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Archive for 13 agosto 2013

La lusinga o la minaccia era quella di prendermi per la gola: “Sono brava, sai –aveva detto– non mi credi”? E io, come da sua preghiera, sono arrivato un po’ prima degli altri, se ha bisogno di un piccolo aiuto, magari per il vino. E ho trovato subito l’indirizzo. Ho suonato e salito le scale. La porta era già aperta. Mi grida da di là: “Entra pure. Accomodati. Che ore sono. Sono maledettamente in ritardo; lo so. Sono di qua, arrivo subito. Un attimo”. Seguo il suono della sua voce in quella casa che non conosco. Arredata con gusto. Luminosa. Dopo le scale vedo una porta aperta. Certamente la sua voce è arrivata da là.
E’ la cucina: “Scusami… Non guardare ma… quando cucino… scusami… con questo maledetto caldo… se mi trovi così… è che mi piace stare comoda; quando cucino, voglio dire. Non guardare… Stai tranquillo. Faccio subito. Intanto perché non ti versi qualcosa? Come fosse casa tua. Non farti riguardi. Ho finito e corro a cambiarmi”.
Resto sulla porta: “Preferi… posso farti compagnia”.
Cerco di restare indifferente: “Allora… grazie. Fai pure con comodo. Visto che ci sei. Non guardare… Apri il frigo. Prendi il bianco. Visto che te ne versi un goccio passami la bottiglia. Sai è per il sugo. E’ fresco al punto giusto? Ma non guardare. Fammi assaggiare”.
Mi guardo intorno: “I bicchieri sono sullo scolapiatti. Sopra il lavello”.
Ne verso un bicchiere e glielo allungo: “Non il vino, stupido. Te. Fatti assaggiare.” –ride a quattro ganasce del suo umorismo, ci pensa e mi porge la guancia in attesa di un bacio. Si lascia appena sfiorare frettolosamente ma assaggia anche il vino, direttamente dalla bottiglia. Lasciandomi il bicchiere in mano. Un lungo sorso e se la ride: “Anche se poi mi resta il sapore in bocca. L’alito. Pazienza. Scusa per prima”.
Chiedo degli altri, di Giorgio e Cristina, di Maurizio e Giovanna, di Augusto. Mi spiega continuando ad occuparsi della cena che Maurizio e Giovanna hanno telefonato il mattino dicendo che avevano il bimbo con la varicella: “Sono degli stronzi, dei veri stronzi, tutti. Alla fine temo che siamo rimasti solo noi dice. Uno ad uno tutti hanno dato buca. Ero tentata di chiamarti per disdire. Fa nulla, mangeremo di più noi due. E berremo di più. Vuoi essere così cortese di mettere un po’ di musica. E’ di là. Di Giorgio poi… non me ne parlare. Il lavoro, dice. Metti pure quello che ti va. Chissà quanta roba mi toccherà buttare”. Io non mi muovo dalla cucina e lei non ha nessuna intenzione di protestare. Si libera gli occhi dai capelli. Si scola il bicchiere di bianco: “Avevo proprio sete, forse è stare sopra il fuoco”.
Non posso dire di conoscerla. Lei è amica di Gualtiero, credevo fosse l’amica. E’ stato il primo a dare forfè. Così hanno pensato a me, hanno detto, per essere pari. Poi ci siamo trovati nuovamente dispari. Me ne ha parlato bene, il Gualtiero. Dice che è una tipa molto simpatica e che è interessante parlarci assieme. Forse un po’ tosta ma anche molto cordiale. “Vedrai”. Mi aspettavo tutt’altro tipo. Una di quelle filiformi e con gli occhiali sul naso. Tutte acchittate ritte nei loro principi che sembrano aver ingoiato un manico di scopa. Anche un po’ noiosetta, ma il Gualtiero aveva tanto insistito.
Con lei ci siamo sentiti solo al telefono. Lei ha pensato che era meglio per conoscerci quel minimo. Per rompere, come si dice, il ghiaccio. Di lei sapevo solo che la sua voce era gradevole: “Magari per mangiare accendiamo il condizionatore”. E’ molto premurosa e preoccupata al dopo, che vada tutto bene. Si vede che ci tiene. Credo che se anche non mi fosse piaciuta la sua voce me la farei piacere. Aveva detto Gualtiero “Una vera amica”. Lei invece mi dice: “Sai che ti avevo immaginato diverso”? Anch’io, ma non glielo confido. Né le chiedo: diverso come?
Tranquilla armeggia tra le sue cose con completo dominio. Si muove con gesti misurati e sicuri. Ha il sorriso facile e spontaneo. Fingo di controllare i messaggi e così le faccio uno scatto. Lei finge di non accorgersene e sorride. Tiene d’occhio le pentole sul fuoco e cerca di non trascurare me. Al secondo mi dice: “dopo la cancelliamo, vero?” –e ride, e se ne dimentica– “Non è che accolgo sempre gli ospiti così. Solo, non ti aspettavo così presto. Spero di non averti messo a disagio. E poi quando sono in cucina mi piace sentirmi libera, e tu”? Non capisco la domanda e mentre separa i tuorli dagli albumi mi parla un po’ di sé. Mi racconta che è appena tornata dalla Tunisia per un servizio fotografico. Penso che è un soggetto giusto da fotografare. Precisa che è andata lì per documentare la vita dei campi profughi in quel paese, in questo momento terribile per loro. Mi chiede cosa ne penso. Io a stento so approssimativamente dove si trova la Tunisia. Mi dice di essere in partenza per la Turchia, vuole vedere il dopo piazza Taksim. Forse è arrivata alla lettera “T”. Mi promette che dopo mi farà vedere le sue foto. Mi racconta di Aleppo. E’ affascinante come racconta le cose, lei. Mi chiede se ho appetito ma non aspetta la risposta. Mi prega di passarle una forchetta che è sulla tavola.
Non fosse per lei mi ci troverei a parlarci come con un uomo. E’ quella sorta di sua presenza a confondermi, a convincermi che non è come parlare con un uomo. Che non è esattamente la stessa cosa. Mi distraggo. Temo di fare la figura dello stupido. Non so come faccia a controllare tutto e a non scottarsi; a me succede sempre: “Magari dopo ci mettiamo un po’ di musica. Che ne dici? O preferisci la tele? Io non la guardo mai”. Il sugo borbotta. Deve essere una patita di musica. Magari di Puccini. Assaggia la pasta e pare soddisfatta: “Dopo –dice– dopo, se mi aiuti a preparare la tavola, vado a cambiarmi. A farmi bella. A vestirmi. Ti piace al dente, vero”?
Non so se essere impaziente. Magari è uno schianto anche come cuoca. Non penso al mangiare. Approfitto di quando si muove, di quanto si gira, per incollarle gli occhi addosso. Non voglio sembrarle un maniaco, ma non sono bravo a distogliere lo sguardo. Quand’è il momento che spegne i fuochi? Quand’è il momento spegne i fuochi e dice: “Quasi quasi… resto così. A questo punto credi valga la pena, tra noi, che vada a mettermi un vestito; con questo caldo? Quasi quasi mangio così. Ci sediamo a tavola e pensiamo solo a mangiare. Sentirai. Che ne dici? Siamo più liberi. Ormai”… Mi schiocca un altro bacio sulla guancia e ride: “Piacere, Claudia”. Cerco di afferrarla.
Mi scappa e nemmeno se ne accorge: “Anche tu, slacciati quella cravatta, dai. Non startene lì muto. Di cosa ti occupi? Raccontami qualcosa. Mi fai sentire fuori posto. Così impalato, mi fai ridere. Sei anche tu in facebook? Puoi essere così gentile da prendere i piatti”? Soffoco. Si toglie il grembiule e prende la tovaglia. Io goffamente cerco di abbracciarla. Protesta decisa: “Che fai”? In quel momento suonano alla porta.

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