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Archive for dicembre 2013

poesiaPoesia d’amore e labbra disperate
ti accoglie il mattino prima ancora che sapere
c’è un sordo ruggito nell’aria:
ascolta.
Ascolta quello che porta questo vento,
è solo scirocco,
mentre la marea sale quasi prudente,
ascolta bene
quando parla di te, di noi; degli altri
e del mondo fuori
e del mondo al buio
e del mondo dentro
silenzioso come non ci fosse.
Lui ricorda i nomi, questo vento,
tutti i nomi
e non quelli delle belve;
solo quelli delle vittime:
Hala Abou Sabikha avrà sempre tre anni
e non smetterà di guardarti
gli occhi fissi su un perché?
ma alcuni restano aggrappati alle cose
come quello di Dima morta di dolore
e quello di Zaher Rezai con un pugno di poesie
proprio davanti alla porta di questa casa
mentre sognava di Pace.
Morti diverse
come se si potesse morire diversamente che subendo morte;
ma sono troppi
e troppo è il dolore
anche se il vento sussurra soltanto
si riempiono di incubi le notti.
Vorrei un attimo di speranza:
è strano come le grida dei gabbiani
abbiano il suono del mio orrore
più strano è come riusciamo a liberarci dell’angoscia
e della colpa
mutuando il silenzio;
fin troppo strano,
e non ho che queste parole
e mani inutili
e inutili diventano persino le parole
mentre le lacrime suonano sulle corde del dolore
armonie che hanno il suono delle pietre;
e gli stessi duri accordi.
Non c’è nessun perdono
e noi siamo
anche senza consapevolezza.

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Ho una cultura. E lo spazio per sistemarla. Cerco di portarla sempre con me. E la tengo lì, nell’altra stanza. Beh! non proprio una cultura. Più che altro è una ipotesi; se così si può dire. L’ho raccattata qua e là. Un frammento in un angolo; era stato buttato. Un altro in un altro giorno. Trovato in mezzo ad avanzi e robaccia. Lasciato al vento come inutile. Uno in un sogno d’estate. Uno sul sedile d’un treno. Tra una noia e l’altra. Un altro… beh! non ricordo dove. Non posso ricordare tutto. Forse i primi indizi, i primi frammenti, me li aveva lasciati papà. Meglio e di più: un vecchio zio? Pezzetti strani. E confusi. Ricordo un diario. Ragazzi in una via ungherese. Mi resta ancora la tristezza finale di quella lettura. Poi cronache per massacri con grida a voce e orchestrina. Liriche disperdentesi. Insomma ricordo come e quello che posso. Perché a volte la memoria inganna.
All’inizio mi davo da solo del pazzo. Perché conservare quelle cose. Intanto, quasi senza accorgermene, stavo diventando uomo. E poi ho cominciato a unire le tessere. A ricomporre quello strano puzzle. Ma non si incastravano. Solo qualcuna. Mancavano parti. Ritagli. Certe le cerco ancora e so che continuerò a cercarle sempre. Sono anche il frutto di quell’albero strano che da la curiosità. Quella, la curiosità, non è una strana malattia. Nemmeno un vizio. E così cercavo qua e là distrattamente, in silenzio, come ne provassi vergogna. Ci vuole tempo per capire. E così, e poi, ancora tempo. E così mi riempivo di ricordi. E di piacere. Non sempre piacevole. Lisciando le pagine con gesto religioso. Come si accarezza il capo di un figlio cucciolo. E poi un uomo senza più le gambe. E un minatore che scopriva la luna. La pesca con una testa di cavallo. E bambini che ricordavano orrori che l’uomo non aveva il coraggio di guardare. E gelo con latrati di lupi. La prima volta che sono entrato in un cinema. Molto prima del cinema militante. E le lunghe strade americane. Meravigliosa invenzione il Bebop. E avanti, avanti, avanti. E una carta d’identità. Perché anche in arabo si può fare poesia. Grande poesia. Tessere di un mosaico pieno di colori. Nella meraviglia per gli occhi siamo tutti fratelli. E ancora rime distratte. Da ogni parte del mondo. Di quel mondo di cui vorrei conoscere tutte le lingue. E invece so solo le mie. Quelle di mia madre. E quelle, forse, di mia figlia. Le altre altro non sono che suono. Temo d’averlo già detto. Peccato.
Sono di ritorno da un viaggio. La prossima volta vorrei andare a Barcellona. E anch’io vorrei avere le ali. La mia ignoranza è la massima offesa. Sì! un peccato responsabile. Ci convivo a fatica. Me la rimprovero. Ma… Chissà cosa scoprirò domani? Ne sto scartando una proprio ora. Col fiato sospeso pronto alla meraviglia. Datemi del pazzo. Ne godo già. E allora ne parlo. Ne parlo perché anche le semplici parole possono essere vita. Pure quelle di un amico. Soprattutto quando ti arrivano con un abbraccio. Perché se una sera sono solo, se sono triste, ma anche se sono allegro, e in compagnia, c’è sempre un libro da sognare. Di cui parlare. E sono ricco anche di quello che non so. Non preoccupatevi per me: è solo un piccolo ed inutile racconto, questo. Se si cerca un perché si rischia di imbattersi in più di una risposta. Perché l’unica verità e l’unica libertà da tutte le schiavitù è nel sapere. Perché nel non sempre lieve cammino della vita è certamente meglio circondarsi di bello. Perché è in quel bello che prende vita la vita stessa. Perché è meraviglioso dar vita all’amore cantando l’amore. Perché la poesia si chiama poesia proprio perché è essenza e poesia. Perché c’è sempre una canzone per ogni momento della vita. Perché ancora cantano i poeti andalusi di allora; mentre allora tacevano le arpe sui rami dei salici. Quale orrore, quel silenzio. Perché le parole più belle le ho trovate scritte con lo spray su un muro; e colavano alla pioggia. Perché quelle di un amico mi fanno compagnia anche se lui è a Bologna e io a Venezia. Per il colore e il vino della notte. Perché quel giorno che aprendo uno di quei fogli ci ho letto che “Il più bello dei mari / è quello che non navigammo” mi son sorpreso a versare lacrime felici. E mi son promesso di continuare a navigare. Avrei voluto essere isola. Sono solo un guscio di piccola barchetta. Perché quelle parole avrei voluto trovarle dentro e poterle masticare e digerire per poi risputarle. E dopo scartato l’ultimo pensiero alzo gli occhi al cielo e sulla laguna c’è un magnifico tramonto. La più bella di tutte le poesie. La più meravigliosa di tutte le meraviglie. E ancora guardo a domani abbracciato a Lei. Ascolta anche tu il rumore pudico si queste onde sulle sue rive. Ascolta e sogna.

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tazzina di caffèSenza una precisa ragione si trovò a pensare a quel ragazzo di ieri. O forse per quella lettura. O forse era solo per la crudele interferenza nella sua vita di quella miope burocrazia ricattatoria? Quella lettera gli recava confusione, come un turbinio in testa. Ci sono cosa da cui non ci si può difendere. Una era il nulla di quella spietata stupidità. Incomprensibile. Strano. Non c’era una ragione precisa. Forse semplicemente perché fuori si faceva sera. Pensò al Castello. Troppo peso nella sua coscienza. Nella sua misera cultura. Quel ricordo. Un Castello di carte. Cosa era rimasto? Di quel ragazzo, si intende. Cosa era cambiato. Lo trovava puerile. Puerile e anche un poco stupido. E lui lo conosceva bene quel ragazzo; per averne vestito i panni. E forse perché li vestiva ancora. Piccoli entusiasmi istantaneamente sbiaditi. Sogni, sempre di piccole dimensioni, e dosi. Ideali. Forse come tanti ragazzi. A vent’anni si è costretti ad avere vent’anni. E anche oltre. E lui era così; sì! lo sapeva bene. Era stato solo un ragazzo. Qualunque. Stupido e forse anche un poco vigliacco. Un ragazzo dal quale, per uno strano destino, per una assurda alchimia, perché veniva in un quartiere che era il centro del mondo e alla stesso tempo la sua stessa periferia? Un ragazzo dal quale tutti si aspettavano qualcosa. Ma cosa? Persino i suoi ricordi soffrivano di una leggera forma di balbuzie. Un ragazzo un po’ taciturno. Con la testa vuota e confusa. Un ragazzo che pensava a un futuro. Da cui tutti, come detto, parevano aspettarsi qualcosa. Un ragazzo che con pervicace testardaggine riusciva a deludere tutti; pienamente. A deludere ogni aspettativa. In una sorta di inseguimento all’annullamento. Un ragazzo che non era mai riuscito ad amare nemmeno se stesso. Con la paura di amare. E il suo doppio. E il suo contrario. E ora una tazza dove il caffè si era freddato.
Pronunciava con un certo pudore, e un po’ di vergona, quel pronome: io. Troppo rumoroso. Roboante. Fin troppo frequentato di questi tempi. Avrebbe semplicemente voluto non essere. Si accoccolò sulla poltrona e riprese a leggere; Ritorno a Haifa. Forse non era rilevante. L’Italia non stava cambiando. Semplicemente si aggravava quella sua malattia. E si sentiva come parte di quella metastasi. Dopo non si può far tesoro di quello che non si è fatto. Non si può menar vanto dei propri insuccessi. Degli appuntamenti mancati. Dei fallimenti. Di quell’estraniarsi. Cosa importa quello che si sarebbe potuto essere? Quando la vita è scappata… come sabbia tra le dita. E gli era scappata. Dissolta. Aveva solo fragili ricordi. Una catasta di non fatto. E non era certo nemmeno di quelli. Che fossero. Alla fine che cosa aveva realizzato? Si era limitato a registrare le nascite e le morti degli altri. Semplicemente un contabile scrivano all’anagrafe. E a pensarci bene tra quelle due date non c’era nessun segno di vita. Nei suoi libri. Nel programma informatico dell’ufficio. Solo nato e una data. Morto e una data. Forse questo e solo questo era il sintomo del suo fallimento. A ripetere nomi di sconosciuti e a elencarli. E quando trovava qualche nome che aveva incontrato non riusciva nemmeno più a sentire una qualche partecipazione. Sì! Luisa aveva avuto un bambino. E allora? Era importante quando il fatto che lui stava festeggiando da solo il suo cinquantesimo compleanno. O forse era il cinquantunesimo. Di un fallimento non con gli altri ma con sé. Di una vita sperperata tra un campari e il tifo per una squadra che inseguiva testardamente –anch’essa– l’insuccesso. Rimandando gli appuntamenti. Solo che ora sentiva che era ormai troppo tardi. Tardi persino per i rimpianti. Mica si può tornare indietro. La vita continuava a restare fuori. Dietro le tende che sarebbero state da lavare.
Si risvegliò con ancora il libro sulle ginocchia, in un equilibrio precario, e gli occhiali sulla punta del naso. Si risvegliò e nulla era cambiato. Solo alcune parole pendevano ancora sospese al soffitto con fili invisibili. Tra quelle c’era il suo nome. Si risvegliò uguale a quando s’era assopito. E con il ricordo di un sogno: quel telefonino nuovo era uno strano attrezzo nella sua mano. Un mezzo che non riusciva a usare. E lui aveva bisogno di comunicare. Si risvegliò con il sintomo di un grido in gola taciuto eppure impellente, con quel senso di angoscia nel petto. Guardandosi intorno come un estraneo, a tutto. Cercando di capire. Di raccapezzarsi. Dove non c’era più nulla da capire. Nell’impossibilità di sentire una voce. I piatti nel lavello. Un silenzio che faceva male. Una leggera tachicardia. La bocca secca. Il naso chiuso. La sua voce afona risuonava per le stanze vuote con un pronunciato eco. Pareva che tutto il mondo lo avesse lasciato. Come lo aveva lasciato lei. Nello stesso identico modo. Semplicemente girandogli le spalle, delusa. Prendendo la porta. E non aveva nessun diritto di protestare. Semplicemente si era negato qualsiasi diritto. Guardò l’ora e accese la televisione: era in ritardo anche per quell’appuntamento. Si ricordò di non avere appetito.

Pastty Pravo in una diversa versione con diverso testo (forse migliore) della stessa canzone:

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27 ottobre 2013 Dichiarazione di Robben Island, Sudafrica: Lancio della Campagna mondiale “Per la liberazione di Marwan Barghouti e tutti i prigionieri palestinesi”

Comitato Internazionale, primi aderenti: Ahmed Qathrada, i premi Nobel, Vescovo, Desmond Tutu, Jody Williams, Adolfo Perez Esquivel, Josè Ramos Horta, Maireread Maguire e poi Angela Davis, Joan Burton, ministro, Lena Hjelm- Wallen, già ministro, Svezia, Christiane Hessel (a nome anche di Stephen Hessel, tra gli estensori della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo)

”Noi, i firmatari, affermiamo la nostra convinzione che la libertà e la dignità sono l’essenza della civiltà.

Persone di tutto il mondo e nel corso della storia si sono levate in difesa della loro libertà e della loro dignità contro il dominio coloniale, l’oppressione, l’apartheid e la segregazione.

Generazioni di uomini e donne hanno fatto grandi sacrifici per forgiare valori universali, difendere le libertà fondamentali e far progredire il diritto internazionale e i diritti umani.

Non vi è un rischio maggiore per la nostra civiltà che abbandonare questi principi e consentire irresponsabilmente la loro violazione e negazione. Il popolo Palestinese ha lottato per decenni per la giustizia e la concretizzazione dei propri diritti inalienabili. Tali diritti sono stati più volte ribaditi da innumerevoli risoluzioni delle Nazioni Unite.

Valori universali, legislazione internazionale e diritti umani non possono fermarsi alle frontiere, né è possibile ammettere che si usino due pesi e due misure, e devono essere applicati anche in Palestina.

Questa è la strada da seguire per una pace giusta e duratura nella regione, a beneficio di tutti i suoi popoli.

L’applicazione di questi diritti comporta la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi, in quanto la loro prigionia altro non è che un riflesso della pluridecennale privazione della libertà che il popolo palestinese ha subito e continua a sopportare.

Centinaia di migliaia di palestinesi sono stati imprigionati a un certo punto della loro vita, in uno dei più eclatanti esempi di detenzione di massa che mirano a distruggere il tessuto nazionale e sociale del popolo occupato, e a spezzare la sua volontà di raggiungere la libertà. Migliaia di prigionieri politici palestinesi ancora oggi languono nelle carceri israeliane. Alcuni prigionieri palestinesi hanno trascorso oltre 30 anni nelle carceri israeliane, cosa che fa di Israele la potenza occupante responsabile dei più lunghi periodi di detenzione politica nella storia recente.

Il trattamento dei prigionieri palestinesi dal momento del loro arresto, durante gli interrogatori e il processo, nonché durante la loro detenzione, viola le norme e gli standard previsti dalla legge internazionale. Queste violazioni, tra cui l’assenza di garanzie fondamentali per un giusto processo, il ricorso alla incarcerazione arbitraria, il maltrattamento dei prigionieri e l’uso della tortura, il disprezzo per i diritti dei bambini, la mancanza di assistenza sanitaria per i detenuti malati, il trasferimento dei detenuti nel territorio dello stato occupante e le violazioni del diritto di ricevere visite, così come l’arresto di rappresentanti eletti, richiedono la nostra attenzione e il nostro intervento.

Tra questi prigionieri, un nome è emerso a livello nazionale e internazionale come fondamentale per l’unità, la libertà e la pace.

Marwan Barghouti ha trascorso un totale di quasi due decenni della sua vita nelle carceri israeliane, tra cui gli ultimi 11 anni. È il prigioniero politico palestinese più importante e rinomato, un simbolo della missione del popolo palestinese per la libertà, una figura che unisce e un sostenitore della pace basata sul diritto internazionale.

Tenendo presente come gli sforzi internazionali portarono alla liberazione di Nelson Mandela e di tutti i prigionieri anti-apartheid, riteniamo che la responsabilità morale giuridica e politica della comunità internazionale di assistere il popolo palestinese nella realizzazione dei loro diritti deve contribuire a garantire la libertà di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi.

Chiediamo, quindi, e ci impegniamo ad agire per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi. Fino al loro rilascio, i prigionieri palestinesi, come sancito dal diritto internazionale umanitario e le leggi in materia di diritti umani, devono beneficiare dei loro diritti e le campagne di arresti devono cessare.

Uno dei più importanti segni della disponibilità a fare la pace con il tuo avversario è la liberazione di tutti i suoi prigionieri politici, un potente segnale di riconoscimento dei diritti di un popolo e delle sue naturali rivendicazioni della propria libertà. E’ il segnale di inizio di una nuova era, in cui la libertà aprirà la strada per la pace. Occupazione e pace sono incompatibili.

L’occupazione, in tutte le sue manifestazioni, deve terminare, in modo che la libertà e la dignità possano prevalere. La libertà deve prevalere perché il conflitto cessi e perché i popoli della regione possano vivere in pace e sicurezza.”

[traduzione Angela De Vito]

Dalla prigione di Robben Island, cella di Mandela il 27 Ottobre 2013

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Giardini. Lei sta allattando. Due tette che non sembrano sue. E il piccolo attaccato che succhia. Capelli lisci. Biondi. La gonna fin troppo corta. Due gambe lunghe. Gambe tornite. Ginocchia con una loro personalità. Intanto il bimbo poppa a tutto spiano.
Bello”.
E’ una bambina”.
Mi scusi. Sa? A questa età”.
Scherza. Non si preoccupi. Succede a tanti”.
Tanti”?
Quasi a tutti. E’ che sembro più giovane”.
Mangia molto”?
Dipende”.
Da cosa”?
Ci sono giorni che non ho proprio appetito”.
“…”.
“…”.
E’ sua”?
L’ho trovata qui”.
Scherza? Ma è bellissima”.
Solitamente è una domanda stupida, ma in questo caso… Cosa vuole sapere? chieda”…
“…”.
Bella giornata”…
Ops, mi… Come si chiama”?
Tiziana”.
E lei”?
Io. E’ di un’amica”.
Dovete essere molto amiche”.
Per nulla. Ci conosciamo appena. E’ solo ch’è di turno alla casse al supermercato. Sa? non ha la mamma. No! non pensi… solo che la mamma non gliela può tenere. E’ appena arrivata. Al quarto piano. Io sto al secondo. Vengo qui anche per studiare. Non ci siamo mai visti? Lei non viene spesso ai giardini? Io riesco a leggere tranquilla. A isolarmi. Non so come mi sia presa questa curiosità. Noi donne abbiamo questo senso della maternità”.
Lavora molto”?
Sono studentessa”.
E’ una cosa che noi uomini non possiamo”…
Vorrà dire capire”.
Mi riferivo alla bimba”.
Da uno strano solletico, un particolare piacere, sentirla suggere. Credo si dica anche così. Insomma ciucciare”.
Certo che dev’essere bello”.
Non dovrebbe chiederlo a me. Non posso parlare per gli altri. Credo di sì”.
Dicevo con la bambina”.
Dicevo anch’io. Bisognerebbe chiederlo alla mamma. Non sono di quelle”.
E per la mamma”?
Direi di sì. Certo non posso esser certa. Cioè… E’ che non sono mai stata mamma. Però penso che qualcosa… Potrei anche dirle… spero mi capisca. Mica posso qui, ai giardini. Mi spiace. Per lei. Giusto prima… dicevo a uno… ma quello mi ha infastidita. Non mi levava gli occhi da dosso. Oh! Mi scusi. Non volevo. Lei si vede ch’è una persona educata. Con lei non mi da disturbo. Starei a parlare per ore. Solo che mica possiamo. Qui ai giardini. La gente è così. Pronta a giudicare. Mi capisce? E poi, prima di lei me ne stavo tranquilla. Non mi aspettavo tante domande. Lei è proprio un tipo curioso. E interessante”.
E lei è stata fin troppo cortese”.
Non costa nulla. La cortesia è gratuita. La goda fin che può. Certo non vorrei dar fastidio a qualcuno”.
E’ solo… che ha mosso la mia curiosità”.
E per cosa”?
Solitamente non sono un tipo curioso. In fondo è la bellezza della vita”.
“…”.
Dicevo… un bambino, cioè… la bambina”.
Credo che dovrò dargli il biberon. Succhia ma non succhia niente. Povero piccolo. Un po’ mi spiace. Devo ricordarmi anche di lui. Mi ha fatto distrarre. Perdere la testa. Ho dei doveri. Ad essere onesta il fatto è che è bello. Sentirselo attaccato. Da un senso strano. Non vorrei dire ma è eccitante. Non proprio eccitante, non fraintenda, ma eccitante. In qualche modo… mi stuzzica. Non saprei come spiegare. Spero lei mi capisca”.
Più o meno”.
“…”.
“…”.
Ha visto ab…”?
Come”?
“Risposta sbagliata. Scusi, scherzo. Posso smettere…”?
Purtroppo… se… devo essere onesto. Faccia pure”.
Grazie, cominciavo a averne ansia, cioè abbastanza. Ad esserne stancata. Non è come se… insomma ciuccia a vuoto lei, e in fondo anch’io. E’ come regalare le tette gratis. Non so se mi spiego? Come… come aspettare l’autobus in un giorno di sciopero. Non so come mi vengono queste idee. E poi perché le dico proprio a lei”.
“…”.
Si fa tardi. Che ora saranno”?
Posso accompagnarla”?
Passiamo dalla mamma. Mi starà già aspettando. Ho insistito molto perché me la presti. Penso non serva più. Se vuole. Non è molto lontano. Le va? Poi sono libera. Proprio libera”.

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franca1«Cammino piano per non fare rumore». A guardarlo bene è stato semplice. Come un bacio. Come quel bacio. Spiati dalla luna. Una luna puttana. Quanto si può essere stupidi? Un bacio negato. Ripetutamente. Rimandato. In fondo… solo un bacio. Per capire quello che non volevamo capire. Per capire quello che tutti avevano sotto gli occhi. E noi: unici ciechi. Troppo presi a cavalcare sogni per riconoscere il sogno più grande. Il sogno. Sopra un ponte. Ai piedi di quel ponte. In una Venezia che ci voleva stregati. Di sé e di noi. Eppure lo sapevo. Averti tra le braccia era una magia. Era essere parte dell’universo. Timidi. Impacciati. Soprattutto… stupidi. Ma ora ho il coraggio anche delle parole. E quelle parole hanno un suono dolce. Diventato persino agevole. Consueto. Perché il male che ci siamo voluti oggi non è nemmeno rimpianto. Perché essere in due è poter afferrare il mondo. Quasi sentirsi invincibili. Che mai avrei pensato di poter dire queste parole. Di avere il coraggio di questo noi. Di poter vincere anche l’ultimo pudore. Perdona solo che non ho che queste poche e povere parole. Se ho capito tardi ora so. E ora è per sempre. Nemmeno il dubbio mi può sfiorare. E allora più di quarantuno anni sono solo una parentesi sulla strada di questo immenso Noi. Alla mia dolce Resistente: TI AMO.

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Intorno solo mura, mura di pietra
e il mondo è chiuso fuori e mi spia
da una piccola finestrella mi spia
forse credendo di potersi illudere
ma alla finestrella sbarre e
dietro le sbarre persino la luna
e la luna prova vergogna, da dietro le sbarre.
Vorrei parlare d’amore,
per quelli che hanno chiuso fuori,
e di dolore
e di affetti
e di amicizia
e di rispetto
e del canto al mattino
che lo stesso mattino trattiene in gola,
e degli occhi che mi spiano
illudendosi d’essere liberi, loro;
no! non li libererò.
Vorrei parlarvi di tante cose
e magari metterle in un foglio
un foglio di carta seppure stropicciata
parlarvi di mio figlio
e dell’altro mio figlio
e di mia moglie,
chiudo gli occhi e vedo i suoi occhi,
occhi fieri di donna.
Quante volte mi son chiesto
“è giusto che anche loro
che anche loro paghino questa lotta
… con l’assenza”.
Ma risuona ancora la sua voce
“il nostro amore è nella lotta”.
E vorrei parlarvi anche di cose semplici:
dell’odore dei datteri
del sapore del sale sulla pelle
di come i bimbi giocano sulla sabbia
e sul mattino
e sul mondo
ma questo non è il posto
e queste parole sono solo rabbia
rabbia per quelli che si credono liberi
incatenati alla loro arroganza,
schiavi della crudeltà dell’ignoranza.

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