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Archive for 19 settembre 2013

GialliLavoravo per Arberesh allora, un italo-qualcosa. Me ne sono andata una mattina senza dire niente. In silenzio. Con le mie cose e tutta la lira. Erano soldi che mi ero guadagnata io. E mi sono lasciata tutto dietro le spalle. Aria nuova, vita nuova; come si dice. Dev’essere molto stupido uno che crede di domare una donna a suon di legnate. Non ha capito niente sul nostro conto. Ho cambiato vita. E dopo allora che mi son data alla professione. Ora sono gli uomini che dovrebbero starmi alla larga.
In fondo un’esistenza tranquilla. Ma quella calma è finita. Scendo da un treno e salgo su un treno. La mia vita è diventata una corsa frenetica. Sono braccata. Qualcuno ha puntato sulla mia testa. Vuole togliermi di mezzo. Forse ho visto qualcosa. Forse ho fatto qualcosa. Uno dei miei cliente? Forse uno dei contratti. Qualche parente. Qualche amico. I morti non parlano, ma a volte fanno un chiasso bestiale. Vogliono mettermi a tacere. L’ho annusato nell’aria. E qualcuno ha pensato bene di mettermi la pulce all’orecchio: Guarda che vogliono proprio te. Anch’io ho i miei amici. E le mie informazioni. E’ da allora che sto ancora di più in campana.
Nel mio lavoro non ci si può distrarre. Non è nemmeno molto bravo. Deve aver visto troppi film americani. Un vero dilettante. Un deficiente. Nasconde la faccia dietro il giornale. L’ho scoperto subito. Sono almeno tre giorni che ho i suoi occhi addosso. Mi sta troppo appiccicato. E me lo sta cagando. L’avrebbe sgamato anche un cieco. Passare da predatrice a preda non è il massimo della promozione sociale. Torno a chiedermi chi lo manda. Non penso possa essere stato Resh. Troppo pigro per provare rancore per più del tempo di una passata di botte. Per coltivare odio e voglia di vendetta. E allora chi? Ma non è il problema più importante, al momento. Devo tirarmene fuori e in fretta. Al resto penserò.
Come hanno fatto a trovarmi? Mi ripeto che devo aver pestato i piedi a qualcuno di importante. Non c’è altra spiegazione. Lui, un ragazzotto dalla pelle abbronzata. Un po’ sul volgare. Vestito malamente. E’ chiaro che aspetta il momento. Intanto mi studia. Non sono una dilettante. Non so fare la preda. Don Salvo dice che quello che frega è la mia faccia da angelo. Di me lui apprezza anche il resto. Tutta la carrozzeria. Apprezzerebbe; non mescolo mai la professione con il piacere. Ad ogni modo ogn’uno al suo posto. Per lui ho fatto un paio di lavoretti. Puliti. Nient’altro. Era rimasto soddisfatto. Non puoi mai entrare nella loro testa. Dei mammasantissima. Credono che stiamo ancora nel medioevo. Loro hanno ancora l’onore. E la famiglia.
Il locale è carino. E’ lui un pesce fuor d’acqua. Si sta mangiando tutta la diaria. Solitamente tendo ad essere sobria. A cercare di passare inosservata. Mi sono messa tutta in tiro proprio per lui. Soffre per non poter fumare. E’ chiaro. Le dita sono gialle da nicotina. Si alza per andare al bagno; il piccolino. Aspetto che scompaia in fondo la sala. Mi alzo e passo vicino al suo tavolo. Se non mi ritrovasse resterebbe deluso. Ma sa dove sono alloggiata. Con fare indifferente butto l’occhio sul giornale. Un foglio locale, forse per farsi notare meno. A bordo pagina ha annotato qualcosa con una grafia illeggibile. Anche se i numeri sono stati scritti invertiti riconosco sotto quello del mio cellulare. Mi sono tolta l’ultimo dubbio. Torno al mio posto e aspetto tranquilla.
Suda. Lo guardo con insistenza. Proprio per farmi notare. Nasconde nuovamente la faccia dietro il quotidiano. Sottovalutarmi così è anche un’offesa. Ha pure gli occhiali da sole. Un classico. Io di mio preferisco prendere l’iniziativa che aspettare. Fare la mia mossa. Trovo sia sempre un vantaggio. Mi alzo e vado al suo tavolo. “Posso”? Certo che posso. Mi guarda sorpreso e stranito. Mi verso del suo vino. Un bianco dozzinale. E mi siedo. Non posso certo aspettarmi una qualche raffinatezza.
Son finiti, da un pezzo, i tempi dei Bogart. Oggi sono i tempi delle Mary Kathleen Turner. Le donne sono più precise e meno prevedibili. Non se ne dev’essere accorto; il pervertito. Accavallo le gambe. Se ne accorge. Apprezza e cerca di resistere. Basta fargli vedere un po’ di pelle a questi uomini.
Ciao pupo”.
Nella realtà faccio tutto da sola. “Non si sta bene da soli. Un po’ di compagnia”?
Non è di molte parole. “Certo che c’è un po’ di chiasso”.
Né di grande iniziativa. “Ci sono posti più… più… dove si può parlare”.
“…”.
E’ uno nato solo per eseguire. “Oltre tutto fa anche un po’ caldo. Non trovi”?
Banalità. Decido. Gli faccio vedere un po’ di Gilda. Gli mostro un antipasto. Con la scusa di allungarmi per il sale organizzo il mio spettacolino “tutto per il mio maialino”. Gliele sbatto sotto gli occhi. Ad un palmo dal naso. Che apprezzi la merce che gli viene offerta. Ed è in offerta gratuita. O quasi. Solitamente a questo punto non ho mai trovato nessuno capace di fingere di non capire. Si convince di essere irresistibile. Di avermi conquistata col suo fascino. Infatti si limita a dire: “Andiamo”?
Giriamo l’angolo ed entriamo in una stradina buia dove si affaccia la porta della cucina. Mi ferma. Lo guardo aspettando. Mi spinge contro un muro. Cerca di baciarmi. Giro la testa. Mi sbava sul collo. Mi lecca dietro l’orecchio. E comincia a brancicarmi tutta. Le sue mani mi cercano, mi palpano, me le trovo da per tutto. Mi alza la gonna, Cerca di infilarle nelle mutandine. Mi riempie di complimenti o di insolenze nella sua lingua, che non conosco. Gli suggerisco che ci sono posti più comodi. E che ci potrebbero vedere. Gli spiego che sono una signora. Ha fretta. Mi tolgo la mano da in mezzo alle gambe. Mi guarda un attimo attonito. Forse infuriato. Gli sorrido amicante. Un sorriso che tranquillizza. Capisce. Mi trascina con sé, in albergo, tenendomi per il polso. Come se temesse che me ne scappi. Forse gli piace violento.
Anche in ascensore lo devo calmare. Non capisce che non mi vanno i baci. Quelli sono un’altra cosa. Lascio che assaggi e lo fermo un paio di volte all’ultimo. Quando sta per andare oltre. Quando non regge la sua eccitazione. Sembra che non si arrivi mai al piano. Gli faccio i miei complimenti con un sorriso. Insomma allungo le mani. So dire le bugie con molta naturalezza. Ho dovuto impararlo fin da bambina. E’ una cosa che una donna apprende facilmente. E quando entriamo torno a prendere in mano nuovamente la parte della protagonista.
Gli chiedo scusa per il bagno. Mi risistemo un po’. Gli lascio il tempo per nascondere il suo gioiello. So come son fatti i tipi come lui. Poi qualche minuto perché ritrovi un po’ di calma. E un po’ di tempo per spazientirlo e aspettarmi con ansia. Rientro ed è ancora in piedi. Sicuramente l’avrà riposta nel cassetto del comodino. Mi ci giocherei… tutto. Lo sbatto nel letto. Lo spoglio di fretta. Mi limito ad abbassargli i pantaloni. E i boxer. Non gli do un attimo per riflettere. Lo lascio lì scomodo. Fingo un istante di pudore. Quanto basta. Persino porto la mano alla bocca. Come un complimento. Mi metto a mio agio, quasi vestita completamente: glielo dico. Lui ha gli occhi fuori dalla testa. Si crede il più grande dei fortunati. E degli amatori. E il più sveglio. Me lo lavoro.
Inizio il pompino. Meccanicamente. Senza trasporto. A lui basta e avanza. Anche troppo. Intanto si distrae e abbassa la guardia. Mi basta un attimo. Allungo la mano. La trovò lì, dove me l’ero aspettata: nel cassettino. Prendo la pistola e gliela infilo nel culo. Forse lo crede un nuovo gioco. Gli tolgo l’attimo delle domande. Quando premo il grilletto lui sta per venire. Nemmeno capisce quello che succede. Non avrà più il tempo di intuire. Passa da essere un figo ad essere un ex in un battito di ciglia. Non era male. Dopo è un pallone bucato da cui usciva un eccesso di sangue e liquidi. Scopro che è un’iniezione incredibile di adrenalina sparare nel culo a uno. Ad un pezzo di merda. Togliergli la vita proprio mentre lui tocca il paradiso.
Un pezzo di merda di meno. Un dilettante. Non avrà il tempo di imparare il mestiere. Fortuna che ho qualcosa da parte e me ne posso stare tranquilla per un po’. Meglio che Francesca sparisca. Bisogna sempre essere previdenti.

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