Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for agosto 2013

ResistenzeDicono sia stato in Spagna. La cosa pare certa, ma nessuno che era con lui è tornato. Poi si erano perse le tracce. Volatilizzato. Le notizie sul suo conto, se si può, erano ancora più confuse. Piene zeppe di forse. Semplici ipotesi. Nessuna certezza. Non è con le domande che si racconta la storia. Chi dice che era in val d’Ossola, ma anche chi dice che era sul lago di Garda, a Sirmione. E’ difficile credere a questi ultimi, probabilmente doveva trattarsi di una calunnia, non era tipo da arrivare in ritardo ad un appuntamento. Sicuramente per Venezia ci era passato, ma solo di sfuggita. Poco più che il tempo di scendere da un treno e prendere il successivo.
Il Benito doveva aver già chiesto all’autista di quel camion un passaggio, vestito da tedesco, quando i primi ricordano di averlo rivisto. Aveva un valigia pesante che non appoggiava quasi mai e pareva uno che può permettersi tutto. Aveva alloggiato per un paio di giorni alla locanda e poi s’era stabilito dalla Pina. Del cascinale era rimasto ben poco. E quel poco era nero e sapeva di fumo. Le solite voci sussurrano che quei denari li avesse trovati al mercato nero. Ma se ne son sentite anche di peggiori. Certo che il soldo crea invidia. Certo che il giorno dopo la Pina aveva un vestito nuovo e la vita per lei non fu più la stessa.
Anche da Aristide tirava fuori soldi e di quelli veri. Si azzardava ad offrire da bere per gli amici, così li chiamava lui. Quei quattro perdigiorno con cui non aveva mai fatto comunella. La Luisa gliel’aveva chiesto alla Pina: “E tu cosa dici, Pina”?
E l’altra le aveva risposto: “E’ un eroe” –ma alla Luisella lui non piaceva, e lei ne sapeva di uomini. Diceva solo sottovoce; senza farsi sentire: “Puzza”.
Non era uno da badare alle voci. E di voci in quei giorni ne giravano a mulinello. Già i primi avevano provveduto ed erano scappati, come cani col fuoco alla coda.
E’ uno che sa annusare l’aria che tira. Pochi giorni sparisce. Nemmeno il tempo di salire e già scende in paese. Con in braccio un novantunotrentotto e il tricolore con la croce savoiarda. E tutti lì a dire delle cose. I fratelli Trentin avevano cianciato: “Abbiamo ucciso il porco. Peccato, non s’è potuto fare del salame”. Ma loro eran dei gran burloni. L’aveva detto ridendo. E poi ne dicevan di cose, soprattutto dopo i primi gotti. Nessuno di noi ci aveva creduto. Il podestà doveva esser scappato come tanti. Non ci siamo certo messi a cercarlo. Le cose correvano che non si riusciva a fermarle. E tutti erano come impazziti. Certo che poi, anche loro, si son presi il campo, e si son comprati il camion. Si son messi da soli: “Non vogliamo più padroni.” –e son diventati padroni loro stessi. Certo che questo mica vuol dir nulla. E’ tanto per dire; così, per raccontare. E’ che i padroni son tutti uguali. Anche a essere bracciante dei Trentin sempre bracciante eri. Sempre le pezze al culo portavi. Ma non c’era tempo per queste sciocchezze. Sarebbe stato stupido lasciarci la cotica quando tutto era già finito. E pensavo che s’era già festeggiato una volta. Speravo che non fosse ancora una burla.
Tutti festeggiavano e lui era in prima fila alla festa. Le donne scendevano in strada. Buttavano, a quei ragazzi laceri, le braccia al collo. Qualcuna, fin troppo contenta, cercava di trascinarli in casa. Anche solo per un piatto di zuppa di lenticchie. Le madri tiravano il collo cercando i figli. Noi non s’eran imparate che quattro canzoni. Alcuni in mezzo eran proprio ancora ragazzetti. Per qualcuno quei baci sparsi a caso eran il primo bacio. La Cate era sulla porta; l’ho vista da lontano. Su alcune finestre s’era messo il tricolore. La nostra bandiera era tutta d’un colore. Qualcun altro, non l’abbiamo visto, in preda all’euforia ha rovesciato tutto il comune. Sparse per la piazza c’eran cartelle di chiamata e un sacco d’altre carte. Uno, non ricordo chi, mi fece notare che in quel momento non c’era. Ho tirato su le spalle pensando che s’era infilato in qualche letto. Il Ruvido per gioco s’è messo a corre a presso a una gallina. Lì, in mezzo alla confusione. E altra confusione si mischiava alla prima. E grida. E quelli che correvan dai campi. Con le falci e le roncole e le forche. Non c’era il tempo di pensare ad altro tranne che era finita. I bambini giravano intorno curiosi. Qualcuno di loro chiedeva cioccolata. “Non siamo mica gli americani”.
E’ uno che sa stare in un solo posto: seduto con i vincitori. Non era mai solo. Mi son tolto il fazzoletto e ci ho asciugato il sudore. Dovevo ricordarmi qualcosa che non ricordato. Eppure l’ho guardato a lungo, e lui sembrava impaziente. Avevo anche una fame che non ci vedevo. Eppure il viso di quel suo amico, il Corrado, l’avevo già visto da qualche parte. Era una faccia che non mi piaceva niente. Gli camminava sempre a fianco, era la sua ombra. E a volte mi guardavano in un certo modo e bisbigliavano tra loro. Ma con me lui era sempre gentile, un po’ troppo.
Non gli mancavano certo le donne ma continuava a restare con Pina. Giravano certe voci, che lui non la poteva lasciare perché lei sapeva troppo. In soldoni lei doveva sapere dove ha trovato le lire. E le voci quando diventano troppe creano il sospetto che qualcosa ci possa essere. Cioè la superfice borbottava come il mosto. Poi la Pina è scivolata, nel buio, già da una ripe. E le voci sono diventate silenzio. E di lui s’era tornato a parlare di eroe. Per quella storia della Spagna e per altre storie. Storie raccontate solo dopo. Di cui sapeva solo lui. E chi le aveva sentite da lui. E lui s’era consolato subito. Con una che si faceva chiamare Margueritte. E si diceva francese ma parlava un livornese stretto stretto. E tutti se l’eran passata come Antonia o Tota. Quando ancora non era signora.
Adesso che aveva una sciarpa di piume lunghe e sottili e le labbra rosse come ciliegie allora chiedeva il lei. E gli si aggrappava come fosse una regina. Gli dico: “senti, com’è quella storia della Spagna”? Mi dice: “Lascia stare, cose passate. Li si battagliava davvero. Erano tutti eroi; soprattutto quelli che non son tornati”. Ma io insisto: “Tanti, quasi tutti, ma il Gene è tonato. Lo sapevi”? Lui sbianca. “Anche il Gene, Barcellona”. Lui sbianca. “E quel tuo amico, il Corrado, ora ricordo: a Sondrio. La prima volta l’ho visto a Sondrio. E poi anche peggio. Brutti posti. Brutti ricordi. Ed era vestito tutto di nero. Sai? col teschio e i coltelli in croce”. Non può sbiancare più. È bianco come il lenzuolo sopra il morto. Si fruga dentro a cercar la voce. “Non devi pensare… Guarda che… e poi nella confusione. Era un’altra patria quella patria”.
Patria? Una fifa da far pena. Lo giuro qui davanti all’assemblea. Lo tranquillizzo: “Fosse per me”… E gli ho detto della Volante rossa. Che avevano ricevuto la sua foto. E un consiglio gli ho dato. Mi ha ascoltato e ha fatto le valigie. In paese non s’è più visto. Gene non era stato a Barcellona ma a Salamanca. Sempre Spagna era e lui non sapeva. E nemmeno era vera quella della Volante rossa. E’ diventata vera dopo. Di Corrado invece era vero, lo avevano confermato quelli che lo avevano conosciuto. Quei pochi che ancora avevano il fiato. I fortunati o i veri eroi: le vittime. Era stato un porco e uno dei peggiori. Pareva ci godesse. A lui invece non gli è stato detto prima ma dopo. Con un cartello attaccato al petto. Quando lo han trovato a pender dalla vecchia quercia. E sul cartello c’era scritto in maiuscolo stentato: «Oggi e sempre (e a capo) Resistenza».

Annunci

Read Full Post »

Tutto ciò che prima non era mai stato detto [dagli altri profeti. n.d.a.] è che nel creare il creato Dio all’improvviso si sentì solo. Non bastavano gli uomini, né i giganti, né gli angeli a lenire quella immensa solitudine. Fu per quello che creò delle creature in tutto è per tutto più simili a lui; più simili delle altre, e tutte si chiamarono Dio. Tranne per quella di sesso femminile che non gli assomigliava punto e che si chiamò da sola: Lei. Poi gli avvenimenti si susseguirono. Nessuno più parlò dei grandi erbivori. Anche quello è uno dei tanti misteri della fede.

fulmineSi ha qui l’impressione che ci si soffermi troppo in piccoli e irrilevanti particolari? Ci si ricordi che si sta parlando, in un qualche modo, di… come dire? due universi paralleli. Il tempo sulla terra scorre lento, si conta a minuti. Ma abbiamo parlato anche dell’infinito, del luogo dov’è cominciato tutto, dove si è dato inizio al creato. Lì tutto è diverso. E’ meno caotico. C’è meno affollamento. E soprattutto il tempo passa in modo diverso. Abbiamo visto scorrere i secoli in un baleno. Alcuni sono passati prima ancora che noi ce n’è accorgessimo. Si deve inoltre considerare che c’era un certo fermento, stava nascendo l’umanità, tutto ribolliva come nella tazza di un vulcano. Almeno alcuni degli eventi narrati avrebbero dato lavoro per anni e anni.
Ai più quei sei giorni sarebbero potuti sembrare secoli. Non a lui. Certo non si potevano ascoltare solo gli… storici e gli antropologhi; che poi ancora non erano stati creati. Era vero che c’era stato un periodo che l’aria s’era fatta un po’ più frizzantina, ma da questo parlare addirittura di glaciazione. Qualcuno aveva bisbigliato lontano da orecchie indiscrete che sarebbe stato per tenere fresca la birra. Ma se la birra non era stata ancora creata? E poi, fosse vero, si sarebbe completamente ghiacciata. La verità è molto più banale, ma nemmeno vale la pena parlarne. Non era troppo chiaro chi si doveva occupare di cosa. E nella confusione… non ti puoi mai fidare. C’erano stati alcuni mal funzionamenti nella distribuzione di energia. Piccoli disguidi. Già risolti. Non si sarebbe verificato più. Parola di Dio.
Nemmeno se ne sarebbe più parlato se… Il problema era che tutto era già successo all’inizio dell’inizio. Adamo amava fare due passi prima della frutta; e anche dopo per farsi una sigaretta. A quei tempi erano due sposini soli; senza figli tra i piedi. In quel suo curioso girovagare senza meta aveva trovato alcuni oggetti, siano essi di selce o di ossidiana, non era mica un geologo, che anche una mente semplice come la sua se ne sarebbe accorta. Si sarebbe interrogata. Decisamente erano reperti che la mano di qualcuno aveva levigato. Si era anche imbattuto in certe strane pitture. Ma di questo non ne aveva mai parlato. Perché si era spinto più lontano E li aveva visti in una grotta. E in quella grotta non era solo. Certo non era proibito, era solo una capra. Ma Eva era così gelosa. In seguito si era anche imbattuto in un enorme… sembrava proprio un osso. Era proprio un osso. Pensò potesse appartenere a qualche gigante scomparso. Troppo grande. Pensò al mammut ma il mammut, come sappiamo, non era ancora esistito e comunque era estinto. Poi era una bestia di altre latitudini. Quell’uomo di fede, e non troppo acuto, trovò nuovamente risposta nei misteri della fede.
A proposito, viene colta l’occasione per una riflessione filosofica che poco ha a che fare con i fatti. Contiamo ancora una volta nella pazienza e nella clemenza dei pochissimi che leggono; se non si sono già annoiati nelle poche righe precedenti. All’amico che continua a sostenere la teoria secondo la quale l’uomo è stato creato vegetariano vorrei chiedere se le punte di freccia o lancia, trovate tra quei reperti, indicano che l’uomo di allora, il primo se non il primissimo, ha lavorato quelle pietre per cacciare delle rape. Sicuramente l’uomo ha dovuto assaggiare tutte le schifezze che trovava, in natura. Erbe e sterpi, pietre e radici, tuberi, magari resti di animali e financo i loro escrementi, fino alla frutta. Ma qui torniamo ad andare fuori dal seminato. Comunque la fame era tanta e l’ignoranza era di più. Ma se i disegni dimostrano che cacciava gli animali già prima di essere creato, non possiamo che concludere che era un animale vegetariano con una dieta varia ed alcune eccezioni, tra cui la carne e il pesce. Ma ora è bene che torniamo ad interessarci puramente ai fatti. E a interrogarci solo su di essi.
Lei, nella sua a volte anche inopportuna petulanza, insisteva nel dire che non poteva continuare all’infinito a chiedere all’uomo di liberarsi di ogni curiosità. Che la curiosità sarebbe sopravvissuta a tutto. Che l’uomo aveva bisogno anche di risposte. Soprattutto le donne. Ma lui la trovava una questione di lana caprina. Caprina? boh! Lui amava le cose spicce. Se credi non hai bisogno d’altro. Ci vuole fiducia nelle cose. Lui amava quelli che erano sempre pronti. Amava i sì; mica i forse. S’era convinto che il mondo sarebbe andato meglio, molto meglio, se tutti avessero fatto il loro dovere senza star lì, ogni momento, a rompere… le uova nel paniere. C’era bisogno di ordine in quell’Ordine infinito. Se uno si mette a dubitare di ogni piccola cosa, anche sulla forma della terra, finisce che si trova a dubitare anche di Dio. E chi avrebbe fatto tutta quella grande cosa, il creato, se non Dio? Questa era l’unica domanda che gli sembrava saggia. E per quella la risposta era là, davanti agli occhi di tutti. Era una sola. Nemmeno serviva tanto ripeterla. Una risposta di tre sillabe. Il suo divino Nome.
Magari non subito ma col tempo Lui riusciva a trovare una risposta a tutto; non per nulla era Dio. Giustificò queste divagazioni col fatto che i giorni dell’uomo e quelli di Dio non hanno le stesse dimensioni. E che l’uomo e la sua discendenza non sono l’uomo ma quello tra loro che lui aveva scelto. Che a suo dire quelli altri gli erano riusciti anche peggio. Cioè che la Storia era quella di quel piccolo territorio che potremmo chiamare Galilea. Non perché il resto avesse meno importanza. Anzi. Solo perché chi ne aveva parlato era nato in quella piccolissima fetta di terra. Non conosceva altro. E non era colpa sua se gli uomini cosiddetti d’oltreconfine non sapevano leggere, scrivere e far di conto. Magari sapevano costruirsi gli attrezzi, ma solo rudimentali. Magari avevano provato con l’arte, con la pittura. Potevano definirsi pitture quelle? E a che pro? Al massimo erano scarabocchi, e rupestri. Persino loro li nascondevano agli occhi dentro delle caverne. Non erano che prove. Restavano degli ignoranti buzzurri; se gli era permesso esprimersi così.
Dio [nota a margine] non ricordava di aver creato uomini che poi aveva chiamato profeti. Lui aveva creato l’uomo e poi l’aveva chiamato uomo; più semplice da capire di così. Naturalmente anche Dio disse: “nemmeno Io”; e così via, che non staremo a ripeterci. Naturalmente ci sembra vacuo soffermarci sulla Genesi del nome. Loro parlavano in nome di… e anche questo Dio non ricordava di averlo detto. Ora non capiva perché non potessero avere un idea loro. Fossero sempre lì a pendere dalle sue labbra. Ma per pendere pendevano poco. Ma a chiamarli questo uomo e l’altro uomo e quella donna e quell’altro uomo e anche quella donna non ci si raccapezzava molto. Una volta si voltavano tutti. Un’altra non rispondeva nessuno. In quella che sostituiva l’anagrafe allora ci si era poi impegnati per distinguerli uno dall’altro. Avevano da prima provato con i numeri. Ma ben presto si resero conto che i numeri rischiavano di restare insufficienti. Allora erano ricorsi alla loro fantasia, anche quella piuttosto scarsa. Senza una regola, senza un piano né erano uscite le cose più bizzarre; ridicole. Persino uomini col nome da donna e uomini e soprattutto donne senza nemmeno il nome. Lacune di un esercizio ancora in fase progettuale.
Allora Lui alzò gli occhi al cielo. E ne fu entusiasta. Si sentì orgoglioso. Almeno di quello. Era una notte nera. Proprio nel bel mezzo splendeva un’enorme luna piena. Pensò che forse gli uomini avrebbe dovuto sistemarli lì. Però avrebbero dovuto scavare e scavare per trovare un pozzo dove dissetare i cammelli. E che forse si sarebbero messi in testa anche loro di volare. Già il cielo più in basso era pieno di uccelli, anche di notte c’erano quelli notturni, e di tanto in tanto si incrociavano anche gli angeli. Poi pensò che in poco avrebbero rovinato anche quella. E poi poteva benissimo servire per sognare. E per cantare. Pensò che avrebbero continuato a fantasticare di abitare anche quella. E con quella esplosione demografica tutto era possibile. Che piantata lassù li avrebbe lasciati parlare per anni e anni. Intanto li avrebbe tenuti occupati e non avrebbero fatto tanti altri malanni. Un modo l’avrebbero trovato, ma intanto non era male distrarli. Ma fu costretto a tornare con i piedi per terra.
Come si è provato di accennare, a parte gli improbabili, e spesso ridicoli, nomi propri, i profeti erano pur sempre uomini, e capivano quello che capivano. E associavano. E scordavano. E infiorettavano. Fantasticavano e ciarlavano. Inoltre nel riportare, è umano, si aggiunge o toglie sempre qualcosa. Lui stesso non avrebbe dato Fede a tutto quello che dicevano. Anche se la Fede è necessaria. Due parole qui, quattro di là. Non c’era da stupirsi se poi si generava confusione e i posteri non ci avrebbero capito granché. Che poi ognuno cercava di portare anche l’acqua al suo mulino. Dovevano essere tutti dei mugnai, ma non ne aveva conferma. Certamente erano anche dei gran burloni e un po’ giullari. E non tutti poi si presentavano proprio per bene. Prendi quello… e poi quello con quella voce blesa… beh! lasciamo andare. Era ben anche per quello che aveva creato la Fede. Ce n’erano che amavano le feste e non facevano che raccontare di party e di divertimenti vari, e anche non certo decorosi. E altri che amavano l’avventura e l’azione, spesso truculenta. Non c’era un equilibrio; Divina pazienza, o come diceva Lui: “Divina polenta”.

Read Full Post »

GialliCome il solito ero da Luigino. E’ il mio terreno di caccia preferito. Solitamente ci vado la sera. Non tutte le sere, certamente, solo quando mi va. E’ facile trovare ragazzine sperdute, ma anche animali di genere femminile o incerto di ogni età. Magari piene di roba e di alcol. Pettinate alla bell’e meglio. Del tipo: sono sfatta. Fatte. Che pensano di divertirsi facendoti divertire. Disposte a tutto, a volte in cambio di niente. Senza morale né pregiudizi. Di quelle che non sanno tenersi addosso le mutandine per più di qualche ora. Scatenate. Che non sanno stare sole di notte. E con la bocca piena di volgarità che credono divertenti. A volte nemmeno mi lasciano prendere l’iniziativa. Fanno tutto loro.
Invece ero lì per pranzare. Si stava facendo tardi. E fuori un sole virile picchiava come un fabbro. Lei era di tipo diverso. Nemmeno ci pensavo. Niente conciliava per l’avventura. Mi stavo solo impigrendo. Guardando intorno distratto. Cercando di ammazzare il tempo. Senza nessuna voglia tranne quella di fare niente. Ma sembrava un tipo interessante. Certo non una ragazzina. Non brutta, tutt’altro. Sicura di sé da essere quasi impertinente. In mezzo a tanti uomini: a quell’ora ci sono solo lavoratori che mangiano frettolosamente nell’intervallo. E io avevo il pomeriggio libero. E la noia in corpo.
Stavo finendo i miei wurstel e patatine con Ketchup. Lei era alle prese con un’insalatona. Foglie verdi e rosse, di varie tonalità di verde. Forse qualche scheggia di uovo. Improbabili frammenti di formaggio. La servono su terrine enormi ma è tutta apparenza. Lei ci aggiunge ancora olio. Era dal primo spritz che la stavo osservando. Lei se n’era accorta. Non aveva distratto gli occhi quando li incrociavo. Non aveva mostrato di esserne infastidita. Sembrava invece compiacersene. Mi osserva in tralice e infilza con crudeltà una foglia di lattuga. Un messaggio subliminale che non capisco. Come se mi piantasse i rostri della forchetta direttamente sulla carne. Nella sfaccia le si affaccia una sorta di sogghigno.
E’ un attimo. E’ giunto il tempo. Caccio in gola un rutto. Me lo sono meritato. La Coke mi fa sempre questo effetto. Mi alzo per andare verso di lei. Il caldo rende ogni gesto faticoso. Cerco di mostrarmi disinvolto. Mi ha notato. Mi chino con il mio bicchiere ancora in mano: “Scusi, non l’ho mai vista d”…
Alza uno sguardo quasi indifferente dal piatto vegetariano: “Mi stavo chiedendo quanto ci avrebbe messo”.
Nemmeno il tempo di elaborare la sua risposta. Un po’ in contropiede: “Cioè”?
Sorriso forzato: “Come l’avrebbe fatto. Che scusa si sarebbe inventato”.
E poi”?
Sorriso un poco più convinto, quasi di assenso, ma non si sottrae: “Cosa mi avrebbe proposto”.
La incalzavo e lei mi incalzava: “E poi”?
Come avrebbe cercato di farmi bere”.
Non bisogna mai lasciare alla donna il tempo per pensare: “E poi”?
Se si sarebbe sfilata la fede”.
Non era tipa da arrendersi. Né facile da addomesticare. Non una che fa troppo la difficile, ma nemmeno una troppo facile. Non una che dopo un bicchiere… Mi incuriosiva. Mi stava prestando sempre più la sua attenzione. Non mi sembra di quelle frettolose, ma nemmeno di quelle che se non è la grande storia non è. Non la sapevo inquadrare con precisione. Pensavo a una donna consapevole di sé: “Come vede no. Non c’è trucco. Rende tutti più… consapevoli. Non crede”?
Questa volta si prese un paio di secondi di pausa alzando gli occhi come se fosse lei a dover trovare una domanda: “Non saprei. Non ci ho mai pensato. Forse sì. Farse ha ragione. Niente le solite storie. Come si dice? Adulti consenzienti”.
Sta andando tutto per il meglio. Comincio a pensare di essere sulla strada buona. Che il più è fatto. Se non altro continua a parlarmi. Non è seccata. Anzi, pare quasi divertirsi: “E poi”?
Cosa si sarebbe inventato per cercare di portarmi a letto”.
E’ una tipa decisamente interessante. Che ne sa una più del diavolo: “Posso sedere”?
Non funziona così”?
Credo di sì”.
Scosto la sedia deciso a portare avanti l’amicizia: “Puoi anche darmi del tu”.
Anche lei… cioè tu”.
Con un sorriso nascosto in ritardo ha cercato di giustificare la piccola gaffe. Prendo posto davanti a lei. La guardo fin dentro gli occhi. Con il mio sguardo indagatore, un po’ cialtrone e un po’ assassino: “Era un po’ che ti guardavo”.
Non accenna di essersene accorta. Si sistema la gonna. Cerco di controllare com’è messa di gambe. Appoggia il mento al palmo per allargare il suo sorriso. Un gesto confidenziale. Come se volesse imparare a conoscermi con gli occhi. Scosta appena la sedia: “Siedi pure ma… stavo per andare. Non ho troppo appetito.” –e allontana il piatto.
Certo che è una con le idee chiare. Sono curioso di vedere fino a che punto è disposta a spingersi. Cioè quando mi sembra di essere vicino alla meta la sento allontanarsi. E poi tornare. Gentile. E poi c’è ancora un po’ di strada da fare. Una sorta di enigma. E io avevo deciso di avere pazienza. Che forse ne valeva la pena. Cerco di riportarla al vero senso della nostra conversazione: “E per finire”?
Cosa avrei risposto io. Non mi lascio avvicinare facilmente da sconosciuti”.
Lei era sempre presente. Feci cenno al suo bicchiere dove un sorso di bianco era diventato ormai caldo: “Cosa posso offrire”?
Da così vicino posso notare lo sforzo che deve fare per tentare di mantenersi giovane. Il trattamento maniacale che deve usare sulla sua pelle. I piccoli difetti che cerca di correggere con il trucco. Come riempie la camicetta. Quegli argomenti interessanti che gonfiano la stoffa e la tirano con insolenza. Violentemente. La cosa si sta facendo interessante, Anche se ho la pasta con le sarde sullo stomaco. Comunque non è niente male. Faccio un azzardo, furbescamente. Voglio scoprire il suo gioco. E poi va a finire che facciamo notte. Solitamente sono un tipo spiccio: “In questo ordine”?
Sorride di un sorriso più convinto, come se si prendesse gioco di me. Eh! no. Questo non avrebbe dovuto farlo: “Si! Cioè… Non necessariamente”.
In quell’attimo penso che è fatta. Ma non la conosco abbastanza. Con lei niente è certo. E poi c’è questo pomeriggio afoso. Lei pare soffrirlo meno. Immago se anche la sua camicetta le si appiccica addosso: “Come hai detto che ti chiami”?
Mi intriga e lo fa apposta: “Non l’ho detto. Comunque Jo, come Giovanna”.
In testa mi complimento per il suo nome: Jo. Facile da ricordare, veloce da dire. Il nome giusto per la protagonista di una avventura. Faccio nuovamente cenno al suo bicchiere facendolo tintinnare con il mio: “Posso”?
Sorride sicura di sé: “Ma questo non era il punto due? O, correggimi se sbaglio, il tre”?
Scusa. Non era mia intenzione farti ubriacare alle –controllo l’orologio– due e quaranta”.
Anche lei guarda l’orologio e ride: “Sì, lo so. Non siamo più bambini. Non raccontarmi la storia di cappuccetto e il lupo. Non avevamo detto che si stava per andare”?
E’ una tipa piena di buonumore e ironia. Che sa il fatto suo e mira al sodo: “Come hai detto che ti chiami”?
Te l’ho già detto. Comunque Jo, come… lascia stare”.
Fiesso d’Artico è a due passi. Un tiro di schioppo: “Antonio Minestrini. Voglio dire… il mio nome. Per te: Toni”.
Cerca di controllare la sua ilarità: “Scusa, non ti offendere. Mi ha sempre fatto ridere. Quel Minestrini”.
Ormai le sedie stanno scottando. Lei si alza. E anch’io: “Ti spiace se andiamo direttamente all’ultimo punto”?
Si fa fintamente seria: “Solitamente nemmeno io amo gettare il mio tempo”.
La sua risposta mi sorprende. E’ una tipa decisa. Che sa cosa vuole: “Cosa ti ha dato fiducia”?
Mette i soldi sul conto: “No! guarda; il contrario”.
Non sono certo di aver capito. Chi dirigeva il gioco. Ho temuto si trattasse di uno scherzo. Non potevo essere certo del risultato. Mi sono controllato intorno. Ormai siamo rimasti quasi solo noi due. Noi e uno già ubriaco a guardarci attraverso gli occhi che gli cadono dal sonno. E Luigino dietro al bancone. Che mi lancia sguardi di soddisfazione e di approvazione. Forse anche carichi di invidia. E di incoraggiamento. Ho deciso di buttarmi. Fanculo all’ora: “Dunque… si va… Da me o da te”?
Risponde con un sorriso appena accennato pieno di disincanto e di superficialità: “Preferirei un terreno neutro ma… meglio da me. Ho preso una stanza. Ti spiace se andiamo con la mia macchina”?
Di passaggio; eh! Ci avrei giurato. Per me… bene”.
Le controllo la carrozzeria anche da dietro. Niente male. Gonna stretta. Che la fascia. Salgo sulla sua mini rossa. Giuda disinvolta; credo. Le marce sono nervose. Non più di trecento metri e siamo arrivati. La pensione non è granché. Il portiere la chiama signorina Marchetta, Elisa Marchetta, e le da le chiavi. Prendiamo l’ascensore. Cerco di baciarla. Mi respinge spiegandomi tranquilla: “Un po’ di pazienza”. Intanto l’ascensore sale i due piani con una lentezza incredibile, sferragliando in modo allarmante. Lei ha il tempo di spiegarmi che non devo fraintendere: lei non è un escort e niente di simile. Non le è mai capitato. Io cerco di crederle. La rassicuro. Le spiego che l’idea non mi aveva mai nemmeno sfiorato. Non sono una da fare troppo il difficile. Lei è comunque una preda che vale il prezzo del biglietto. Faccio i conti di quanto m’è rimasto in tasca. Perché tutto era stato fin troppo facile.
Atterriamo al secondo come fossimo ammarati su Marte. Fischi, sbuffi e poi si aprono le porte. Il corridoio è buio. Mi toglie la mano dalle chiappe senza dilungarsi in proteste. La pazienza non è mai stata una delle mie doti migliori. Entrando la prima cosa che noto è che non c’è aria condizionata. La stanza non è granché e nemmeno troppo pulita, ma c’è un letto grande che la occupa quasi tutta, e le lenzuola sono state cambiate di fresco. Forse era arrivata solo quella mattina. Un letto e una poltrona. L’adocchio subito. Sono soddisfatto.
Chiamo il servizio in camera. Ci portano un prosecco mediocre. Un po’ troppo freddo per i miei gusti. Ne verso un calice per me e uno per lei. Si paga solo quello che si consuma. Lei ha abbassato un po’ le persiane. Non ho bisogno di atmosfera né di intimità, non sono uno da arrossire facilmente, ma la luce era accecante. Lei accende il ventilatore. Mi accomodo davanti, sulla poltrona che ha visto tempi migliori; con il mio calice in mano. Volevo lasciarmi alla sua iniziativa e fantasia. Ero curioso di lei. Lei si mette fra me e il ventilatore. L’aria spinta dalle pale le scompiglia i capelli. Lo ricordo ancora. Ci sa fare. Ottima recitazione. Dev’essere una che ama anche l’apparenza, il palco. Pare una parte mandata a memoria. Mi sento dentro un film.
Me ne sto tranquillo nel mio posto in prima fila. Getta lontano le scarpe. Uno alla volta si slaccia i bottoni della camicetta e io comincio a fantasticare su quello che mi sta aspettando. Il tutto in silenzio. La musica me la suono io in testa. A me piacciono le tipe che sanno prendere certe iniziative. Mi piace l’intrigo. Quelle che fanno volare il reggicalze con un gesto. Un po’ di poesia. Le interpretazioni sfacciate. Un po’ di coreografia. Cerco in tasca le sigarette e cerco di mettermi comodo. Mi ricordo che ho smesso. Quella che mi suono è la colonna sonora di nove settimane e mezza.
Schiocca la lingua e le dita. Poi qualcosa di quell’incantesimo si rompe. Lei si blocca. Sul più bello. Posso solo immaginare. Mi fissa come mi vedesse solo allora. Cambia sorriso e me ne regala uno ammiccante. Vuole farmi soffrire? Farsi desiderare? No! Ho un attimo di panico: “Certo che saresti un gran maialino”. Torna ad essere comprensiva. Come mi offrisse un gran regalo, glielo leggo in faccia, infila una mano e si estrae un seno. Niente male. Le deve essere costato parecchio. Mi rilasso e riprendo il sogno. Va tutto bene, mi dico.
Mi fa segno di fare silenzio. Io cerco di evitare anche il rumore del mio respiro. C’è solo il ronzio del ventilatore. Ho un secondo attimo di panico quando sento la sua voce suadente dirmi: “Mi dispiace. Veramente. Peccato. C’è un contratto”.
Cerco di capire. Solo ora mi accorgo della glock che stringe in mano. Io preferisco il made in Italy. Preferisco la berretta. Ognuno ha i suoi gusti. Sono sotto minaccia di quel capezzolo caldo inturgidito e della bocca fredda della canna della pistola. Il suo viso perde all’improvviso ogni espressione. Torno ad essere un estraneo. Come se si accorgesse di me solo ora. Forse è una di quelle tipe un po’ bizzarre, incostanti. Che cambiano idea ad ogni momento. Non lo avrei mai detto. Forse è una tipa che nutre rimorsi. Che ha improvvise crisi morali. Le donne sono esseri ben strani. Non so su cosa fissare la mia attenzione. Le dico “Baby!” –al momento non viene altro. Ingoio la saliva. Cerco di fare un sorriso. Forse una smorfia. Non so cosa m’è venuto. Bisognerebbe chiederlo a lei. Il suo era un sogghigno. Freddo. Gelido. Come l’Antartide. Allora gioco l’ultima carta del giocatore. L’asso che mi trovo nella manica. Il mio bluff. Con la faccia le dico sorpreso: “Non capisco”. Con la voce le dico sorpreso: “Ci dev’essere un errore. Chi ha vinto il premio”?
In certi momenti si pensa nel modo più strano, anche le cose già pensate. Non è una di quelle ragazzette, né di quelle donne sfatte e insoddisfatte, piene di vino e di tutto. Abbruttite dal sogno infranto e dal mattino. Su cui la vita ha infierito. Disperata. In cerca dell’illusione di qualcosa. Di una ragione. Me lo sarei dovuto chiedere perché una come lei doveva perdere il suo tempo con me. Per essere una tipa a posto manca un po’ di pazienza. Mi getta un foglio infastidita. Guardo. Indubbiamente la foto mi assomiglia. Immobilizzato in quella poltrona anche leggermente scomoda. Si sentono le molle. Si sente distintamente il mio cuore che scandisce i minuti. Che spacca il silenzio. Istanti di tensione. Il suo dito sul grilletto. Freme. E’ impaziente: “Chissà che mi credevo? Calma. Cazzo. Non vedi che stai toppando. Io ho gli occhi verdi. Non ho quel neo. Non sono uno e ottantuno. Arrivo a stento al metro e ottanta. Ma come si può sbagliare così”?
Mica sono un tipo da romanzo. Un po’ di scaga ce l’ho. Più di un po’. Semplicemente seguo la pallina. Gioco le mie carte. Ci provo. La situazione non è delle più eccitanti. E’ imbarazzante. Debbo ammetterlo: dietro non ci passerebbe nemmeno uno spillo. Ma perché poi dovrebbe? Mi strappa il foglio di mano. Controlla. Ci pensa. E’ contrariata. Controlla nuovamente con tutto il suo impegno. Gli occhi diventano piccoli e scorrono la carta. Li sbatte e rimette a fuoco. Ha ciglia lunghe allungate. Ha occhi espressivi. Forse è un po’ miope. Non mi sembra il caso di mettermi a cercare i difetti. In questo preciso istante. Di chiederglielo. Insisto: “E poi, cazzo, non vedi. Io sono Antonio Minestrini, al massimo Tony, solo per te, non Antony Minstrini. Chi cazzo è questo”?
Ce l’ho messa tutta. Spero di essere stato convincente. Si coccola ancora il dubbio. Mi squadra per bene. Il tempo rallenta e quasi si ferma. La canna non mostra molta simpatia. Si fa persuasa. Appoggia l’arma al comodino. Faccio molta attenzione al gesto. Certe cose uno come me le deve vedere. Memorizzare. Il battito prova a provare a rallentare. La sudorazione si limita. Si batte la testa: “Scusa. Per poco. Mi sarebbe dispiaciuto. Veramente. Tutto a posto. Dov’eravamo rimasti”?
Su questo non ho dubbi. Le torna un sorriso luminoso. Pieno di gratitudine. E di scuse. E di promesse. Lascia scendere la gonna che scivola a terra. Le gambe sono abbastanza lunghe. Non c’è male. Tiro un sospiro. Meglio tornare al presente. Mi piacciono le donne che si spogliano davanti per portarti alla giusta temperatura. Che fanno lo spettacolino solo per me. Che amano che tu le guardi mentre si spogliano. Ho ripreso colore. Mi sento un re: “Mi sarebbe dispiaciuto. Davvero”.
Accavallo le gambe. I pantaloni sgualciti. Sarebbe dispiaciuto anche a me. E lo dico sinceramente. Ormai ci tengo a questo uomo. La fortuna ricomincia a girare dalla mia parte. Cerco di darmi un tono. Mentre lo dico mi sembro scritto da Mike Spillane: “Niente paura, piccola. Va tutto bene. Stavo per prenderti sul serio”.
Chiarito l’equivoco naturalmente finiamo a letto. E io che mi ero avvicinato senza nemmeno troppa convinzione. Non era che proprio ci speravo. E soprattutto mi sarei evitato una simile emozione. Per un pelo. Lei allora cerca di farsi perdonare. Mi dice che lo sa: come farsi perdonare. Sale di giri. In un attimo. Per dirla tutta è lei a trascinarmi nel questo letto. Decisa. Piena di promesse. Volitiva. Impaziente. E a togliermi l’imbarazzo di spogliarmi. Ha mani sicure. Mi toglie i pantaloni senza nessuna incertezza.
Si dimostra subito una tipa ragionevole, e famelica, non protesta quando glielo pianto fino in gola. Non avessi troppe altre fantasie me ne resterei là in eterno. Mi piace guardare. E sarei anche curioso di vedere come finisce. Convinto che lo farebbe. E’ una di buon cuore. Che non poteva pensarlo nemmeno di farmi un torto. Ma quello né a me né a lei può bastare. Mi arrampico sulle sue tette da settemila euro; ed eran soldi ben spesi. Una vera professionista. Le piace condurre il gioco. Ho perso completamente la testa. Proprio andato via di zucca. Ma io sono uno che con le donne ci sa fare; modestamente. Al momento giusto capovolgo la situazione. In fondo sono io l’uomo. La metto sotto. In tutti i sensi. Lei scalpita e poi si arrende. Ha il diavolo in corpo. Mi incoraggia. Mi implora. M i incita. Mi sprona. Mi sputa in faccia il suo disprezzo. Si emoziona. Anche lei perde completamente la testa. Sento che non potrei resistere ancora molto. Anche lei è cotta al punto giusto. E’ a un niente da toccare il paradiso. Prendo il cuscino dell’altra piazza. Glielo metto sul viso e comincio a premere. Cerca di divincolarsi; con tutte le sue forze. Ho sempre voluto controllare cosa si prova a sentire una donna godere e morire. E dopo la prima volta ho capito che da un po’ di sapore in più. Sento che ormai le sue forze la stanno abbandonando. La sua resistenza si sta rilassando: “Lurida puttana, bastava leggessi fino in fondo. Avresti visto che mi manca il lobo sinistro”.
Mi spiace per lei ma certi errori non si dovrebbero fare. E nemmeno certe leggerezze. Comunque era stata proprio bella. Direi una delle mie migliori. Non ricordo altro. Vagamente forse la sua voce che mi spiegava: “Coglione, come te lo devo dire che non l’ho mai data a pagamento”? E’ un ricordo confuso. Forse me lo sono solo immaginato. Comunque… signorile la signorina. Poi solo buio. Mi sono risvegliato in questa stanza d’ospedale. Piantonato da una divisa da NonContoUnCazzo.
Non ho idea da quanto tempo sono qui dentro. In questo letto. Ammorbato da questi odori. Dal mio corpo partono una numero infinito di cannule. Sono attaccato a macchinari da fantascienza pieni di bip e di luci. Cerco di capire cosa è successo. Mi spiega che sono stato fortunato. Mi dice che il proiettile ha trapassato il braccio, è entrato da un fianco e, deviato dall’osso, era rimasto dentro. Che mi è stato estratto nell’operazione. Chiedo da chi sono stati chiamati, per pura curiosità e senza alcuna fiducia. Mi risponde che è stata la donna al piano a trovarmi al mattino. Strano, avevamo messo il cartello sulla porta. Non glielo chiedo e invece gli domando se non c’era nessun altro. Mi risponde che della signora Minestrini non hanno trovato traccia. Gli dico cercando di restare calmo: “Non c’è nessuna signora Minestrini”. Si scusa e si sposta e mi accorgo che sulla porta aspetta paziente Montalacapra. Sì! proprio lui: Monta La Capra.
Lui fa quella sua espressione di quello che conta e a cui non la puoi fare e, dopo essersi accertato se avevo le forze per rispondere a qualche domanda, mi pone il quesito della lotteria per capodanno: “Cosa mi dice dell’aggressore”?
Non ho nessuna voglia di ripetere questa esperienza. Preferirei fare subito e chiudere la faccenda qui. Per me anche la stupidità ha un limite. Potrei anticipare tutte le sue curiosità. Già dire cosa mi chiederà. Faccio la faccia più patita e dolorante che mi riesce: “Ci stavo cercando, ma da solo non mi stavo divertendo molto. Ho chiamato il servizio in camera. E’ arrivata una vestita sado-maso. Tutta nera. Nera e rossa. Le tette di fuori. Con una maschera di latex. Le tette, quelle le ricordo. Potrei dargliene una descrizione. Farne un identikit. Grosse, sode, insolenti. L’unica cosa che so è che era una donna. Di quello ne sono certo”.
So che a Montalacapra le tette fanno effetto. Ci perde il senno. Quando gli parli di tette anche quel neurone si spappola. E gli occhi prendono vividezza. Lo sanno tutti. E’ il suo debole. Corruga la fronte davanti al suo enorme dilemma. Sembra conservare ancora qualche dubbio: “Lei cosa ne pensa”?
E’ un imbecille in ogni centimetro: “Ma è chiaro. Secondo me si tratta di una rapina. Io già mi leccavo i baffi e lei all’improvviso ha sparato. Con ancora tutto addosso. Non mi ha fatto dare nemmeno una sbirciatina. Solo quello: le tette. Non ricordo altro. Creda a me. Quel Giovannino non m’è mai piaciuto. Fossi in lei tornerei a parlarci”.
Ma non le è stato sottratto nulla. A parte i vestiti”.
Ecco vede? È semplice. Una dilettante. Troppo rumore”.
Se ne va quasi convinto scrivendo un paio di scarabocchi su un piccolo blocco. Tiro un sospiro di sollievo. Con lui non si sa mai come va a finire. Dove va a parare. E’ una vera e propria scheggia impazzita. Magari ti offre un caffè e poi ti ripete le stesse domande per ore. Cerca di sfinirti a furia di corbellerie. E’ l’ottusità della legge. Il peggio è che lui ne è anche convinto. Che è sicuro di sé. Ma come si fa, mi dico, ad affidare una cosa così? con informazioni tanto vaghe? Il crimine non può commettere errori. Una volta era così. Erano altri anni. C’era coscienza nel lavoro. I professionisti erano gente più seria. Più attenta. Con le palle. Cazzo se mi brucia il buco sull’anca. Sembra che la carne stia prendendo fuoco. So che ci riproveranno. Ma dove son finiti i bei tempi o per… com’è possibile mandare una dilettante per un lavoro simile?

Read Full Post »

Valentine? Si vogliamo parlare proprio di Valentine. Valentine Galtan. La figlia del famoso scrittore. Anche se un po’ in declino e in lotta con la corrosione e corruzione del silenzio, ma ancora conosciuto. Forse sempre in attesa della grande celebrità. Eppure edonisticamente preso solo di sé. La giovane donna descritta da Virginie Despentes. In fondo una ragazzina, quindici anni, senza particolari attrattive né qualità. Una figura di carta. Di parole. Non particolarmente fortunata, certo. Non particolarmente dotata. Non sveglia. Non troppo altruista. Non un briciolo di cuore. Non per gli altri. Certo un universo senza pietà né debolezze il suo. Una ragazzina sbattuta nelle pagine di un romanzo. Una ragazzina sbattuta da tutto e da tutti. Nel pieno del suo inferno. Maledetta fin dalla prima pagina. Usata e poi gettata. Che fa all’amore ma non ama. E nemmeno lei sa se fa all’amore o ne è schiava, del sesso. Del sesso altrui. Che si regala. Che regala. Senza altro prezzo.
Io, stessa, non lo avessi visto con i miei occhi, con gli occhi Lucie, non lo potrei mai credere. Capisco ogni tipo di diffidenza. La Iena è una lesbica di merda, parola di Lucie Toledo. Sì! l’ho vita proprio con questi miei occhi. Lei può fare impazzire qualsiasi figa sulla punta delle sue dita. O molto altro, perché lo sa. Lei impazzisce per la prima figa che incontra. Ne percepisce l’odore. Gli odori più profondi. Non c’è limite alla sua depravazione. Ma lei è l’incontro peggiore che qualsiasi uomo possa fare. Lei si trasforma in una iena. Lei la vita la prende per i coglioni. Glieli stringe fino a che sente che sta soffocando. Finché il volto diventa paonazzo. Gli pianta gl’occhi dentro agl’occhi. E gli sputa sul muso. E’ tipa da prendere il mondo a calci in culo. Insomma è un gran troione depravato anche come leccafighe. Quando mette il fiato addosso non c’è scampo.
Lei è la condanna e il compromesso. E’ passata attraverso tutto. Ha visto l’inferno e ne è uscita, lei. Crede di aver visto tutto. Odia l’uomo come uomo e come maschio. Potrebbe strappargli l’uccello in un secondo senza battere ciglio. L’ho vista con i miei occhi in azione col cantante dei Panico Nel Tuo Culo. Un fascista di merda. Un essere immondo. Un ragazzotto viziato marcio fino al midollo. Tra le sue mani s’è trasformato in un baleno in un pupattolo impaurito. In un fighetto. S’è preso un cartone da girargli la testa. L’ha sollevato come un fuscello. E lui s’è messo a frignare. E ne ho visti ch’erano più tosti ridotti in poltiglia. Veri duri e poi piagnucolose checche. Se nessuno li tirava fuori sarebbero annegati nella loro stessa merda. Storie di periferia? Bourges? un cazzo. Al suo confronto il tuo incubo peggiore ti fa una pippa.
La Iena ha capito che il rimorso è un vizio che non si può permettere. Che il mondo è fatto di zerbini. Si muove bene solo chi impara presto a metterti i piedi in testa. Che te lo infila nel culo mentre tu cerchi ancora di contrattare sul prezzo. Chi ti da la dose in cambio della tua anima. E poi la butta al cesso. Chi ti promette amore in cambio di un pompino. O di una leccata, fa lo stesso. E poi ti spiega che è tutto lì l’amore. Che è solo un gesto. E che sei solo un coglione. Una gran testa di cazzo. E la guardavo per imparare. Lei non voleva insegnare. E le piaceva più la fregna del lavoro. E il lavoro… fanculo. Scordava la domanda appena scorgeva, anche da lontano, una bella puttana. Avrei detto ch’era una vera troia. Con lei ero sempre in imbarazzo. E mi guardava come ti guarda un uomo. E mi parlavano anche i suoi silenzi. E spesso anch’essi erano imbarazzanti. Anch’io non avevo ancora capito niente. Avrebbe potuto benissimo dire: “Io sono l’infermo”. Invece l’inferno non l’aveva ancora conosciuto.
L’abbiamo rintracciata per le strade di Barcellona; Valentine. In un bar. Anzi è stata lei a trovare noi. Difficile da credere. E’ stata la Iena a rimanerne atterrita. Quella ragazza aveva la morte dentro. Dietro quegli occhi vuoti non c’era niente. O meglio c’era solo desolazione. O meglio c’era tutto e l’abisso. Era solo una marchettara abbietta. E nemmeno si faceva pagare. Né di denaro né di sentimenti. Era una rotta in culo, sempre strafatta, assatanata d’uccello. Ricoperta di sborra, fino a soffocarci dentro, non avrebbe ancora detto basta. Sarebbe stata capace invece di dire ancora. E ancora. Solo per dire quello che non avrebbe dovuto. Che non ci si aspetta. E ti accorgevi che non gliene frega una sega. Poteva farlo anche con due, tre, un intero gruppo insieme mentre restava assente. Mentre lei non c’era. Sì! una ragazzina sbattuta da tutto e da tutti. Impazzita per l’uccello. Che amava farsi sbattere. E che si faceva sbattere dal primo. Da nessuno. Per una dose di coca. Per noia. Per una parola. Per essere normale. Perché qualcuno si accorgesse di lei. Per nascondersi nel branco. Perché le andava. Perché… nessuno lo sa. Nemmeno lei. Per niente.
Questo è per me impossibile da capire: per niente. Ho capito molte cose. In questo viaggio. Ho capito l’insicurezza. La paura. La tensione. La delusione. La speranza. Il peso e la leggerezza di un silenzio. La bellezza della donna. Non ho saputo capire quel niente. Quella sua ricerca ossessiva di libertà che la portava a continuare a costruirsi gabbie attorno. Ma soprattutto quella sua necessità di annullarsi; negando tutto nel negare anche se stessa. Quella corsa testarda verso il vuoto. Il suo odio verso il mondo. Verso l’umanità. Verso gli uomini. Verso Valentine. E ancor di più quell’espressione attonita e quella voce incolore, inodore, estranea, con cui continuava a ripetere quella filastrocca: “Sono emozionata per il fatto che rivedo la mia famiglia”. No! nessuna emozione. Solo deserto. Nemmeno più depravazione. Nemmeno più abbruttimento. Nessuno e niente più l’aspettava. “Tutto quello che so è che non vedo l’ora di vedere mio padre”. Tuo padre? un cazzo! A chi la vuoi raccontare, piccola troia. Tuo padre non vale un rigo di recensione. Non le avrei creduto nemmeno se mi la stava leccando. Ma ho sbagliato solo perché ero stanca. Non mi importava più di nulla. Tranne di chi era lontana. Eppure ero sempre stata convinta che tutti avessimo bisogno di qualcosa in cui credere.

Read Full Post »

1. Io guido e lei mi distrae dalla strada. Non è stata una buona idea. Non dovevamo nemmeno partire. Avevamo appena caricate le valigie e avrei voluto già essere arrivato. Una non può dirmi: mi ci porti al mare? E poi venire all’appuntamento così. E dopo il primo incontro. Con quella maglietta, così gonfia. E quei jeans che minacciano di scoppiare. Come sarà riuscita ad infilarli? Ad entrarci? Avesse la necessità di infilare in tasca un biglietto da cinque non ci riuscirebbe. Io non emetto fiato. Sono sette chilometri che guido questa bagnarola in apnea. Fuori il caldo è soffocante. L’aria condizionata non va; devo farla sistemare. Il finestrino aperto le da noia, e si spettina. E pare si sia portata dietro tutta la casa. Questa casa al mare a volte è una manna. Altre una disperazione. Cerco di fissare la mia attenzione sui cartelli stradali che indicano quanto manca. Inutile, mi distraggo. Cambio le marce con estrema prudenza, per non sfiorarla. Insomma faccio tutto per stare tranquillo. Perché questo sembri un viaggio normale. Chiede se per cortesia posso fermare. Accosto subito sul ciglio. In seconda fila. L’ha detto come fosse una urgenza. Cosa c’è adesso?
Mi verrebbe da dirti: il programma è sottotitolato alla pagina 771. Cosa fai? Cosa tiri gli occhi? Non credevo che sarebbe finita così. Insomma… cominciata così. Appena partiti. Prima ancora di partire. Almeno ferma questa dannata macchina. Che non andiamo anche in cerca di farci del male. Accosta. Ecco, bravo. Vuoi vedere? Allora guarda. Sembra che non ne hai mai viste. Bastava dirlo. Speriamo che non mi veda nessuno”.

Ragazza in automobile che mostra le tette (?)

La foto è stata censurata da Google+ (?)

Tira su la maglietta e le estrae dal reggiseno. Io resto di stucco. Senza parole. Carina è carina. Giovane e giovane. Forse sono io che sono un po’ più avanti. La serata. Il buon vino. La compagnia. Non mi ero reso conto… cioè… quasi… che… insomma. Che mi prende? mi balbettano anche i pensieri. E poi una non viene al mare in jeans. E vestita di tutto punto. Cioè solitamente una mette qualcosa sopra il costume. Sono curioso di vederlo, il costume. Sono curioso di tutto. E senza fiato. Lei non alza gli occhi. Mentre quelli di quei due enormi meloni guardano ognuno dalla parte opposta. Sembra anch’essa affascinata da quella meraviglia. Forse si sente in imbarazzo. Non ci avevo pensato. Non le avevo chiesto nulla. E’ solo… è solo che mi viaggiava a fianco. Non è facile guidare con una come lei vicino. Me ne rendo conto ora. Forse ho avuto troppa fretta quando sono arrivato. Nel farla salire.
Ti facevo uno… uno che si controllava di più. Così piacciono solo a voi uomini. E so che vi piacciono. Vorrei che qualche volta… insomma una parola carina. Un gesto. Non quello. Un gesto d’affetto. Una battuta spiritosa. Invece te ne stai lì senza emettere un fiato. Come tutti”.
E non c’è reggiseno che tenga. Che possa frenare quella loro aspirazione a dondolarti davanti. Definirla giunonica mi pare anacronistico. Curioso ne sono diventato curioso. Come ho fatto ad essere così distratto? A vederla salire senza valutare il volume, l’ingombro di quei due airbag naturali? Decisamente l’età rende stupidi. E pensare che avevo accettato solo perché mi sembrava una ragazza a posto, e simpatica. Mi aveva parlato di transavanguardia e non mi ricordo di cosa. Era nata una simpatia immediata e spontanea; tra noi. Era stata Enza a dire della mia casa al mare. Ho paura che me le sognerò di notte. Le ho fatto una foto. Lei se n’è infastidita. Credo che la terrò religiosamente tra i miei momenti più emozionanti.
Certo che… così… qui in macchina. Potevi almeno aspettare. A casa saremmo stati più comodi. E poi… mi potrebbero anche vedere. Sai cosa potrebbero pensare di me? Che sono una facile. Una di quelle. Che siamo qui… Mica mi piace così. Metterle al vento. Sono così…. Così… insomma. Non pensi che ne abbia troppe? E’ imbarazzante averle. Portarsele dietro. Tutti ti tengono gli occhi addosso. Solo che… potevi dirlo subito. E poi, al primo appuntamento. Forse non sarei dovuta nemmeno salire. Non sei certo un signore. E’ solo perché sei tu. Mi stai simpatico. Ma non lo dovrei fare. E’ tutto così… così… tutto. Non farti strane idee su di me; però. Sì! forse lo avrei fatto lo stesso, anche se me l’avessi chiesto subito. Ti ho detto che mi sei simpatico. Non so proprio. E con i se e i ma. Forse. Invece siamo qui”.
La sua voce è un ronzio anche piacevole che porta alla sonnolenza. Non fosse per l’adrenalina che ho in corpo, la fretta di arrivare, sarebbe pericolosa. Non mi viene proprio nulla da dire.
Spero che adesso non ti metti strane idee in testa. Ti vedevo così teso; cioè curioso. Mi son detta: «questo si distrae. Poi chissà come va a finire. Se ne sentono tante in macchina». Ora calmati. Spero che tu sia contento. Se vuoi, la sfilo. La maglietta. Ma poi ognuno al suo posto. Poi mi rimetto in ordine e andiamo. Altrimenti si arriva tardi. E a me non piace. E non vorrei che ti mettessi altre cose in testa. So come siete voi. Poi magari vuoi anche toccare. Forse era meglio se non lo facevo. Forse era meglio se non venivo. Che con questi jeans, sono così stretti. Mi chiedo cosa ci sto a fare qui. Con tutto al vento. Solo per un capriccio. Il tuo capriccio. Che poi… nemmeno me l’hai chiesto. Sembra quasi che abbia fatto tutto da sola. Non fossero i tuoi occhi a parlare. E te ne stai li zitto. Come se ti avessero rubato la parola. Respira. Devo essere proprio scema”.
E pensare che non mi ero prefissato niente. Per un attimo avevo pensato che se doveva succedere qualcosa sarebbe successo. Per un altro attimo ho pensato che più che carina aveva un sorriso fresco. Per un attimo ancora che era tanto giovane. Troppo. Forse. Poi mi ero imposto di frenare la fantasia. Non mi è frequente abbandonarmi. E’ solo che avevo bevuto un bicchiere in più. E volevo evitarmi delle stupidaggini. Da film. Mi sono spiegato che era solo una giornata al mare; come tante. Forse tutto è dovuto perché era seduta, di fronte. Avevo guardato parlare i suoi occhi; il suo sorriso. Avevo ascoltato il suono della voce. Ecco perché Giangi aveva chiesto: “Ma l’hai vista”? Non avevo capito. Non le vedevo nessun difetto. Ingrano e riparto. Sono naturalmente intralciato nei movimenti. Non vorrei che… è un attimo di comprensibile imbarazzo. Cerco di uscirne.
Che fai”?
E’ l’unica cosa che riesco a dire di questo viaggio: “Resta così. Ti prego. Almeno un po’. Non manca molto. Mi piace come mi guardano i tuoi occhi”.
Ma allora sei proprio vizioso. Ti facev”…
La macchina che sorpassiamo strombazza di clacson. Il guidatore lancia un grido a finestrino chiuso. Il suo entusiasmo resta imprigionato nella scatola di lamiera. Ci occhieggia con i fari. Lei brevemente ritrova la sfacciataggine della sua età. Si volge indispettita ad illustrargli tutta l’enorme vastità esibita dei suoi due promontori, ritta sulle ginocchia: “To’”! Gli indica il cielo con un dito; il medio. Dice ch’è uno zotico incivile. Anche di peggio. Si rimette comoda e chiede scusa indirizzandola verso la nostra destinazione. Lo vedo sbandare e frenare giusto in tempo ad un nanomillimetro dal guardrail. Credo lei si sia resa conto del mio stato. Le sfugge un impercettibile sorriso di approvazione. O almeno è questa la mia impressione. Forse di biasimo? Sembra disposta ad assecondarmi.
Sto leggendo “Quattro etti d’amore, grazie”. L’ultimo della Gamberale.[1] E’ appena uscito. Non so; conosci? Sono solo all’inizio. Non so se è un libro che può piacere ad un uomo. A me invece piace la sua scrittura. Trovo sia pieno di passaggi brillanti. Sottili e brillanti. Siamo proprio così, noi donne. Molte di noi, naturalmente. Ogni tutto è relativo. Scusa le licenze linguistiche; sono fatta così. Non esistono al mondo gli assoluti. Anche i termini debbono essere considerati nella loro relatività. Anche se crediamo solo nelle assolutità; soprattutto noi donne. Nell’amore assoluto, per esempio; anche se è un esempio banale. Ma siamo attente e riflessive. A nostro modo riflessive. Ogni uno è due. Potrei avere tutto, si parla per ipotesi, e paradossi, dicevo che avessi tutto invidierei chi ha l’amore. Per quello, quello vero, siamo pronte a rinunciare a tutto. Vorrei dirti cosa penso di te. Per vedere se ci ho azzeccato. Solitamente ho fiuto per le persone. Riesco a riconoscerle al primo sguardo”.
Non è che abbia una guida particolarmente nervosa. E’ che sono curioso di vedere la loro vita. Di vederle muoversi. Accelerare. Rallentare. Oscillare. Allargarsi. Riassestarsi. Posarsi. E poi, con impertinenza, fare un balzo avanti. Oppure indietro. E ondeggiare. Un sciabordio che prende direttamente allo stomaco. Con quei piccoli capezzoli che quasi scompaiono. Che quasi li devi cercare. Su quella carne bianca. Su quella massa. Microscopiche presenze. Quasi due punture di insetti. Nel mezzo approssimativo di quei due mappamondi. Al centro di quelle vastissime aureole. Che hanno la forma… la forma… che cazzo ne so? Di quelle aree. Non mi sembra il momento di cercare certe similitudini. Ho un enorme ronzio in testa. E la strada scivola fin troppo veloce. Il mio mostro divora vorace la pianura. Chissà se si abbronzano? Non so se è stata una bella idea.
Io leggo molto, come avrai capito, non solo romanzi, ma a volte anche nel racconto più stupido, banale, puoi trovar delle vere perle. Spunti di riflessione, Considerazioni illuminanti. Persino casuali. Chissà se l’autore ne è sempre consapevole. Tu che ne dici”?
Non so. Mi chiede di rallentare. Osserva il suo petto in movimento. All’improvviso cambia di umore. Non è una cosa rare nelle donne. Nella sua mimica silenziosa si addensano un’enorme quantità di nubi; si rabbuia. Non la conosco abbastanza per conoscere tutte le sue facce. Certo che all’improvviso la sua maschera si fa opaca. Non può essere un mistero che dietro quel suo volto, in una donna, non possano che presentarsi riflessioni. Ansie. Considerazioni. Dicono sempre le stesse cose, in certi momenti, gli occhi di una donna. Quel silenzio di un istante non può che nascondere la ricerca spasmodica di una decisione, magari una qualsiasi. Magari una delusione; seppure passeggera. Speriamo passeggera. Magari una rinuncia. Il dubbio di un fallimento. Di una sconfitta. La delusione. Più semplicemente la lista confusa delle cose che ha portato, alla ricerca di quelle che può aver dimenticato. La paura di non essere bella. Un beffardo pensiero di riscatto; magari licenzioso. A volte apertamente osceno. Nascosto. Negato. Perché contengono anche quello le cose non confidate delle donne. Quelle che non dicono che a sé. O tra loro. Non certo in presenza di un uomo. La scoperta di una macchina sulla maglietta. La rincorsa ad una testardaggine. Volitività. Ne può uscire qualsiasi cosa. E un uomo non può stare mai tranquillo quando una donna tace in quel modo.
Puoi rallentare, per favore”?
Fa uno sbadiglio che sospetto annoiato. Riporta quelle due montagne di delizia negli appositi contenitori. Si sistema la maglietta. Si controlla il trucco. Rimette la cintura. Mi studia per due minuti buoni. Legge la mia delusione. Si volta per prendere la borsa, credo, e scopre di aver messo anche quella nel bagagliaio. Districa i capelli che si sono aggrovigliati sugli orecchini. Li rassetta con le unghie. Guarda fisso davanti a noi: “Per cortesia, torniamo”. Intanto ora la vita delle gemelle è diventata più pacata. Non riescono a stare ferme nonostante il gran rifiuto della stoffa a fiori che traspare impercettibilmente sotto, ma hanno un moto più lento. Più lieve. Quasi controllato. Elastico. Anche contro improvvise accelerate e frenate, cambi di velocità e sorpassi all’ultimo, ondeggiano leggiadre, composte, rassicuranti, gentili, lievi, parche, sobrie, moderate, equilibrate, di una vita comune, quasi in un cenno.
Guarda che… non mi p… Non è più divertente”.
Come si può non fantasticare. Gli occhi azzurri come lapislazzuli. I capelli di quel morbido castano pieni di riflessi rossi. Il sorriso virginale da dea dell’amore. A guardare un po’ di pancetta ce l’ha. Chi non ha debolezze nascoste? La pelle… la pelle come… la pelle lisca e senza imperfezioni. Dev’essere soda e morbida allo stesso tempo. Della morbidezza della affettuosità. Devo convincerla a restare. La casa e libera. Che senso ha tornare la domenica dal mare? Inventerò. Se debbo insistere insisterò. Già m’immagino gli occhi in spiaggia che sbiadiscono quando passiamo. L’ammirazione di quei bagnati del dilettantismo. Tutti e tutte che invidiano lei, e me al suo fianco. Uomini e donne. Mi vedo: io e la mia regina. I miei pensieri debbono avermi fatto assentare per alcuni istanti. Superiamo un autogrill. Non mi ha chiesto di fermarmi. Non ne ho né voglia né bisogno. Probabilmente lei non è una di quelle che ci deve andare ogni cinque minuti. Non finirò mai di scoprire i suoi pregi.
Cosa dici? Ho pensato di chiedere un parere. Di consultare un chirurgo. A proposito di ridurle. Di farle stare massimo dentro una quarta. In fondo non è una decisione facile. Però questa non è vita. Sono un pericolo per gli altri e per me. Sono una fonte di incredibili imbarazzi. Se non ero con te… sono sicura che un altro ci avrebbe provato. Che rischiava di finire come va sempre a finire. Sono stanca. Stanca che qualsiasi cosa dica chi mi sta davanti guardi solo loro. Pazienza gli uomini, ma persino le donne. E con quella bava di invidia. Stanca di far fatica a trovare la mia taglia. Dei fischi per strada. Delle mani che mi frugano addosso, in qualsiasi occasione. Degli amici che diventano curiosi. Che mi chiedono come faccio. Se sono mie; persino loro. Com’è? E che anche loro, spinti da un neonato interesse, mi chiedono “Posso”? Non riesco a mantenermi un amico. E per quello nemmeno tanto un’amica. Di quelli che pensano che sarei una grande mamma, o una grande balia, perché tante tette tanto latte. Di quelli che tante tette vuol dire troia. E chissà il resto? Cretini”.
Sento un dolore al petto, una sorta di compressione. Un dolore che poi si estende al braccio sinistro. E una gran sete. Vede la smorfia sul mio viso; la transumanza. Glielo dico e lei mi ordina immediatamente: “Frena”! Scendendo rapida mi impone: “Spostati”! Scivolo nel sedile del passeggero. Lei prende in mano la situazione e il volante. Fa una pericolosissima inversione a U e accelera al massimo. Non fiata né mi dice quello che pensa, solo che: “Si va all’ospedale. Stai tranquillo!” –sembra veramente preoccupata. Comincio a preoccuparmi anch’io. Non ho bisogno di spiegazioni, mi sono imbattuto nel famoso sabato triste, anzi di merda. Credo che le sue parole cerchino di distrarmi. Continua come nulla fosse successo.
Pensare che qualcuna (delle mie amiche n.d.M. [n.d.M.: nota di Marisa]) invidia la mia fortuna. Perché sono bella, cioè carina, e così tanta bella. Invece è una disgrazia. Una vera disgrazia. E pensare non è solo l’inizio. Non hai ancora visto niente. Ho un costume nuovo che è uno schianto. Peccato. Se solo fossi stato un po’ più carino. Un po’ più paziente. Adesso proprio non so. Non so se fidarmi di te. Io non sono una ragazza come tante. Credo nei sentimenti. Credo che da cosa possa nascere cosa. Anche se doveva essere solo una giornata al mare. Forse un fine settimana. Dipendeva da te”.
So solo che mi ritrovo in una sala asettica. Piena di monitor che mi sembra d’essere precipitato in uno degli episodi di Alien. Uno stormo di medici si da un gran da fare intorno a me. L’ultimo commento che ricordo è quello dell’anestesista che mi spiega: “La sua signora la sta aspettando fuori”.

2. «Scusate se da qui la storia la continuo io. Niero non è più in grado di farlo o non ne sente la necessità. Il dottore ci ha detto che deve evitare gli sforzi e le emozioni. Non credevo che quel sabato avrebbe cambiato così la mia vita. Ma dopo tutto quello che c’era stato tra noi non potevo proprio abbandonarlo da solo. E mi suonano ancora nelle orecchie con immensa delizia e gratitudine le ultime parole che gli ha rivolto l’anestesista. Mi hanno fatto e mi fanno sentire importante. Ma la convalescenza è lenta e non si vedono grandi segni di ripresa. Tra l’altro era anche carina, e ho resistito all’impulso di strapparle gli occhi. I dottori sembrano rassegnati e fatalisti. Non me ne preoccupo: è un ottimo compagno anche così. Forse è anche meglio. E’ un uomo che sa ascoltare.
Poveretto: è rimasto completamente immobilizzato com’era; anche, incredibile, nel suo entusiasmo. Ma ora ha me. Anche il minimo movimento gli costa sforzi precari. Ma io provvedo a tutto. E cerco di anticipare i suoi desideri. Credo di riuscirci. Ha perso quasi completamente l’uso della parola. Per il poco che so non è mai stato troppo ciarliero. E fatica immensamente anche per i pochi vocaboli che riesce ad articolare. Li sputa inzuppati di saliva. Me li spruzza addosso. Usa praticamente solo quei pochi epiteti, spesso riferimenti a femmine di animali, così frequenti nella bocca di tanti uomini, come “vacca” o “maiala”. Ma in lui sono carinerie. Sono quasi, ma anche senza il quasi, nel nostro gergo segreto, segnali di gradimento. E i suoi occhi, che spesso lacrimano senza ragione, sono prodighi di muti elogi. E io gli asciugo delicatamente quegli occhi. E i contorni delle labbra. Marisa invece lo dice ormai quasi perfettamente e senza fatica. Si capisce che chiama me.
E’ tutto nuovo per me. Lo curo di tutto e gli metto in bocca tutte le medicine che deve prendere, che sono veramente tante. Se serve ho imparato anche a fargli le punture. E ho imparato a cucinare. Inizialmente cose semplici, ma sto diventando bravina. Qualcuno dice che son diventata veramente una bella signora. Non lo so, lascio agli altri giudicare. Io ci credo veramente che l’amore ti fa bella. Sono sempre io persino a radergli la barba. Con la massima precauzione perché ho sempre paura di tagliarlo. Me lo pettino e me lo vizio. Ieri sono andata a prendergli un pigiama veramente figo. Anche se non ne fa grande uso mi piace curare il suo abbigliamento nei minimi dettagli. Mi piace vederlo elegante e curato. Con i pantaloni in perfetta piega. E poi lui sta bene con la giacca. Ma anche con una bella polo dal colore vivace. Mi piace sceglierle con tonalità che si adattino ai suoi occhi. Una l’ho acquistata del colore dei suoi pochi momenti di tristezza. Perché quelli mi sanno strappare il cuore.
Deve soffrire, povero caro, in quei brevi attimi, la consapevolezza delle sue menomazioni. Io cerco di cancellargli qualsiasi nostalgia. Anche di quel nostro primo vero incontro, non ha perso granché. Solo un sabato al mare. Perché poi già nella notte il tempo è cambiato e s’è messo pure a piovere. Avremmo comunque dovuto starcene chiusi soli in casa. Perché oggi sono certa che mi avrebbe convinta. Magari ci saremmo anche annoiati. Questo non voglio che succeda mai. Con tutte le mie forze. Anche il due pezzi che avevo scelto per l’occasione poi gliel’ho fatto vedere. L’ho indossato in casa e solo per lui. L’ho indossato e poi l’ho anche tolto davanti a lui. E gli ho confessato come mi piace prendere il sole, integralmente. Ovviamente quando non ho altri occhi addosso. Non che abbia potuto stendermi in riva al mare; non c’è nessuno ma proprio per questo la stagione, cioè la temperatura, non lo permetterebbe. E con la carrozzina farei comunque fatica sulla sabbia. Mi sono stesa sul divano con la luce della finestra alle spalle. Una luce un po’ opaca. Credo ne possa aver ricavato un’idea, e nemmeno tanto approssimativa.
Anche nella mia vita privata è cambiato molto se non tutto. Oggi sono più sicura di me. Posso dire che sono una donna soddisfatta. Al suo fianco il mio mondo, più che un mondo felice, è diventato un vero sogno. Finalmente ho conosciuto il vero grande amore e lo vivo giorno per giorno, minuto per minuto, senza lasciarne nemmeno una briciola. In fondo devo tutto a lui e, nonostante i pericoli che comporta, mi capita di non riuscire a non dirglielo. A volte mi sento persino colpevole nei confronti di chi ha meno di me. Il lavoro? quello no. Ho dovuto lasciarlo. E ho dovuto lasciare anche tanti progetti nei quali pensavo di realizzarmi. Ora mi sembrano fantasticherie infantili; lontane. In realtà non è stato nemmeno un grande sacrificio. Lui è più importante di tutto.
Le tette? La storia che non può far fatica e deve evitare le emozioni non mi convince pienamente. Io credo nella scienza, ma ci vorrebbe un miracolo. Ma io credo anche nei miracoli. Comunque io ho ogni cautela del caso. Forse troppe. Forse quelle giuste. Sforzi? Che fatiche può fare uno nelle sue condizioni, tra la poltrona e il letto? Che quando usciamo se ne sta comodo sulla carrozzina? Sono io, doverosamente e con gioia, a spingere. Ma non mi costa alcuna fatica. La carrozzina poi è leggera e maneggevole. Per quanto riguarda le emozioni, povero piccolo, mon petit, ormai quelle, le mie tette, le ha viste e viste bene e riviste. E non solo; perché io non me lo trascuro. Voglio non gli manchi niente. E ormai niente di me può certo rappresentare più chissà quale turbamento. Ho messo la foto che mi ha scattato allora in una cornice sopra il canterano.
I soldi? Quelli non ci mancano. Per fortuna lui ne ha per tutt’è due. Anche se mi sento un po’ limitata nella mia indipendenza. Cioè mi sento un po’ come se sfruttassi lui o la situazione. Lo so che è un pensiero sciocco: cosa farebbe senza di me? Dipende da me in tutto e per tutto; almeno per ora. Lui ha ogni istante della mia vita. E mi succhia ogni energia. Lo cambio sopra e sotto, lo lavo (nel far questo a volte non gli so proprio resistere), lo vesto, lo accomodo nella stanza dove sono, me lo bacio ogni volta che passo, gli parlo, lo imbocco, lo coccolo, gli accendo la televisione, lo spoglio, lo metto a letto, e tutto il resto. E poi, alla fine, per dirla tutta e senza riguardi, la sua famiglia ha mostrato fin dal primo istante di volersene lavare le mani. Che per loro, di lui, importavano solo i soldi. Per me non è nemmeno fatica. Non ci manca niente, assolutamente niente. Nemmeno quello, anzi.
Come ho avuto modo di accennare: nell’incidente, perché preferisco continuare a pensarci in questi termini, è stato anche fortunato. Sì! anch’io, e arrossisco nell’ammetterlo. Lui è rimasto immobile com’era. Voglio dire che è come se mi volesse tutto il giorno, e la notte. Lui è lì ed è come se aspettasse sempre me. Non so se mi spiego. Mi sento desiderata in ogni istante della giornata. Ogni volta che ne ho voglia, e non è quella che manca, lui è immediatamente disponibile. E se per caso non mi dovesse andare, lui è pronto per quando mi torna. Sembra non stancarsi mai. Certo che al mio piccolo amore, al mio little boy, il suo zuccherino non gli fa mancare nulla, e cerca di evitargli ogni fatica. Lui ha solo il dovere di essere felice. E soddisfatto. E di aspettare me. Non fatemi dire cose che non mi piace dire. Sono particolari intimi.
Ma mi prendo cura anche del nostro spirito, per quanto posso. Per esempio al momento gli sto leggendo “Mille piccoli soli[2]. Non è certo fresco di stampa. Lo faccio proprio per lui. Io l’avevo già letto appena uscito. E’ un po’ duro ma è giusto che cominci a capire. Che diventi consapevole. E un paio di sere fa, abbracciati, comodamente accoccolati sul divano, abbiamo guardato assieme, e assieme ne abbiamo pianto, “Restiamo umani; the reading movie[3] di un mio caro amico. Gran bella testimonianza. Che ti tocca diritta nel più profondo. E ti lascia dentro quella sorta di ansiosa angoscia e di rabbia. Quando la nostra attenzione è tutta presa da cose simili ci dimentichiamo anche di noi. Nulla ci può distrarre. Abbiamo attenzione solo per quelle immagini o sulle pagine di quelle storie. Ogni altra cosa è rimandata a dopo. Alla fine mi piacerebbe sapere che ne pensa. Mi accontento di vederlo attento e di liberarmi l’anima di tutte le emozioni che la bellezza e l’intelligenza suscitano in me. Dopo lui le cose che amo di più sono la cultura e l’arte.
Quando mi va di uscire lo faccio e basta. Col suo consenso in un cenno finale degli occhi. Lui sa che sono una ragazza ancora giovane e piena di energie. Di quelle, di energie, in verità, la vita con lui me ne lascia ben poche. Ma abbastanza perché, come tutti, certe sere mi venga voglia di evasione. Come tutte mi vien voglia di indossare questo o quell’abito. Di farmi bella. Di sentirmi gli occhi degli altri addosso. Allora mi metto in ghingheri. Proprio in tiro. Curo ogni dettaglio. Biancheria compresa. Mi faccio ammirare da lui, sopra e sotto, meticolosamente, e lo saluto sulla porta. Questa vita non mi costa nessun sacrificio, ma faccio attenzione e non faccio mancare nulla nemmeno a me. Voglio evitare assolutamente di correre il rischio che questo nostro meraviglioso amore si possa un giorno sporcare di rimpianti. Mentre esco lui solitamente mi dice qualcosa che suona come “coccola” o “zoccola”. E lo dice con occhi imploranti e pieni di quella sua dolcezza.
Ma quando sono fuori non sto mai completamente tranquilla; un po’ dei miei pensieri resta con lui; è naturale. I primi tempi non lo facevo, non lo lasciavo mai solo, non potevo farlo. E mi bastava. Mi tranquillizza solo il fatto che se dovesse aver bisogno, anche se non è ancora successo, io correrei subito da lui. Le dita quelle le sa muovere e anche bene. Ormai si gira i canali da solo. Allora gli metto il cellulare vicino. Non dovrebbe fare altro che comporre il numero breve: il primo, il mio. Sa fare perfettamente il segno del medio e spesso congiunge l’indice col pollice in un messaggio che non ho ancora imparato a decifrare. Infatti gli piace, e piace anche a me, quando gli prendo le mani e me le porto al seno. La sue dita allora sanno cosa fare. Riescono a suonare nelle mie corde più intime delle armonie incredibili. Letteralmente sanno farmi impazzire. Piccoli segni di miglioramento mi sembra di vederli. Si deve aver pazienza, ma io di quella ne ho a pacchi, a pacchi, a pacchi».

[1] Quattro etti d’amore, grazie di Chiara Gamberale. Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano, 2013

[2] Mille piccoli soli di Hosseini Khaled. Edizioni Piemme, 2007
[3] Restiamo umani; the reading movie (Stay Human, the reading movie) progetto di Fulvio Renzi, Luca Incorvaia. edizioni dal basso, 2013

Read Full Post »

Di quella casa, affacciata al mare, era rimasto ben poco. A nessuno sembrava interessare. Era crollato il soffitto. Le finestre erano delle orbite vuote sospese sul nulla. Pezzi di pietre e intonaco erano rovinati al solo trasformandosi in polvere sottile e calcinacci. Io restavo lì a guardare quella costruzione diroccata che andava via via disintegrandosi per l’incuria e i vandalismi gratuiti. Seduto all’osteria, magari con il gotto pieno. Di giorno ci batteva il sole accecante. Di notte era illuminata dal lampione della stessa bettola. Una fetta di luce nitida e precisa. E sul quel muro si muoveva con le sue movenze rapide e buffe un geco. Di giorno capitava di vederlo raramente. Cercava di evitare il riflesso più luminoso; di non esporsi. Era più frequente spiarlo la notte, dopo le dieci o le undici. Stava appiccicato a quel muro, tozzo, ancorato con le zampette come ventose. In un equilibrio impossibile. Come se fosse parte di quel muro; dipinto. Andava pigro in cerca della sua cena, mirava sempre ad una preda. Faceva due passetti e poi restava immobile. Un altro passettino e poi di nuovo si bloccava ancorato e inerte. Finché non era al dovuto tiro del suo obbiettivo. Solo allora scattava con una velocità incredibile, inaspettata. Non ricordo di averlo visto mai mancare la vittima; la cena. Ero affascinato da quella bestiola che anno dopo anno ritrovavo lì come un vecchio amico. Poi un anno è stata male Francesca. Un anno non ho potuto prendere le ferie in agosto. Infine un anno non ricordo quello che era successo. Il risultato è stato che per tre anni non ho più raggiunto l’isola. Il quarto sono tornato e la sera, come mia abitudine, mi sono seduto davanti alla taverna ad aspettare l’ora di rincasare. Era un’estate particolarmente calda e arida. Francesca ci aveva lasciato, i ragazzi erano diventati ormai grandi, e avevo tutto il tempo per me. Non c’era un alito di vento. Era passato Salvatore e poi Silverio con il suo cane a guinzaglio. Un paio di isolane di fretta. Tutti mi salutavano perché tutti mi conoscevano ormai. Di quella casa non era rimasto in piedi quasi più niente. Il vento che veniva dal mare, il maestrale, con quel nome così intrigante e autorevole, e il suo fiato così testardo e sprezzante, soprattutto d’inverno, la spazzava senza riguardi. Da giovane avevo raggiunto l’isola anche nella brutta stagione. Col tempo avevo finito per andarci solo d’estate e s’era persino parlato di venderla, la nostra abitazione. Per me era anche troppo e il costo non valeva l’uso che ne potevo fare. Lì ci ho sempre trovato quiete e silenzio. Forse era stata una leggera scossa di due anni prima, o forse aveva solo contribuito. Avevano detto alla televisione che non c’erano stati danni. Certo le travature, con quel sudore salato dell’aria umida, s’erano marcite e non erano più riuscite a sostenerne il peso. Forse qualcuno ci aveva messo gli occhi sopra e la voleva a pochi soldi per demolirla e costruire ex novo. Infatti, in parte, quel legno e le pietre stesse erano anche anneriti come se usciti da un incendio. Non so perché ma io ero legato a quella casa, mi faceva compagnia, ma non erano rimasti proprio che un pezzo di muro e brandelli di intonaco. Avevo indugiato lì assorto nei miei pensieri e di come quel vecchio mondo stava scomparendo quando l’ho visto apparire. Non mi ero chiesto che fine avesse fatto; non lo ricordavo nemmeno più. Avessi pensato mi sarei detto che non fosse sopravvissuto a tanta desolazione e distruzione. Che il tempo doveva passare anche per quell’animale. Oppure che era traslocato in un luogo più accogliente e dove la sua ricerca del cibo fosse più agevole. Invece il geco, forse nemmeno lo stesso, che importa? a me piace pensare sia proprio lui, era entrato nello spazio illuminato e s’era mosso con le sue solite movenze ridicole. Restai a guardarlo emozionato. Non ricordo bene se se ne andò prima lui sazio, o se cedetti prima io alla stanchezza. Ricordo solo che chiamai il mio avvocato e lo pregai di interessarsi della faccenda. Avevo deciso che avrei comprato quel cumulo di macerie a qualsiasi prezzo ragionevole e le avrei restaurate. S’era salvato un pezzo di pavimento di pregio e mi resi conto di come si affacciasse con una vista splendida e panoramica. Non fui certamente influenzato dalla presenza della bestiola, sarebbe stupido, ma mi feci convinto mentre guardavo le sue movenze. Altri avrebbero col tempo scoperto l’isola e ne poteva uscire una bella villetta; anche tre camere e soggiorno. Era un ottimo investimento. E poi anche i ragazzi, un giorno, si sarebbero fatti la loro famiglia.

Read Full Post »

ResistenzeBastavano solo ancora pochi passi, ero già sul limitare del paese. Il buio mi nascondeva, ma nascondeva anche loro. Che poi per loro era più facile con quelle divise. Così sono spuntati all’improvviso. Mi si son fatti intono: “Ciao Giovannina, dove si va”? Solo il tempo di infilarmi il biglietto in bocca. Noi lo si chiamava Sanbuco perché era sottile. A dire il vero ci si metteva una breve pausa e ne usciva San buco, ma era per altri motivi. Si sa tutti che è lui il capo. Il capo della squadraccia. Lui mi prende alla gola, ma io il messaggio l’avevo già ingoiato. Per precauzione nemmeno l’avevo letto. Così mi sentivo più sicura. Una cosa in meno che mi poteva scappare.
Mi portano da loro. Una stanzetta poco illuminata e grigia. Si side e mi fa sedere. Anzi mi sbattono e mi costringono sulla sedia. Sarà quasi sempre lui a parlare e a dare gli ordini. Capisco che non sarà come oltre volte, me la vedo brutta. Si son fatti sempre più arrabbiati. Prima me lo chiede gentilmente poi mi assicura, dopo il primo schiaffo: “Ce lo dirai. Stai sicura che alla fine ce lo dirai”. Mi spiega che non gli piaccio quando faccio la testarda. E giù altri schiaffi. La guancia è già rossa e indolenzita. Credo che ormai anche l’occhio sia tumefatto. A Remigio invece son sempre piaciuta, questo si sa anche in giro. Lui mi guarda e già sbava con le sue fantasie. Quegli altri stanno intorno per vedere. Uno mi da un calcio per partecipare. Sanbuco la guarda che lo fulmina. Poi fa un cenno. In due mi prendono per le braccia. Uno mi tappa il naso. Un altro mi fa spalancare a forza le ganasce. E mi danno l’olio. Mi sento come se mi avessero slogate entrambe le mascelle. E la pancia che subito tutta mi ribolle.
Decidono cioè decide il capo e mi fanno il gioco dell’acqua. Mi immergono la testa dentro un catino. L’acqua è sporca e io mi sento soffocare, mi manca il respiro, mi sembra di annegare. Me la tengono dentro sempre più a lungo. Sanno che prima o dopo un essere umano parla. Non hanno fretta e non si stancano; anche perché Sanbuco più che altro ordina e loro si danno il cambio. E mi trascinano la testa per i capelli che mi sento svenire. E’ come se me li strappassero tutti insieme. Come se mille aghi mi si conficcassero dentro. Mi pare di impazzire, e loro si divertono. Si sente da come ridono. Artemisio è quello che pare più incazzato. Forse perché a lui ho detto no, e poi mi son messa con quel moroso. Forse lui non sa dimenticare. E continuano a chiedermi dov’è Tommaso. E io a ripetere che nemmeno lo conosco.
Mi dico solo a me, in testa: “Tommaso un c’è più. Adesso è Saetta”; ma a quelli ripeto solo quelle due solite parole. Cerco di farmi coraggio e di tirare i muscoli. Non so quanto ancora potrò resistere. Gli voglio bene e non sarà per colpa mia… Ma so che se la dovranno sudare. Sono decisa dentro. Non mi possono far paura. Lui, il Sanbuco, lascia pendere la cicca dalle labbra. Pensa che gli dia un aria più da duro. Il fumo gli va agli occhi. Sghignazza e me la spegne sul dorso della mano. Faccio per reagire ma in due mi afferrano per le braccia. Ma lo sputo gli arriva diritto in faccia. E’ solo che questo lo fa incazzare ancora di più. Quello che mi tiene alla mia sinistra è il Remigio. Sbava e mi strizza con forza una tetta: “Perché non ci divertiamo un po’”? Uno sguardo del Sanbuco lo zittisce. Va a prendere una pinza per estrarmi un dente. Io mugolo e cerco di divincolarmi, ma quelli che mi trattengono sanno fare il loro. Sono robusti e fin troppo forti per me. La stretta delle loro mani è energica e mi entra nelle ossa. Mi scendono due lacrime, non è per la cicca, nemmeno per il dente, né per altro; è solo per la rabbia e quelle mani. Mi lecco il sangue dalle labbra; ha un sapore amaro.
Per non pensarci mi ripeto in testa le tabelline. Sarà anche folle ma mi sembra che mi aiuti. Il Sanbuco mi strappa la camicetta prima che mi arrivi il suo pugno su un occhio. Scoppia a ridere e continua a chiedere. Loro per un attimo mi lasciano. Sibilo un fanculo ma anche questo li diverte. Ho un seno fuori ma non mi ricordo più di quei lividi. Naturalmente il Remigio ha gli occhi fuori tutto eccitato: “Perché non ci divertiamo un po’”? Poi aggiunge, dopo aver ripreso l’ossigenazione: “Con questa vacca”. Ho ancora solo brandelli di camicetta addosso. Mi rendo conto che stavolta nessuno lo mette a tacere. Che anzi la cosa sembra interessare tutti. Anche il Sanbuco pare d’accordo: “Perché no? Facciamoglielo vedere cos’è un vero uomo. Un camerata”. Mi sbattono sul tavolo e mi strappano il resto dei vestiti. L’ Artemisio mi assesta un pugno preciso sul fianco. Poi si offre volontario: “Ci penso io.” –ma nessuno pare dargli troppa retta. C’è confusione e ressa.
Cerco di guardare da un’altra parte mentre aspetto il dolore. Mi fanno girare la testa a forza e con violenza. Pare che se sono guardati provino più piacere. Il primo elogia e sbandiera il suo battacchio e mi promette: “Adesso te lo faccio sentire. Ti faccio io divertire”. Il Remigio accenna una sorta di timida protesta. Forse vorrebbe rivendicare una sorta di diritto. Pare che la gerarchia resti tale in qualsiasi momento, e anche se taciuta. E’ il primo che fa più male. Me lo ripeto anche per convincermi. Lo sento entrare che mi sento lacerare tutta. Gli altri in quattro mi tengono tirandomi per le braccia. Cerco di divincolarmi, inutilmente. Mi arrivano schiaffi da tutte le parti; e mi sputano addosso le loro risate. E si danno il cambio come se seguissero un ordine. Ma dopo i primi sono talmente indolenzita che non sento più quasi niente. E forse mi fa più male la vergogna.
Sanbuco si scosta e controlla che siano rispettati i turni. “Adesso tu. Ora basta. Che c’è, non ti si rizza? Non fare la signorina, mica siamo qui solo per darle piacere. Anche questo è servizio”. Lui preferisce i ragazzini ma mica lo può mostrare. Soprattutto davanti a loro, sarebbe un disonore. E allora ha spiegato che lui preferisce guardare. Si mette da parte e sembra gli piaccia veramente vedere. Senza di meglio gode del dolore, o forse è proprio quello a dargli maggior piacere. Lo guardo prima di voltarmi dall’altra parte, e ne provo pena. Pensando a lui tutto fa meno male. Lo penso in preda del suo vizio. Lo penso al mio posto. Penso a che lui ci dovrò pensare. Penso a quando stavamo bene con il Tommaso. So che non lo posso tradire. Penso che sarà sempre un bel ricordo, anche non lo dovessi più rivedere. E penso a tante cose, o meglio cerco di pensarci.
Il Gilberto pare avere qualche problema. Non gli si rizza più. Forse sono io ad imbarazzarlo. Forse è il modo in cui lo guardo. Forse è semplicemente l’essere guardato. O non ha molto fiato. Certamente non gli piace e mi ammolla un morso che mi sento strappare il capezzolo. Ma nemmeno questo serve. E forse quello che lo fa incazzare di più sono le risa dei compagni e i loro lazzi. E allora si sente in dovere di fare l’uomo: “Non è questo granché. E’ come tutte. Credevo fosse più bello. Voglio farle il culo”. Mi rigirano a forza, a pancia in giù; mentre lui continua a ripetere: “Voglio farglielo sentire nel culo”. E quello, il Gilberto, prima mi controlla. E mi molla uno scapaccione, e pare divertito. Dice che il mio culo proprio gli aggrada. Che è un piacere guardarlo ma che ci pensa lui. Che poi non sarà più lo stesso. Lo pizzica. Mi dice che ho delle splendide chiappe. Mi avverte e mi rassicura che me lo romperà per bene. E che mi piacerà. Tanto che dopo, quando avranno finito, lo implorerò di farmelo ancora. Chiudo gli occhi e stringo i denti e aspetto quel dolore che mi squarcia e mi brucia come se al posto avesse un ferro rovente.
E, uno per volta, tutti ci danno dentro, naturalmente tranne il Sanbuco. Anche a lui piace il culo, ma non quelli come il mio. Credo che nessuno faccia più caso a lui. Tutti si impegnano con foga e per quanto ne so possono aver usato proprio anche quel ferro rovente. Certo che non si sono limitati ad usare solo di quanto erano dotati. Certo si sono aiutati anche con altri oggetti. Naturalmente non posso vedere. E il dolore si mescola al dolore. Credo di essere anche per alcuni istanti svenuta. E ho pregato iddio di farli smettere. Poi l’ho semplicemente pregato di farla finire. E allo stesso tempo mi aggrappo alla vita. E continuano ad imbrattarmi tutta. I capelli mi vanno negli occhi. Le lacrime mi bruciano le pupille. Le tette mi sembra me l’abbiamo strappate via. Il sangue mi cola da per tutto. Sono uno schifo, in balia ormai impazzita di quei bruti. E hanno anche smesso di chiedermi alcunché, così presi da quel divertimento.
Alla fine, perché c’è sempre una fine a tutto, il Sanbuco si avvicina e mi sbatte giù dal tavolo. Credo sia quello il momento in cui mi sono fratturata il braccio. E i suoi amici ricominciano con pugni e calci. Uno non credo di averlo mai visto. Mi da un calcio anche in faccio. Credo non voglia essere visto. Più che altro ha cercato di stare in ombra. Uno c’è l’ha ormai moscio, è finito, e mi piscia addosso. Poi anche un altro. Anche le loro energie si stanno esaurendo. Il Sanbuco prova a dire: “Ora basta”. Il Teschio lo prega: “Solo un attimo. Anch’io… ma non ho solo la piscia da fare”. Tutti sembrano entusiasti. Mi scavalca, allarga le gambe, si piega sul mio petto, spinge e mi cacca addosso. Gli altri se la ridono. E’ in quel momento che l’olio mi fa effetto e mi riempio anche della mia. Anche perché il peso del Teschio mi schiaccia al pavimento e mi preme sulla pancia.
Ho la terra in bocca, e negli occhi. Non riesco più a vedere bene. Mi vergogno, non so di cosa; decido: per tutto. Uno protesta: “Cazzo. Se l’è fatta sotto. Questa… questa… Sentite come puzza”. Un altro dice che non è stato come sperava. Uno è deluso perché dice che non ero vergine; né di qua né di là. Non era vero. Sono schifati. E poi insieme mi imbrattano tutta della sua materia organica, della sua caccata, e della mia. Alla fine sono esausti tutti e mi spiega il Sanbuco come stanno le cose: “Non è successo niente. Tu non sai niente e noi ci scordiamo tutto. Anche che non sei stata gentile con noi. E ringrazia che siamo buoni. Ricorda: non è successo. Altrimenti veniamo a trovarti a casa”. Mi alzano. Mi mettono i miei stracci in mano, o ciò che ne è rimasto. Mi infilano le mutandine in bocca; e mi mollano nel mezzo della strada. Così nuda e così sporca. Io cerco di stare in piedi e cammino a fatica. Non voglio farmi vedere, e inseguo gli angoli e l’ombra anche se è notte.
Per fortuna che mi incrocia solo la Silvana. Non c’è altra anima sveglia in giro. Lei dorme poco ed è appena uscita dalla casa. Per prendere un po’ d’aria fresca. Appena mi vede mi viene vicino. Non è sorpresa e mi chiede, anche se sa la risposta: “Che t’hanno fatto”? E mi sorregge fino a dove abito. La porta è rimasta solo spinta su. Si prende cura di me. Va a prendere l’acqua con la secchia e senza dir altro mi pulisce tutta. Lei, la Silvana, è un donnone. Mi tratta come la sua bambina. Quelle mani enormi sono così delicate che paiono cancellarmi il dolore. Certo non tutto. Fruga nella panca. Trova quello che cerca: qualcosa da mettermi addosso. Fa un pacco dei mie panni strappati e sporchi e li butta. Poi mi mette a letto e si siede vicina. Io chiudo gli occhi e fingo di dormire. Ho fitte in ogni angolo e mi brucia tutto là sotto. Non ci riesco proprio, a dormire. E domani devo anche andare per pomodori. Mica voglio dar loro anche quella soddisfazione. Chissà cosa racconteranno. E immagino come mi guarderà il paese. Non sarà una gran soddisfazione ma la Giovanna non ha parlato. E me lo dico a me stessa con orgoglio. Poi non prendo sonno, ma è come se dormissi. Chiudo gli occhi e faccio sogni violenti; sono in una sorta di ipnosi. Semplicemente assente. E quando canta il gallo la Silvana è ancora là. S’è assopita, povera donna.
Dopo un mese da quelle botte comincio a stare un po’ meglio. La faccia ha ancora lividi e cicatrici e quelle non se ne andranno. Anche sotto porto i segni e anche quelli non se ne andranno, neanche quando non si potranno più vedere. Certo, qualcuno mi guarda come avessi fatto chi sa che. Come avessi la peste. Come se fossi ancora sporca, e continuassi a puzzare come in quella notte in cui nessuno mi ha vista. Quella zitella della Ines si segna quando mi incontra. Forse mi invidia. Non sa quello che pensa. Forse è solo che vorrebbe anche lei, per una volta, sentirne almeno uno di duro. Non la bado. Vado per la mia strada. E non entro all’osteria da Anselmo. Loro ci vanno per il bigliardo. Io ci giro distante per non sentire le loro risa e i loro commenti. Non ho più paura di loro, io sono stata zitta, solo che mi fanno schifo.
Ma il diavolo fa le pentole e spesso dimentica i coperchi. E loro credevano che il Benito sarebbe ancora tornato. Invece non si sarebbe mosso più, li appeso per le gambe. Non sarebbe più tornato per stare vicino alla sua Claretta, che pendeva anche lei senza mutande. E in sua vece son arrivati degli americani, con le gomme e il cioccolato. Ed è tornato anche il mio Tommaso, ora non aveva più bisogno di farsi chiamare Saetta. E quelli di quella notte son stati presi tutti. Presi tutti tranne il Sanbuco. Presi e attaccati agli alberi appena fuori paese. E gli era stato dato quel che si meritavano. A tutti tranne che al Sanbuco, lui s’era nascosto in canonica; dietro quella gonna pretesca di don Girino, o come diavolo si chiamava quello schizzo di parroco topo.
Me lo sono sposato il mio Tommaso, anche se non ero del tutto convinta. Ma mica sono andata a farlo in chiesa. Io in chiesa non ci voglio più entrare. E anche il Tommaso alla fine s’è convinto, tanto aveva capito che non sono una che cede. Da lassù son tornati tutti eroi, ma io penso che i più eroi son quelli che son rimasti a casa propria; giù al paese. Ha appeso la sua bandiera rossa sul muro della sala da pranzo, e ne è pieno d’orgoglio. Mi piace come mi racconta le storie di quei giorni. Anche ai suoi compagni piace come le racconta. E’ per questo che l’hanno fatto segretario della sezione del partito. Io li guardo, i suoi compagni, e mi paiono tutti bravi ragazzi. Intanto il Sanbuco è ancora rintanato lì dietro l’altare. Quasi ce lo siamo dimenticati. Per tutti ma non per tutti. Quasi nessuno pensa più a lui, ma io mi ricordo e anche me lo sogno. Lui, mio marito, non vuole sapere di quella notte. Non per un motivo preciso. Non perché sia geloso. Semplicemente non vuole sapere. Preferisce così. Il Palmiro ha detto ch’è tutto finito. Di consegnare le armi. Qualcuno di quei compagni non l’ha fatto. E si bisbiglia in giro. Io li capisco.
Tommaso, il mio eroe di quei giorni, il Saetta, non è d’accordo. Lui dice che dobbiamo badare al futuro. Forse il giorno del matrimonio ho proprio sbagliato. E quando esce il Sanbuco dal convento qualcuno lo guarda con disprezzo e qualcun altro come un furbo. Io lo guardo e basta, quando lo incontro. Gli dico in silenzio il mio disprezzo. E giorno dopo giorno capisco che non mi basta. Per quella notte, ma anche per tutti i giorni dopo. E per quelli prima. E anche solo perché è il Sanbuco. E non mi piace punto. E non mi piace come certe volte mi guarda. O come sorride guardando mio marito. E non mi piace come guarda certi ragazzetti. E quello che si torna a dire in giro. E il fatto che ora lui ha una camicia bianca. Ed è il pupillo del fattore. E i braccianti è tornato a trattarli male. Né più né meno come faceva prima. Non tanto a suon di botte ma di umiliazioni. E di fame. Non c’è proprio giustizia in questo mondo. Il Tommaso continua a dirmi che debbo portare pazienza. Intanto il fronte le elezioni le ha perse; anche se ha vinto la repubblica. Non era quello che si voleva. Non è questa l’Italia che si sperava. E si parla per le strade che il Sanbuco alle prossime vuole candidarsi per le elezioni. E il Tommaso ancora a dirmi di pazientare.
Ma come e quanto? Con questi socialisti? Mica glielo dico al Tommaso quando esco. Parlo solo con quei compagni, quelli che hanno detto che il Togliatti si stava sbagliando, e altri ancora più giovani; nuovi. Non tanti, un mezza dozzina. Ed è dopo l’ora del desinare. Abbiamo tutti in faccia coperta dal nostro fazzoletto rosso quando busoo. Lui viene ad aprire e vede solo me e fa per l’ultima volta il gradasso: “Cosa vuoi? Guarda che ti riconosco anche con quel fazzoletto in faccia”. Sante, che è al mio fianco, lo spinge dentro ed entriamo tutti. Lui si fa bianco: “Ragazzi, non fate stupidate. Parliamone. Quel ch’è stato è stato. Eravamo giovani. Forse qualcuno ha sbagliato, lo ammetto. Io non ho fatto niente. Non sono stato peggio degli altri”. Due lo fanno sedere. E tutti gli si mettono intorno. Io mi chino e sollevo appena la gonna. La faccio sopra al giornale; ho portato l’Avvenire perché so che adesso legge quello. Gliela servo sopra la tavola; calda sopra il quotidiano. Lui ci guarda a tutti stupito, e guarda soprattutto me. Io gli spiego paziente: “Mangia”!
Pare capire ed è preda del panico. Cerca di non credere che sia possibile. Che siamo lì: “Voi… voi… Non potete! Ma siete matti”?
Io me la rido. Basta uno ad afferrarlo per le braccia tenendogliele dietro la schiena. Basta un altro a tenergli aperta la bocca. Sante sembra divertirsi e mi sorride e me ne chiede il permesso. Prende un cucchiaio dal cassetto e, mentre guardo, lo imbocca come un bambino. E come si parla ad un bambino gli parla: “Non devi fare i capricci. La devi mangiarla tutta”. E quella che al Sanbuco gli cola di bocca il Sante la raccoglie con pazienza e perizia e gliela rinfila dentro. All’inizio il porco cerca schifato di non deglutire, poi capisce che tutto sarebbe inutile. Ha tutte le labbra sporche ma sul tavolo non n’è rimasta nemmeno una cucchiaiata. All’ora lo si spoglia; proprio tutto nudo. Gli si mette un fiocco rosa sul suo battacchio spaventato. E io gli scrivo con mio rossetto sul culo “San –e subito sotto– buco”. Glielo si strapazza un po’ in modo che non gli sia facile tornare ad usarlo. E tutti ridiamo e poi, così conciato, lo si porta in piazza. Lo si lega alla colonna col culo in fuori. Beppe entra nel campanile perché per lui aprire una serratura è un gioco da ragazzi. E lui è ancora un ragazzo. E poi fa suonare le campane come ad un adunata. Quando arriva tutto il paese a guardare quello spettacolo io sono già a casa; anche se me lo sarei voluto vedere.
Solo dopo essere entrata mi tolgo il fazzoletto. Tommaso mi guarda stupito e mi chiede dove sono stata. Mi vede che non ho nessuna intenzione di rispondergli e allora mi chiede, per soddisfare la sua curiosità, anche se ha il dubbio di sapere da dove vengo: “Cosa hai fatto”?
Quello che dovevi fare tu. Questo era un lavoro da uomini”.
Prendo su le mie cose. Lui mi guarda. Sembra non capire: “Non fare così. Siediti un attimo. Parliamone. Giovannina. Ma vuoi metterti in testa che è acqua passata? Che è tutto finito”?
Lui sa che non mi piace che mi si chiami Giovannina. Mi chiamo Giovanna. E in quel modo mi avevano chiamato fin da bambina. E mi avevano chiamato pure loro; quei delinquenti. Glielo ripeto. Sotto Sante mi aspetta con la lambretta. Sono già sulla porta con la mia valigia in mano. Poche cose; non ho mai avuto molto. Il vestito che ho addosso, un cambio e la mia dignità. Non mi pesa nemmeno. Per ciò che lascio posso farne a meno. E il biglietto per il pullman ce l’ho nella tasca. Solo allora mi giro per rispondergli: “Sei tu che non capisci: Niente è finito e non finirà mai”.

Read Full Post »

Older Posts »