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Archive for 16 settembre 2013

Una faccia slavata. Con quel poco trucco approssimativo. Come tante ragazze della sua età. Non ha nessun fascino. Non lo avrebbe. Non fosse per quell’età. Per quel viso imbronciato. Per quell’aria di sfida. Per quella sua impudicizia negli occhi. Per quel suo essere bambina, e un attimo dopo atteggiarsi donna. Nel volerla esibire quella donna. Per la sua sfida al mondo. Per quella sua spudorata arroganza ostentata. I capelli in disordine. Il tatuaggio che le spunta dalla maglietta. Per quel fingersi vissuta. Che le cose le sa. Che la vita l’ha conosciuta. Che ne è stata sporcata. Per le sue unghie mangiate. Per i suoi occhi senza cuore. Per quella irriverenza. Per la sua insensibilità verso tutti. E poi, assieme, la sua passione per i gatti. Per la sua furba ignoranza. E le sue parole di gergo. Che solo tra loro capiscono. E la fanno una extra. Una sorta di puerile mistero. Perché per lei è uguale invocare un dio, la mamma o vociare una bestemmia. Per le sue labbra screpolate. Senza rossetto. Per il suo sguaiato dire le cose come le sapesse. Come le conoscesse. Possedendole attraverso le parole. Lo sbandierato linguaggio da trivio. E poi il rossore alla cosa più banale. Proprio quel suo naturale trasformismo. Come una corazza. Come in ogni essere in divenire. Quando vorresti essere e non sei. Quando insegui solo sogni. E vorresti afferrarli con le dita. Anche quei sogni che trovi in ogni scaffale di supermercato, a buon mercato. Fatti di minuzie. Di inutilità. Solo perché non sono ancora tuoi. Come rubare un rossetto che non puoi usare. Come le calze di seta che non metterai. Per poi fingersi di voler essere uomo. Maschio. Rinchiudersi od esplodere nella protesta. Incolpare di tutto tutti. E il mondo. E il destino. E quell’essere donna. E quell’essere non ancora donna. Le tette troppo minute. Quelle tette che nessuno ancora guarda. Che soffia fuori. La corta gonna. O i pantaloncini. Le mutandine a fiori.
E ancora, nuovamente, la sua impertinenza. La sua distrazione. La sua disattenzione. Quel suo essere dentro e allo stesso tempo fuori. Non farci caso e restarne infastidita. Cercare gli sguardi. Condannare chi la guarda. E disprezzare tutti quelli della sua età. E disperarsi di un amore ragazzino. Del vicino di banco. E disprezzare tutti quelli che non la hanno, la sua età. E dirlo proprio a me. Dire tutto quello che le viene in mente. Le cose più banali. Le cose più segrete. E non dire niente. E non trovare le parole. E non comunicare nemmeno nel silenzio. E allora invocare la notte. Non tornare a casa. Prenderle. E continuare. Disubbidire. Essere figlia. Rifiutarsi. E vendere i libri. E con i soldi perdersi in un pista. E vendersi. E comprarsi. E pietire per un po’ di roba. Supplicare un attimo di violenza. D’essere punita. E di vedersi brutta. E di spaccare lo specchio. E di scoprirsi meravigliosa. E di vendersi nuovamente per una parola. Non fosse perché tutto l’universo è solo un capriccio. Uno scherzo del destino. Un treno che non arriva mai. Di cui non ha il biglietto. Che non sa da dove parte. No! non fosse per quel piercing sulla lingua. E la sua eterna aria da innocente. Per i panni di cui non si sa liberare. E la sua improvvisa ricerca di sfida. Ai giardini come nei bagni delle scuole. Con tutti e con nessuno. Rifiutando il mondo e l’essere umano. Cercando di decidere. Credendo di decidere. Illudendosi d’essere lei, a decidere.
Lasciandosi rimandare per andare in piscina. Per sfidare l’autorità. Quella piccola e mediocre. Quella che s’è già scordata di sé. Il tutto in apnea. Senza il tempo di respirare. Correndo tutto d’un fiato. Ascoltando un pezzo stupido. Che proprio per quello ti fa ridere un solo minuto. E ancora per le sue ginocchia sbucciate. Per la sua goffaggine. Per quel vestitino di jeans sdrucito. Perché quando si siede si lascia guardare per dispetto. Per quando mette il broncio. Per come gioca con quel ciuffo di capelli. E per come lo fa col suo lobo destro, ascoltando. Per i suoi fermacapelli. Perché sembra non sapere. Per i suoi infantili rancori. Per gli scatti improvvisi e ingiustificati di allegria. Per come strizza gli occhi accartocciando tutta la faccia. Per come succhia dalla cannuccia il suo elisir di vita. Per come tutto per lei è semplice. E anche per come tutto per lei è complesso. Per come sembra aver bisogno di protezione. Perché sembra che tutto le sia dovuto. Che abbia ancora un futuro davanti. Che ne abbia paura. Che ne abbia terrore. Che lo rifiuti. E che sia curiosa. Curiosa di tutto. E di quel tutto annoiata.
Per come tira su col naso. Perché per lei una retta non è mai diritta. Per come ciuccia una caramella. Per come torna ad abbassare gli occhi. Per come storpia la canzone. Per la sua voce roca. Per le sue voci da gattina. Per quel gesto di smemoratezza. Per quel suo battersi la fronte. Per i suoi capelli nella spazzola. Per quando scappa perché è tardi. Perché lei non sa essere che compulsivamente e attentamente distratta. Per il disordine dove aleggia e dove trova il suo agio. Per come lo crea intorno. Per tutte le sue cose fuori posto. Per tutte le sue parole fuori luogo. Per come riesce a creare il disordine anche nelle idee. Tutto intorno a sé. In ogni cosa. Per come non si giustificava quand’è in ritardo; con un sorriso. Ed è eternamente in ritardo. Per come finge di esserne interessata. Per come sa essere eternamente indifferente. Per la linea del suo naso. Per le pieghe sotto gli occhi. Per quel suo fanculo. Per quando sbocca. Per tutte le domande che si ritrova. E anche per quelle che tace. Per la teoria che ha elaborato sul pressapochismo come filosofia di vita. Per come trova un bilico precario a tutte le cose. Per come va avanti e indietro cercando l’aria. Per come riempie le stanze. E per come le lascia vuote; gonfie di mutismo.
Per il suo odore con gli abiti bagnati. E quella faccia coi capelli fradici. E il suo amare quella pioggia. E il colore della pelle d’estate; come il miele. Per le sue infradito da spiaggia. Per i suoi costumi dozzinali; troppo grandi per lei. Per come si infila nella vita. Per come ne entra ed esce. Per come si fa ripetere le cose –persino qui. Anche quelle che ha detto lei. Per come stropiccia i libri. Per come piega gli angoli di quelle pagine. Per come li legge. Si assenta ed entra nel libro. Alza gli occhi e dice le cose più illogiche. Poi torna ad affondare nelle pagine dentro, la storia. E la storia è lei. Si cerca in quelle trame. Cambia. Si sostituisce a questo o quello; indifferentemente. Gioca a girare il mondo nei panni degli altri. Cioè – come detto– per come c’è e non c’è. Per come tutto è mistero. E per come li banalizza tutti. Fingendo di aver vissuto mille vite. Per come poi torna bambina. Per come si fa acida. Per tutto quello che si porta dietro. Cioè per il suo zainetto. E la sua smemoratezza. Per le attese. Per la sua meraviglia. Per come sa fingere di ascoltare. Per i suoi capricci da bambina. E le bolle che fa con la gomma. E le sue risate quanto scopiano. Per come crede di poterlo fare; tutto. Per come prova a fare le cose. Per come cucina un uovo. Per come chiede.
Non ci sarebbe nessuna ragione per accorgersi di lei. Non fosse come un segreto da violare.

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