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Archive for 5 agosto 2013

tazzina di caffèCaterina detta Tina entra ed esce dalla mia vita. A volte passano lunghi periodi senza che si faccia sentire. Magari presa nei suoi viaggi. Imprigionata nelle sue letture. Oppure chiusa nei suoi mutismi. O solo perché così le va. Poi per altri momenti, solitamente brevi, si fa sentire spesso. Entra tra le mie ore quasi invadente. Mi chiama al cellulare o ci lascia un messaggio. Magari per un film. Per una cena. Una inaugurazione. Solo per un po’ di semplice compagnia. Per due chiacchiere senza peso. Come se le mancassi. Oppure con una scusa qualsiasi pur di trovare quel po’ di compagnia per poi finire a letto. Succede.
Solitamente Caterina detta Tina quando chiama non dice mai il perché. Fissa solo l’ora e il posto. Non chiede mai niente. Nemmeno se posso. Mi è successo di mancare ad un appuntamento. E’ bastato un sms, anche all’ultimo momento. A volte mi parla di altri amici. Distrattamente. Non ha bisogno di certezze. Le trova e le smarrisce da sola. E’ completamente padrona del suo tempo. Fissa l’ora e il posto ed io ci vado. Senza aspettarmi nulla perché non c’è nessuna certezza. Lascio tutto a lei. A quello che al momento le va. Credo che solitamente nemmeno lei, quando chiama, sa cosa cerca veramente. Magari il film o la mostra vengono dopo. Al momento. Quando mi vede arrivare. Quando ci si vede. O perché vede una locandina. O si ricorda di qualcosa che credeva scordato. Di un invito. Non gliel’ho mai chiesto. Come potrei?
Con Tina preferisco così. Preferisco non chiedere. E’ sempre stato così. Fin dal nostro primo incontro. E così mi va. Non mi chiede di mia moglie. Non mi chiede dei bambini. Non le va di sentirmi parlare di lavoro. Non mi chiede nemmeno come va. O cosa mi va. Non mi chiedo cosa farò domani. Non mi dice cosa vorrebbe farne lei, di quel domani. Non sono nemmeno certo di sapere bene cosa fa. Credo lavori per una casa editrice. E nel volontariato. Lei è libera. E crede nella libertà. Anche in quella degli altri. Non so nemmeno dove sta. Se ha bisogno di un po’ di intimità solitamente cerchiamo una stanza d’albergo. O da un amico. O facciamo una corsa fino alla nostra casa al mare. Anche se questa sistemazione non la gradisce molto; e sempre me lo da a vedere. Un paio di volte che aveva fretta ci siamo dovuti accontentare della macchina.
Tina preferisce ambienti neutri. Posti senza storia. Senza legami. Luoghi dove non ci sono tracce di una vita nostra. Né mia né sua. Dove non ci sono foto. Né quadri. Né presenze nelle assenze. Abitudini. Spazzolini nel bicchiere. Capelli nei pettini. Vuole ambienti anonimi. Dove siamo solo io e lei. In quelle occasioni non abbiamo mai passato la notte assieme. Alla fine ce ne dobbiamo andare. E io, così, non ho mai avuto bisogno di una scusa. Ma lei è solo Tina. Niente di più e niente di meno. Non posso definire il nostro rapporto. E’ un non rapporto. Due persone che si incontrano. Una serie di incontri. Quasi come sempre una prima volta. Due estranei. Come due persone annoiate che si avvicinano per quella noia. Al bar. In un caffè. Durante una pausa. Disarmati. Anche se la cosa, nel tempo, mi ha dato attimi di vertigine. Perché io non sono così. Anzi non ero così. E stata lei a trascinarmi. Io, per me, sono metodico. Ho bisogno di cose chiare. Di sapere il prima e il dopo. Di dare un nome alle cose. Lei è solo Tina.
Non ho una foto di lei. Non ho una foto con lei. Una cosa è certa: non porta la fede. Né credo ce l’abbia, una fede. Non le da fastidio la mia. Mi prega solo di toglierla in quei momenti. Non è mai banale. Non è mai di cattivo umore. Se ne libera, nel caso, prima di arrivare. Non mostra mai nessun eccesso. Né entusiasmi né delusioni. Fuori di camera si comporta come una perfetta amica. In camera, cosa che avviene solo di rado, con disinvolta noncuranza. Come fosse pattuito. Come forse compreso in quell’amicizia. Forse per lei lo è. Non fosse ipocrita e poco veritiero dire come una moglie. Come mia moglie. O quasi. Magari prima chiede di vedere un po’ di televisione. O dopo. Magari ci portiamo su da bere. Qualcosa da mangiare, mai una vera cena. Mette il necessario in bagno ed è pronta.
Ho l’impressione che Tina lo tenga in macchina, il beauty-case. Insomma sempre a portata di mano. Ma non mi ha mai dato l’impressione che lo usi spesso. Non senza di me. Dico non spesso, evito di dire mai, perché mai è parola impegnativa e non corrisponderebbe al vero. Ripeto: lei non ne fa mistero. Non lo farebbe, comunque. Non ho diritti. Lei è libera. Non sono geloso del suo tempo senza di me. Non potrei. E’ solo che credo non le capiti spesso. Sono arrivato alla conclusione che preferisca le pagine di un buon romanzo. Che non le piacciono troppo gli uomini. Che la compagnia maschile un po’ l’annoi. Che per lei l’uomo sia un vago bisogno. Un raro istinto alla sopravvivenza. Un incidente. Una distrazione. In tutto questo non so classificarmi. Non so cosa sono. Dove mettermi. Non posso illudermi: forse sono anch’io solo un fragile svago. Una interruzione. Una pausa. Una voglia sfuggente e immotivata di cambiamento; per un istante. Per un niente.
Chiedo venia se mi dilungo su Tina. Credevo di non aver molto da dire. Niente. Se lo faccio è perché è successa una cosa strana. Che mi sembra strana. Strana per me. Forse non per lei. Ma strana. Cioè differente. Insomma strana. Che mi ha confuso. Insolita. Lei ha chiamato mentre ero al mare. Con Carla. Sono uscito in veranda. Non che Carla… ma per sentirmi più libero. Carla non mi ha mai chiesto nulla. Non c’è niente che potrei dirle. Non c’è niente per cui potrebbe dubitare. E’ solo che non so mai come ragiona una donna. Preferisco non dover dare spiegazioni. Tina è solo un’amica, ma in quel momento preferivo parlare lontano da orecchie. Forse anche per allontanarmi dal frastuono dei bambini. E poi Tina è Tina. Non saprei spiegare altro. Niente di diverso. Ma Tina al telefono non ha la solita voce. Pare agitata. E’ un’altra Tina. Mi dice solo: “Ho bisogno di vederti. Subito”. Sento che qualcosa non va. Non glielo chiedo. Non mi sono mai preso la libertà di chiederle nulla. Di frugare tra le sue cose. Nella sua anima. Mi son sempre limitato ad ascoltare. Ad aspettare.
Mi preoccupo, ma le spiego dove sono. Lei mi dice solo: “assolutamente”. Come se non mi stesse ad ascoltare. Come se non esistesse alternativa. Se non avessi mai avuto scelta. Come se possedesse quello stesso dovere. Se avessi un impegno. Ma lei è certo: ha bisogno di me. Arrischio di cercare di spiegarle le mie difficoltà. Una quasi impossibilità. Quasi le chiedo una ragione. Mi spiega: “Sono disperata. Ti aspetto da me. Fai presto.. Voglio farlo con te. Subito. Non mi va… non posso… Non con uno che non conosco. Con il primo per strada. Con uno qualsiasi. Non te l’ho mai chiesto. Non te lo chiederò più. Ho bisogno ora Ho bisogno di scopare”.
Quando salgo in macchina mi accorgo che non conosco nemmeno il suo indirizzo. Mi fermo. Rifletto. Non l’ho mai sentita così. Non mi ha mai parlato così. Scorro le sue parole. Ad una ad una. Non è nel suo linguaggio. E non mi ha mai invitato; da lei. Non sembrava neanche lei. Prendo il cellulare. La cerco tra le telefonate ricevute. Non risponde. Lascio un messaggio in segreteria: “richiamami”. Mi chiedo cosa fare. Resto lì come un cretino con il volante in mano. Cerco in internet il suo nome. Trovo un profilo. E nel profilo un indirizzo. Imposto il tomtom e metto in moto. Vado verso l’ignoto. So che non sarà più come prima. Che niente sarà come prima. Alla radio mandano un pezzo che non ho mai sentito. Una voce stridula di donna che grida.

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