in testa sgrana le sue preghiere, muovendo solo le labbra. Cade un’arancia. Scivola e corre. Si diffondono gli odori. La vita impone le proprie esigenze. Tutto fa sembrare tutto parte di un paese normale. Non sono ancora arrivato. Non mi sento ancora in Palestina. Qualcosa non torna. Non si può vivere così serenamente della propria prigionia. O sono pazzi o sono grandi. Avrei saputo pazientare per tutta la mia vita? Non gridare per le mie ferite?
Eppure la loro guerra è lì: palese. E dietro gli angoli. La guerra degli occupanti. Di questo popolo-esercito. Di questa massa informe di aguzzini. Di questa armata di babele. Si mostra sfrontata; sfacciata. Nasconde la propria vergogna. Si nasconde dietro il disprezzo. E’ lei stessa stato: lo stato di israele. E la pazienza palestinese gli sputa in faccia la sua risposta: “puoi togliermi tutto tranne la voglia di vivere, tranne il futuro”. Ecco cosa dice il sorriso di quei bambini. Le loro grida. E stanno provando a togliergli tutto. Ma sono solo bambini. Un paese di bambini. E sono bambini. Sono futuro. E guardano le pietre. Paiono pronti a prenderle ancora in mano, perché i loro occhi non mostrano rassegnazione. I loro occhi non conoscono quella parola. 30 gennaio 2012.

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Gerusalemme al risveglioIl volo atterra al BenGurion (infatti si legge נמל התעופה בן גוריון), Tel Aviv. E noi veniamo precipitati nel mezzo del buio. In realtà la sua figura, quella del “fondatore di Israele”, mi ricorda il vampiro del Dracula di Bram Stoker. Un sogno lungo un anno o tutta una vita. Inseguito, con testarda caparbietà. Finalmente è qui, dietro i vetri. Sono tranquillo, intorno c’è un po’ di tensione, e di attesa. E’ stato fin troppo facile entrare, trovarci immersi in questo incubo sottile. Una ragazza incapace di un sorriso: “perché?”, “siete una coppia?”, “da dove venite?”, “dove andate?”, “siete un gruppo?”. Domande quasi banali.
Sorry, I speak only Italian”. E la mia voce mi infastidisce, suona come di scuse, riverente. Nelle valigie abbiamo poche cose per far spazio ai regali e ad un salame da portare ad At tuwani. Ci guardiamo. Siamo finalmente dentro “il problema”. So che qualcosa non potrò capirlo. Qui, dove dio ha fatto congresso, dove pare tutto sia iniziato, non sento la sua voce, le sue voci. Non mi ha mai parlato, non posso pretendere lo faccia proprio ora. Forse nascosto nella propria vergogna. Scappiamo come ladri a Gerusalemme, nella parte araba di Gerusalemme, o in ciò che ne rimane. Vedo solo alzarsi profili aguzzi di ombre. Guglie, ma soprattutto lame di pietra, a conficcarsi verso il cielo. Il male sottile è ancora fuori, subdolo, quasi non volesse farsi avvertire. La città dorme, dorme con un occhio aperto. Soldati ci lasciano passare e ci regalano solo un’occhiata distratta e diffidente. Veniamo da un altro mondo. Attraversiamo rancori atavici che ancora non ci sporcano. Abbiamo solo parole di brusio, come si potesse restare ancora increduli. Ho lasciato a casa, a malincuore, Handala, Arafat, il portachiavi con la bandiera palestinese, le felpe che ricordano Vik, cioè un bel po’ di quel che sono. Pare che anche la mia faccia sia una maschera che può essere provocazione. E non c’è sfida. Vengo per capire. Con una sola domanda: “com’è possibile”?
Io e la Palestina siamo in qualche modo coetanei. La “Catastrofe” porta la mia stessa data di nascita. Una resistenza lunga come tutta la mia vita. In verità anche di più. Particolari. Nella mia infanzia, nella mia formazione, conoscevo un’altra Palestina. La storia corrode. Molti nomi sono rimasti solo scritti sulla pietra. Sono campi profughi. Sono resistenti. Sono dolore, e sconfitta. Sono fierezza, e un ultimo grido. Ho tanto dolore dentro, e sconfitta. Cerco di caricare le mie armi e le mie armi debbono essere fatte di pazienza. Guardo i volti con me. Quanti conoscono un dio che giustifica tutto questo? Non so, non sembriamo pellegrini. Non abbiamo parole per i lupi. In realtà siamo solo stanchi, e desiderosi di un letto, di cercarci nel riposo. Tutti inseguiamo risposte. Forse non è nemmeno il posto adatto. La memoria mi fa brutti scherzi: mi accorgo di aver lasciato a casa anche le mie canzoni. Eppure il cielo è lo stesso. E siamo uomini fatti quasi della stessa carne. I posti di blocco ci scivolano al fianco. Non c’è una parola che possa leggere, di questa lingua inventata. Qui dove non c’è un popolo di israele e un altro popolo viene in silenzio massacrato. Ed è un silenzio assordante.
Credo di avere la febbre. Certamente ho un grande malessere dentro. Ma forse non è fisico. Ormai credevo che Gaza fosse Palestina e Palestina fosse solo Gaza. Non mi manca più molto per capire. Sono in Palestina, o in ciò che ne rimane, o in ciò che si vuole negare. Gaza è solo la misura colma della vergogna. No! non vedremo Gaza. Vedremo fin troppa Palestina per le nostre tolleranze. Lo so già. E sassi aridi che non dobbiamo raccogliere. La pace si costruisce… come? dove? Insegnami ancora la speranza Palestina. 30 gennaio 2012.

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