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Archive for 5 settembre 2013

GialliLa nostra era ormai un’amicizia di lunga data. Sei sette mesi, non saprei essere più preciso. Tutto è cominciato una sera, lo ricordo, in cui abbiamo cenato casualmente allo stesso tavolo. Come si può cenare assieme casualmente? Lei stava leggendo una rivista, credo di moda. L’avevo notata solo perché mi stavo annoiando. Un occhio allo schermo dove c’era una partita, non saprei dire quale, comunque non italiana. Un occhio alla sala vuota. Un occhio alla testa di cinghiale. Uno alla porta d’entrata. Un occhio verso la cucina da dove tardava ingiustificatamente ad arrivare la comanda. Ero solo ormai da tre anni e quella sera ero particolarmente solo. Non che avessi un pensiero preciso, o un rimpianto. Semplicemente solo. E sola e annoiata era lei. Alzò lo sguardo e mi vide. Poi lo riportò in quelle pagine. Lo rialzò e i miei occhi la guardavano ancora. Forse vi lesse qualcosa che non so, come una supplica. Forse la richiesta le veniva da dentro. In ogni caso scoppiò in una silenziosa risata che mi mise allegria. Dovevo avere un faccia particolarmente infastidita e un po’ disperata. E in quel silenzio mi parve mi dicesse molte cose. Forse le dicemmo. Forse no. Furono comunque brevi frasi di un alfabeto muto. Sparse tra noi e addosso. Come cenni di comprensione. Condivisione. Erano fatte di sorrisi che cambiavano. Da garbati a gentili, da benevoli ad amicali. Lei aveva messo in borsa la rivista non facendomi vedere, credo volutamente, di quale si trattava. Mi alzai col mio bicchiere e il mezzo litro e, come se i suoi occhi me l’avessero chiesto o almeno permesso, la raggiunsi al suo tavolo. Non dissi molto di più di quanto si dice in quei casi. Le chiesi solo il permesso di sedere. Lei mi invito con un cenno. Mi sembrava di aver già visto quel segnale: il suo invito, in quel nostro precedente dialogo muto. E dividemmo l’attesa.
Foto di Mazilu Simona rubata dalla reteSola? Solo? Mentalmente presi nota di non tornare in quel posto. Troppo da aspettare per una cena senza pretese. E mangiammo in un silenzio interrotto solo dal brusio dei nostri occhi. A loro volta interrotti da timidi e veloci sorrisi. Le nostre attenzione erano soprattutto infilate dentro al piatto. O meglio erano fatte di sguardi in tralice, attraverso i quali ci si controllava a vicenda. Tutto fin troppo banale, compreso l’impicciato imbarazzo. Alla fine ci guardammo senza trovare nessuna parola. Dopo pochi attimi lei si alzò porgendomi la mano: “Allora, arrivederci. Simona”. Stringendole la mano cercai una scusa per trattenerla. Fu la solita serie di ovvietà: dall’offerta di un digestivo, ai due passi, al cinema e poco altro. Non fece troppa resistenza decidendo per trattenersi ancora un attimo, per prendere lì l’amaro, e i due passi. Pose solo una condizione: di fare alla romana. Aspettando il bicchierino frugammo in tutte le nostre risorse per cominciare a fare un minimo di conoscenza. Anche lei era rimasta sola dopo una breve ma burrascosa storia finita con violenza e rancori. Era laureata in sociologia e lavorava in una cooperativa che si occupava di catering. Si interessò di cosa scrivevo. Non è facile da spiegare. Feci del mio meglio. Forse calcai un po’ la mano dandomi qualche briciolo di importanza in più com’è normale. Sembrava contenta di conoscere “uno famoso”. Non le spiegai che ero meno soddisfatto perché non ero nemmeno il più noto delle mie scale. Mi chiese con riservo come facevo con la vita grama dei tanti artisti. Con un pizzico di vergogna le spiegai che mi aveva lasciato qualcosa mamma. Era entusiasta di tutto. Perfino il mio nome, Antenore, lo trovava bello e me lo disse. Io l’ho sempre odiato e me lo sono portato dietro con fatica e con disprezzo. Il tempo passava piacevolmente senza ce ne accorgessimo. La sua voce era gradevole. Fu lei a porvi fine: “Forse è ora che ci incamminiamo”.
Le tenni aperta la porta. Guardai l’orologio e calcolai che il tempo che ci era concesso non potesse andare oltre a due passi proprio due. Senza guardarmi mi ripeté il suo nome, “Simona”, e mi confessò l’età titubante: “Io, 33”. “E io, 56”. Mi parlò in pochi cenni della sua famiglia, aveva perso il padre, e di divideva una stanza con un’amica di studi. Non seppi che dire a riguardo. Volevo, ma non volevo sembrare sfacciato. Lei era molto garbata e faticava un po’ a dire le cose per una naturale riservatezza. Si sentì in obbligo di accennare alle sue letture, perlopiù cose banali frugate nella fretta. Rallentammo il passo per far durare il tempo per attraversare il parcheggio. La città s’era già ormai addormentata. Quando si fermò per aprire la portiera ebbe un attimo di indecisione girandosi verso di me. Vinsi la tentazione improvvisa di provare a baciarla. Desistetti. Era passato tanto tempo. Ma pensai che era la prima sera, ed era stata casuale e ci conoscevamo solo da poche ora. Anzi che nemmeno potevo dire che ci conoscevamo. Stavo per chiederle di rivederla quando lei aggiunge un “Bene” provvisorio.
Poi, davanti a quella macchina mi chiese all’improvviso se io avevo un posto. Le confermai nuovamente di vivere da solo. Concluse che eravamo adulti e vaccinati. Ottantanove anni in due, –mi sorprese la sua rapidità di calcolo– non siamo più ragazzini. E si invitò a casa mia, o meglio mi chiese se potevamo andare da me senza che la considerassi sfacciata. Risposi fin troppo in fretta “Certamente.” e che non vedevo il motivo per un simile giudizio: “Scherzi”. Fu allora che passammo al TU e il nostro tono si fece più confidenziale. Si mostro entusiasta e allo stesso tempo dubbiosa, come se il suo fosse stato un grande atto di coraggio e le fosse costato enorme fatica. Richiuse la macchina e facemmo la poca strada in silenzio con la mia. Io pensavo e lei pensava, ognuno nel proprio modo privato di gestire le emozioni e gli imbarazzi. Non senza un leggero senso di vergogna per la casa e per il disordine la feci entrare nel mio mini minimalista. Lei sembrò non fare caso a nulla. Mi chiese dov’era in bagno. Mi assicurò che avrebbe fatto prestissimo. Mi chiese dov’era la camera, la porta era aperta e il tutto era talmente spartano che la domanda mi sembrò superflua, l’avrebbe trovata anche un cieco ad occhi bendati, la casa era tutta in quelle tre piccole stanze. Mi esortò ad aspettarla: “Intanto spogliati” –e lo disse divertita come fosse un gioco innocente e privo di malizia.
Fu veloce come aveva detto. Ebbi solo il tempo di cercare di uscire da quella incredulità senza riuscirci. Si infilò con la stessa allegria sotto le coperte venendomi vicina e fu subito nuda. Potrei dire che facemmo l’amore ancor prima di scambiarci il primo bacio. O meglio che lei fece all’amore disperato con me. Il tutto senza aggiungere una parola. Solo dopo volle che le promettessi che non mi sarei innamorato e che non l’avrei fatta innamorare. Me lo fece giurare. Mi chiese se poteva fermarsi a dormire, e si addormentò promettendomi che, se dopo ne avessimo avuto entrambi voglia, non le sarebbe dispiaciuto rifarlo. Il mattino trovai la colazione preparata e un bigliettino con il suo nome, il numero di cellulare, seguito da un cuoricino. Presi il caffè senza sentirmi del tutto sveglio. Aveva una calligrafia minuta e arzigogolata. Mi mise allegria rigirarlo tra le dita prima di infilarlo in tasca. La richiamai nel pomeriggio per ritrovarci quella sera stessa.
Da quella volta cominciammo a frequentarci spesso. Non che altrettanto spesso si fermasse a dormire da me, anzi, ma almeno una capatina a casa mia la facevamo ogni volta che ci trovavamo. Si cenava spesso assieme, quasi tutte le sere, e cercavo sempre un posto nuovo proprio per ritrovarci come quella sera soli o tra estranei. Perché nessuno disturbasse quello che ogni volta era il nostro incontro. A volte lei aveva fretta e o andavamo direttamente da me, prima ancora di cenare, o si cenava frettolosamente perché poi mi doveva lasciare. Oppure si mangiava un boccone frugalmente da me, dopo. Non mi deludevano quelle sue frette, lei aveva la sua vita ed io la mia. Parlavamo poco delle nostre amicizie cioè il più delle cose ce le eravamo confidate quella prima sera. Andavamo in dietro nel tempo o parlavamo di quello che ci piaceva, in piedi e a letto. E poi lei era molto disponibile con me, anche troppo. E’ stato circa un mese fa che ho cominciato ad osservare in lei questo suo atteggiamento che mi infastidiva. Non c’era nulla che lei non fosse d’accordo con me, che non la lusingasse, quando non la entusiasmava. Anche l’osservazione più stupida sembrava che in lei riscuotesse consenso e ammirazione.
Quelle volte che non poteva trattenersi sembrava sentirsi in dovere di darmi delle spiegazioni. O si premurava di avvertirmi se non poteva venire ad un appuntamento. Non aveva una grande fantasia. Quasi sempre era una cena di lavoro, qualche amica alle prese con qualche problema, una volta una forma di emicrania dolorosa, altre qualche parente anziano bisognoso di attenzioni o ovvietà simili. Cercai di spiegarle che non era necessario nulla di tutto quello ma lei continuava ad insistere per spiegarmi. Per il resto andava tutto a meraviglia tra noi tranne per quello e quello mi rodeva come un tarlo. Cercai di dirle anche questo, ma anche di questo non volle sentire ragione. Io mi sentivo a disagio nel sentirmi trattare come un principe azzurro povero di spirito e di sé o come un oracolo. Se le proponevo un cinema lei mi diceva: “Fantastico”. Se le dicevo che avevo voglia solo di lei mi rispondeva: “Fantastico”. Se le chiedevo di passare per una commissione lei accettava dicendo: “Fantastico”. Provai persino a proporle una partita di curling per televisione e lei: “Fantastico”. Non lo sopportavo più. Le dissi che non mi interessava niente di lei tranne che quando eravamo a letto e mi lasciò allibito con un: “Fantastico. Non è quello che volevamo. Senza catene”. Ma era lei la mia catena perché di giorno la pensavo e la notte non riuscivo a farne senza. Avesse solo taciuto qualche volta di più; invece no. Ma a letto c’era una sintonia perfetta. Non la sopportavo più ma non riuscivo a liberarmene. Quando non c’era vedevo il suo corpo nudo che si offriva. Appena ci incontravamo cominciavo a fremere dalla voglia di rivederlo, quel corpo nudo. Di sentirla tra le mie braccia. Di sentire il calore che emanava. Si udire i suoi gemiti e i suoi lamenti. Era un veleno che mi stava entrando in circolo rapidamente. E mi ronzava in testa il suo: “Fantastico”.
Ma per noi scrittori le parole sono importanti. Compreso il senso della vita. E la misura delle cose. Non sono mai riuscito a trovare spesso ragione con la mia ex e in genere. Ancora perdurava la nostra lunga guerra fatta di rancori e di dispetti. Alberto mi ripeteva continuamente che ero stato un vero coglione. La mia squadra continuava ad inanellare una serie di sconfitte vergognose, una dopo l’altra. Avevano nuovamente respinto il mio ultimo romanzo che altro non era che l’ennesima revisione del primo. I soldi di mamma parevano consumarsi a vista d’occhio. Mi ero persino raffreddato. Ero terrorizzato nel trovarmi dalla parte giusta il mille per cento delle volte. Non ne ero addestrato. Le dissi di averla tradita, non fece una piega. Le dissi che ero un porco. Si limitò a osservare che sognava di diventare la mia porca. In realtà lo era e parecchio e in modo sconcertante. Provai a dirle anche di peggio. Una sera non mi presentai per poi darmi dell’idiota perché parevo averne sofferto solo io. Non mi bastava più. Volevo anche un po’ di comprensione per me e di rispetto.
Quando hanno trovato il corpo il quotidiano locale le ha dedicato poche povere righe sostenendo che «la polizia aveva subito chiuso l’indagine davanti all’evidenza dei fatti. Si trattava del suicidio di una giovane donna probabilmente per una delusione in amore. La succitata, e avevano messo nome e cognome per esteso, compresa la data di nascita, 39 ma portati bene, aveva preferito trovare la morte gettandosi con la sua auto nelle acque “limacciose” del Brenta; dopo essersi legata mani e piedi e imbavagliata». Anche se qualche sera mi mancava e provavo un buco dentro e il letto restava desolatamente vuoto, finalmente avevo ritrovato la mia libertà e potevo sparare, senza troppi riguardi, le mie frequenti cazzate tra la disapprovazione dei pochi che erano costretti a sentirle.

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