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Archive for novembre 2013

tazzina di caffèPer via dei Pioli, puntuale come ogni mattina, passa Artemio e non si ferma nemmeno per un caffè. Veloce come al solito perché come al solito qualcosa lo aspetta. Il lavoro, una scappata alla sala giochi, un incontro, il tempo inesorabile, una fretta innata? non è dato sapere. Gli si è slacciata una scarpa, ma lui non se n’è ancora accorto. Rischia di inciampare. Una mano in tasca e una che dondola con decisione, è già lontano prima che qualcuno, se c’è, possa avvertirlo. Solitamente quando gira l’angolo la sua uscita di scena è accompagnata da una quasi soffocata risata. Ha sempre l’aria di chi non si vuole sporcare di mondo. Del legaiolo fanatico che non vuole vedere che c’è altro oltre il suo naso.
Esquino ci passa dopo essersi fermato a prendere i giornali. Finalmente si svela il segreto: legge tutti i giornali sportivi. Per la prima volta ne sbandiera uno davanti al proprio naso poiché la sera prima c’è stato il derby. Dall’espressione non si sa se sia soddisfatto o deluso, ma finalmente si sa di che notizie riempie la sua mattina. Peccato, sembrava un grande intellettuale. Uno che non vuole lascarsi scappare nulla. Essere informato. Poter dire la sua. E ce l’ha scritto nello sua espressione sempre assorta. Tornerà certo a farla ma per i presenti non c’è più quel mistero. S’è tradito. Resta la domanda: Ha vinto o perso? Magari è stato solo un pareggio.
Il vecchio Ercole non passa semplicemente, si trascina. C’è chi dice sia stato un partigiano. Chi solo un povero vecchio. Chi che ha dietro solamente troppi anni un po’ troppo pesanti. A volte deve appoggiarsi al muro e ritrovare il respiro. Nessuno ha mai accompagnato la sua camminata. S’è saputo che si ferma in chiesa. Forse a ricordare qualcuno. Forse a chiedere perdono. E’ che le sue dita sono sempre congiunte, anche prima e dopo essere entrato nel sacro luogo. Pare, ma anche questo è chiacchiericcio, conosca perfettamente tutte le sacre scritture a memoria. Ma anche che si districhi altrettanto bene con le bestemmie. Di questo tutti ne sono certi. Biagio invece s’è sentito gridare da dentro casa. Persino d’inverno con le finestre chiuse. Eppure quando esce a braccetto della moglie sembrano ancora due fidanzatini. Avanti con gli anni ma di amore non ancora impigrito. E parlano sottovoce; sussurrano. Attenti a dove mettono i piedi e distratti su tutto quello che sta loro intorno.
Poi c’è l’Elvira. Mani tozze. Spalle larghe. Altrettanto i fianchi. Capelli unti. Spettinati. Nulla di femminile. Sempre con grandi borse misteriose e la sua borsetta che sembra avere la sua stessa età. Fa la serva da sempre a casa di Achille, anzi del signor Achille. Per qualcuno persino dottore. Questo Achille è un ometto. Con una sposa più alta di una spanna: Margherita. Le voci dei vicini sono sempre impietose. Mormorano. Si dice che l’Elvira sia la serva in tutto e per tutto. Anche se torna dalla figlia la sera si chiacchiera che serva il padrone di giorno e di notte, per ogni bisogna. Non so se il lettore può capire senza altre spiegazioni. Che poi la vita non è che lasci troppo spazio alle sorprese. Al mondo si respira e si ama. Ma probabilmente anche questa fa parte delle piccole leggende metropolitane. Di un modo per far trascorrere qualche ora. Forse non il modo più rispettoso, ma certo un modo funzionale. E poi in qualche modo si deve far passare, questo tempo. Anche se la donna pare non curarsi troppo di loro e poco adatta a stimolare qualsiasi tipo di fantasia.
E poi tante cose si leggono anche guardando semplicemente i panni appesi. Loro difficilmente riescono a mentire. Col naso all’insù si capisce che non è tutto oro ciò che luccica. Che in verità, nonostante la macchina quasi nuova, il Biagio e consorte non se la passano troppo bene. Non ci si ricorda una sera che siano usciti per una cena, per un cinema, anche solo per due passi. E non ricevono mai nessuno. Fanno tenerezza e rabbia e simpatia. Ma in ultima analisi nessuno si illude che quella che racconta la strada sia una verità vera; unica. Ogni abitante fa fare agli altri quello che gli chiede la sua fantasia, quello che provano a leggere i suoi occhi. Cioè tutto è vero dove tutto e impressione, immaginazione, istinti del momento. E anche qualche vecchio dissapore. Piccole invidie. Più di qualcuno sogna di trovare il pretesto per sentir parlare la signorina Altea. Magari anche solo nell’augurale il buongiorno.
Ci sono dei buchi anche nelle lenzuola della famiglia Giacomazzi. E proprio in quel mentre passa proprio lei, la signorina Altea, di fretta come sempre. Ritta sui tacchi. La fronte alta e il naso aristocratico; che guarda all’insù. Stranamente e per la prima volta è leggermente in disordine. Una ciocca di capelli non è al suo posto. La gonna è leggermente stropicciata. E soprattutto viene dalla parte opposta. E nei suoi occhi c’è un che di disagio. Sono anche più sfuggenti. Come se avesse qualcosa da nascondere. Una storia da non raccontare, che eppure vorrebbe dire. Come un bisogno. Un groppo in gola. Un senso di oppressione. Un che di imbarazzo. Forse sì, forse no. Certo che le facce dicono anche cose che non dovrebbero, che non vorrebbero, forse che nemmeno sono. Ma in lei parla tutto. Tranne gli occhi che non ti guardano.
Ma per la prima volta Giuseppe si volge ad osservarla. Il suo sguardo pare molto interessato, anzi compiaciuto. Non fosse lui si direbbe che gli occhi brillino in uno sguardo cupido. E anche si può ardire dirlo; lui o non lui. Strano per la sua proverbiale distanza e negligenza per tutto e tutti. Per quella sua svagataggine. Invece stavolta segue con attenzione quel suo dondolare sui tacchi e gli scappa persino un fischio di apprezzamento. Appena un sibilo. Cosa ancora più insolita per lui. E altrettanto insolito è il commento che rivolge a voce abbastanza alta a Mircea: “Oggi è proprio… proprio un bel bocconcino. Chi non peccherebbe”? Lei nel dubbio tentenna, ma poi si volta e si lascia scappare un sorriso. Poi prosegue nella sua direzione cercando un’espressione sdegnata. Ma dietro il sussiego gli si legge rallegramento.
Naturalmente Mircea è come sempre lì. Ma lui ci passa la giornata. Lui lì ci sta perché ci vive: chiede su quei gradini compassione. E naturalmente qualche spicciolo. Lui conosce tutta quella piccola fetta di umanità. Ha un sorriso e una parola per tutti. Anche per chi non lo ha mai degnato di uno sguardo. La strada non sarebbe lo stesso viottolo senza di lui. Tutti l’hanno sempre visto lì. Da sempre. Forse già da prima che alla via fosse dato quel nome. E a lui una parola, almeno una volta, magari non sempre garbata, gliel’hanno rivolta tutti, ma proprio tutti. Persino la bella Altea che quando s’è fermata ha dimostrato di avere una bella voce, limpida e suadente. Forse persino un’ombra di simpatia. E’ certo che se entrasse in una qualsiasi di quelle porte non ne uscirebbe senza essere chiacchierata. Ma tanto fa lo stesso, si favoleggia su di lei più che su qualsiasi altro passante. Ma nessuno ha mai creduto alle storie raccontate da Luigi. Luigi è un vero leone, ma solo dopo il terzo bicchiere di rosso.
Passa un tipo strano, mai visto prima. La cosa inconsueta è che lui passi per quella via. Non è che una piccola stradina e non è nemmeno molto frequentata. Non ci sono molti negozi. E nessuno di particolare interesse. Non un ufficio postale. Non ci si trova da parcheggiare. E’ fuori dai percorsi più usati e non porta pressoché da nessuna parte. E’ per questo che non ci passano che poche persone. Sempre le stesse. Quelle che sono costrette ad attraversarla perché ci abitano o abitano nella sua prossimità. Quelli insomma che ce l’hanno nel loro percorso quotidiano. Che non possono diversamente. Anche perché c’è un odore di vecchio in quella strada. Non un odore sgradevole, ma da di malinconia. Di cose perdute. Sfuggite tra le dita.
Tutta via dei Pioli, sull’origine del nome è meglio soprassedere, resta sorpresa, anzi interdetta, nel vedere il “povero” Artemio tornare sui suoi passi. Fermarsi con Mircea. Lasciare nel suo cappello, per la prima volta, una moneta e da due euro. E poi anzi mettersi con lui a parlare invitandolo a prendere un caffè. Naturalmente l’altro accetta e vanno al piccolo bar. In realtà i due si prendono il primo un amaro e il secondo un marsala, ma la cosa non ha grande rilievo nella successione dei fatti. L’Artemio si sforza a parlare, ha sempre litigato con le parole, e racconta all’improvvisato compare che ormai vive da solo da quando lei se n’è andata, da quel lontano giorno. Sembra liberarsi con sollievo delle semplici frasi. Gli confida che quello è il suo ultimo giorno di lavoro e che quello che ha in tasca è il suo ultimo stipendio. Stavolta Mircea non trova risposte. Eppure anche il giovane, pur di dire qualcosa, si lascia a confidenze. Gli spiega che lui è un informatico e che un giorno scriverà il linguaggio dei linguaggi. Per un attimo sembrano volersi abbracciare e si osservano stupiti l’uno dell’altro. La scarpa del “povero” Artemio è ancora slacciata. Un’ombra di barba gli sporca il viso; è visibile solo da vicino.
Ora fatemi andare. I nomi delle persone, naturalmente, non sempre corrispondono. Alcuni li ha coniati lo stesso Mircea guardandoli; per distinguerli. E’ il suo modo di apostrofarli dopo un titolo, anche questo suggerito dal loro aspetto. Leone è anche il professore. Probabilmente nel suo caso, perché di lui si sa che non è il suo vero nome, viene appellato così per i suoi folti capelli e per i piccoli occhiali sempre sulla punta del naso. Chi racconta, in questo caso, preferisce l’anonimato; cioè non dire chi dei passanti lui sia. E’ uno e ha cercato di evitare di dare un giudizio di sé. Non è detto che ci sia riuscito. Questo è il quotidiano vivere, veramente e brevemente una parte di esso, di quella piccola strada. Se ci passate non cercate di individuare le persone da questo racconto. Tutto è solo dentro queste righe. Il resto è vita.

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venerdì 29 novembre, ore 18.00
Centro Culturale Candiani
Venezia – Mestre: Via Guglielmo Pepe, 10 (dietro Piazza Ferretto)
Schermo d’Autore. Incontri con i registi

Una terra senza nome:

giornata internazionale di solidarietà con la Palestina
Spettacolo di parole, suoni e musica sulla realtà della Palestina e sulla sua lotta per la libertà. Ci accompagnerà nel percorso l’amico attore Fiorenzo Fiorito.
in collaborazione con Associazione Culturale Restiamo Umani con Vik – Venezia, AssoPace Palestina – Venezia, AssoPace Palestina – Bologna
Performance dell’attore Fiorenzo Fiorito e proiezioni di video sulla realtà della Palestinaa a 65 anni dall’occupazione
L’incontro, dedicato alla Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, si compone di un percorso di poesie, racconti e parole che accompagnano video sulla realtà della Palestina a 65 anni dall’occupazione.
Si propone di mettere in luce le condizioni di vita del popolo palestinese che difficilmente vengono trattate dai media: l’ingiustizia dell’occupazione della propria terra e delle proprie case, il negato diritto al ritorno e alla possibilità di dare un nome al proprio territorio, e un futuro di giustizia e libertà ai propri figli.
La performance di Fiorenzo Fiorito mira a far conoscere, non solo la situazione palestinese, ma anche la cultura di questa terra e la testimonianza di chi ha vissuto e vive una condizione di mancanza di diritti.

Fiorenzo Fiorito, attore, poeta, autore, regista. Inizia la sua attività nel teatro di ricerca fra la Sicilia e Roma. Nel 1989 inaugura insieme a Valentina Fortunato, con lo spettacolo Conversazione in Sicilia, il Piccolo Teatro di Catania di Gianni Salvo col quale comincia una proficua collaborazione che ancora continua. Nel 1995 fonda l’Ass. Culturale “Cratere Centrale: centro mediterraneo di ricerca e di antropologia teatrale”, con la quale pubblica un libro di poesie Il cielo è diviso in quartieri; conduce diversi laboratori di teatro-danza e produce spettacoli, vincendo anche premi nazionali. Nell’ambito del teatro-danza prende parte, come attore-danzatore allo spettacolo Hautnah a Amburgo e in altri paesi europei. Come autore, scrive e dirige se stesso nelle opere Angelo Dell’Angelo e Evoluzioni dell’Angelo per la rassegna interdisciplinare e multimediale “Cultania” del Comune di Catania. Prende parte a diverse produzioni del Teatro Stabile di Catania col quale ancora oggi collabora. Svolge attività in vari circuiti regionali e nazionali nel corso degli anni a seguire trattando autori quali: Vittorini, Verga, Pirandello, Euripide, Pasolini, Eduardo, Majakovskij, Beckett. Ha lavorato con vari autori e registi a teatro, al cinema e in produzioni televisive.

sala seminariale primo piano
ingresso libero

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pittura con tecnica mista su cartone telatoDi queste parole
fragili
menzogna, vergogna, pudore,
rimorso
di queste parole
io chiedo perdono:
a chi ama
e a chi soffre,
a chi sogna di notte la luna
-e lei è lì, dietro il vetro-
a chi a quella luna canta
e a chi a quella luna abbaia,
a chi piange un ricordo
a chi ha creduto
perduto
e a chi cerca ancora un rifugio
-tra i pochi suoi stracci-
e a tutti quelli scordati
di queste parole
che non sanno farsi poesia
e a loro
chiedo ammenda
ma io ho sbagliato;
ho sbagliato
di queste parole
perché stanotte ho sognato
di queste parole
nate per esser private
e così stropicciate
tradite
e allora tu
tu fanne un unico messaggio segreto
lasciale sole
e chiudile tra le pagine del libro che ami
e chiudi quel libro tra gli altri
nella tua personale libreria
e scordale lì
queste parole
e loro torneranno ad essere
solo un sussurro d’amore.

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Mamma, povera mamma era rimasta sola, sola con me. Il babbo se n’era andato. Lei non ne vuole parlare. Non le piace farlo. Eppure tutto andava bene. Almeno fino a quando non è sparito, all’improvviso. Continuò a non sapere né dove né perché. E lei si sta smagrendo, povera mamma. Forse sono io a non essere fatto come tutti gli altri. E io non sono uno che crede alle chiacchiere. Ma ci sono cose che ti segnano dentro; per sempre. O almeno a me succede così. E così è successo. E’ da allora che non prendo più caffè. Al massimo un orzo. E che il pensiero mi torna. Mi tormenta. E mi mette in imbarazzo.
Noi si abitava ancora in quella casa al 23. Di soldi non ce n’erano molti. Cominciavamo a dover fare qualche piccolo sacrificio. Soprattutto mamma. Io a scuola cercavo di andare meglio che potevo. Insomma quelle cose di una famiglia normale. Che in questo caso non hanno nemmeno tanta importanza. Perché volevo parlare di quella mattina. Di quella precisa mattina. Di quel maledetto giorno. La signora Luciana era appena uscita. Per fare le spese. Non mi ricordò perché non fossi a scuola; maledetta quella volta. L’avevo sentita io uscire. Avevo sentito chiudersi la porta. Non ricordo nemmeno perché ci avessi fatto caso. Forse perché cominciavo a provare certe curiosità. E la signora Luciana era così diversa da mia madre che era, poveretta, così magra. E perciò il signor Ludovico doveva essere solo in casa. Forse era un sabato.
La signora Luciana e il marito stavano sullo stesso nostro pianerottolo. Se non lo spiego è difficile capire. Ecco perché sapevo tutte quelle cose. E il perché di quei rumori. E della mia attenzione per i rumori. Quei condomini, come tutti quelli di oggi, erano come alveari. E con i muri sottili come un foglio di quaderno. Si sente tutto e a volte anche troppo. Certamente in quel momento avevo lo stereo spento; altrimenti non si spiega. Dicevo che avevo sentito la signora Luciana uscire e subito dopo ho sentito uscire la mamma. Anche lei doveva aver sentito quello che avevo sentito io. Non erano passati che pochi minuti. Pensai che volesse raggiungere la signora Luciana. Che le volesse chiedere di prenderle qualcosa al mercato. Pensai a cose così. Sì! se mamma era a casa doveva essere sabato. Comunque non era di turno. E aveva suonato al campanello dei vicini. I campanelli sembrano tutti uguali. E poi quello lo sentivo bene perché la porta era proprio di fronte alla nostra: “Perché non viene a prendere un caffè”?
Lei è sempre stata gentile. E lui doveva avere accettato. E io forse ero ancora un ragazzino. Troppo ragazzino. In quell’età in cui alle cose ci devi sbattere il muso. Ricordo ancora perfettamente le sue parole. Il suo invito. Così cortese. Garbato. A bassa voce per non disturbare. Forse pensando stessi studiando. Forse perché mamma chiacchierava spesso e a lungo con la signora Luciana, ma non l’avevo mai vista parlare con lui più di qualche parola. Invece ho smesso il gioco per seguire i rumori dei passi. Ma i rumori di quei passi non portavano in cucina. Io la cucina ce l’avevo di là dal muro. Avevano percorso tutto il corridoio. Infatti la cucina era vuota. Come prevedevo. Andai fino in salotto e non ci trovai nessuno. E non avevo sentito borbottare la moka. Buttai un occhio anche in bagno anche se era una cosa stupida. Stavo per tornare nella mia cameretta. Avrei fatto meglio. Qualcosa non mi convinceva. In quella calma.
Non che sia solitamente un impiccione. Non so cosa avessi quella mattina. Non trovavo pace nel non trovare quelle risposte. Pensai che doveva essere uscita così com’era. Vestita da casa. In disordine. Vorrei saper prendermi più cura di mamma. Poi tornai a seguire silenzioso i rumori. Erano diversi e anche con una specie di risatina. La porta era chiusa. Per un attimo non riuscii a capire perché il caffè lo dovessero prendere in camera da letto. Allora avrei voluto gridarlo: “Mamma, perché”? e forse ho sbagliato a non farlo. Il fatto è anche che la curiosità mi ha spinto a sbirciare. Quel tarlo m’è rimasto in testa. Non prendo più caffè, solo qualche orzo. Bere caffè mi sembra volgare. E poi mi da ansia.

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Giardini. Lei sta allattando. Due tette che non sembrano sue. E il piccolo attaccato che succhia. Capelli lisci. Biondi. La gonna fin troppo corta. Due gambe lunghe. Gambe tornite. Ginocchia con una loro personalità. Intanto il bimbo poppa a tutto spiano.
Bello”.
E’ una bambina”.
Mi scusi. Sa? A questa età”.
Scherza. Non si preoccupi. Succede a tanti”.
Tanti”?
Quasi a tutti”.
Mangia molto”?
Dipende”.
Da cosa”?
Ci sono giorni che non ho proprio appetito”.
”.
”.
E’ sua”?
L’ho trovata qui”.
Scherza? Ma è bellissima”.
Solitamente è una domanda stupida, ma in questo caso… Cosa vuole sapere? Mi chieda pure”.
”.
Bella giornata”…
Come si chiama”?
Tiziana”.
E lei”?
E’ di un’amica”.
Dovete essere molto amiche”.
Per nulla. Ci conosciamo appena. E’ solo ch’è di turno alla casse al supermercato. Sa? non ha la mamma. No! non pensi… solo che la mamma non gliela può tenere. E’ appena arrivata. Al quarto piano. Io sto al secondo. Vengo qui anche per studiare. Non ci siamo mai visti? Lei non viene spesso ai giardini? Io riesco a leggere tranquilla. A isolarmi. Non so come mi sia presa questa curiosità. Noi donne abbiamo questo senso della maternità”.
Lavora molto”?
Sono studentessa”.
E’ una cosa che noi uomini non possiamo sapere”.
Vorrà dire capire”.
Mi riferivo alla bimba”.
Da uno strano solletico, un particolare piacere, sentirla suggere. Credo si dica anche così. Insomma ciucciare”.
Certo che dev’essere bello”.
Non dovrebbe chiederlo a me. Non posso parlare per gli altri. Credo di sì”.
Dicevo con la bambina”.
Dicevo anch’io. Bisognerebbe chiederlo alla mamma. Non sono di quelle”.
E per la mamma”?
Direi di sì. Certo non posso esser certa. Cioè… E’ che non sono mai stata mamma. Però penso che qualcosa… Potrei anche dirle… spero mi capisca. Mica posso qui, ai giardini. Mi spiace. Per lei. Giusto prima… dicevo a uno… ma quello mi ha infastidita. Non mi levava gli occhi da dosso. Oh! Mi scusi. Non volevo. Lei si vede ch’è una persona educata. Con lei non mi da disturbo. Starei a parlare per ore. Solo che mica possiamo. Qui ai giardini. La gente è così. Pronta a giudicare. Mi capisce? E poi, prima di lei me ne stavo tranquilla. Non mi aspettavo tante domande. Lei è proprio un tipo curioso. E interessante”.
E lei è stata fin troppo cortese”.
“Non costa nulla. La cortesia è gratuita. La goda fin che può. Certo non vorrei dar fastidio a qualcuno”.
E’ solo… che ha mosso la mia curiosità”.
E per cosa”?
Solitamente non sono un tipo curioso. In fondo è la bellezza della vita”.
”.
Dicevo… un bambino, cioè… la bambina”.
Credo che dovrò dargli il biberon. Succhia ma non succhia niente. Povero piccolo. Un po’ mi spiace. Devo ricordarmi anche di lui. Mi ha fatto distrarre. Perdere la testa. Ho dei doveri. Ad essere onesta il fatto è che è bello. Sentirselo attaccato. Da un senso strano. Non vorrei dire ma è eccitante. Non proprio eccitante, non fraintenda, ma eccitante. In qualche modo… mi stuzzica. Non saprei come spiegare. Spero lei mi capisca”.
Più o meno”.
”.
”.
Ha visto abbastanza”?
Come”?
Risposta sbagliata. Scusi, è uno scherzo. Ora posso smettere di… allattare”?
Purtroppo… devo essere onesto. Faccia pure”.
Grazie, cominciavo a averne ansia, cioè abbastanza. Ad esserne stancata. Non è come se… insomma ciuccia a vuoto lei, e in fondo anch’io. E’ come regalare le tette gratis. Non so se mi spiego? Come… come aspettare l’autobus in un giorno di sciopero. Non so come mi vengono queste idee. E poi perché le dico proprio a lei”.
”.
Si fa tardi. Che ora saranno”?
Posso accompagnarla”?
Passiamo dalla mamma. Mi starà già aspettando. Ho insistito molto perché me la presti. Penso non serva più. Se vuole. Non è molto lontano. Le va? Poi sono libera. Proprio libera”.

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guernicaMi muovo circospetto. In silenzio. La testa china. Ormai è solo abitudine. Regole. Il mandato a memoria. Per quanto ci sia memoria. Dobbiamo temere tutto e niente. Lui è al mio fianco. Il sole è nascosto dalle nubi. Le nubi dal fumo. Guardo l’ora: dovrebbe essere l’imbrunire. La notte è ombre. E’ un’immensa ombra; buia. E’ l’unica cosa che si muove. Si avvicina. Toglie il respiro. Non ti consola. Ti rilancia i pensieri. E non ti fa da rifugio. Mette solo rimpianto. Allora ti riconosce solo la voce. Sono solo. Dietro un muro. Quello che ne resta. Guardo con rispetto questo vecchio combattente.
In certi momenti mi odio. Pare non avere dubbi. Tra tanta cianfrusaglia porta nello zaino quel vecchio libro. Ad ogni pausa, in ogni momento è lì a leggerlo. In silenzio. Fruga tra tutte le carabattole inutili e riprende da dove aveva lasciato. Non è mai stato di tante parole. Nemmeno ricordo il suono della sua voce. Poggia il fucile e il casco e sprofonda tra quelle pagine. Di tanto in tanto scoppia in risa amare. Dev’essere un testo o pieno di ironia o pieno di troppa antropica saggezza. Ormai è logoro come la disperazione. Per l’uso; ripetuto. Per il gesto di essere riposto scomodo nella sacca. Per esserne continuamente rintracciato.
Per chi non vive questa follia persino le voci diventano clienti. Sono scappate. Vanno interpretate. Spiegate. Ricostruite. Non è vita questa. E’ una condanna. Tra le mura sgretolate della città ormai vuota. Non un edificio è rimasto in piedi. Niente. Solo rovine e macerie. Calcinacci pisciano polvere. Resta il chiodo. Il quadro chissà dov’è finito. Seppellito. Raccattato. Bottino infimo e inutile. Poco distante c’è una scarpa. Misura da bambina. Ormai niente è niente. Nulla ha identità. Né età. Siamo tutti uguali: vittime. E’ una immensa follia. E scaccio il pensiero. Per una riflessione simile c’è solo la fucilazione alle spalle. Improbabile anche quella. Tacciamo e ci sentiamo dimenticati.
E allora… dicevo del vecchio combattente. Combattente è già una parola impropria. Belligerante? forse. Sopravvissuto? certamente. In questo preciso istante. Non bisogna affidarsi al tempo. Il tempo non c’è. E’ un inganno. Come tutto il resto. Siamo come i soldatini di un assurdo Risiko. Immobili e inutili come in una ricostruzione di una celebre battaglia. Tra brandelli di passato e presente. Tra calcinacci. Solo attori di una vuota attesa. Appiccicati al suolo. Esattamente come statuine in un presepe surreale. Immobili. Io con un ginocchio sulle pietre. Le orecchie tese. Gli occhi ciechi. Lui ha ripreso a leggere. Isolato. Da solo. Anche se avessi una domanda non avrebbe risposte. E inoltre non gliene importa più. Credo non abbiamo mai contato. Mi rendo conto di non sapere nulla di lui. Ed è l’unica persona che mi è rimasta. L’unica certezza.
Vecchio? Qui ormai l’età media si misura in mesi, quando non in settimane o ore. E’ l’età media di sopravvivenza. Può arrivare improvviso il tanfo putrido del gas che sale dal basso. E quando arriva è già tardi. O cade come un baleno improvviso la morte che decide a caso. Sotto forma di qualche nuovo lampo. Esattamente come bengala; silenziosi. Filanti. Traccianti. Senza alcun preavviso. L’industria militare è l’unica rimasta in piedi. Florida e pasciuta. E nemmeno sai il mittente. E’ indifferente. E forse non ha nemmeno la mia età. Solo che ognuno vede l’altro. Non c’è uno specchio per questi giorni. Mi passo le dita sulla barba. Non ho mai sopportato di averla lunga. Di sentirmi pungere le dita. E le guance.
Guardo la foto di Greta. E’ solo un momento. Mi riprendo subito. E’ sgualcita come il suo libro. Sciupati entrambi dall’uso. Non prendo la lettera. Quando la rileggo mi intenerisco. Non è il caso. E la potrei interpretare come una preghiera. Non ho più sue notizie da quella. E’ l’unica. Ero ancora in viaggio. Nell’epoca delle comunicazioni. Del mondo breve. Delle troppe notizie. Da troppo non abbiamo più notizie. I satelliti, tutto è oscurato. Non siamo sicuri che siano al sicuro. Non sappiamo nulla del mondo fuori. Forse si è salvata. Forse ha preferito vivere. Sono partito che mia madre stava facendo i tortelli. Le valigie già pronte. Le loro poche cose. Ma era venerdì. Per lei, in quei momenti tutto restava fuori. Le era estraneo. Si isolava. Nemmeno sentiva i boati. E tutto si stava velocemente approssimando. “Non puoi proprio?” –mi da chiesto. Lei ha la sua logica. Le sue regole. Il suo mondo è a sua misura. Non ho avuto nemmeno il tempo per lasciarla finire. Carlo era giù. Mi aspettava. Il motore caldo. Mi chiedo ancora dove aveva trovato la macchina. Via dall’inferno per l’inferno.
Ha ragione Marco quando dice che siamo gli utili idioti. Non noi, tutti. Dice che l’ha sentito dire. E mi chiedo utili a chi? A Cosa? Non ne sono certo. In verità non mi sento utile nemmeno per la speranza. Per l’illusione. Mi sento solo un pezzo di carne. Come tutti. Noi di Libertà & Pace. Tutti contro tutti. Ormai nessuno ricorda il perché. Soprattutto contro quelli di Pace & Libertà. Proprio perché così prossimi e distanti. Perché hanno capovolto ciò un cui credevamo. O siamo stati noi? Non è importante. Tanto siamo qui. Ci possiamo riconoscere solo nella brigata. Persino le divise, se così si possono chiamare, sono simili. Quando non uguali. Tanto non usciamo quasi mai. Ci muoviamo poco e circospetti. Non ci fidiamo nemmeno di noi stessi. Una parola sola ti può condannare. Il nemico è da per tutto. Davanti, ma anche al fianco e, peggio, dietro. E’ il loro senso del dovere. La dignità. L’orgoglio. La mamma. Tutti nemici di tutti. Sono anche quelli di Democrazia & mercato. E quelli di Fede & progresso. E tutti gli altri. Me compreso?
Spariamo a tutto quello che si muove. Qualche volta ne esce una cena. Qualcosa da addentare. Sempre più raramente. Il più delle volte un lutto. Continuiamo a pregare che non sia il nostro. O quello di un amico. Magari provocato da noi. Non è assolutamente raro. Ripeto: si spara a tutto quello che si muove. O si viene sparati. Alla fine fa poca differenza. Ormai vige la noia. E non si riesce più a stare all’erta più di qualche minuto. I nervi si logorano immediatamente. Sono anzi già logorati. Prima dell’inizio della prima missione. Difficilmente c’è una seconda. Mai un momento per pentirsi. E’ tardi. Tutto è scritto quando esce il tuo nome. Come in una lotteria. Hai vinto il primo premio. E parti. Niente ti lascia una alternativa. Sarebbe inutile. Hanno riempito il niente di niente. E certi dio non cadere nel sonno. Per paura. Paura di non svegliarti. Pausa soprattutto degli incubi.
Scaramucce. La chiamano così questa falcidia. Tanto è impossibile sparare alla morte. Viene quando vuole. Giochiamo solo a fare i guerrieri. Come detto. I combattenti. Noi della commissione aziendale. Contro tutti. Come detto. E contro quelli della delegazione di agenzia. Come detto. Ma la percentuale più alta per morire è data dai suicidi. Seguiti a distanza dalle esecuzioni. Il peggio è che siamo i delatori di noi stessi. Ma ciò che mi rincuora è che non conto nulla. Sono una cimice. Che nemmeno punge. Un niente. Sono i giudici a dover temere. Loro. Gli onnipotenti. Ad aver qualcosa da perdere. E quelli che decidono. Anche per gli altri. E’ un attimo. Trovarsi da giudici a giudicati. E il giudizio è sempre quello: esecuzione. Basta un attimo. Una parola. Una passata discordia. Una nuova antipatia. Un nulla. Il caso. Vecchie regole di una vecchia comare: la guerra.
Il vecchio saggio torna a tirare fuori il testo di filosofia pragmatica: la bibbia. E sento la sua voce; mi commuove. Gliene sono grato. Sono le ultime parole che dice. Mi spiega che gli ha spiegato che c’è solo la morale della convenienza. Soggettiva. Assolutamente. Quella del piacere e del dovere. Nessun rispetto. E soprattutto che vivere è sopravvivere. E’ un atto di forza. L’arroganza della violenza. La ragione è di chi spara per primo. Di chi spara. Di chi può ancora farlo. Dei superstiti. La vita è questa lotteria. Si basa su una selezione naturale: lo sterminio dell’altro. Non ho capito chi è, l’altro. E mi sento io, quell’altro. Lo guardo storto e ho già sparato.

E ancora questa perché è una splendida versione:

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