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Archive for 10 settembre 2013

Lo scattoVorrei ci fosse Maria, in questo momento, per vedere la faccia che ha fatto quando sono entrata nel bagno. Io gli ho chiesto scusa, ma non ho fatto cenno di andarmene, e la sua espressione è tutto un programma. Ha ancora le maniche della camicia tirate su e le mani bagnate. Se le asciuga. Com’è ridicolo. Non so che ci trovi Maria, in un tipo come lui. Lei è anche una bella ragazza, non che io… E’ questo che mi ha messo un po’ di curiosità. Niente di strano. Fra amiche si parla e si scherza. Non direttamente, certo, ma gliel’ho fatto capire. In un certo senso gliel’ho chiesto. Nulla. Un mistero. Io, a guardarlo, non darei un soldo bucato. Risparmierei sull’acquisto. Si abbassa i polsini. Non so perché ma mi sembra un gesto buffo.
Gli dico: “Hai sentito come sta piovendo ora? Avessi tardato solo cinque minuti. Un vero temporale estivo. E senti come tuona. Speriamo non tolgano la luce. Un po’ i temporali mi fanno paura, Spero bene per Maria. Dovessi uscire ora, Paulo finiresti tutto bagnato”. E’ anche più piccolo di lei. Nel mio caso no! siamo alti quasi uguali. Insomma su per giù. Certo a me non arriva proprio alle tette. Magari è uno che ci va matto. E magari lei non me l’ha detto ma magari ci va matta per quelli che ne vanno matti. Nemmeno le sue sono da buttare. Non certo come le mie ma nemmeno le sue… Ogni persona ha i suoi gusti e io non sono certa di conoscere così bene i gusti di Maria.
Quella ragazza qualche volta è un mistero. Ora è allegra, ora è triste, ora non fa che parlarmi di lui. In certi momenti pare che le manchi qualcosa, subito dopo pare che gli dia tutto. Forse le manca qualche rotella. Con le vere amiche è sempre così: un momento ti sembra di conoscere tutto e un altro ti sembra di saperne ben poco. Non è certo il tipo del compagnone. Mi invento una scusa. Gli dico: “Scusa ma avevo bisogno di sistemarmi il trucco. Ti spiace, Paulo”?
C’è troppo silenzio nella stanza e lui certo non mi aiuta. Potrei parlargli dell’ultimo romanzo che ho letto. Magari gli racconto la trama. Del film di Almodovar che hanno dato ieri per satellite. Com’era il titolo? Ah! sì: Gli amanti passeggeri1.
Speriamo non sia così puritano. A me Almodovar piace e poi le cose ci sono. E’ stupido fare tanto i moralisti. Quelli sono peggio degli altri. Si sanno le cose. Le saprà anche lui. Mah! non è che ne sia convinta. Forse è meglio, più opportuno, Le ali della libertà che è anche un gran bel film sull’amicizia. E poi è un film che piace a tutti.
Forse è meglio non parli troppo. Non mi pare il tipo. E magari non è neanche di sinistra. Vuoi vedere che s’è messa con un fascio. E poi forse non è l’argomento giusto. Non vorrei che si mettesse in testa. Magari equivoca. Certo che mi pare uno muto. Comunque a me Almodovar piace. Anche quando non è manifesto a me eccita. Non so perché? Un’altra buona ragione per starmene zitta.
Non sa che fare, se uscire o rimanere. Glielo si legge in faccia; povero piccolo. Forse è una fortuna che Maria sia così tremendamente in ritardo. E fortuna che ha avvisato. Che ha telefonato: “Fai pure con calma”. E questo temporale la terrà impegnata; almeno per un po’. E io qui che non so che dire. Certo dev’essere un tipo molto sbadato. Tutto per quella macchia sui calzoni. Non ha voluto che facessi io. “Non ti devi disturbare,” –ha detto– “non è niente.” –ma si vede.
Il silenzio mi da noia: “Quei ragazzi. La piazza. E’ incredibile la loro fantasia. Tutti insieme. Come una grande festa. Come fossero da sempre amici. E allegria. A suonare il piano. A battere le pentole. A cantare. Bella ciao. E’ strano sentirla in arabo. Sono quattro alberi. Non è un pretesto. Il parco, dico. Gezi park. Sono certa che ne sai più di me. E’ la difesa di un territorio. E’ tutto. Ma non è solo quello. Ma anche la protesta per un tipo di sviluppo. Diventa anche un simbolo. Ne hai sentito parlare? Ho paura. Ho paura della repressione. Sembrano bambini con le carni delicate. Ma non devi pensare a quelle primavere. La loro è una storia diversa. Quando il paese era un muro. Il confine tra oriente e occidente. Un confine armato. Allora nessuno ne parlava. Era solo il servo sciocco. Ora che è un ponte. Ora che si sta muovendo. Che la sua economia è decollata. Come dicevo, Paulo: ora è un ponte. Allora tutti fanno attenzione lì. Ma loro, quelli che sono in piazza, non vogliono quel tipo di futuro. Non vogliono essere solo clienti”.
Non mi sembra il tipo per questi discorsi. Preferisco non dire niente. E poi mi mette imbarazzo solo a pensarlo. E’ che quando sono così non so spiegarmi. Mi metto soggezione. Eppure avevo tutto chiaro in testa. E’ che lo conosco da poco. Non vorrei che pensasse che sono una che si crede chissachi. Una che se la tira. Non ha l’espressione certo dell’intellettuale. Ad essere onesta, senza falsa modestia, anche quando sto zitta certo gli argomenti non mi mancano. Anche in silenzio le mie cosine parlano. Certo che ne avrei di cose da raccontare. Forse non è né il momento né il posto più adatto. Chi si mette a filosofare in un bagno? Anche se comodo come il mio?
Certo che mica gliela posso sbattere in faccia. E poi sarebbe un vero cafone. Non avevo pensato che non ci fosse lei. E poi è così carino, e leggero, il vestito. E’ solo che non copre molto. Ma d’estate, in casa, è l’ideale. Mi scivola giù una spallina. In fondo anche lo capirei. Fossi un uomo io non so cosa farei. Forse non dovevo metterlo; questo vestito. Non è poi che così mi sento comoda. E non si può andare contro la natura: “Ma non hai caldo, tu”?
Caldo è caldo. Finisce che mi scivola giù. Finisce che mi scivola giù e me ne resto nuda. Quasi quasi… “Visto che ormai siamo qui, io… quasi quasi… prima che arrivi… ma sì, me lo faccio un bagno. Ti spiace”? Lui mi guarda e non fa un fiato. Apro l’acqua nella vasca. E lo lascio scendere, il vestito. Resto tutta nuda. Mica una si può fare il bagno vestita. Quando ce l’avevo addosso non si vedeva niente. Uno doveva proprio mettersi ad immaginare. Non era difficile, immaginare. Peccato che non ho gli occhi dietro per vederlo. Per guardare cosa guarda. Mi chino a controllare la temperatura dell’acqua. Aspetto con pazienza. Niente. Riempio la vasca e mi ci infilo dentro.
Facevamo prima se lasciava che facessi io. Quando uno è testardo è testardo. Tutto per quella stupida macchia. Adesso c’è la macchia con l’alone. Lo sapevo io. Non può certo andare in giro conciato così. Gliela spiego a lei la storia della macchia. Sono cose che capitano. Dovrebbe essermi grata. Fosse stata puntuale ci avrebbe pensato lei. Lui è immobile. Doveva darmi retta: “Te li puoi anche togliere ormai. Vedrai che dopo te la faccio sparire io. E tornano come nuovi. Te li devo tamponare anche con un po’ d’acqua ossigenata. Lascia, so fare io. Dopo. Il caffè è solo caffè. Maria non si accorgerà di niente. Vedrai”.
Non lo so, forse è di quelli fedeli. Forse è di quelli freddi, o che si sanno trattenere. Forse è solo fin troppo imbranato. Lui è una cosa da smadonnare. Non so com’abbia fatto Maria. Cos’ha più di me? Forse un po’ zoccola lo è anche lei. O ama sentirsi santa. Certo che più di così. Non fosse che ormai… e poi la curiosità è curiosità. E che la curiosità è femmina. Non fosse ci rinuncerei. Ma ormai ne va anche del mio orgoglio. Quella macchia gliela devo far sparire, cioè quei pantaloni glieli devo far levare.
Guarda l’orologio, chissà che ora ci vorrà trovare, e poi guarda verso il muro. Si allenta la cravatta. Poi mi guarda attraverso lo specchio, come se io non vedessi che mi sta guardando. Ora non è indifferente, lo fa soltanto. Mi diverte vederlo in imbarazzo. Da quando è arrivato non mi ha mai guardata negli occhi. Ne è sembrato interessato ad altro che aspettare. Aspettare la sua Maria che se ne sta ancora in ufficio. A finire il lavoro. Ad aspettare che spiova. Io non lo avrei lasciato solo.
Quando voglio, se mi ci metto, so essere una vera ragazzaccia. Proprio una troia. Tiro il collo verso di lui e uso una voce molto persuasiva. Lo prego: “Mi puoi, per favore, aiutare? Insaponami la schiena. Sei così gentile, Paulo? Te ne sarei grata per tutta la vita. Spero non ti dispiaccia”? Ho un tono molto convincente. Si avvicina cauto. Lui prende il sapone. Io gli prendo la mano. Me la metto sulle tette. Lo trascino dentro la vasca per l’altro braccio. Vestito com’è. Poi qualcosa mi saprò inventare. Dico ops! come potesse credere ad un incidente. Una scusa per Maria la dovrò trovare. Non ho tempo per pensare. Ci penserò dopo.
Me lo comincio a spogliare. Credo che la storia della macchia non basti. Penso all’omino bianco. Mi metto allegria. Devo assolutamente capire cosa ci trova Maria in lui. Ormai ho un po’ di fretta. E la fretta non aiuta. E poco anche lui. La cravatta la dovrà buttare. E togliti ‘sta camicia. Annaspa come se temesse di affogare. Non avevo mai riflettuto su quanti piccolissimi bottoni ha la camicia di un uomo.
Come faccio a spiegare se mi annega in un mare di due mezzi metri d’acqua dolce. La schiuma gli va agli occhi. Tossisce. Tutte a me… E togliti ‘sti benedetti pantaloni. Forse non sa nuotare. Ormai li abbiamo anche lavati. Inspira che se anneghi allora si sarà difficile trovare una scusa. E togliti ‘ste maledette mutande. Che sarà mai? Ma quanto ci vuole? Fai il bravo. Cosa c’è di così strano nel cadere in una vasca piena d’acqua.
Un uomo si dovrebbe portare sempre dietro quel che gli serve da cambiare. Ora ha più tentacoli di un polipo. Non si può aver tutto. Ma non trovo una risposta e continuo a non capire Maria.


[1] Gli amanti passeggeri (Los amantes pasajeros) è un film del 2013 scritto e diretto da Pedro Almodóvar.
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