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Archive for 2 settembre 2013

Avevo ripetuto almeno sei volte quell’articolo indeterminativo: “Un cinema”? Ero riuscito a dirlo. A chiederglielo. La domanda si tratteneva ancora in bocca. Così: mozzata, a metà. Quasi una non domanda. Dove avevo trovato quel coraggio? Deglutii. Aveva un sapore strano. Non dovevo lasciarle il tempo. Non dovevo farla pensare. Il momento non sarebbe tornato. E sudavo. Per la tensione. Temevo si sentisse; l’odore del sudore. Temevo che qualcuno ci interrompesse.
Certo mi ero preparato tutto in testa. Tutto per bene. Un bel discorso. Cercando di convincermene. Riuscii a dire a stento solo quello. Me lo potevo immaginare. Disse solo “Quando”? “Stasera”? Odiavo rispondere con una domanda. Una domanda dopo una domanda. Odiavo le domande. E l’attesa. L’attesa è sempre snervante. Uccide. Eppure mi ero detto che non dovevo avere fretta. Che non potevo averla. E che non mi dovevo mostrare così. Non riuscivo a controllarmi. Non mi importa cosa succede per gli altri. So quello che succede a me. Intanto fantasticavo. Certo che la fantasia non mi manca.
Mi spiace, non posso”. E ne restai deluso. Mi sentii morire. Avevo sbagliato. Ancora una volta. Per sempre. Forse per la fretta. Dov’erano finite le parole Tutte quelle parole? Povero stupido. Avrei voluto dirle che la amavo. Quanto la amavo. Qualcosa di simile. Dirlo e non dirlo. Magari meno impegnativo, per lei, ma con quel senso. Insomma aprirle i miei sentimenti. Sapevo che era sbagliato. Non si comincia dalla fine. E come avrebbe potuto capire? E capirmi? E poi perché avrebbe dovuto ricambiare? Nemmeno io lo sapevo se era vero amore. E per le donne è diverso. O forse sono solo io, che perdo così facilmente la testa. Che occhi aveva quando mi guardava. Fu solo un attimo. Per fortuna, quell’attimo da parte sua: “Ho già un impegno. Perché non facciamo domani”?
Mi andava bene anche subito. Ma potevo imparare ad aspettare. E poi domani non è così lontano. E’ sola là, dopo di oggi. Non avevo pensato che potesse. Nella vita che avevo immaginato c’era posto solo per i sì e i no. Non lo avevo previsto. Non ci potevo credere. Mi mancarono le parole. Ma allora voleva dire sì? Anche se domani tornava così lontano. “Passo a prenderti”. Forse avrei dovuto chiederle subito dove? E quando? E’ facile dirlo adesso. Accorgersene ora. Al momento ero troppo felice. Troppo emozionato. Troppo confuso. E troppo tutto. Ero solo al settimo cielo. E nel pieno della bufera. Deluso. Ansioso. Impaziente. Al momento avevo solo confusione in testa. Aveva veramente detto sì? Aveva veramente detto sì. Era fatta.
Se prendiamo lo spettacolo prima si potrebbe… dopo… si potrebbe… magari una pizza”.
Divampai. Non riuscivo a crederci.
Al Dante alle sette”. “Al Dante alle sette”. Mentre io ancora stavo a pensare l’aveva detto. L’aveva detto come una cosa naturale. E con un sorriso. Di compiacimento? Di simpatia? Mi bastava. Però l’aveva detto. Forse avrei dovuto essere io. Forse avrei dovuto dirlo io. Odio essere così. Quello che sono. Sentirmi la testa vuota; e le parole che non escono. Sentirmi mancare la saliva. E mi ripetevo il suo nome, come fosse possibile dimenticarlo. E cercavo solo di fissarla negli occhi. In tutti i suoi occhi. Quegli occhi che mi intimidivano. Quelli occhi che non si abbassavano. Insomma quegli occhi. I suoi occhi. Così azzurri. Così senza espressione. Così muti. Occhi di ragazza.
Era un sorriso di incoraggiamento. Sembrava quasi una lusinga. Oppure era solo cortesia? Pura gentilezza? Mera gratitudine? Basterebbe saper aspettare. Non mi avrebbe detto sì. Non avrebbe accettato. Non lo avrebbe fatto se anche lei non sentiva almeno un poco. Un poco di quello che provavi io. Una sorta di… E se fosse solo amicizia. Dalle cose nascono le cose. Mi sarebbe bastato starle vicino. Magari tenerle la mano. Mi sarebbe bastato? Non avrei dovuto biascicare quel “Grazie”! Sono solo le cose che dovrei che mi escono. Quelle poche. Dovrei mostrarmi più sicuro. Più deciso. Infonderle fiducia. Non essere io quello che… Ma io sono così. Alle persone do tutto. Ma le riempio di silenzi. Forse sente la mia agitazione. E’ sempre stato così. Stavolta non sarà come sempre. Gliel’ho chiesto. Maldestramente ma l’ho fatto. Domani sarà diverso. Certo. Le dirò le cose. Le racconterò di me. Le chiederò. Ma che film faranno? Mi lascerà prenderle la mano? Si lascerà… Come si fa al primo appuntamento? Lei mi ricorda una canzone. Non ricordo quale. Potrebbe essere la nostra, canzone. Vorrei che fosse bella.
Allora, che aspetti”?

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