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Archive for 2 dicembre 2013

Sabra e ChatilaArrivati come un’orda dal mare. In un formicolio immane. Senza essere chiamati. Senza invito. Senza un suono di flauto. Come una torma di cani. Affamati. Come uno sciame di topi. In silenzio. Poi in un boato. Rumoroso. Come il temporale. Senza pioggia. Solo tuoni. Gridato in una lingua strana. Incomprensibile. Senza parole. Fatta solo di suoni. E strana è la loro carne. Hanno una pelle senza colore. Delicata. Nivea. Esangue. Senza sole. Si brucia fin dal mattino. E questo li fa ancora più rabbiosi. Come sciacalli. Animali senza religione. Senza padri. Senza cuore e senza pietà. Senza patria. Senza memoria. Figli di madri sempre incinta. Venuti da lontano. Destinati a tornare lontano. Da dove son venuti. Lasciando solo morte. E malattie. E pianto. A lasciarci guardare a quel mare come una speranza. E ci hanno tolto gli occhi ma noi continuiamo a vedere.
Hanno preso le nostre donne. E anche le ragazzine. E anche ragazzi e uomini. Prese e trascinate per i capelli. Prese a sbattute per terra. E ne hanno fatto scempio. E hanno strizzato il loro seno. E hanno inferto vergogna nel loro ventre. E niente gli è stato abbastanza. Hanno sporcato il nostro mondo col nostro sangue. Delle nostre donne e delle nostre ragazzine le hanno usate e gettate. Ridono e ghignano allo stesso modo. Con lo stesso suono. E la nostra carne e le nostre ossa son diventate terra. E sassi. E strane piante. E lugubri coreografie, di deserto. Con gli artigli che gridavano al sole. Solo teste mozzate. Solo bocche spalancate affollate di silenzi. Solo braccia. O gambe. Hanno sterminato i nostri animali. Lasciato pendere viscere nella foresta. Abbattuto alberi. Prosciugato fiumi. Sfidato l’ira del grande baobab.
E le poche le hanno tenute nelle loro tende. Le hanno usate e usate e usate ancora, ripetutamente e davanti a tutti. Sghignazzando come in preda ad un delirio. In uno. In due. In cento. Giovani e vecchie. E le hanno disonorate. Trasformate in relitti. E poi gettate a morire piangendosi addosso. Alle più fortunate hanno riservato il filo dei loro coltelli. Della loro rabbia. Della loro impotenza. Le hanno sventrate. Sgozzate. Ma i figli continuavano a nascere e morire uguali a noi. E i pochi li hanno incatenati a catene di metallo robusto. Duro. Pesante. E trascinati con la faccia a terra. E con le piaghe dei morsi della frusta sulla schiena. Curva. Intimandoci di vedere solo terra. E notte. Ma la vita della macchia continua anche lei a rinascere sfidandoli. E il verde ricopre la vergogna. E il fiume la bagna. E la lava. E annega che gli chiede soccorso per morire una volta sola. Perché non sa più guardare la sua faccia. Perché non capisce Dio.
I migliori cacciatori. I migliori guerrieri. Ridotti a cenci. Noi non possiamo capire Io stesso non posso capire. Il loro capo non porta più carne alla sua gente. E’ quello che tiene più cibo per se. Ha portato una donna strana. Sotto le strane vesti sembra una donna. Sulla testa ha capelli gialli come il grano. A volte come l’erba secca. E lisci come gli steli di quelle spighe. E nel viso ha due occhi scoloriti. Pieni d’acqua di mare. E un volto triste. Ma io ho cento e cento e cento anni. Ne vedrò morire ancora, di quelle scimmie albine quasi prive di pelo. Guardo il monte grande e prego. Li hanno fatti scavare. E scavare ancora fin alle viscere, al cuore, di questa nostra madre terra. Violando anche il suo corpo. Rubandone i segreti. Scavare fino all’ultima goccia di sudore. Fino all’ultimo fiato. Fino a morire. Fino a sfidare l’ira della stessa montagna. Infierendo sul buono per il male. Gettando i frutti per cercare le radici. E anche più sotto. Svellendo i corpi millenari degli alberi giganti. Resi sempre più cattivi. Con cappelli in testa per paura del sole. Con abiti sulla pelle per paura del sole. Con la mano a coprirsi gli occhi per paura del sole. Con reti per paura della notte. E degli insetti. Con fuoco per paura delle belve; belve loro stessi. Per paura della dignità del leone. Per paura dell’agilità della tigre e del giaguaro. Per paura del serpente subdolo. Per paura di tutto. Per paura anche della paura. Cercando un metallo che non sapevamo metallo. Che chiamano coltan e altri nomi assurdi nella loro lingua.
Non hanno cuore nel petto e nemmeno la loro carne è buona nemmeno da mangiare.

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