Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 18 settembre 2013

1. Altai[1] è il capro espiatorio
Chi è Emanuele. E’ il capo espiatorio in mezzo ad una storia più grande di lui. Di noi. Di tutti. Come il più famoso di tutti, il primo che ricordo, Benni, il buon Benjamin Malaussène, che ne ha fatto una scelta, un’arte. Che ne ha fatto il gesto di campare. Lui, quest’ultimo, l’ultimo, così sapientemente disegnato da Daniel Pennac. Calato nel suo mondo di una Parigi dei sobborghi. Eroe di quella Belleville così simile a tante periferie urbane. Così’ incredibilmente contaminata tra realtà e sogno. Adoro quel ciclo e lo scrittore francese. Ma questa è un’altra storia in mezzo ad altre storie. Assolutamente non coincidenti.
Andiamo con ordine e torniamo al romanzo. Venezia: 13 settembre 1569. L’Arsenale va a fuoco. La Repubblica, per mano del suo Consigliere Bartolomeo Nordio, ha bisogno di un capro espiatorio e lo sceglie in Emanuele de Zante (alias Manuel Cardoso). Ha tre colpe gravi: essere un servitore fedele, essersi innalzato ad un posto di prestigio, ma soprattutto, essere nel corpo un giudeo. Davanti ai suoi fedeli amici, Gualberto Rizzi e Marco Tavosanis, ne ha anche una quarta: essere stato il loro benefattore. E’ questo a condannarlo e quegli amici diventano nemici. Bisognerebbe appuntarsi la data.
Non senza peripezie, come sempre in questo genere di avventure, Manuel scappa dalla repubblica Serenissima e ripara a Costantinopoli accolto e protetto da quello che era il suo acerrimo nemico nonché quello della stessa Venezia: Yossef Nasi (Giuseppe Nasi alias Joao Miquez). Sa fare una cosa sola: la spia, e quello continua a fare; semplicemente cambiando padrone. In realtà il romanzo lo costringe a fare al meglio tutt’altro, cioè il cronista, la voce, l’occhio di una grande storia. Di una leggenda di quel tempo sospeso nel tempo, di quando inizia un altro viaggio e altri viaggi ancora. Di quando Venezia era il cuore dell’umanità e le strade del commercio cercavano una lingua comune per abbattere il mito di Babele e del volere di dio.
E’ lo stesso Nasi a dirlo in un mirabile incontro: «Voi conoscerete senz’altro l’episodio biblico della Torre di Babele. Ebbene, molti credono che il Signore disperse le lingue degli uomini per punirli, ma e l’esatto contrario. Egli vide che l’uniformità li rendeva superbi, dediti a imprese tanto eccessive quanto inutili. Allora si rese conto che l’umanità aveva bisogno di un correttivo e ci fece dono delle differenze. Cosi i muratori, di costumi e fedi diversi, devono trovare un modus vivendi che consenta di portare a termine l’edificio. E per questo non serve una tolleranza concessa, ostentata, com’e quella che viene dal potente, bensì una tolleranza esperita, vissuta ogni giorno, con la consapevolezza che se essa venisse meno, la casa crollerebbe e si rimarrebbe senza riparo. Tahammul, signori.»[2]
2. L’Isola di Sion
Di questo mirabile affresco, fatto di luoghi, di emozioni e di uomini con le loro storie, è fin troppo facile rintracciare la storia. Invitando a leggerlo mi voglio limitare a soffermarmi sul fondo della storia dove Yossef Nasi, ebreo anch’egli, insegue il grande sogno della popolazione della diaspora: una terra per il popolo di Israele. La sua “Isola di Sion” doveva essere Cipro. Quella Cipro ancora oggi divisa a metà e contesa come un baluardo tra oriente e occidente. Così nelle pagine esprime la sua rabbia verso quel popolo l’Abercassi: «–Vermi, topi, questo siete! Avete passato la vita a fuggire, a nascondervi, a blandire i potenti. Vi siete comprati la fuga a peso d’oro. Avete finto e mentito, tutti quanti. Per voi ho solo disgusto.»[3]
Per me che mi interesso della sorte di quel popolo a cui è stata rubata, da coloro che sono stati spesso i perseguitati, la terra e ogni diritto, cioè del popolo della Palestina, mi sembra che quel dio abbia sempre più fattezze umane; da una grande agenzia immobiliare. Dove finisce la storia e inizia la credenza è un problema secondario; almeno per me. Il richiamo alla data è stato fatto dopo aver sentito per troppe volte collocare il sogno del sionismo, come parte del più vasto fenomeno del nazionalismo moderno, a fine ottocento col primo Congresso Sionista Mondiale, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento permanente. Poi al 2 novembre 1917 con la dichiarazione Balfour. E infine, il fatto storico più mentito, come conseguenza della catastrofica e non dimenticabile shoah cioè della persecuzione degli ebrei da parte delle dittature nazi-fasciste con le deportazioni di massa, i famigerati campi di concentramento e lo sterminio pianificato. Di questo dramma tutto l’occidente conserva ancora il senso di colpa. E allora trovo bello inserire questo passaggio sui richiami alla fede: «Quando il profeta parlerà per nome del Signore e la cosa non accadrà, quella parola non l’ha detta il Signore, l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi avere paura.»[4]
Già da allora il sogno era fatto del ferro dei cannoni: «– A cose fatte continueremo a mantenerci in buoni rapporti con il Sultano. Pagheremo il tributo annuale e gli riempiremo la cantina di ottimo vino, ma ci difenderemo da soli e ci manterremo indipendenti. Cipro diventerà la base commerciale degli scambi tra l’impero ottomano e l’Inghilterra. E quando il progetto di Sokollu di tagliare l’istmo di Suez verrà realizzato, il nostro regno sarà il crocevia degli scambi di tre continenti –. Mi appoggio le mani sulle spalle. – Ricchezza, forza, libertà. Dovrebbero campeggiare sui nostri stendardi.
Abbassai lo sguardo sul cannone, lo sfiorai con le dita. Yossef Nasi mi aveva appena dimostrato che i suoi progetti non erano plasmati con la materia dei sogni. Erano forgiati nel ferro inglese. »[5]
E il sogno si vende ad un infido alleato troppo potente; allora. Niente mi sembra più attuale di quel passato. Ma quel popolo, che non è mai stato un popolo, la popolazione come detto della diaspora, pronto a vestire tutti i panni cercando di scordare i propri, prono, era come quelle anatre, era: «Molti autunni prima dell’Egira, durante la migrazione verso le terre calde, una famiglia di anatre fece sosta nelle acque di un fiume al confine con l’Absurdistan. Gli animali del luogo avevano ognuno un proprio territorio, e le anatre non facevano in tempo a posarsi che subito arrivava un serpente o un ranocchio a reclamare il posto e a cacciarle via. I poveri uccelli stavano per riprendere il viaggio senza riposare, quando videro un grosso tronco galleggiare sull’acqua. Era verde di alghe e muschio, e poiché nessuno lo reclamava, le anatre lo elessero a dimora, starnazzando contente, e subito iniziarono a litigare su chi avrebbe occupato le posizioni più comode. Erano talmente impegnate a discutere, che soltanto una di loro vide il tronco spalancare la bocca, ma non riuscì a fuggire. Un attimo dopo raggiungeva le sue simili nella pancia del coccodrillo.»[6]
3. La battaglia di Lepanto e la fine di Utopia
Un grande cantore di venezianità la racconta così: “In Adriatico che lote, le navi torna a casa rote, spense rabiosi i infedeli, che vol robarne i monopoli[7]. Ma allora, allora, il sogno di infranse sulle acque delle isole Echinadi, in quella che viene ricordata come la battaglia di Lepanto, e lì persero anche la vita gli eroi omerici di quella grande carneficina: «– Animo, amico –. Stese la mano verso il mare aperto. – Vedi? Laggiù ci sono tutti i migliori capitani. C’è Ucciali, il calabrese. C’è Caracoggia, c’è il comandante Scirocco. C’è il figlio del Muezzin, il coraggio non gli manca di certo. E ci sarà anche Mimi Reis, all’anima di chi v’ha mmuerte.
Puntai lo strumento di Takiyuddin sulle navi cristiane. Le galeazze avanzavano per prime. Vennero lasciate sole, molto più avanti del resto della flotta. Sei grasse esche per eccitare la sete di vittoria di Muezzinzade Ali.»[8]
Cosa voglio dire? in fondo nulla. La storia parla solo a chi la vuole e sa ascoltare. E a volte la trovi persino in un romanzo. Anche mentre cerchi altro. Lascio, come sempre, ad ognuno trarre le proprie opinioni. E poi parlo solo di una storia che fa da sottofondo alla storia; o forse no? Cinquecento e oltre anni dopo i destini di quel popolo, che non è mai stato popolo, si fondano ancora sul ferro (e sul fuoco) inglese, anzi americano. Sulla culatta dei cannoni. Ora le vittime si sono trasformati in carnefici, e se ne sentono autorizzati. Ma questa è solo una mia riflessione di chiusura. E io non sono imparziale: amo spassionatamente il collettivo Wu Ming.


[1] © 2009 by Wu Ming – © 2009 by Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino [www.wumingfoundation.com e www.einaudi.it]
Published by Arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara. Si consentono la riproduzione parziale o totale del racconto e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.
Per sostenere con una donazione la nostra politica di copyleft: qui. L’intero romanzo è scaricabile in formato PDF all’indirizzo: http://www.wumingfoundation.com/italiano/Altai_def.pdf
[2] Pag. 122
[3] Pag. 55
[4] pag. 265
[5] pag. 285
[6] Pag. 367
[7] Alberto D’Amico: Venessia patria mia dileta (seguito di una storia iniziata con: Ariva i barbari); parole nel mio dialetto che spero nonb abbiano bisogno di traduzione.
[8] Pag. 388
Annunci

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: