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Archive for 28 agosto 2013

Valentine? Si vogliamo parlare proprio di Valentine. Valentine Galtan. La figlia del famoso scrittore. Anche se un po’ in declino e in lotta con la corrosione e corruzione del silenzio, ma ancora conosciuto. Forse sempre in attesa della grande celebrità. Eppure edonisticamente preso solo di sé. La giovane donna descritta da Virginie Despentes. In fondo una ragazzina, quindici anni, senza particolari attrattive né qualità. Una figura di carta. Di parole. Non particolarmente fortunata, certo. Non particolarmente dotata. Non sveglia. Non troppo altruista. Non un briciolo di cuore. Non per gli altri. Certo un universo senza pietà né debolezze il suo. Una ragazzina sbattuta nelle pagine di un romanzo. Una ragazzina sbattuta da tutto e da tutti. Nel pieno del suo inferno. Maledetta fin dalla prima pagina. Usata e poi gettata. Che fa all’amore ma non ama. E nemmeno lei sa se fa all’amore o ne è schiava, del sesso. Del sesso altrui. Che si regala. Che regala. Senza altro prezzo.
Io, stessa, non lo avessi visto con i miei occhi, con gli occhi Lucie, non lo potrei mai credere. Capisco ogni tipo di diffidenza. La Iena è una lesbica di merda, parola di Lucie Toledo. Sì! l’ho vita proprio con questi miei occhi. Lei può fare impazzire qualsiasi figa sulla punta delle sue dita. O molto altro, perché lo sa. Lei impazzisce per la prima figa che incontra. Ne percepisce l’odore. Gli odori più profondi. Non c’è limite alla sua depravazione. Ma lei è l’incontro peggiore che qualsiasi uomo possa fare. Lei si trasforma in una iena. Lei la vita la prende per i coglioni. Glieli stringe fino a che sente che sta soffocando. Finché il volto diventa paonazzo. Gli pianta gl’occhi dentro agl’occhi. E gli sputa sul muso. E’ tipa da prendere il mondo a calci in culo. Insomma è un gran troione depravato anche come leccafighe. Quando mette il fiato addosso non c’è scampo.
Lei è la condanna e il compromesso. E’ passata attraverso tutto. Ha visto l’inferno e ne è uscita, lei. Crede di aver visto tutto. Odia l’uomo come uomo e come maschio. Potrebbe strappargli l’uccello in un secondo senza battere ciglio. L’ho vista con i miei occhi in azione col cantante dei Panico Nel Tuo Culo. Un fascista di merda. Un essere immondo. Un ragazzotto viziato marcio fino al midollo. Tra le sue mani s’è trasformato in un baleno in un pupattolo impaurito. In un fighetto. S’è preso un cartone da girargli la testa. L’ha sollevato come un fuscello. E lui s’è messo a frignare. E ne ho visti ch’erano più tosti ridotti in poltiglia. Veri duri e poi piagnucolose checche. Se nessuno li tirava fuori sarebbero annegati nella loro stessa merda. Storie di periferia? Bourges? un cazzo. Al suo confronto il tuo incubo peggiore ti fa una pippa.
La Iena ha capito che il rimorso è un vizio che non si può permettere. Che il mondo è fatto di zerbini. Si muove bene solo chi impara presto a metterti i piedi in testa. Che te lo infila nel culo mentre tu cerchi ancora di contrattare sul prezzo. Chi ti da la dose in cambio della tua anima. E poi la butta al cesso. Chi ti promette amore in cambio di un pompino. O di una leccata, fa lo stesso. E poi ti spiega che è tutto lì l’amore. Che è solo un gesto. E che sei solo un coglione. Una gran testa di cazzo. E la guardavo per imparare. Lei non voleva insegnare. E le piaceva più la fregna del lavoro. E il lavoro… fanculo. Scordava la domanda appena scorgeva, anche da lontano, una bella puttana. Avrei detto ch’era una vera troia. Con lei ero sempre in imbarazzo. E mi guardava come ti guarda un uomo. E mi parlavano anche i suoi silenzi. E spesso anch’essi erano imbarazzanti. Anch’io non avevo ancora capito niente. Avrebbe potuto benissimo dire: “Io sono l’infermo”. Invece l’inferno non l’aveva ancora conosciuto.
L’abbiamo rintracciata per le strade di Barcellona; Valentine. In un bar. Anzi è stata lei a trovare noi. Difficile da credere. E’ stata la Iena a rimanerne atterrita. Quella ragazza aveva la morte dentro. Dietro quegli occhi vuoti non c’era niente. O meglio c’era solo desolazione. O meglio c’era tutto e l’abisso. Era solo una marchettara abbietta. E nemmeno si faceva pagare. Né di denaro né di sentimenti. Era una rotta in culo, sempre strafatta, assatanata d’uccello. Ricoperta di sborra, fino a soffocarci dentro, non avrebbe ancora detto basta. Sarebbe stata capace invece di dire ancora. E ancora. Solo per dire quello che non avrebbe dovuto. Che non ci si aspetta. E ti accorgevi che non gliene frega una sega. Poteva farlo anche con due, tre, un intero gruppo insieme mentre restava assente. Mentre lei non c’era. Sì! una ragazzina sbattuta da tutto e da tutti. Impazzita per l’uccello. Che amava farsi sbattere. E che si faceva sbattere dal primo. Da nessuno. Per una dose di coca. Per noia. Per una parola. Per essere normale. Perché qualcuno si accorgesse di lei. Per nascondersi nel branco. Perché le andava. Perché… nessuno lo sa. Nemmeno lei. Per niente.
Questo è per me impossibile da capire: per niente. Ho capito molte cose. In questo viaggio. Ho capito l’insicurezza. La paura. La tensione. La delusione. La speranza. Il peso e la leggerezza di un silenzio. La bellezza della donna. Non ho saputo capire quel niente. Quella sua ricerca ossessiva di libertà che la portava a continuare a costruirsi gabbie attorno. Ma soprattutto quella sua necessità di annullarsi; negando tutto nel negare anche se stessa. Quella corsa testarda verso il vuoto. Il suo odio verso il mondo. Verso l’umanità. Verso gli uomini. Verso Valentine. E ancor di più quell’espressione attonita e quella voce incolore, inodore, estranea, con cui continuava a ripetere quella filastrocca: “Sono emozionata per il fatto che rivedo la mia famiglia”. No! nessuna emozione. Solo deserto. Nemmeno più depravazione. Nemmeno più abbruttimento. Nessuno e niente più l’aspettava. “Tutto quello che so è che non vedo l’ora di vedere mio padre”. Tuo padre? un cazzo! A chi la vuoi raccontare, piccola troia. Tuo padre non vale un rigo di recensione. Non le avrei creduto nemmeno se mi la stava leccando. Ma ho sbagliato solo perché ero stanca. Non mi importava più di nulla. Tranne di chi era lontana. Eppure ero sempre stata convinta che tutti avessimo bisogno di qualcosa in cui credere.

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