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Archive for 12 settembre 2013

GialliIl mio non è un lavoro difficile ma è un lavoro impegnativo. E si deve stare molto attenti. Non ci si può permettere un incidente sul lavoro. Non ci sono contributi, né pensione, né tutti i vantaggio del lavoro indeterminato, con regolare contratto. Ed è complesso. Non lo può fare chiunque; ci vuole una buona dose di testa. E, dico io, anche una certa predisposizione; e, perché no? una buona razione di intelligenza. Sì! anche cultura. Infatti il lavoro del ladro.. cioè della ladra di identità, presenta i suoi rischi: rischi d’azienda. Ladro o ladra fa lo stesso. Massimo massimo cambi l’articolo prima. Non c’è genere nel lavoro. Il lavoro è uomo e donna, maschile e femminile. Come il dottore, l’architetto, il commerciante, il tabaccaio, il montatore. Non quello, cosa pensate? Quello che spacca e rammenda le schegge di pellicola. Insomma quello non l’altro. Dell’altro Gismondo, nonostante il nome, pensava di essere un gran montatore. Né ha trovata una più furba di lui. O forse ha delle qualità nascoste e che non si vedono. Una bielorussa, o qualcosa di simile. A lui, al Gismondo, era rimasto qualcosa dall’amichetta precedente, ma non molto, era una sposata ad un industriale dei bagni, credo. E adesso s’è ridotto che deve andare lui ogni mattina a guadagnare il pane. Una vita dura perché non ne è mai stato abituato. Borbotta e tira diritto: s’è messo in riga, povero Gismondo. Voleva provare anche con me ma io sono uno spirito libero, non mi piace il tipo e non c’è stato verso. Gli ho risposto “Aria”. Non ha insistito, non ero poi molto interessante, per lui. Io i soldi me li sudo, e non per mantenere un mantenuto.
Ma parlavamo del mio lavoro. Dunque… Bisogna entrare in tutto e per tutto nel soggetto. Capirlo e sentirsi lui; cioè lei. Poi, è questa la mia trovata geniale, mi invento come si può trasformare all’improvviso lo stesso. Come per una fantasia o l’impulso di guardarsi allo specchio in modo nuovo, il personaggio può diventare un’altra persona, restando la stessa persona. Io, per esempio, sono una Remedios bionda. Come appena uscita dal parrucchiere. Solo che io bionda lo sono di mio. Sopra e sotto. Ma questo non conta. Per la gente mi son fatta bionda per un vezzo femminile. Credibile perché noi donne siamo fatte così. E una Remedios bionda non pare strana a nessuno.
Come sono diventata Remedios? –Bella, non per vantarmi, lo sono sempre stata di mio. Dicevo una del Messico o qualcosa di simile. Io viaggio molto, nel mio lavoro. E per necessità sono costretta ad usare i mezzi pubblici. Ero in treno nella tratta… no! nemmeno questo non conta. Non è importante. La osservavo da un po’. Poi abbiamo scambiato due parole. Un sorriso. Poco dopo, lei, la vera Remedios, l’originale, mi ha chiesto il piacere di guardarle la borsa mentre andava in bagno. Semplice come l’olio. Tutto il tempo di passare allo scanner del palmare tutto ciò che mi serviva. Tutti i documenti. Non erano molti. Poi a casa avrei fatto il resto preliminare del lavoro. Questa è la parte più noiosa, quella di trovare informazioni e tutto sulla nuova identità.
Per clonare le carte di credito e le copie ci pensa Simone, lui è un genio in queste cose. Mi costa parecchio, ma anche no perché lui ha una simpatia per me. E a volte nemmeno mi chiede i soldi. Lo pago… come si dice? Insomma approfitto del fatto che sono donna. Che gli piaccio. Che mi porto addosso quello che mi porto addosso. Di questo non posso che continuare a ringraziare mamma. E la cura che ho sempre avuto di quello che mi ha regalato madre natura. E lui, che non è un gran figo, non è che sia altrettanto geniale a rimorchiare. Insomma, povero piccolo, a volte un piccolo sacrificio vale il prezzo. Così ho tutti i documenti necessari, e le tessere magnetiche, e lui per un po’ se ne sta buono con le mani a posto che l’ultima volta è stato in vacanza perché s’è fatto beccare con una minorenne. Che era talmente minorenne che se non fosse stata minorenne sarebbe stata ancora una ragazzina. Ma io li conosco i tipi come quella.
E’ stato lui, Simone, a parlarmi di questa Remedios. All’inizio mi sono fatta prendere dall’emozione, ero una importante. Poi sono rimasta un po’ delusa quando ho scoperto che ai protagonisti dei libri non spettano i diritti d’autore. La facevo più… famosa. Più ricca. Lo dovevo capire, altrimenti si chiamerebbero diritti d’attore, ma sul momento non ci avevo pensato; cioè prima non ci avevo mai pensato. Anche perché non ne avevo avuto occasione. Di pensarci. Non mi ero mai imbattuta nei documenti di una importante. E sarebbe anche conveniente evitarlo. Ma quando mi aveva detto il nome quel nome non mi aveva detto nulla.
Il bello del mio lavoro è che non ci si annoia mai. Solitamente l’altro ti facilità il compito. Raramente non trovo assieme al badge anche il foglietto con codice numerico da digitare per ritirare il contante e le istruzioni per le altre operazioni. La mia fortuna è vivere in un mondo di smemorati. Le chiavi di casa poi sono sempre in mezzo alle altre cianfrusaglie. Questo è anche normale. Ma non è frequente che io le usi per visitare le loro case. Non sono una ladra. L’ho fatto qualche volta ma a ragion veduta quando la soggetto prometteva bene. Quando mostrava di avere grandi possibilità. In tutto un paio di quadri di valore, altri che sembravano uguali ma non valevano nulla, qualche gioiello e una splendida pelliccia. Poco di più. Ma entrare nelle case degli altri non mi entusiasma, non mi piace. Potresti trovare qualcuno o un allarme. E poi è un reato, e il rischio non vale la candela. E mi crea tensione, mentre sono lì.
Una volta sono stata persino un maschio. Gli altri si mettevano imbarazzo. Io me la ridevo sotto i baffi. In senso figurato. Non ho i baffi; è naturale. Che poi non devo incontrare per forza qualcuno che mi conosca con la nuova identità assunta. Non devo presentarmi in banca per l’incasso con la mia faccia, cioè con la faccia dell’altra. Oggi è tutto informatizzato e ci sono gli sportelli. Per fortuna. Nel caso mi sono accorta che distrattamente m’era rimasto il libretto di assegni in borsa. La macchina nuova l’ho presa con quelli. Lei avrà pensato, l’Irene Molinari, di non averlo dietro. Agli assegni si fa così poco caso. E ho fatto un paio di uscite agli sportelli. Ma lei sta in un altro capo d’Italia. Ed è stato solo in quel caso, o in un altro paio. Solitamente mi muovo sul sicuro. Entro in quello vite. Ci sto un po’.
Ormai ne ho avuto abbastanza di questa. Anche perché, dopo poco, è più prudente cambiare. E quando lo sportello ha vomitato il bancomat senza darmi un cippo ho capito che era arrivato il momento. L’ultima identità… non la posso dire. Non ho ancora deciso completamente se assumerla. M’è sorto un dubbio. Ecco un altro dei rischi del mestiere. M’ero scordata di dirlo. Leggo i suoi documenti solo una volta a casa e… Ci avessi dato un occhio, anche fugace, non avrei fatto una stupidaggine simile. Dicevo leggo i documenti solo a casa e cosa ti scopro? Sul lavoro c’è scritto: Sicario –forse era anche scritto in americano: Killer. Cioè… non so se mi spiego? uno di quei lavori, come dire? un lavoro letale. Che poi nemmeno sapevo che potesse essere anche un lavoro adatto ad una donna. Anche se da una che si chiama Samantha ti puoi aspettare tutto e di più; o no?
Ho persino avuto il dubbio che fosse lei a cercare proprio me. Eppure avevo visto la pistola. Anzi il pistolone, o il revolver che dir si voglia. E con un aggiunta di tubo sulla canna. Probabilmente la mia fortuna è stata che sono scesa subito appena ho raccolto tutte le informazioni che mi erano necessarie. Forse non è che quella Remedios, sia proprio uno stinco di santa, una pasta di donna. Chissà? Forse quel Sante Nuvoletti di cui accennavo. La mia unica… interpretazione al maschile. Chissà se se l’è presa per averlo messo dentro i panni di… una donna. Ma è stato per poco. Se avessi trovato uno che gli piacevo come lo spiegavo? Spiegare l’ho anche spiegato con una visita a Casablanca; ma mica potevo starmene sempre lì a dare spiegazioni simili. A renderle credibili e perdermi in un milione di chiacchiere. O qualcun’altra.
Potrei tornare a fare quella Charlotte Corday, tanto quelli sono così scemi da non accorgersi che non parlo una parola di francese. Conosco qualche francesismo, come baghette o culot o meuì o merde o coglione o cachet, che non è una parolaccia, c’è scritto anche sulle scatole, come blister o cambronne, ma nulla di più. Ma questa è un’altra storia; magari un’altra volta. Il problema è che il mio vero nome non lo uso da così tanto che non lo ricordo più.

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