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Archive for giugno 2013

musicaDal post precedente continuiamo un po’ di confuso e disordinato chiacchiericcio ovvero divertimento, noi di quella generazione che ha scoperto per la prima volta l’essere ragazzi e che il mondo in fondo è più piccolo di quanto si va a favolare. Noi, quelli del viaggio (cominciando da dopo con una cosa nostrana dal leggero sapore “forestiero”). Anche perché questo è uno di quei momenti in cui le parole mi sporcano gli occhi e non mi va di trattenerle:
Modena City Ramblers: La strada

Perché noi allora (come detto) leggevamo del viaggio e abbiamo cominciato a viaggiare. In verità per me il periodo è durato un po’ poco; poco per i miei gusti. Ma un po’ la pigrizia e un po’ è che la vita ti impone le sue regole. E così ti ritrovi adulto ancor prima di volerlo diventare. E non abbiamo ucciso il padre. E il sogno si è liquefatto lentamente. La rivolta permanente è durata una lunga stagione ma alla fine ha ritrovato il cadavere in un portabagagli. E tutto è diventato niente. Però… le distanze si son fatte più brevi e il mondo quasi un cortile. Ed era così che si partiva, senza prendersi troppo sul serio:
Dik Dik: Viaggio di un poeta

Ma a volte anche le favole si sparano mentre fuori è buio (di questo ne parlerà Faber). Forse il mondo non è mai cambiato con tanta rapidità ma eravamo i primi figli della guerra. Ignari ancora di essere anche quelli del boom.
Luigi Tenco: Ciao amore, ciao

Anche se ora capisco che mi sarebbe bastato un autobus (ma con la stessa voglia di cambiare e lo sporco della vita reale). E questo non è altro che un pugno di canzoni:
Pierangelo Bertoli: L’autobus

Ma certe notti…
Ligabue: Certe notti

Perché non puoi che andare:
Eugenio Finardi: Diesel

E allora partiamo e torniamo in amerika. Sì: “Tieni gli occhi sulla strada, le tue mani sul volante, Sì! stiamo andando al Roadhouse, stiamo per spassarcela”:
The Doors: Roadhouse blues

Sì! avevamo anche noi l’Amerika in testa, la frontiera. Quale fosse la nostra frontiera, noi contro le frontiere, ancora non lo so:
Canned Heat: On the road again

E da qui riprendo un percorso. Il dialogo pazzo di quattro anni fa quando ho ritrovato l’amore in quella ragazzina rossa che nel frattempo s’è fatta donna: una bellissima donna.
Io alla mia ragazza rossa: “l’amerika della route 66, descritta sotto anche dai Rolling, il buon Jack l’attraversava con la radio a palla sul Bebop di Charlie “the birds” Parker. comunque i Rolling” (ma non saremmo rimasti ragazzi per sempre):
The Rolling Stones: Route 66

Commenta un’amica di allora: “ENGLAND´S NEWES HIT MAKER — THE ROLLING STONES: Este es el nombre del primer la”… Eccetera…
Io (ma si cazzeggiava, mica ci davamo delle arie, mica volevano scrivere qualcosa sulla musica; ci piace ascoltarla): “Noi la conosciamo negli anni 60 ma è quella degli anni 50 poi ricordata anche così”:
Steppenwolf: Born to be wild (Easy rider)

Meravigliosi, violenti e terribili anni 60. Easy Rider è un film drammatico del 1969, diretto e interpretato da Dennis Hoppe… (un film sull’america che divora i suoi figli e gli stessi sogni che ha partorito)
La mia ragazza rossa: «Mi voltai e c’era Bird, conciato peggio di una merda, con la faccia gonfia, gli occhi arrossati e l’aria di aver dormito nei suoi vestiti spiegazzati per giorni. Ma era fico, con quell’aria hip che gli riusciva di avere anche quando era ubriaco e strafatto. Sal lo chiama Oruni (Divinità-dio) Bird… e poi smettila di fare il musicosaccente che lo sai che mi batti».
(ancora questa storia di Oruni, quasi tutto dipendesse da quello)
Io (senza dare tregua né respiro, a rispondere con messaggi che non lasciavano tregua; era il nostro gioco, lo è sempre stato) “Per farmi perdonare la mia arroganza un sax (lo conosci?) e anzi… tutto l’album”:
Sonny Rollins: Saxophone Colossus (Full Album)

[Great Jazz 0:00 – St. Thomas 6:48 – You Don’t Know What Love Is 13:17 – Strode Rode 18:31 – Moritat 28:36 – Blue 7]
La mia ragazza rossa: “Sì Sal si riferiva a Parker non a Miles, ma erano i suoi idoli” (già! noi eravamo allora come ora ancora un po’ troppo provinciali per l’anima nera e per lasciarci veramente tutto dietro le spalle).
E LA MUSICA CONTINUA…

Francesco De Gregori: Sulla strada

Probabilmente dev’essere strada
la vita lavorata
per il tempo ed il denaro
e la casa costruita

Come un ponte su una cascata
come un ponte su una cascata
e quel che vedi dai finestrini
di questa macchina usata
E’ difficile capire cos’è
ma dev’essere strada

E se quindi dev’eesere strada
ci deve stare chi ci cammina
e chilometri di passeggiata
le poche case sulla collina

E dev’esserci acqua che piove
ci dev’essere acqua che piove
per il fiume che porta al mare
in fondo a questa vallata
E da qui non si vede granché
Ma dev’essere strada

E tu che parlavi una lingua
da tempo dimenticata
dov’è che l’avevo sentita?
quand’è che l’avevo scordata?

La tua voce era alta e credibile
oltre il suono della cascata
Ed un cielo di zucchero nero e di carta stellata
prometteva esperienza e mistero per tutta la strada

E c’era una porta segreta
E un’uscita mascherata
sotto gli occhi di un leone di pietra
e di una vergine chiaccherata

Usciti dalla notte dei tempi
o da una pagina patinata
E c’era pianto
stridor di denti

Ma poi la porta fu spalancata
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada

Probabilmente dev’essere strada
anche la vita consacrata
al tuo corpo e alle tue mani
e alla curva complicata

E rasenta l’innocenza
e l’abisso della cascata
E che conosce l’invenzione
prima ancora che sia inventata
E che conosce la canzone
conosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada

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[nella realtà è stato scritto a 2 anzi più mani]
musicaUn pò di Jazz e un po’ NO e un po’ di tutto. Si parlava e un po’ ho come perso il filo. Cioè si parlava non qui ma in quel mondo strano e complesso che è Facebook (la Faccia del Libro o Il Libro di Faccia). Insomma io lascio andare i pensieri liberi, i ricordi balbettano ma, metto quattro parole e mi torna la musica. Il pretesto lo ha creato un amica ed era quasi una provocazione. Per i pezzi jazz mi rammarico solo perché in quasi tutti i casi non mi è stato possibile reperire l’incisione che avrei voluto. E si sa come particolarMente nel jazz questo sia importante. FondamenTale. DiversaMente non resta niente. Il un pensiero balbetta. Insomma solo un fiume che scorre. Insomma…
Un’amica dice: Non perché io ami il Che talmente tanto… Amo piuttosto Jan Garbarek, che ha fatto un capolavoro
Jan Garbarek – Hasta Siempre

E un’altra risponde: bella lotta, (nome)… diciamo che sono entrambi favolosi? ….grazie.
Risposta: …io opterei per il “lupo” Jan
Terza amica: i love him
Risposta [e andrebbe ancora tutto bene]: …I too, [nome]… un sassofono di velluto. Ed era da stamattina che avevo bisogno di musica
Io [incautaMente]: IO amo anche il Che. E questo è Charlie Haden con la sua “Liberation Music Orchestra (in realtà come si può vedere l’incisione è tratta da Crisis di Ornette Coleman) Song for Che:

Amica: …però, gli strumenti a fiato hanno un fascino
Lei (occorre precisare?): Sapessi quanto amo la voce del sax
Amica: …sei un’intenditrice
Io [la voce del sax… SIC, c’è qualcosa, dio, più banale?] a Lei: (Nome), ascolta Charlie Haden, un bassista che fa da propulsione a grandi artisti. Cosa mi dici di una tromba, esempio questa (come sai colonna sonora di un grandissimo film) Miles Davis – Ascenseur pour l’Echafaud (ho sempre amato questo pezzo e magari Lei non sa):

Lei: Oruni Bird… e chi se lo scorda.
Io resto interdetto: Oruni?
Lei: Vedo che non ricordi come lo chiamava Jak Kerouac in “On the road (notare il titolo del romanzo di culto in originale).
Io imperterrito: Intendi questo? E ci piazzo un bel [Charlie Parker in Ornithology]:

Io che pure insisto: O lo vuoi più intimistico (mi piace provocarla e soprattutto, quando possibile, vincere) E Rimetto il grande Charlie in Summertime (qui non si bada al risparmio, è tutto gratis):

Lei (ostinata): Vuoi dire che non era Davis ma Parker ad essere chiamato Oruni Bird? [ma io sto chiacchierando assieme alla musica, non insegno niente perché non so niente]:
Io (e va beh!): E perdona la mia immensa ignoranza. Per la memoria sai che… non c’è [figuriamoci poi si mi posso anche arrabattare in citazioni] e riaffermo: Miles mai stato chiamato Bird… Ma la memoria… ribadisco Maestrina.
Ma Lei è Donna e non si potrebbe mai dare per vinta, va da sé che… non si piega la testa: Va beh ti perdono, ma quel libro, proprio quel libro, lo sai che significa eh? [così a nessuno può sfuggire che siamo sessantottini cioè la nostra età cioè che diamo fiato alle parole di due vecchietti]:

P. S.
e poi magari ci ritroveremo ancora a parlare di musica e di altra musica.

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Prendi nota
sono arabo
carta d’identità n° 50.000
bambini otto
un altro nascerà l’estate prossima.
Ti secca?

Prendi nota
sono arabo
taglio pietre alla cava
spacco pietre per i miei figli
per il pane, i vestiti, i libri
solo per loro
non verrò mai a mendicare alla tua porta.
Ti secca?

Prendi nota
sono arabo
mi chiamo arabo non ho altro nome
sto fermo dove ogni altra cosa
trema di rabbia
ho messo radici qui
prima ancora degli ulivi e dei cedri
discendo da quelli che spingevano l’aratro
mio padre era un povero contadino
senza terre né titoli
la mia casa una capanna di sterco.
Ti fa invidia?

Prendi nota
sono arabo
capelli neri
occhi scuri
segni particolari
fame atavica
il mio cibo
olio e origano
quando c’è
ma ho imparato a cucinarmi
anche i serpenti del deserto
il mio indirizzo
un villaggio non segnato sulla mappa
con strade senza nome, senza luce
ma gli uomini della cava amano il comunismo.

Prendi nota
sono arabo e comunista.
Ti da fastidio?

Hai rubato le mie vigne
e la terra che avevo da dissodare
non hai lasciato nulla per i miei figli
soltanto i sassi
e ho sentito che il tuo governo
esproprierà anche i sassi
ebbene allora prendi nota che prima di tutto
non odio nessuno e neppure rubo
ma quando mi affamano
mangio la carne del mio oppressore
attento alla mia fame
attento alla mia rabbia.

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poesiaDi questo mio povero blog. Così trascurato. Così Abbandonato. Dove il silenzio non è nemmeno uno spazio chiuso. E’ solo immobilità. Fissità. E’ ieri senza un oggi. Come un rumore che si fa bisbiglio. Un bisbiglio che diventa silenzio. Che si trasforma in sbadiglio. Il canto muto di un menestrello senza idee. E piango e RIMpiango. Così come uno specchio. Leggi quello che vuoi. Cerca. Cercati. Non ho mai pensato di possedere delle risposte. Ho solo domande. Ho solo dubbi. Qualche vecchia canzone che mi ronza in testa. Una solitaria voglia di ricominciare. Di ritrovare. E invece è solo spazio. Fuori. Dentro. Anzi non solo quello. Ma il mondo corre; in fretta. Passano i minuti. E ti prende la voglia di vita. Sempre più vita. Sarà l’età? Forse. Una cosa è certa: AMO LA VITA. Niente è più prezioso di un sorriso. Di un abbraccio. E di parole si bagna già il mondo. Esonda. Le parole in fondo sono facili. Semplici. Si può dire tutto. E il suo contrario. Farsi belli. Non provarne nemmeno vergogna. Di loro si può spingere. Fingere. La sofferenza delle parole non è mai vera sofferenza. E’ alle porte della notte. Oltre c’è solo un buio; il nulla. E’ facile dire amore. Il difficile deve venire. Il difficile è amare (e AMO). Non mi piango addosso. Non parlo di me. Di me io taccio. Nel grande ventre della terra il seme secca. Resta solo sabbia. Pietra e pietrisco. E uomini senza senno vendono il domani. Il mio domani. Anche il tuo. Perdonami. Il tacere è complice. Basta sangue. E allora torno perché ho bisogno di poesia. E vi lascio una poesia. Ce n’è tanta al mondo, basta saperla trovare.
Esistono molte solitudini intersecate – dice –
sopra e sotto
ed altre in mezzo;
diverse o simili, ineluttabili, imposte
o come scelte, come libere – intersecate sempre.
Ma nel profondo, in centro,
esiste l’unica solitudine – dice;
una città sorda, quasi sferica, senza alcuna
insegna luminosa colorata,
senza negozi, motociclette,
con una luce bianca, vuota, caliginosa,
interrotta da bagliori di segnali sconosciuti.
In questa città
da anni dimorano i poeti.
Camminano senza far rumore, con le mani conserte,
ricordano vagamente fatti dimenticati, parole,
paesaggi,questi consolatori del mondo,
i sempre sconsolati, braccati dai cani,
dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,
inseguiiti dalle loro stesse parole,
dette o non dette.

(Ghiannis Ritsos)


Questa versione in italiano, un po’ discutibile, me l’ero persa.

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Gerusalemme

Dopo la notte. Perché la notte sporca tutto; di nero. Nulla è diverso. Solo un grande universo di ombre. E i colpi improvvisi fiondati delle luci. Come buchi; baluginanti. Come bugie. Come sussurri sfuggiti di mano. Frettolosi. Come un vuoto cavo; privo di emozioni. Come se non esistessero altri mondi. Senza eccitazioni. E’ stato tutto fin troppo facile. Non resta che l’incredulità. Ed essa si mescola alla fretta. E alla stanchezza. Guardarsi intorno è trovare solo un grande vuoto. Febbricitante. Mi sembra di non essere mai partito. Non fosse perché mi trascino il sonno di queste piccole ore. Non fosse perché so, perché mi hanno raccontato: pagine, voci, ricordi. Perché ho già una guida. E lei mi guida. Mi dice che questa non è la luna, che non sono entrato nel ballo. E non aspetto il mattino, lui viene da solo. Si fa spargendo sole in un paesaggio piatto. Ed è Palestina.
Diario di viaggio. Mi alzo pigro. Svuotato di forze. Forse è la febbre. Spero sia solo quella. Senza il coraggio della resa. Il fuori mi aspetta. Mi accorgo subito che il viaggio non è fuori ma dentro. In me. A mettermi ansie, e dubbi. A dirmi che non era vero. Non così. E’ un viaggio nella pancia, nel cuore. Banale dire: un viaggio nell’anima. Le emozioni tradiscono. Niente è uguale. Credi di sapere. Ti accorgi che non sai. Devi sentirle le cose. Devi vederle con i tuoi occhi; lì. Toccare quella terra che pare non essersi mai bagnata che di sudore. E mai abbastanza. Terra che si fa polvere. Che si fa pietra. E la carne è pergamena, sui volti scavati, sotto le schiene curve. Adesso sì, sono sulla luna. Su un altro mondo. Il paesaggio altro non è che paesaggio. La gente è gente. So che l’uomo è uomo da per tutto. Non cambia con le stagioni, né per una limite immaginario e immaginato. E la gente va di fretta come da noi. E’ mattino. Si comincia. L’inquietudine è solo nello stomaco, nel mio stomaco. Ho timore di aver sbagliato posto. Eppure le voci hanno suoni diversi. Che ricordo appena (senza dovere spiegazioni).
Dimmi che è vero? Siamo a Gerusalemme. Dove è cominciato tutto. Dove sono nate le storie (e anche chi le ha raccontate). Dove hanno scritto l’odio. Dove hanno ucciso l’uomo. E lo tornano ad uccidere ogni giorni. Ogni minuto. Ciò che mi colpirà è la testarda perseveranza. L’ostinazione di un rancore senza tregua; lì dietro torrette cieche. E la gente per strada, che sa ancora sorridere. Che sa ancora guardare a domani. Che inventa un motivo continuamente, e la voglia di vivere. Quella voglia frettolosa di frugare nel nulla per preparare almeno un tè. Per farti sentire a casa. Eccoli i terroristi. Certo che non ci avevo creduto. Certo che non può esserci un popolo che vive solo e tutto di terrore. Sono uomo tra gli uomini. In ogni paio d’occhi c’è un benvenuto. Voglio vedere l’altra faccia. Ho fretta.
Cos’è un’occupazione? E’ lì, dietro un muro. In quelle torrette da dove ti guardano e non li vedi. E’ nelle armi di un paese di guerra. Ma è questa la guerra? I bambini vanno a scuola. I negozi aprono. Tutti vanno di fretta. Una fretta scomposta. Passano vicini alla guerra e non la guardano. I soldati paiono anacronistici. Usciti da un altro raccolto. Scesi da un altro mondo. Da un mondo distante. Maschere. Finzione. E paiono anche loro a disagio. Fuori dal tempo. Imbarazzati. Appaiono all’improvviso e scompaiono lentamente. Cercano di non guardati, ma quando lo fanno ti sfidano. Credono che quello sia il loro compito: sfidare tutto e tutti. Sfidare il mondo. Forse è questo il mestiere del soldato. Raccontano in silenzio un’altra storia. Ancora un’altra. E tutte quelle storie si intrecciano. Senza una vera trama. Senza un ordine. Più alto delle case si leva il minareto. Più delle voci si alza l’adhān. Ora so di essere arrivato: sono a al-Quds.

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