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Archive for 9 settembre 2013

Anch’io avrei preferito un appuntamento con Laura, invece è venuta Madison. Tutta contenta, garrula, civettuola e decisa. Avevo corteggiato tutta la sera Laura e Madison se n’era stata lì vicino; tra noi. Aveva cercato, quelle poche volte, di dire una parola. Non che non me ne fossi accorto che l’altra mi faceva gli occhi dolci. Mi lanciava sguardi languidi. Rideva ad ogni cosa cretina che dicevo e ancora mentre la dicevo. Io avevo occhi solo per Laura e quella, Laura, era proprio un bocconcino da gustare, una prelibatezza. Alla fine, euforico, ero riuscito a farmi dare il suo numero di telefono. Solo che lei s’era presentata come Madison e mi aveva dato il numero dell’amica.
Così quando avevo chiamato avevo parlato con Madison convinto di palare con Laura. E quando le avevo dato appuntamento lei aveva risposto fin troppo rapidamente e soddisfatta di sì. Ma era Madison ad accettare il mio invito. La bella Laura s’era presa gioco di me, e io c’ero cascato come un cretino alle prime armi. Doveva essere evidente la mia delusione quando l’ho vista arrivare. Aspettavo quel gran pezzo di meraviglia di ragazza, invece mi è venuta incontro la molto meno appetibile, ad essere generosi, amica. La serata che avevo sognato mi era crollata addosso. Ma erano già le nove; nessuna possibilità di rimediare.
Pensando a come doveva stare ridendo alle mie spalle Laura ho provato a fare di necessita virtù. Improponibile. Più la guardavo e più me ne rendevo conto. Anche un cieco l’avrebbe visto. Non potevo andarmene in giro con lei. Col rischio di incontrare qualcuno che mi conosce. Ma lei era una tipa molto ragionevole. Anche gentile. E anche educata. Non molto perspicace altrimenti forse lo avrebbe capito subito; e da sola. Era alla vista che tradiva ogni aspettativa: “Posso chiamarti Massimiliano”?
Dopo averne ottenuto il consenso la serata si era sviluppata attraverso una sequela infinita e monotona di: “Sì! Massimiliano.” –o quasi. In realtà non sarebbe stata una compagnia malvagia ma si mostrava remissiva fino all’esagerazione. Era solo che in qualche modo all’amica gliela dovevo far pagare, anche se non sapevo ancora come, ma era fin troppo conciliante. L’unico problema vero era che non era proprio presentabile. Ho cercato un posto isolato, poco frequentato, fuori mano, anche se mi sarebbe costato un po’ di tempo per raggiungerlo. Un viaggio nel completo silenzio mentre schiumavo rabbia. Lei aveva detto: “Sì! Massimiliano. Come vuoi”.

Certo che se avessi saputo con chi stavo parlando al telefono non le avrei promesso tante cose per la prima serata assieme. Non era molto che eravamo arrivati, ci avevano appena portato il primo che era più apparenza che sostanza, che è arrivata una comitiva. E poi via via altre persone. La clientela cominciava ad animarsi a quell’ora. E’ stato più forte di me ma non potevo non fuggire. Aveva fatto in tempo a dirmi che era canadese; la sua pronuncia era pressoché perfetta. Che lavorava presso l’ambasciata dove l’avevo conosciuta; assieme alla sua amica. Che era laureata in giurisprudenza ed economia aziendale. Che amava la pizza, il sole e l’Italia; unica banalità. Che amava i preraffaelliti ma anche le nuove avanguardie. Che non si sarebbe aspettata la mia telefonata. Che parlava perfettamente altre tre lingue, oltre la sua e la nostra. Che seguiva tutto lo sport anche se non era una vera appassionata di nessuna disciplina in particolare. Che guadagnava abbastanza bene anche se la sua vita era stata, fino a quel momento, abbastanza monotona. Che il suo primo ragazzo era stato un istruttore di nuoto e la sua prima era stata tra i cespugli nel bosco che circondava la sua università. Si era scusata di tante confidenze. Si era interrogata sul perché le fosse così naturale mettermi a conoscenza della sua vita, e anche di quelle cose un po’ intime. Mi aveva rivelato che era una vera appassionata di cinema francese, mediorientale e del Nuovo cinema paradiso. E altre cose.
Parlava calma e con una più che discreta proprietà di linguaggio. Sarebbe stato piacevole ascoltarla. Si rischiava di scordarsi chi era. Continuava a chiedere di me. Io non volevo condividere che quelle poche infinite ore. Cercavo di evitare tutte le sue domande. E lei sorrideva e fingeva di non accorgersi delle mie insolvenze. Le ho chiesto se le dispiaceva ma non era vera gentilezza. Mi ha risposto: “Sì! Massimiliano. Non ho nemmeno tanta fame”. Sembrava guardare nel piatto come guardava me: con avidità e passione. Ho finto di non vedere e ce la siamo data a gambe; dopo aver pagato alla romana: “Sì! Massimiliano. Preferisco così”.
In macchina è tornato il silenzio. Lei mi guardava e guardava la strada. “Sì! Massimiliano. Vuoi che metta un po’ di musica”? “Sì! Massimiliano. Anch’io. In certi momenti è così bello il silenzio”. “Certo, Massimiliano. Hai visto quante stelle”. Mi stava per venire un conato di nausea. “Temo che stiamo facendo tardi… –come diavolo si chiamava? Stavo per chiamarla Laura. Ah sì! Madison– Che rischiamo di arrivare che l’ultimo spettacolo è iniziato”.
Sì! Massimiliano. Lo penso anch’io. Peccato. Sarà per un’altra volta”. In realtà quel film l’avevo già visto. Sarebbe stato perfetto con Laura. In quel momento non serviva più. Ci mancava una storia d’amore romantica e melensa. Mi confidò che era già andata a vederlo e non è che le fosse piaciuto troppo. Ho scoperto che intellettualmente i nostri gusti erano abbastanza simili. Certo non potevo dire di aver letto quanto lei, cioè di sapere tutto quello che sapeva e diceva lei. Provai un attimo, ma solo un attimo, di rimorso. Le dissi che mi dispiaceva di portarla a casa cosi presto. Naturalmente mi rispose: “Sì! Massimiliano. Non dovrei dirlo ma anche a me”.
Caddi nella sbadataggine per un secondo e mi lascia sfuggire la proposta di un bicchiere della staffa. Potevo rispondermi da solo e avrei azzeccata esattamente la sua risposta: “Certo, Massimiliano. Farebbe piacere anche a me”. Prendemmo per strada due drinks della casa dopo che lei aveva detto che andava bene come il mio e si era scusata: “Sì! Massimiliano. Ma dovrai starmi attento perché non reggo molto l’alcol”. Ero tentato di limitarmi a fare solo il cialtrone, e lasciarla lì, a diciassette chilometri da casa. Nel vuoto della campagna. Non avrei avuto la mia vendetta. Ormai ero in gioco e bisognava giocare. Aveva bevuto il suo a metà che le misi fretta: “La notte è ancora giovane. Non vorremmo mica lasciarla finire così”? Lei ha sgranato gli occhi: “Sì! Massimiliano. Veramente per me sarebbe tardi ma… se ti fa piacere”.
Ho guardato l’orologio. Ancora una volta ho pensato di rinunciare. La partita ormai stava finendo. Telefonare diventava la richiesta di soccorso di un disperato. Chi poteva essere ancora libera a quell’ora. Finire a bere da solo, in qualche locale che chiudeva tardi, non mi sembrava proprio l’alternativa ideale. Tutto tramava contro di me. Me la sono guardata bene: doveva ringraziare di essere nata, insomma, e di essere stata miracolata per una serata come quella. Non dovevo ascoltare la pena. Era lì e mica ce l’avevo mandata io. La colpa era tutta e solo di Laura. “Che ne dici se finiamo in allegria? Se facciamo un salto da me? Ti mostro tutte le mie farfalle. Ti piacciono le farfalle? O da te”? Mi sembrò di cogliere un attimo di rossore, e un sorriso, in uno sguardo un po’ malandrino: “Sì! Massimiliano. Speravo che me l’avresti chiesto”.
Avevo sempre dietro le chiavi della casa di Umberto per ogni eventualità. C’era poco da stare allegri, ma era sempre libera. Lui ci andava solo in agosto. Non era il momento ideale. Sicuramente l’avremmo trovata fredda e vuota. Meglio, saremmo stati costretti a scaldarci dei nostri calori. Dei nostri bollori. Temevo, non era certo la ragazza da risvegliare grandi entusiasmi. Contavo sulla mia capacità di autoconvincermi. E poi ne andava della mia faccia; del mio onore. Nemmeno una poco appetibile come Madison si può mandare a casa dopo una serata come la nostra. Magari solo una cosa veloce. Quel tanto che basta, appunto, per dire che Massimiliano sa fare il proprio dovere. Non mi posso permettere di mandarla in giro a chiacchierare. Se resiste basta insistere un po’. Al massimo è lei a portarsi indietro una valigia di delusione. Se poi è no tanto meglio. C’è la luna. Ci sono le stelle. Uno spreco di stelle. E inverto la rotta.
Guido facendo attenzione alla strada. La so a memoria anche di notte. Mi chiedo perché mi dovessi fare altri riguardi: “Ti dispiace se cominciamo a conoscerci meglio”. Mi sbottono e lo tiro fuori: “Piacere, Massimiliano secondo conte di vaiallapesca”. Indubbiamente ho il senso dell’umorismo. Scalo la marcia e la prendo per la nuca e con una leggera pressione l’attiro a me facendole capire come può rendersi utile. Lei cerca una leggera e finta resistenza e, alla fine, con un filo di voce si scusa: “Ma… io… se proprio vuoi”. Cerco di immaginarmi Laura al suo posto. La testa di Laura sul mio grembo. I suoi capelli.
Per essere brava ci prova e almeno si impegna. Non devo sognare troppo. Ad un certo punto smetto proprio di pensarci, o di pensare ad altro. Debbo anzi pensare ad altro e stare attento alla strada. Forse la serata e salvata. Solo così riesco a non rovinare tutto. Trequarti d’ora di macchina e per Trequarti d’ora lei se ne sta lì china, scomoda, senza protestare. Alacremente rassegnata. Ho l’impressione che abbiano smesso di scendere quelle due lacrime che le avevano bagnato gli occhi. Forse mi sono sbagliato. Però decisamente è una tipa ragionevole e remissiva. Mi chiedo dove possa essere quella gran figlia di mignotta di Laura. Poi capisco che è meglio che non pensi a lei. Se voglio non compromettere il resto devo pensare alla sua faccia che sbavava sul piatto; a Madison al ristorante. Al suo fisico da ciccia-star. Alla prima cosa banale che mi viene in mente.
Accosto e parcheggio proprio davanti all’ingresso. La guardo lì giù solo per un attimo. E’ tutta sudata. Chi sono io per provarne pena? Se l’è voluta. Le dico che ora può alzarsi. Che siamo arrivati. Lei tiene gli occhi bassi. Non so cosa si aspettava quando ha accettato di uscire con un uomo. Entro in casa ed è fredda e vuota. La luna, le stelle e tutto l’ambaradan resta fuori dalla porta. Sono sicuro che se apro il frigo non ci trovo nemmeno una bottiglia d’acqua. Che persino il telefono funziona solo in alta stagione. Ma entri e proprio davanti c’è la porta aperta della camera e si vede subito il grande letto matrimoniale. Chi entra sa cosa l’aspetta. Non c’è bisogno di equivocare. E la mancanza di qualsiasi confort, anche minimo, chiarisce che l’unica alternativa è la fuga. Persino tergiversare è un lusso inutile.
Mi scuso asserendo che quella settimana la donna delle pulizie è stata male. Guarda quella casa vuota, che non conosce, quella desolazione disorientata: “Sì! Massimiliano. Non fa niente”. Vede la sua immagine sudata allo specchio. I capelli spettinati e in disordine. Il rossetto che le imbratta le labbra. Il trucco colato. Si sente una disastro. Vede il letto che è impossibile non vedere. Vedo che ha una esitazione. Il desiderio di andarsene. Per un attimo è tentata di scappare. Mi chiede se può mettersi in ordine. Con un coraggio incredibile le rispondo che è bella anche così. Lei è rassegnata. Io non ho tempo da perdere.
La bacio prima di finire di chiudere la porta. Lei ritrova un po’ di convinzione e di speranza. La bacio e le frugo nel petto. Infilo le dita sotto il reggiseno e le tiro fuori una mammella; abbondante e cedevole. Ma la cosa non è del tutto agevole. La maglietta non è altrettanto accomodante: “Spogliati”. “Sì! Massimiliano”.
Mi volto. Preferisco non vedere. Sopprimo un conato di vomito: “Stenditi”. “Sì! Massimiliano”.
Straripa da tutte le parti: “Voglio vedere se funzionano le tue tette”. “Sì! Massimiliano”.
Ora… allarga le gambe”. “Sì! Massimiliano”.
Piegati”. “Sì! Massimiliano”.
Datti una mossa”. “Sì! Massimiliano”.
Mi sembra… con una morta”. “Sì! scusa Massimiliano”.
Un po’ di entusiasmo, perdio. Sei con me”. “Sì! Massimiliano”.
Credevo fosse più difficile. Ci do dentro con cautela. Non vorrei che finisse prima del dovuto. Mi voglio togliere tutti gli sfizi. Tutte le soddisfazioni. Voglio che si ricordi di me. E poi, gliela dovevo pur far pagare a quell’altra troia. E allora:. “Voltati”. Sembra quasi capire le mie intenzioni o nutrire il dubbio e mi implora: “Perché, Massimiliano”?
Ora ci divertiamo. Lo faccio solo per quella gran puttana di Laura. E un po’ anche perché mi va. Voglio proprio vedere come con uno enorme come il suo: “Voglio sbatterti nel culo”. “No! ti prego, Massimiliano. Tutto ma… No. Non quello. Per piacere”.
Per un attimo, per usare un eufemismo, direi che lei si mostra decisamente recalcitrante. Per un attimo il suo sguardo mi odia. Ma ormai sono deciso. E io sono un uomo che sa come convincere le donne. Anche essere ostinato. Si poteva anche offendere. Non me ne fregava niente. Bastava che lo facesse. O glielo facevo fare io: “Girati e fai la brava. Meno chiacchiere. Non farmi insistere, tanto è inutile. Me lo devi dare. E poi, cosa sarà mai”. E lei ubbidisce con quel lento procedere della condannata, titubante, timorosa, senza troppa convinzione: “No! ma… io… ti prego… No.. non l’ho mai fatto. Ti prego. Almeno fai piano. Non farmi troppo male. Dimmi ancora che mi trovi bella”.
Ha un culo enorme: “Sbrigati troia”. Lei cerca di mettersi comoda. Di facilitarmi le cose. Con un fil di voce: “Ti va bene così”? La aiuto: “Un po’ più giù. Sposta in avanti il ginocchio. Ecco… così. Sei proprio una vacca”. “Sì! Massimiliano. Come vuoi”.
I seni inizialmente pendono dondolando pigramente. Mi ci aggrappo e cerco ispirazione: “Fai piano. Ti prego. Perché”? In realtà a pensarlo e più facile che a farlo. C’è troppa ciccia intorno. Provo ancora ad immaginarmi Laura al suo posto, ma è proprio impossibile. Tanta fatica non giustifica pari delicatezza. Geme il letto e geme di più lei. Non so se i suoi sono affanni o se singhiozza.
Alla fine è stroppo anche per me e quando mi ritiro di lì lei si lascia sfuggire un ultimo lamento di dolore e uno di liberazione. Ma preferisco riassaporare la sua bocca. Lei ha due grossi lacrimoni. Chiude gli occhi fingendo l’estasi. Cercando di darmi la più grande soddisfazione. Inventandosi un sorriso in cui non crede. Facendo buon viso a cattivo gioco. Imponendosi una recita tutta a mio beneficio; la povera cretina. Facendo la brava.
Nudo come sono, e nuda lei, tutta lei, com’è, le rubo il cellulare e mando un messaggino a Laura. Stavolta alla vera Laura. Le spiego cosa ho fatto all’amica e che la prossima volta sarà la sua. Lei cerca di riprenderselo. Le dico che uno scherzo del genere non me lo doveva fare. Che io non consolo le situazioni disperate. Che non sono l’istituto di carità. Che non faccio miracolazioni. Madison mi chiede perché incredula e mi spiega che Laura è fuori per un paio di giorni. Si riprende il cellulare.
Mi prega un bacio e le rispondo se è matta. La mando a lavarsi i denti. Torna, si è struccata e pettinata. Non sa cosa aspettarsi. Mi guarda ancora nudo nel letto e si stende vicino a me. Si copre come se improvvisamente si vergognasse di sé o della mia presenza. Queste donne sono proprio tutte matte. Io sto fumando. Mi dice tanto per dire una cosa, rivolgendosi al soffitto: “Peccato, è stato bello. Non quello. Quello no. Non sei stato carino. E’ stato troppo… Il resto… è stato bello. Quasi bello”.
Come può lagnarsi una come lei? Dovrebbe fare un voto alla sua buona stella. La invito: “Ora fammi riposare un po’. Fai un po’ di silenzio. Poi, se ne ho voglia, te lo rifaccio. A me piace il culo”. “Io non credo. A me no. Mi è bastato. Ma non preoccupare. Io non lo racconto”.
Mancherebbe altro che andasse in giro a raccontarlo. E poi che direbbe? Una donna dovrebbe conservare il suo briciolo di pudore: “Che cosa? Per me puoi anche dirlo; se vuoi far sapere a tutti che gran troia sei”. “No! Massimiliano, non mi va. Mai più. Sei stato scortese. E… e… sgarbato. Ma non potrei mai tradirti. Non guardarmi con quella faccia. E attento alla cenere. Magari Umberto poi ti chiede le chiavi. Lo sai. Lo sanno tutte. Me l’aveva detto. Ma io non andrò in giro a dirlo. Piccolo è piccolo. Ma proprio piccolo. Non che io ne abbia conosciuti molti. E non così da vicino come stasera. Cioè… Ma, non ti offendere: piccolo è piccolino. Ma mi piaci lo stesso. Non ti tradirò. Abbracciami, stringimi. Resterà il nostro piccolo segreto”.

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