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Archive for 11 settembre 2013

C’è l’invidia e c’è il Blaah! L’elogio e la disapprovazione. Il disprezzo. Così come si abbracciano strettamente amore e morte. E non vivono l’uno senza l’altra. O l’una senza l’altro –poiché non hanno genere. Dietro quelle finestre. Guardando gli altri. Cercando di essere guardati. Spiando. Ci sono sempre due strade. Due alternative contrapposte. Ad ogni scelta, il contrario. La sua antitesi. E vanno pari passo. Senza incontrarsi mai. Come quei due innamorati. Lei guarda il fiore. Lui la luna. Nella dieta della vita. Spiando.
Ciò che vorresti essere. E cerchi negli altri. E allo stesso tempo gratuita è la denigrazione. Come ciò che non vorresti essere. E quello che rifiuti. Degli altri. Le loro debolezze. Ciò che dimentichi. I loro vizi. Le loro condanne. Cioè tutto. Come esposto in vetrina. Al ludibrio del mondo. Beffa nella beffa. Per tutti i saltimbanchi dell’esistenza. Per gli artisti del forse. Per gli acrobati del vorrei. Per le coltivatrici di gerani. Gerani da balcone. Per le miss del gnocco. Di patate. Con due braccia così. E il mattarello incorporato. Il disprezzo. Gli altri non sono che gli altri. Falliti. Illusi. Mancati. Gente che non risponde all’appello. Solo GLI ALTRI.
Il disprezzo.
C’è anche Laura. Lei non sogna nei sogni degli altri. Delle altre. Lei l’invidia non la sa. Conosce altre religioni. Altre filosofie. Altre pubblicità. Conosce; soprattutto. Va per la sua strada. Diritta. Lei lavora per il pane. Se lo suda. S’è guadagnata tutto. Persino le lacrime. Anche la verruca. Tutto. Minuto per minuto. Come quelli del calcio. Senza potersi distrarre. Mai rilassarsi. La vita ti guarda. Non è un film. Nessuno scrive la sceneggiatura per gli altri. Perché dovrebbe volere la vita degli altri. Ne ha abbastanza della sua. Di sua. Ci ha impiegato anche troppo a raddrizzare gli spigoli. A farla andare diritta. A farla marciare. In questo mondo di saltimbanchi. Lei le certezze le ha trovate. Non ha più bisogno di cercarle. Di sognarle. Quelle son brame per i deboli. Sogni. Per chi non ce l’ha. Per quelli che le palle le tengono solo nella scatola. E le mettono solo a Natale. Con l’albero e il carillon.
Non ha bisogno di sognare, lei. Dice sempre il Vanni che la vita non è dentro un barattolo di confettura. Magari di prugne. Basta ricordarlo. L’effetto delle prugne. Lui, il Vanni, non sarà il massimo. E’ un uomo. Magari nemmeno il massimo. Neanche in quello. Ma lui c’è. E’ vero. La viene a prendere. L’aspetta. Non si lava. Torna ubriaco il sabato. Qualche sabato. Anche questo è vero. Si dimentica qualche anniversario. Sono cose che succedono. Agli uomini. Piccole cose. Sfumature. Inezie. Uomini. Lui la fa anche ridere. E divertire. E la sa ancora accendere. Anche se è un po’. E’ passato un po’ di tempo. L’amore. L’affetto. I sentimenti non si misurano col tempo. Lei sa che lo può fare. Che la può ancora accendere. In qualsiasi momento. E’ la sua lampadina. Uomini. Se lo vuole. Se non è stanco. Se è a casa. Lei non ha una foto nell’altro cuscino del letto. Non ha un aspirante niente. Un vagheggio. Ha un uomo intero. Nel suo poco le può dare molto. Le può dare tutto. Potrebbe. E’ uomo anche nel tirare la bestemmia. Lei sa dove va quando esce. Ma dove va?
Laura, sua moglie, insomma la sua compagna. Fidanzato? E’ la cassiera dell’ultimo banco in fondo a destra. Sul suo nastro trasportatore passano le spese. Controlla e fa leggere il codice a barre. E’ il suo lavoro. Da il conto e ritira il contante. O la carta di credito. Fa lo stesso. Esattamente. E vede tutti i prodotti che vanno consumati. Saprebbe dire a mente quelli che vanno per la maggiore e quelli che stentano. Lei pensa che lei pensa. Lei pensa perché lei pensa. Si impegna del suo lavoro. A volte deve trattenerla per aspettare la pausa, per il bagno. Non è un lavoro semplice. E’ il suo. A volte non è così difficile. Ormai se n’è fatta una ragione. E nelle etichette legge la vita delle clienti.
E’ un mondo al femminile. Di donne. Donne giovani. Donne vecchie. Donne. I maschi che passano sono una irrilevante minoranza. Poco significativa, anche ai fini statistici. I più muniti e guidati dal loro bigliettino stropicciato. Sempre pronti a perdersi. Incapaci di confrontare un prezzo. Estranei. Sperduti. Immemori. Ma sempre pronti a distrarsi per quelle presenze di fauna al femminile. La guerra dei generi. L’odore del territorio di caccia. Il richiamo. Anche quando il cacciatore è al limite delle forze. Anche quando escono con l’arma scarica. Quando s’è chiusa la stagione della caccia. Maschi sempre. L’istinto. Il buon vecchio istinto.
Tobia nel suo foglietto tiene la lista delle catture. Data e… bionda formosa. Data e… mora vistosa. La data c’è sempre. Minuziosamente. Nei periodi migliori anche l’ora. Soprattutto in primavera. Anche in autunno. In estate non è proprio aria. Fatica. Sposterà il suo territorio. E poi: Magrolina. Alta. Bionda molto bionda. Anoressica. A volte estremamente preciso: Depilata. Vistosa e porca. Attricetta. Alta e bionda. Romena. Rossa naturale. Moldava. Romena. Romena. E quando gli da il conto la saluta dicendole cose tipo: ciao amore. Laura. Prego! L’ha visto aggiungere i titoli sotto ai precedenti. Un indice personale. Lei pensa che qualcuna gli abbia solo indicato lo scaffale. Donne. E questo gli è bastato. Bastardo. Come tutti allunga la lunghezza del pescato. E di altro. Esagera. Si vanta e non spara. Nemmeno un colpo. Almeno non tutti quelli scritti. Questo è il suo pensiero. Nemmeno il coraggio di allungare la mano. Mi poggiarla molle su un sedere. Ma questa è un’altra storia. E lei deve badare alla cassa. Laura.
Disprezzo. Sì! Bella scoperta. Quattro etti d’amore, grazie.1 Al supermercato. Come se fosse una verdura. Un deodorante. Al massimo è un anestetico. Tra un’offerta e l’altra. Tra colazione, pranzo e cena. Zucchero, latte e miele. Meglio Zucchero, spaghetti e ammazza caffè. Tra i precotti. Tagliati a fette sottili? Nel banco frigo? Insieme ai gelati? Forse è il posto migliore. Tra piselli e ghiaccioli. Con quella patina di brina.
1 CESTINO DI FRAGOLE
4 ARANCE
2 POMPELMI
2 BANANE
600 grammi di zucchine a pagina 11
1 CONFEZIONE DI CAROTE
1 CONFEZIONE DI FIORI DI ZUCCA
1 CONFEZIONE DI POMODORI
2 NELANZANE (in stretto ordine per genere merceologico)
Un arrosto d’infanzia e uno di tacchino: da surgelare
1 BARATTOLO DI PEPERONCINO TRITATO
1 Barattolo di fiducia
2 da sei uova
1 CONFEZIONE DI TROFIE DI FARRO BIOLOGICHE
2 PACCHI DI FARFALLE BARILLA (possibilmente meglio evitare pubblicità occulta)
1 panetto di burro da 250 grammi
2 litri di latte
200 grammi di prosciutto San Daniele (San Daniele non è una marca, è un paesino); meglio qualche fetta in più. Va bene anche il Parma (è una città), se è dolce
MEZZO LITRO DI OLIO D’OLIVA DA COLTIVAZIONE BIOLOGICA
Un chilo di pane, uno di illusioni
1 CANDELA AL MUSCHIO BIANCO
1 Autan spray
e
1 CONFEZIONE DI HAMBURGER SURGELATI AL TOFU (?)
1 BOTTIGLIETTA DI SALSA DI SOIA
1 BARATTOLO DI CAFFE’ ILLY (come per le farfalle)
6 LATTINE DI HEINEKEN (BIRRA; diversamente non si capirebbe)
Eccetera.
La denigrazione. Come la storia della storia. Corrono davanti a Laura. Già dimentica della saga di Tobia. Del suo saluto. Di tutto prima di indossare la tenuta. Col cartellino e il nome: Laura. E il capellino in testa. Scorrono. Solo merci. Barattoli. Confezioni. Vasi e vasetti. Buste e bustine. Scatole. Aiuta ad imbustarle. Ad imbustare quelle vite. Quelle anime. Quei giorni. Le abitudini. Quelle della signora Enrica. Signora, poi… Che vive nei ricordi. In un unico ricordo. Sa tutto di lei anche senza averci mai parlato. Dalla sua spesa.
Quella della signora Tea. Tea come Teresa? Come TeAti? Come Tiberiade? Come?… se Telefonando? Come?… Come Teodora.
! Quella niente.
Quella Fidelibus. Che nome. Proprio un nome del cazzo. Nemmeno. Ma t’immagini? Il nome di un frigo. Quella stronzetta gonfiata di Lei. Pippe cerebrali. Che vive di cessi. E di cessi l’è rimasto l’odore addosso. Il papà. Il pappa. Lui sembra. Bello è bello. Il tipo interessante. Tenebroso. Laura non l’ha mai visto. Solo in foto. E poche anche di quelle. Nemmeno ricorda il nome. Che perché… E’ rimasta una sciacquetta. Magra come la miseria. Tutta pelle e ossa. Pelle e niente. Come quella tolta al pollo. Dal pollo disossato. A proposito dei prodotti in offerta. Il pollo ha una ripresa incredibile. La crisi. La miseria. La tirchieria. La poca voglia di far del bene. E’ questa la condanna del pollo. Così emaciato. Esangue. Cereo. Povero pollo, con l’etichetta incollata al petto. E’ il simbolo dei tempi. Tra un po’ liquideranno anche la balbuzie in confezioni offerta. Dentro il nailon. Tirato. Trasparente. O nel gran mercato telematico.
Laura, l’avrebbe cambiato quel nome. Quel Fidelibus. «Che ne so? Tandini. Che suonava molto meglio. E faceva anche TiTi. Come un accenno a un motivetto. Molto musicale». Insomma lei. Piena di arie. La diva. Quasi fosse un Moltalbano. Secondo lei quel Fabiano non la convinceva. Gli sembrava… Come dire? Né carne né pesce. Né reparto verdure ne reparto casa. Un pappataci. Un mezzo prete. Un marito da saldi. Da operetta. Non era credibile. Mentre quell’altro. Quell’ Anthony. Un giorno era arrivata con lui. Anthony. Lei le annusava le cose. Non era del tutto stupida l’attricetta. Lo sfilatino. La bavetta. Figo era figo. Con gli addominali. Secondo lei c’era tresca. Anche se americano a metà. Un americano da gag. Quando apriva bocca cascavano le braccia. Come attore era un cane. Un vero cane. Invidia di cosa? E si credeva simpatico. Ma se taceva. Se lo sarebbe fatto anche lei. Laura. Una di quelle belle. Spudorate. Spudorate con entusiasmi. Sui due piedi. Senza pensarci su. Anche subito. Sul banco di macelleria. Nel ripostiglio. In mezzo alle scope. Anche una per reparto. Se guardavano? Che rodessero. A volte la pigrizia. A volte la riservatezza. A volte sono lussi che non ci si possono permettere. MAI.
Cosa poteva invidiare alla famosa? All’infamona? Le avventure? Secondo la cronaca era sempre sotto. Indiavolata. Che le bruciava. Sempre a cosce aperte. Gli uomini? Non che non si vedesse. Ce l’aveva uno specchio. Ma piaceva. Anche dentro quella divisa ridicola. Sotto quel capellino. Avrebbe potuto averne anche lei. Quanti voleva. Se solo lo avesse voluto. Le sarebbe bastato. Volerlo. Volere è. Insomma quello. E nemmeno quelli. Bizzeffe. Non era solo Tobia a chiamarla Amore. Ma lei niente. Che aveva più di lei? A parte l’iniziale sugli occhiali? Che poi a Laura non dispiacevano con un po’ di pancetta. Non perfetti. Umani. Interessanti. Stupidi. Diversi. O un po’ leggermente zotici. Come lo stesso macellaio.
Mica è una puntata a fare l’uomo. Si sa che la tele non è sostanza. Non ha spessore. Come dire? Meglio tacere. Quando si tace non si sbaglia. Non si fa male. Teresa restava una delle acciughe in uno dei barattoli di vetro della Enrica. Soprattutto d’estate. Lei. Lei che l’estate lo nasconde dietro gli occhiali. Due lenti d’estate. Panoramiche. E… E sotto il vestito niente. Né anima né carne. Né un seno che sia fatto di tette. Piatta. Insulsa. Inutile. Anche il culo l’ha lasciata. Se n’è andato. Liscia come acqua. Senza bollicine. Inutile. Quale uomo, che sia uomo, si accontenterebbe della sola lisca? Tranne che per la televisione. Per il visagista. Per il dentifricio al fluoro. Per i gonzi che la seguono. Per chi la lascia parlare dormendo sul divano. Puntata dopo puntata. A Vanni piace la sostanza. Glielo dice sempre. Soprattutto prima.
Appunto. Per non parlare di quella Enrica. A encefalogramma piatto. Con i suoi due rompicoglioni. Due mocciosi. Che corrono tra gli scaffali. Che sbraitano. Che piangono. Col muco al naso. Soprattutto la ragazzina. Vanitosa. Vanitosa per niente. Il piccolo col triciclo. Lei che gioca a fare la brava casalinga. Riempiendo il carrello come una caserma. Come per la fame nel mondo. Come una tribù all’ingrasso. Della sua normalità. Benpensante. Priva di sogni. Rassegnata. Trascurata quel giusto. Come da modello. Casalinga madre. Madre casalinga. Tutta casa e confessionale. E magari piena di passioni segrete. Represse. E le unghie rovinate. E le mani rovinate. Con le mani da cipolle appassite lente. Da troppo detersivo da piatti. E la cena sul fuoco. E i parenti. Quelli di lui. Chissà che noia di lui? Che normalità. Quelli di lei. Processione di comparse. Altre comparse. Comparsa lei per protagonista. Solo comparse. Per piccole parti. Due battute. L’arrosto nel forno. «Speriamo la besciamella»… L’alloggio vacanze. In comproprietà. Magari Jesolo a novembre. Col fiato da vaporella. I soldi non bastavano. Quelli non bastano mai. Agosto era troppo caro. Novembre. Due settimane. Le seconde. Il mutuo. Tutto quello che si potevano permettere. I cannelloni ripieni. Un nuovo detersivo. «Sperando la besciamella non faccia grumi».
Se la immaginava. Qualcosa di più. La vedeva. La casa sempre in ordine. Le lenzuola fresche di bucato. Quelle lenzuola senza niente da raccontare. Lenzuola annoiate. Che da anni ascoltavano solo la stessa storia. La storia del capone. E quella di una pazzia. L’unica. Lontana. Stremate di attesa. Lei mica la lascia lì la torta. Secondo Vanni. E’ come nei vangeli. Proprio così. Secondo Vanni. Cerca nei dolci l’affetto. E’ naturale. Quando non hai vicino un uomo vero vai di cioccolata da spalmare. A volte Laura pensa che certe sere dovrebbe farglielo vedere, un barattolo; al Vanni. Lei pensa. Perché lei pensa. Ma non le manca niente. Non certo una scatola di detersivo. O il rumore del triciclo. E le sue tette, stanche. Loro non sanno fingere. Non possono. Non riescono a fare quella faccia fintamente soddisfatta. Sorridere ai bambini controvoglia. Mentre vorrebbe strangolarli con un unico filo da bucato. Lasciarli dietro la porta di un convento. Seppellirli in giardino. Quello del vicino. Appenderli con le mollette. Loro, le tette, si deprimono. Il tempo. Gli anni. Le mani di quel lui sconosciuto. Solo rassegnazione. Abbassano… gli occhi. Loro. E lei, Laura, ha una intolleranza proprio per le fragole. Le si irrita tutta la pelle. E poi chissà quali segreti si portava dentro? La brava massaia. Quali segreti crede di nascondere?
E Blaah! Per il Tofu. Per gli Hamburger al tofu. Doppio Blaah! Simbolo di arroganza. Di presunzione. Di vanità. Sanno di vanagloria. E ostentazione. Sanno come la pioggia al mare. Come un morso di nebbia. Hanno il buon sapore della muffa. Di passato. Di vuoto. Incolmabile. Di fotoromanzo. Della domenica del derby. Di tutto quel mondo che vive in uno specchio. Che si parla addosso. Che cerca due parole sulla rivista di moda. Che racconta di vacanze in costa Smeralda. A Ibiza. Quella guarda solo le marche. Nemmeno sa farle; le spese. A volte ci sono prodotti di maggiore qualità. Magari anche a prezzi più vantaggiosi. Per lei: niente. Vuole proprio quello lì. Se glielo dice la televisione, la moda, lei si mette la maionese sui cioccolatini. La marmellata sugli spaghetti. Si parla in due. Infila le mutandine in testa. Infila le mutandine. Se riesce a trovare la testa. E le mutandine. Secondo Laura le aveva assicurate. Le doveva perdere continuamente. Con quello che costano, un paio… O non le metteva per sicurezza. Contro la smemoratezza. Per non lasciarne troppe in giro. Perché sembra sia sposata. E allora è difficile spiegare certi costi. E quelle scordate anche nel camerino dell’idraulico. Di comprarne come tutta una compagnia di subrette. Chissà se aveva bisogno del gobbo anche per quello? Senza la tele sarebbe una delle tante. Anche meno. Un bucatino senza salsa. Slavato. Acqua di rubinetto. Un lezzo. E l’altra, la dolce casalinga, è anche peggio. Il peggio del peggio. Lei che crede di possedere l’arte della spesa. Ha rubato. L’ho vista. Ha preso 1 tubetto di latte condensato zuccherato direttamente dal carrello dell’altra. Dalla spesa dell’attricetta. Come fosse una reliquia. Con fare circospetto. Guardandosi intorno. Proprio come una ladra. Mentre l’altra era girata.
Perché restano uguali. Quelle due. Quella con gli occhi da pesce lesso. E l’altra. Quella che lessa il pesce. E conserva gli occhi per l’attrice. Uguali. Sputate. Lei se n’era accorta che si controllano la spesa. La misera dell’una. L’esagerata dell’altra. Si guardano nel carrello. E fantasticano. In un barattolo. In procinto di affogare. Senza scambiarsi una parola. Ma è vita la loro? A sognare negli assorbenti dell’altra? Testa o cuore. Questo è quello. Testa e cuore. Ci vogliono entrambe. Lei sì che lo sapeva. L’aveva imparato. La vita è andare avanti. La vita è non dire mai basta. La vita è portare a casa il soldo. Praticità. Convenienza. La vita è un Vanni. Da tenere stravaccato sul divano. In mutande. Il tre per due. La grappa in frigo. La vita si vive alla carta. Si consuma. La vita è una mano sulle chiappe. Anche se è quella del direttore. Mani. Che poi sono la stessa cosa. Uguali. Quelle di quello di prima. Uguali. Quelle del nuovo. Più di due mani non hanno. Anche se possono sembrare cento. Mica è COPIA. INCOLLA.
Dalla lista manca, secondo Laura: UNA CONFEZIONE DI LAMETTE (anche della marca più economica) per tagliarsi le vene per lungo.

1. I protagonisti Tea (Teodora) Fidelibus, Anthony Fark, Fabiano e persino Laura sono deliberatamente rubati dal libro: Quattro etti d’amore, grazie di Chiara Gamberale. Arnaldo Mondadori Editore S.p.A. 2013. Per la storia invece si ringrazia la stessa autrice per non averla scritta.

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