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Archive for 20 agosto 2013

«Vieni pure avanti. Grazie. Non so darmene pace. E’ mancato così all’improvviso».
Faccio per dire qualcosa ma le parole mi muoiono in gola prima di prendere suono. Meglio così. Non mi sono mai piaciuti i funerali, né le veglie. Se potessi le eviterei e lo faccio ogni volta che ho l’occasione o trovo la scusa giusta. Questa volta non avrei proprio potuto. Era un cugino di primo grado e un grande amico. Un’immane tragedia; credo si dica così. Dico solo: “Condoglianze”. Non è che sia facile trovare altre parole di circostanza. Che poi lei non l’avevo ancora conosciuta. Ne avevo solo sentito parlare e c’eravamo ripromessi, con Emilio, di incontrarci una buona volta in compagnia, ma poi non c’era mai stata l’occasione. Si sa come vanno queste cose: gli impegni suoi, i miei. Avrei preferito fossimo riusciti a vederci in altre circostanze; con il povero Emilio. Di lei avevo sentito dire di tutto e di più e il contrario. Di sua mogli, intendo, cioè della vedova. Si sa come corrono le malelingue. Veramente non che abbia sentito molto; qualche piccolo petto… cioè… pettegolezzo. Forse perché con lui ci vedevano sempre insieme, per rispetto anche nei miei confronti, perché non sono uno con cui fare chiacchiericci, forse solo perché non c’era molto da dire. Il viso è un po’ duro, sarà per l’occasione, cioè per il momento; duro e distaccato. Dice: “Non riesco proprio a trattenere le lacrime. Faccio una fatica immane… sai, il trucco. Scusami”.
Non mi viene niente di più brillante, non è il caso: “Figurati –dico io– capisco”. E’ che non sapevo. Non sapevo nemmeno stesse male. C’è qualcosa di freddo e magnetico nel modo in cui mi guarda. Qualcosa che rende ogni argomento sbagliato. Scelgo il più sbagliato. Non so perché lo faccio, forse solo per paura del silenzio. Con imbarazzo le chiedo se le spiace se le scatto una foto. Biascico una giustificazione che suona subito fasulla. Mi dice “Figurati.” –e non cambia espressione. La scatto con il cellulare nuovo e mi sento un perfetto cretino. Controllo com’è venuta. Lei mi chiede se per cortesia poi gliela faccio vedere, ma poi.
Ammiro il buon gusto della sua collana. Lei se ne accorge. Ho sempre pensato che però il nero doni alle donne. C’è qualcosa in tutta la situazione di estremo disagio. Vorrei andarmene. Non so se è la cosa giusta. Si deve essere scordata di non aver allacciato il primo bottone della giacca. Non ha camicetta né nient’altro. La indossa sulla pelle… nuda. La sua espressione è un po’ altezzosa, come se le stessi recando disturbo, e un po’ distaccata. Sarà il momento, forse sono inopportuno, forse non mi aspettava. Mi guarda dall’alto in basso pur rimanendo seduta sul tavolino. Accavalla le gambe. La gonna e lo spacco risalgono ancora di più. Mi spiega: “Scusami ma è la prima volta”.
Il suo profumo soffoca quello dei fiori. Forse aspettava qualcun altro. Come posso pensare una cosa simile in un momento come questo? Forse e il tailleur. Mi sento una merda: “Condoglianze”. Mi rendo conto di averlo già detto. Lei mi fa un piccolo cenno di sorriso di assenso. Con la mano fa una sorta di cenno d’invito che non riesco a cogliere. E’ tutta di ghiaccio, questa donna. Sembra che nulla possa scuoterla. Nemmeno un dolore come questo. Anche le mutandine sono nere come la notte, seppure impalpabili.
Batte la mano sulla pelle del divano: “Credo che… in fondo il nero mi dona. Non trovi. Vieni qui. Qui vicino a me. Qui sul divano. Non è niente. E’ solo un momento. Non aver paura. Povero caro. Sapessi quanto mi manca. Questo… mi sento tanto sola. E’ come una carognata. Abbandonata. Rifiutata. Sii gentile”.
La sua voce non mostra però alcuna emozione. Sembra leggere dalle pagine di un altro. Slaccia un bottone. Non ce ne sono altri. Improvvisamente non sono più padrone delle mie azioni. Ho un attimo di capogiro. La guardo e ora i miei occhi non riescono più a distrarsi da lei. Credo ormai di averne il permesso. Il suo viso non muta espressione. Nemmeno un sorriso. Nemmeno toglie il capellino con la veletta: “Meglio non pensarci. E’ sempre così. E’ come se potesse tornare da un momento all’altro”.
Mi slaccia senza darmi il tempo di sedere. Mi sento un interprete imbranato. Mi spinge e affondo sul divano. Quei tacchi mi fanno timore. Sono goffo, gli indumenti mi impicciano. Mi aiuta a districarmi. Cerca di tranquillizzarmi. Di convincermi che tutto è niente. Che non sono niente. Che passerà, subito. Che la vita è un attimo. E che io sono una distrazione. E che lui è stato il suo grande amore. E di quanto amore l’ha amato tanto. Per un istante la sua voce sembra incrinarsi ma è certo solo una mia brevissima impressione. E il gatto viene attirato dai rumori e arriva per vedere e se ne va. E’ completamente padrona di sé, in ogni istante. Mi aiuta: “Sai, ha lasciato le sue volontà. Voleva essere cremato. Finirà in una cassetta. Non credevo che sarebbe finita così. Ti prego… cerca di essere gentile. E non stropicciarmi tutta”.
Poi non è più padrona di sé. Perde il suo contegno. Spalanca gli occhi. Diventa solo donna. Affonda le unghie sulla mia schiena e mi dice una serie interminabile di sì e altri monosillabi incomprensibili. Le sfugge anche qualche sospiro che non starebbe bene nella bocca di una signora. E mi affonda i denti sulla spalla per smettere di gridare. La sento tacere solo quando le sue labbra sono impegnate a raccontare un’altra storia. Pare non averne mai abbastanza. Come se fosse dai tempi dei tempi. Cerco disperatamente di controllarmi. Nella mia testa mi ripeto il suo nome come un supplizio e come un’ossessione: “Irma”!
Nella foga forse anche a me è scappata qualche parola di troppo. Qualche aggettivo non certo carino. In quel momento è parso non ci facesse caso. Aveva mantenuto, nonostante tutto, l’aria di una signora. Mi sono scordato di Emilio. Forse è solo un modo per smorzare… la tragedia. Una sorta di elaborazione… del lutto. Per non complicare ulteriormente le cose. Anche se non riesco a capacitarmi che non ci sia più. E’ come se mi aspettassi vederlo entrare da un momento all’altro. Cerco di sistemarmi velocemente. Non so dove ho sbagliato. Se ho sbagliato. I suoi occhi continuano a darmi soggezione. Credo non abbia mai imparato ad abbassarli. Alla fine mi dice “Grazie!” –e mi spiega: “Non credere perché tu adesso, a me mi vedi così. E’ stato un dolore tremendo”.
Non riesco a non farlo e mi offro: “Posso fare qualcosa”?
Grazie! Lasciali pure lì sul tavolino. E… passa pure quando vuoi. Per te la… porta è sempre aperta. In ricordo della vostra amicizia”.

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