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Archive for 17 settembre 2013

II. Come si fa a dirlo a Claudio. Son cose che non si fanno, figuriamoci dirle. Naturalmente non ne ho parlato neppure con Irene; non capirebbe. E anche se sono cose che succedono. Magari mica sempre. Così all’improvviso. Non perché le cerchi. Assolutamente. Solo che ti ci trovi in mezzo. E sei un uomo. Nessuno nasce santo. E un uomo e sempre un uomo. Non dovrebbero succedere. E ancora mi rombano in testa quelle parole: “Abbiamo tutto il tempo che vogliamo”. E suonavano, quelle parole, come una derisione nei miei confronti. E nei confronti di tutto. E di tutto l’ordine. Erano disordine. E sono disordine. E suonavano minacciose. E imperative. Nella confusione dei miei “non so” ruotavano a velocità folle. Potrei persino dire che non è successo. E’ stato tutto così incredibile. Se ci provo ci riesco.
Stavolta chiamo prima di muovermi da casa. Per accertarmi che ci sia. Mi dice di stare tranquillo. Aggiunge che da lui posso passare tutte le volte che voglio. E’ quasi sempre in casa fuori orario di ufficio. E che anzi gli fa piacere. E anche a Rachele. Mi riferisce i suoi saluti. “Salutala”. E il pensiero torna a quel venerdì. Rivedo tutto come in un film. Provo nuovamente le stesse emozioni. Con la mente del dopo mi sembra una donna soddisfatta di sé. Che sa quello che vuole. A tratti i suoi occhi hanno quell’espressioni quasi assente. In altri momenti sono come… incantati, increduli. Altre volte ti guardano dentro. E’ strano come il suo viso spigoloso e un po’ duro si trasformi e si addolcisca illuminato del suo sorriso. E le sue mani… Ma oggi è un’altra storia.
Mi limito per non pensare al dopo. Per non tornare a vederla in quel vestito. E a tutto il resto. La strada è ancora deserta. Mi ha detto che stava uscendo. Schivo una bicicletta. Spero di trovarlo solo. Non so come mi sentirei con tutt’e due. Non che… ma è pur sempre Claudio. Un po’ mi sento uno… uno stronzo. Anche se non ha mai lesinato i complimenti a Irene ogni volta che ci ha incontrati assieme. La cosa mi ha sempre infastidito. Lui è così. Non è cattivo. Magari nemmeno se ne rende conto. Bisogna prenderlo come viene. Mi faccio il mio film in testa. Sono fatto così. Ricco di immaginazione. Lei che entra in scena. Spalanca la porta. Il pubblico che la vede e rumoreggia. Il boato in sala. Qualche commento salace. Mi do del cretino. Da solo. Suono una seconda volta. Viene ad aprirmi con lo stesso vestito. I capelli che le orbano un occhio. Me lo conferma e io bestemmio tra me e me: “Cazzo, una cosa improvvisa, ancora”. E’ proprio un deficiente. Non son passati che un pugno di minuti. Non voglio nemmeno sapere cos’è successo stavolta. Penso che qualcuno ci può vedere in strada. Tentenno. Dubito. Preferisco entrare.
Non sono certo che anche la collana sia la stessa. Così evidente e così d’oro. Noto che non porta la fede. Non ci avevo fatto caso. A pensarci mi pare che nemmeno lui. Io non l’ho più tolta. La seguo lungo il corridoio. Ho un brivido di terrore. Stavolta mi fa accomodare in cucina. Cerco e non trovo qualcosa, anche stupida. Tira la tendina. C’è una sola finestra. Il frigo è grande, spazioso, e non ad incasso. Io sono in imbarazzo e si accorge del mio imbarazzo. E’ una fatica tremenda cercare di non ricordare. Guardo l’orologio e ho voglia di fumare. Guardo l’orologio ma non serve per far arrivare Claudio: “Allora vado. Anzi… quasi… no! resto. Mi sa che potrei anche andare. Magari aspetto un po’. Cosa dici: cinque minuti? Dieci? Magari gli dici che ripasso. Un’altra volta. Però… magari un caffè. Ce l’hai deca? Sarebbe già il terzo”.
Ormai ci sei. –Si guarda intorno per cercarne la colpa– Se è il vestito… E’ il vestito? Se è per il vestito… se vuoi… Vado a cambiarmi. Così magari eviti… Stiamo tranquilli”.
Forse è anche per sé stessa. Come se non sapesse. E non mi aspettasse. Ricordo che aveva detto che lo metteva per uscire. Decisa si allontana per lasciarmi solo. La sorveglio andare e non è una buona idea. Ritrovo quel silenzio. Intanto mi guardo intorno. Quella penombra mi rilassa. Mi invita a riprendere il sonno lasciato. A un certo sopore. A frugare nelle fantasie. Anche i mobili in legno, le sedie comode, il leggero odore rimasto dai cibi, e del legno, il senso di casa, e di taverna, tutto aiuta a sentirsi in uno stato tranquillo. Cerco di raccontami tutto questo; o sta avvenendo? Forse cerco di convincermene. Forse non è vero relax. Forse non combatterei tanto nei miei pensieri. Sono tentato di alzarmi per farlo da me, quel caffè. Resto seduto ad aspettare. La sedia, nonostante la forma, non è poi così comoda come sembrava. Guardo l’orologio. Il tempo lo ha fermato. Non so perché ma per un attimo mi sento in trappola. E Claudio non si vede.
Torna; tranquilla: “Non ci pensare. Non me lo dire. Però non ti facevo così. Così… sensibile. Spero che ora veda… scusa…vada meglio. Mettiti pure comodo. Facciamo due chiacchiere, intanto. Per dirla tutta… mi sta più comodo. Questo. Forse avevi ragione. Potevi dirlo. Ma non è stato male. Ora… Mi sento anch’io più libera. E tu? Ti senti più a tuo agio? Una di queste volte dovresti fermarti a cena. C’è sempre quella cena. Credo che anche lui sarebbe contento. Voi vi raccontate le vostre cose. Noi spettegoliamo delle nostre. Se c’è qualcosa che non puoi basta che me lo dici. E ci beviamo un bicchiere di quello buono. Lo tiene per queste occasioni”.
Mi sembra di aver sentito già le sue parole. Una luce morbida illumina la stanza. E illumina lei da destra. Mi pare vada meglio. A riguardarla non è cambiato molto. E’ lei che è troppa. Non li mette mai? Non credo usi reggiseni. Penso sia difficile trovarne della sua misura. E poi con le scollature che ama esibire. Come si dice? Per un attimo mi viene da farle un complimento. Riesco a trattenerlo. Apparirei volgare. Sotto quella stoffa quel seno è disegnato alla perfezione. I soliti pensieri stupidi. Dai quali cerco inutilmente di fuggire. Troppo per non essere pesante. “Perché no”?
Il vestito è… credo si dica salmone. Lungo abbastanza da non lasciar vedere molto. Leggero abbastanza per disegnare tutto. Aperto abbastanza da rischiare di far vedere troppo. Alzo gli occhi: la scollatura è vertiginosa. Accosta i lati e i lembi l’ascoltano per un solo attimo. Come se ci potesse essere posto per un cenno di pudore. Poi, spinti, tornano ad aprirsi. Il suo profilo non è meno incauto che a guardarla di fronte. Quella esse che scorre dal seno al sedere. Forse l’ha stretto troppo. La collana scende fino a sfiorare l’attaccatura del petto. Dove accenna ad aprirsi quella sua voragine che fatico a cacciare dai miei ricordi. Né dai miei occhi. Anche se temo che sarà per poco. Forse non se ne rende conto. Forse per lei vestire così è normale. Si muove a suo agio. E’ ancora in piedi. Sembra indecisa su cosa fare. Avrei un’idea che scaccio immediatamente. E’ solo una replica. Nitida. Un dejà vu. Già visto. Infilo le mani in tasca. Vorrei assicurarla che non sono cieco. E quell’idea ritorna.
L’avventura: “Che sbadata. Devo essere imperdonabile. L’altra volta… meglio non ripetere. Come si dice…? Vado a prenderti… Un caffè, vero? Sono tornata presto perché aspettavo l’idraulico. Tutto di corsa. E quello telefona che non viene. E poi se ne deve scappare anche lui. Devo essere io. Li faccio scappare tutti. –e ride– Gli uomini non amano starmi vicino. La mia compagnia. Naturalmente scherzo. Dice che sono una buona compagnia, ma solo quando taccio. Forse vuole dire… meglio che mi taccia. A volte è proprio uno zotico. Ti sembra che parlo troppo? E oggi lo faccio anche per farti compagnia. Mentre aspettiamo. Proprio come l’altra volta. Scusa. Per dovere. Per rompere il ghiaccio. Che io di cose da dire ne avrei, e anche tante. E’ che non si sa mai da dove cominciare. E poi… ho sempre la paura di annoiare. Ti annoio? Sai che di secondo nome faccio Catalina? Ma io ne ho tanti. Però non devi pensare… Dicevamo… un caffè”.
La osservo, nuovamente, di spalle armeggiare con la moka. Mette la polvere normale. Preferisco non farglielo notare. Non mi sfugge nessuno dei suoi gesti. Lo versa nella tazzina. Fuma dalla tazzina. Pettegolo. L’abito è morbido, non stringe, ma le si appoggia sui fianchi. Larghi. Le disegna il… didietro. Per conto mio non avrei fretta. Una ciocca si stacca e le cade sugl’occhi. Toglie il fermacapelli e scuote la testa per sistemarli. Si asciuga le mani. Mi credevo più paziente. Se penso all’ultima volta all’ora tutto si fa penoso. E quella ora sembra un sogno. Lontano. Il frutto della mia pura immaginazione. Ma tutto sembra cospirare.
Torna a sedersi davanti a me. Il caffè è già zuccherato. La sedia è scomoda. Io sono ancora più scomodo. I suoi occhi sono insostenibili. Decisamente l’abito è più lungo dell’altro. Non ha bisogno di darsi pena se le sale sulle gambe. Sale. Sorride. Tutta colpa dello spacco a sinistra. Si allaccia in cintura ma è aperto a sinistra. Si sovrappone ma tende ad aprirsi. Lei si arrende prima ancora di combattere. Mi sorride tenuamente. Sembra però soddisfatta. S’è versata un bicchiere di vino rosso. E’ truccata perfetta. Non ho nulla per dubitare che lo sia sempre. Almeno quando arrivano ospiti. Non so se sono veramente un ospite. Arrivo sempre quando non se l’aspetta. Devo trovare il modo di fargliela pagare a Claudio. Per un attimo ha uno sguardo attonito. Non so violare l’impermeabilità dei suoi pensieri. Gli occhi sembrano non vedermi. Eppure pare compiaciuta dei miei sguardi. Dei miei occhi che le si appiccicano addosso. Che non sanno staccarsene. Che cercano intorno. Che si abbassano. Strano gioco i nostri sguardi. Noto solo ora il braccialetto che porta al polso. Argento? Oro bianco? Un’altra diavoleria metallica? Comunque lo stesso materiale della collana. Il rossetto ha un colore garbato. Disegna le labbra quasi come fosse il loro colore naturale. E le fa lucide: “E allora… eccoci qui”.
Quella frase sospesa; interlocutoria. A lei, per un attimo, strano, mancano le parole. Quel mutismo è ancora peggio. Il suo sorriso che non so interpretare. E poi altri sorrisi. Uno diverso dall’altro. Intervallati. In una grande espressione di variazioni. Pur di tacere. Alcuni di pura cortesia. Alcuni insicuri e altri sconcertati. Alcuni ambigui. Un paio come turbati. Altri completamente gratuiti; quasi estranei; indifferenti. Parla solo con quelle poche espressioni. Quando dice il mio nome quel nome sembra un sospiro. Sembra appartenere ad un altro. Lo esprime con un suono caldo: “Eccoci qui”. Niente è peggio di quelle frasi tronche o lapidarie che denunciano il disagio del silenzio. Niente è più snervante di un intermezzo. Di un’attesa inattesa e senza certezze.
Io non la aiuto certo. Non lo posso fare. “Tra noi ormai non dovrebbero esserci più segreti. Certo che sei strano tu. Ormai ci conosciamo. Bene. Non sarà mica per Claudio. In fondo… non è colpa mia se ha sempre da fare. E quando c’è qualcosa di importante non c’è mai. Pare che se le cerchi. Non sei d’accordo? Anche se non vorrei… Non mi era mai successo. Mai; giuro. Non ci voglio pensare. Non mi va di parlarne. Non è per te. Scusami. E’ solo che con te…. Ho perso la testa. E’ stato solo un attimo. E una donna dopo non può che provare… che pentirsi. Spero che tu mi capisca. E’ stato come se avessi bevuto. Scusa se te n’ho parlato subito. Mica sono come quelle… Meglio che scegliamo un altro argomento. Tu leggi? Certo, si vede subito che tu sei uno di quelli che leggono. A cui piace leggere. L’ultimo l’ho letto al mare. Uno di quelli… l’ho trovato dal giornalaio. Era bello. Piace anche a me leggere, quando sono tranquilla. Come al mare. Ma leggo molte riviste. Anche quando sono dalla parrucchiera. Di moda e di attualità. Quelle sulle dive. A me quel mondo pare finto. Tante cose credo ce le raccontino, ma che non siano così. Claudio… ma quello ha sempre qualcosa da ridire su quello che faccio”.
Parliamone invece, dell’altra volta. Vorrei e non vorrei. Allora è successo? Quella sorta di scuse… mica le so interpretare. E’ a me che non era mai successo. Vorrei non ci fosse Claudio, tra noi. Per un momento. Almeno nei nostri dialoghi. Un attimo senza colpa. Non credo di chiedere troppo. Sto per dirlo quando me ne pento. Spero che non ci metta in mezzo anche mia moglie. Il troppo è troppo. E’ anche una questione di buon gusto. Mentre stiamo… No! son cose che si mette in testa la mia testa malata. Mentre non stiamo niente. E’ solo che preferisco non sentir parlare di lui. E preferisco non ricordarmi di lei. Che non venga immischiata. Solo per quello che è stato. Per un senso di colpa. Per pudore. Per decoro. Per un momento. Per una volta. Sono un tipo veramente stupido. Pieno di fisime. E di principi. Cioè… per me è acqua passata. Deve. Un colpo di spugna e via. Voglio farlo capire anche a lei. Poi possiamo parlare di tutto. Resta solo quel poco da chiarire. Che poi a me i segreti pesano. Fanno fatica a non scapparmi di bocca. Non ne sono abituato. Fin da quand’ero bambino. Mi tradivo sempre. Per me il nome Rachele vuole dire guai.
Mentre penso mi scappano le sue parole. Sono un vuoto a rendere. Sono un bisbiglio che si perde. “Sai cosa ho pensato? La chiamo io, dopo, Irene. –ecco, appunto– Ché se aspettiamo voi uomini. Magari nemmeno gliene hai parlato. Neanche accennato, vero? Ti ho detto che avrei il piacere di conoscerla. Ma tu gliel’hai detto? Scommetto di no. A proposito hai visto ieri Un amore oltre. Lo guardi. Proprio non me l’aspettavo… Temo che tu non sia tanto interessato a queste cose; vero? Dicono che sono solo cose da donne. Io non ci credo. Mica le donne sono… Certo che io mi commuovo con facilità. Sono anche storie semplici ma non è così la vita? Non siamo persone semplici anche noi? Mica siamo di quelli che si son montati la testa. Io penso spesso agli altri. Anche se a volte penso che dovrebbero starsene nel loro paese. Succede solo quando sono fuori di me. E’ che stanno diventando troppi. E sono invadenti. Vogliono venderti di tutto. Tutte cose che non servono a nulla. Ti vengono a suonare alla porta. Quando hai suonato, anche se ti aspettavo, avevo paura che fosse uno di loro. Non sai mai. Magari trovi quello sbagliato. Chissà che idee hanno in testa. Non che abbia paura, ma una donna non può stare tranquilla. A dire il vero, poverini, sono lontani da casa. Credo si debbano sentire soli. Normalmente mi fanno pena. Ma ne dicono tante su di loro. Come quella… Meglio di no; me ne vergogno troppo. Non mi piacciono le volgarità. Magari… insomma… Non sono abituata ad usarle. Le volgarità. Non è nel mio modo di parlare normale. Non è nel mio stile. A lui invece qualcuna scappa. E più di qualche volta. Ma come avete fatto a diventare amici? Siete così diversi. Scusa se te lo dico ma tu… sei molto più signore. In certi momenti anche troppo. Una donna si sente sicura vicino a te. E lusingata. Ma anche un po’ delusa. Ferita. Nel senso”…
Forse è un po’ larga di bacino. Ho dei pensieri veramente stupidi. Bassi. Lei è larga in tutto, cioè è veramente tanta. Ha un corpo, se così si può dire, pieno di forme. Non parlo del viso. Mancherei di rispetto a lei e anche a Claudio. Non voglio ricordarmi chi è. Non voglio pensare a Claudio. In realtà ha un volto mutevole. A tratti fisso, questo è vero. Poi ha una piccola varietà di espressioni. Poche. Nessuna priva di fascino. Direi nessuna priva di provocazione. Più precisamente. Ma forse sono solo io. Direi che è stata creata per quello. E che ce l’ha scritto in faccia. Direi che sono uno stronzo. E che è ora che me ne vada. Che scappi. Non mi è mai stato facile fare un torto a Irene. Non fosse per lei, per Irene, non… Mi credevo un lettore passivo della vita. Un contemplativo. Anche perché sono uno cauto. Cerco di evitarmi di cadere in trappola. Lo trovo troppo complicato. Le distrazioni mi creano rimorsi, strane angosce, confusione. E io sono pigro. Irene è tutto per me. In questo momento mi fa bene ricordarmelo. Sono gli occhi a tradire ogni proposito. Credo comunque di doverle una risposta. Gliela do distrattamente: “Bisognerebbe chiederlo a lei”?
E la sua voce monocorde: “Non fare il ragazzino. A lei, cosa? Non devi nemmeno pensare… di saper già tutto di me. Ci sono molte cose… Sai che profilo ho in Facebook? Anzi quali? Quanti ne ho? Non sono solo due. No! non te li posso dire. Non insistere. Mi vergogno troppo. E poi non so cosa puoi pensare. E magari li trovi volgari. O peggio: ordinari. E’ solo un gioco. Non ci crederai ma mi piace provocare. Magari più avanti. Non ti conosco ancora abbastanza. Claudio mi ha parlato tanto di te. Ma non posso dire di conoscerti. Come dire? non si è ancora instaurata una certa confidenza. Cioè una certa conoscenza. Magari li trovi sciocchi, o peggio da perbenisti. O li interpreti, peggio ancora, come un invito. Però… Scusa. Proprio non posso. Lui fa tanto il compagno ma in fondo è molto borghese. Non sai le raccomandazioni che mi ha fatto prima di uscire. Fosse per lui questo lo avrei già buttato. Nemmeno dovrei mai uscire. A volte toglie il fiato. Lui non lo sa o fa finta. Io non credo. Ma non li ho messi io. E’ una storia lunga. Troppo lunga da raccontare”.
E’ a me che lei toglie il fiato. Persino quel tono monotono delle sue parole sembra nascondere una provocazione. E’ come se a lei non importasse niente di niente. E è proprio quel niente che pare contenere il bisogno di tutto. Una promessa. Una sfida. A me, ma prima al mondo. Un fanculo gridato ma rimasto in gola. Sembra dire: quel che ci resta è nel fare. Nel gesto. Comunque. Anche qualunque cosa. Non nel pensare. Non c’è tempo per tornare indietro. Per ricordare. Per riandare. Quello che non è il presente è assenza. Accavalla le gambe. Come un destino. Stavolta non ho avuto il tempo di alcun dubbio di sorta: non le porta. Forse lei non le usa. Forse le ha tolte quando è andata a cambiarsi d’abito. Forse nel cambio ha solo dimenticato di metterle. E’ possibile che ci abbia pensato. Che l’abbia fatto per me. Non oso pensarlo. Non credo abbia impiegato tanto per quello. Basta un attimo. Mi piace pensare che abbia dovuto decidere.
Torno dal mio girovagare. Lei è sempre lì, presente. “Scusa se te lo dico. Se mi permetto. Se sfioro l’argomento. Se ti ricordo. Ma non sono così. Quello che si vede non è quello che una ha sotto. Dentro. Non fraintendere. Ora so che ne saresti capace. Non ho mai tradito mio marito. Cioè… Insomma quello che è successo. Intendo tra noi. Non è nemmeno un vero tradimento. Anche senza contare quello… io… mai… Mi credi? Comunque. Solo cose senza importanza. Non ho avuto altre storie. Non penserai che… ma hai sempre quello in testa, tu? Per fortuna che io non sono maliziosa. Non ci metto cattiveria. Siete tutti uguali voi uomini. Sempre pronti a un pensiero… Sconvenienti. Lo leggo nei tuoi occhi. Speravo… Credevo di potermi fidare. Di te. Una volta è una volta. Un attimo di smarrimento. Se è quello che vuoi ti chiedo scusa. Ora pensiamo ad altro. A noi. Ad un nuovo incontro. Come fosse un inizio. Me ne vergogno ancora. Toglitelo dalla testa. Ricominciamo da qui”.
Comincio a sciogliere il nodo. E’ il suo gioco. Ne sono quasi certo ormai. Lo fa apposta. E’ il gioco della mia fantasia. Vedo l’abito cadere. Non è solo la mia fantasia. Tenta di far capolino un capezzolo. E’ troppo per qualsiasi. Qualcosa mi trattiene alla sedia. Una forza strana. Non riesco ad alzarmi. Sono senza alcuna energia. E sono ridicolo. Così impacciato nei pantaloni. Così visibilmente in preda a lei. Alla sua provocazione. Alla sfida. All’eccitazione. Vorrei vedere fino alla fine il suo gioco. Il fascino perverso di questo prendere e dare. Di questo parlarmi e parlarsi addosso. Di questo non nascondere più nulla, e fingere noncuranza. Di non sapere. Di non avvedersene. Questo suo condannarmi e liberarsi. E assolversi. Il mistero di quei centimetri di pelle. Del suo racconto. Di quel racconto che mi racconta e si racconta. E nasconde le nudità tra le parole e il niente. In fondo, lei dice, non è nuda. E’ molto più che nuda. E naviga nel mistero della sua partita. Quella titubanza. Quella sfrontatezza. La presenza di Claudio tra noi. Residuo. Forse proprio per quello. Claudio come un pudore. Come una sfida. Come un incentivo. E il frastuono della nostra conoscenza. Di tante avventure, che si possono più o meno raccontare, attraversate assieme. Le sue dimenticanze. I suoi alibi.
Però… E’ stato solo un attimo… ma… visto che sei qua. Sarebbe un vero peccato, non credi”?
Telefono a casa per avvertire Irene che ritardo. Sento una voce maschile. Riattacco. Per un attimo ci penso confuso. Mi ha risposto Claudio. Strano. Controllo il numero. E’ proprio quello di casa mia. Che ci fa lui da me? Vuoi vedere che quel cretino ha capito fischi per fiaschi. Avevamo detto qui, non da me. Con lui, per quanto uno possa essere preciso, si corre sempre il rischio di essere fraintesi.
Se solo mi lasciavi il tempo di dirtelo, invece di avere tanta fretta, te l’avrei detto. Che non ti devi preoccupare. Irene sa che avresti tardato. Non te l’ha detto? E poi quando vieni… vieni da Claudio, dovresti saperlo che la puntualità non è il suo forte. Se vuoi dopo la chiamo io; per tranquillizzarla”.
Le dico: “Faccio da solo”.

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