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Archive for 12 agosto 2013

I pensieri, quelli tornano. Si perdono e si ritrovano. Si nascondono e confondono. Vanno e ritornano, mai uguali. Si fanno strada, entrano ed escono. Si allontanano. Si consumano. Non stanno mai fermi. Cerchi di afferrarli. Di possederli. Hanno la consistenza del vento. Passano, ti scuotono e non si fanno imprigionare. Sono come donne capricciose, volubili, che rincorri inutilmente. Sono come il profumo delle rose. E quando li fuggi loro vengono a sedersi vicino. Bussano alla tua porta. Ti corteggiano. Si fanno ossessione.
I miei mi avevano fatto l’ultimo sgarbo, lasciandomi quella casa a Rimini. Io manco me ne ricordavo. Negli ultimi anni non c’era più andato nessuno. Loro troppo vecchi. Io troppo tutto. Ho sempre odiato quel posto di tutti e di nessuno. Con quel mio carattere. Con la stessa rabbia. E altre ancora. Con i miei problemi. Con Cinzia che non ne voleva sapere di mangiare. Con le rate e il mutuo. Con i suoi occhi stanchi. Soprattutto con quei versi che non riuscivo più a trovare. Non si diventa grandi, si diventa solo vecchi. E si cerca di crescere uccidendo quel bambino. Nascondendo i suoi giochi; i suoi sogni. Cercando di illudersi che non sei mai stato quello. Poi che è solo tutto passato. Infine che deve per forza vincere la vita. E i bisogni. Anche quelli che non servono a niente. Che ha ragione la televisione; solo perché è televisione. Che il condominio s’ha da fare. Che ci stiamo avvelenando tutti, ma le pesche sono più belle. E molto più grosse. Che sono io l’ultimo; l’unico che non ha capito. Che non vuole capire. Che solo le banane possono attraversare certe frontiere. Solcare certi mari. Circolare liberamente. Quel gioco non mi era mai riuscito bene. No! Non ricordavo quella casa, e non la volevo ricordare. Il problema è solo che lei l’ha saputo. E ora abbiamo una casa al mare, proprio nostra, vicino alla spiaggia di Rimini.
Lei dice: “Perché non approfittarne”? E’ il mio incubo fin da quand’ero bambino. Credo sia nato prima quell’incubo di questo pazzo esteta. Rimini è mediocre. Rimini è tutto quello che ho sempre e da sempre rifiutato. Ma lei non vuole sentire un’argomentazione. E io non ho una risposta. Come le posso spiegare? Che quella… Non c’è nulla di più banale di una casa a Rimini. E che io odio il mare. Soprattutto odio Rimini e tutto quello che Rimini è. Sarebbe come cercare di ricordarle che scrivevo poesie e che non ne scrivo più. Correndo il rischio che me lo chieda: perché non ne scrivo più. Certo che non le verrebbe mai in mente, di chiedermi perché ne scrivevo. Col timore che si ricordi. Con la paura che mi chieda il perché, il perché non ne ho mai scritta una per lei. Sarebbe tutto troppo difficile. Ho smesso da tempo di fare l’eroe. E anch’io sono un uomo stanco. Uno che vorrebbe la pensione. E cerco di convincermi e dirmi: “Che sarà mai”?
E così con la sua tirchieria, con la voglia di risparmiare, riempio la macchina, faccio salire lei e la bambina e le porto a Rimini. Certo è stupido non approfittarne. Buttare i soldi quando hai una casa al mare. E poi me l’hanno lasciata i miei. Certo alle ferie non si può rinunciare. Anche se abbiamo l’aria condizionata. E a Rimini fa un caldo bestiale. E anche se io ci ho scritto un libro sulla mia rabbia, quand’ero ancora quel ragazzo. Un libro che nessuno ha letto e che nessuno leggerà mai. Un libro fuori tempo. Un libro di parole che non voglio dire a nessun’altro. Anche se me lo ricordo bene quando hanno ammazzato Mara Cagol. Anche se è sempre tutto la stessa merda. E adesso di capelli non ne ho quasi più. E ho smesso di contare il numero delle repubbliche. E ho la congiuntivite cronica da fumogeni. E io come un coglione guido la macchina e vado a Rimini. E ci arriviamo giusti in tempo per correre in spiaggia all’ora di pranzo.
Piazzo le sdraio e il materassino di Cinzia e cerco di delimitare il nostro spazio; quello che a fatica ho conquistato. Dovrei difenderlo con le unghie e i denti? Nemmeno un attimo per prendere fiato. Il vicino d’ombrellone parla all’amico nell’ombrellone dall’altro lato del nostro. Parlano attraverso me. Come se non ci fossi. Mi arriva una pallina da due che giocano con i racchettoni. Nemmeno una scusa. Mi invitano a lanciargliela. Come invito è piuttosto categorico. Ci penso ma poi lo faccio. Alla bambina è andata la sabbia negli occhi. Frigna e la porto alle docce. Continuerà ad avere sempre sette anni? Ormai ha superato i dodici. E’ colpa della madre. Ma l’acqua è fredda. La sabbia scotta. Quella che ormai si sta sciacquando ha un bichini che nemmeno si vede. Dietro le si infila nella fessura. Si strizza il due pezzi cioè quel poco di stoffa. Appena sufficiente a farne si e no uno. E microscopico. Si toglie attentamente il sapone dalle tette. Infilando le mani nelle coppe. Non so se lo fa per me o per gli occhi del bagnino. Non c’è più pudore. Non puoi cercarlo al mare. Non è il posto più adatto. Senza ritegno mette in rassegna tutta la sua cellulite. E poi come bionda non è nemmeno bionda, il culo le struscia per terra e ha più anni di quelli che io potrei sopportare. E se non finisce di strofinarsi finisce che si consuma. E resta solo quel ridottissimo costume.
Quando arrivo la coca è già calda. Claudia, ma perché sempre la C? ha bisogno che le spalmi la crema. Altrimenti si arrossa. E poi chi la sente? Si rovina l’umore. E poi non riesce a dormire. E finirà col rigirarsi tutta la notte. Che ha già mal di testa. Solo che mi chiede dov’è ho lasciato Cinzia. Me ne dice di tutti i colori. Si sono inaffidabile. Sono uno schifo di padre. Irresponsabile. Me la sono persa. Torno a cercarla. E’ ferma che guarda una partita di pingpong. Stavolta la tengo per mano. E inciampo in una tavola da surf guardando la bionda, cioè la finta bionda, che lo fa alla luce del sole. Si sta rotolando sulla sabbia. Con un altro bagnino. Forse il padre di quello di prima. E lui le sta infilando le mani da per tutto. E lei se la ride tutta contenta. E cinguetta. E gli versa addosso una serie di cosa fai? E di non dovrei e non dovresti. Tutti molto pieni di gioia che sono un invito al partener per continuare. Forse un ordine. Non ne sono più molto certo. Non credo di ricordare come funzionano queste cose. Lui sembra impegnato, senza grande piacere, in un lavoro. Forse lo pagano anche per quello. Contemporaneamente cerca di trascinarla dentro una cabina. Non posso esserne certo. Forse è lei che cerca di trascinare lui. Non capisco, so solo che uno trascina e l’altro fa resistenza. Morti di Reggio Emilia…
Claudia s’è presa il giornale. Ha finito con le parole crociate. Il libro non le piace. Ha già capito chi sarà il morto. Poi si mette a riposare sotto quel sole. Cinzia legge il libro che le hanno dato per le vacanze. Sembra in verità assente, con la testa altrove. Non posso riprendere il giornale perché con quello Claudia si ripara gli occhi e il viso. Cioè ci dorme sotto. La disturberei. La sveglierei. E dopo chi la sente? Quello grasso, che il salvagente lo tiene addosso fin dalla nascita e che è sudato che piove sudore, con la bocca piena che gli cola il sugo e si vede la pasta, mi chiede se non ho un cavatappi. Vorrei dirgli di parlare piano. Sarebbe inutile. Noi abbiamo la casa a Rimini. Io non ho un maledetto cavatappi. Non me lo porto nel costume. No! lo tengo in cucina, nel cassetto. E poi come si fa a bere rosso caldo con questo caldo? Mi scuso. Claudia borbotta nel sonno.
Mi alzo e mi avvio pigramente. Triste. Senza dubbio il mare deve essere diritto davanti a me. Davanti al mio naso. Non ha rumore perché il suo rumore è coperto dagli strilli. Non ha odore perché il suo odore e coperto da quello del cibo, dei cosmetici e di odori ancora più nauseabondi di dubbia natura. E’ tutto uguale. So benissimo di non poter scappare. Passo vicino alla gente, in mezzo alla gente. Sopra la gente. Famiglie intere. Tribù vocianti. Col mangiare portato da casa. Con i bambini con i secchielli e la palla. Con i salvagenti incollati addosso che sudano gomma. Con la sabbia che brucia come piombo fuso. Coi frammenti di conchiglie che tagliano come lamette. Con l’inferno intorno. Dovevo portarmi le ciabatte. Quelle di plastica. Le infradito. Metto un piede in fallo. Scivolo su una signora di un quintale e rotti, ricoperta di crema abbronzante come panna. Nel chiederle scusa invado un campo di bocce. Uno di colore mi chiede se mi servono dei calzini da tennis. Ha anche orologi e accendini e bizzeffe di occhiali e collanine. Si accontenterebbe solo di un paio di monete. Almeno per un panino. Ho solo il costume. E nel costume il niente. A parte le palle rotte. Involontariamente scalcio un birillo.
Uno ascolta il calcio, il calcio d’estate. Uno il gran premio. Attraverso le loro notizie passandoci in mezzo. E’ vero che il calcio è l’oppio dei popoli, ma io non ho nulla contro le droghe. Sono un libertario. E un antiproibizionista. Cerco di ricordarlo. Più mi avvicino al mare, all’agognata acqua, è più la folla dirada. Non di molto. Magari in maniera impercettibile. Ma riesci a camminare evitando senza troppa fatica i corpi. Il sole e il cielo sono dipinti con colori troppo brillanti. Mi bruciano gli occhi. Passa un tipo abbronzato anche dentro le mutande e muscolato. Un gruppo di ragazzine lo scambia per un attore e pigolando cominciano a corrergli dietro. Una è proprio sicura che è proprio lui. L’amica più vicina comincia a spiegare e a cercar di dar voce ai suoi sentimenti: “me lo farei, anche qui”. Un’altra accetta la provocazione, la sfida: “Scommettiamo che me lo porto in capanna e me lo faccia prima di sera”? Usa un linguaggio leggermente più colorito. Non dice faccio ma scopo. Non c’è mai limite al peggio. Una terza, che non deve avere più di tredici anni, e se fosse per le tette ne mostrerebbe dieci, comincia a spiegare alle altre i suoi desideri entrando nei particolari. Ha una grande fantasia e già molta esperienza. Magari letta e sognata da racconti di amiche più grandi. Parla a voce alta. Parla in modo molto volgare. Come se fossero sole e non potesse sentirle nessun altro. Le guardo e quelle alzano le spalle. Il palestrato si gonfia di orgoglio. Una si accorge dell’errore e avverte il gruppo. Si fermano deluse e corrono assieme in un’altra direzione; ridendo divertite. Quella che aveva creduto di riconoscerlo prende della stupida e viene presa in giro: “Di spalle sembrava proprio lui. Giurin giuretta”.
Prima di entrare in quel cadavere di mare immobile mi brucio la pianta del piede su una cicca. Mi scappa una bestemmia. Una nonna mi guarda con disapprovazione. Il nipotino rovescia il secchiello di sabbia e inizia il suo improbabile castello. Non molto distante si accaniscono, su una pista tracciata per centinaia di metri, con le loro biglie. E gridano. E si canzonano. E’ pieno di bimbi e salvagenti e di quelli che chiamo animali da basso fondale. Ed è altrettanto pieno di gridolini. Uno parte di corsa per poi tuffarsi e nuotare vigorosamente verso il largo. Ha al collo una macchina fotografica anfibia. Uno ha una radio anfibia per continuare ad ascoltare anche in acqua la partita. Un ragazzino ha una copia del Titanic da far galleggiare. Di tanto in tanto, senza motivo apparente, la fa affondare, la tiene sotto in mezzo alle bolle d’aria, e poi la ritira su e fa colare l’acqua che l’ha riempita. Un paio di coppie si sono sedute proprio sul confine, sul limite, in riva. Dove l’acqua ti entra ed esce sotto il culo. Mi piove in testa la stessa pallina di quegli stessi che giocano a racchettoni. La pallina affonda e poi cerca di tornare a galla. La tengo sotto con il piede. Una zia mi chiede se le posso guardare il ragazzino un attimo che deve andargli a prendere il gelato. Le guardo il culo mentre si allontana. Non fosse zia potrebbe essere nonna. Giovane ma nonna. Rimini è un posto adatto alle famiglie. E a rimorchiare. Do la pallina al nipotino e mi avventuro nel mare.
Mi lascio tutto alle spalle. Vado avanti finché l’acqua mi arriva alle palle. Temo l’infarto. Non è della temperatura adatta. Saltello un punta di piedi. Aspetto di trovare il coraggio. Un ragazzino mi osserva dentro il suo canotto poi torna a pagaiare. Nel costume mi si è creata una bolla d’aria. Il freddo; mi scappa. Cerco di resistere, stoicamente. Un moscone mi chiede spazio; all’ultimo istante. Sopra c’è un ragazzo e una ragazza. Lui cerca di farsi vedere bello ed eroico. E pedala con vigorosa allegria. Lei non muove le gambe. Lascia che gliele spostino il movimento dei pedali. Poi mi accorgo che sdraiata c’è anche un’altra ragazza. Che prende il sole. Schiaccia il petto sul fondo perché s’è sfilata la parte sopra del costume. Non pare avere molto da schiacciare. Ha gli occhiali dietro la nuca. E il tatuaggio di una fragola all’interno della coscia. Lo vedo solo quando riprende il reggiseno del costume, se lo tiene stretto al torace e si gira per controllare gli amici. Gli dice qualcosa che non sento. Poi sembra alzare la voce come per iniziare una discussione, ma ancora non la senti. Vedo solo che pare arrabbiarsi. Schiaccio la bolla d’aria che fa il rumore di un pallone che si sgonfia.
Su quella tavola piatta si alza un onda anomala di un paio di metri. Forse un’ottantina di centimetri. Ho la prontezza per prenderla di spalle. Sono sempre sull’avviso. E’ il frutto dell’ilarità di una sirena taglia super forte. Mi sorride maliziosamente. Vado avanti finché il mare non mi arriva al petto. Un sub emerge e sputa fuori l’acqua. Poi torna ad immergersi. Per un po’ resta fuori il culo. Poi solo le pinne. Poi scompare nelle acque torbide. Va a frugare sul fondo. Un metro e mezzo sotto. A smuovere la fanghiglia. A frugarla. Ad una ragazzina gli sguscia fuori un seno. Non è niente male. Sono tentato. Faccio un paio di passi nella sua direzione. Non s’è accorta di nulla. Credo. La tetta galleggia come una gavitello. Dondola pigramente con le minute onde. Ha un piccolo capezzolo ritto come un dito a indicarmi, e un largo alone, quella tetta. Un capezzolo sottodimensionato. Forse non s’è accorta di nulla. Avevo già deciso di desistere. Si alza un fischio. Un giovanotto. Eppure sta guardando da un’altra parte. Lei, la ragazza dal costume bianco, si controlla. Rinfodera la sua arma di seduzione. Mi vede. Poi si tuffa e torna a nuotare parallela a riva. Scivola sulla superfice. E’ brava. E nemmeno il culo sembra essere male. Il ragazzo chiamava un amico. Si divertono come matti a buttarsi acqua addosso e a spingere la testa dell’altro sotto. La sirena con gli occhi sembra chiedermi se voglio vedere. C’è fin troppo da vedere e quasi nulla di nascosto. La ignoro senza smuovere il suo sdegno, senza offendere la sua vanità. Semplicemente interpreto la parte del distratto. Di quello che non si accorge del mondo né di nessun’altro disastro.
Vado avanti finché l’acqua non mi lambisce le labbra. E’ acqua cheta, stagna. Anche lei è pigra e non ha voglia di lavorare. Anche le piccole onde sembrano stanche e scivolare malvolentieri. Schiacciate. E’ salata. Penso a tutti quelli che ci pisciano dentro. E a quello che lo sta facendo proprio in quel momento. Facendo l’indifferente. Ho le dita dei piedi intricate tra una quantità enorme di alghe. Non ricordavo ci fossero anche le alghe a Rimini. Forse non ci sono mai state. Forse non sono alghe. Immergo per un attimo il viso. Riemergo mascherato di un brandello di una rete sottile di nailon. Appeso c’è un galleggiante, un sughero che pare un orecchino. Penso di apparire come uno di quei pirati. Oltretutto non riesco più ad aprire l’occhio destro. Mi brucia. E più lo strofino e più brucia. Decido di proseguire. E l’acqua mi entra in bocca. O arrivo in Jugoslavia o non arrivo. Saltello nuovamente per risalire e prender fiato. Ancora due passi. E due passi ancora. Poi mi rassegno. Non arriverò mai da nessuna parte. Mi rassegno e comincio a bere.

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