Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for gennaio 2014

L'Altra Metà del Cielo

SONY DSC

La giornata non è ancora completamente finita. Si torna dalla tenda della libertà, quella del tetto della casa di Samer Issawi, all’albergo per una cena frettolosa. Stasera aspettiamo Yehouda Shaul “è un sottoufficiale dell’esercito israeliano, ebreo ortodosso, cresciuto in un insediamento di coloni. Non è un pacifista, crede nel diritto di Israele a difendersi. Ma, dice, quello che Israele sta compiendo nei territori occupati non ha nulla a che vedere con la difesa: è solo terrorismo e guerra di occupazione territoriale. Ha fondato Breaking the Silence, che raccoglie le testimonianze dei reduci israeliani. Sono testimonianze agghiaccianti. Ci racconta gli ordini che riceveva dai capi durante il suo servizio a Hebron: incutere terrore random. Lo schifo lo ha sommerso e ora racconta agli israeliani increduli la verità sulla presunta politica di difesa di Israele” (presentazione del compagno di viaggio Stefano Casi).
Diciamo che stasera si va a “scuola dal…

View original post 727 altre parole

Read Full Post »

pittura con tecnica mista su cartone telatoE cerco me
in tante vite vissute
e cerco me
in tante vite perdute
frammenti sono
che la memoria tradisce
quando si avvina il tempo
per dar spazio alle memoria
e lacrime pensanti appaiono
in questa ricerca vana
per le persone vive
che son rimaste foto
e per le immagini che non sono
e non saranno più.
E’ quel più a far paura
sul fare della sera
quando certi silenzi narrano
e certe narrazioni si tacciono
per cercare me, anche loro
e frugare in cassetti nascosti
per non fare attenzione,
il rubinetto gocciola
echi ossessivi
che non puoi cancellare
che gridano note dissonanti,
e allora…
cerco me per non trovarmi
in questo gioco che consuma vita:
cerco me tra le tue braccia
dove nascondo la smorfia di quelle immagini
dove il viaggio si fa veleno
mentre la vita si inventa da sé
apre la porta e fugge
cerco me dove non sarò mai

Read Full Post »

L'Altra Metà del Cielo

SONY DSC

Beh, viaggiare con Luisa non è sempre sofferenza, e non parlo di stanchezza fisica, levatacce e viaggi complicati, parlo del disagio o del dolore che si prova nel vedere ingiustizie, diritti umani cancellati e una terra stuprata.
Ne parlavo con lei, Luisa, mentre si viaggiava con un amico palestinese verso Ramallah. Notavo ancora, una volta di più, che gli insediamenti sono vere e proprie prove di forza. Sono stupri del territorio, dimostrazioni di potenza e possessività, non mancano nemmeno di difese e muri di vera matrice paranoica. Guardavo il tutto e affermavo: “Ma gli israeliani non amano proprio questa terra, lo si vede dalle costruzioni che sembrano fortezze e che paiono ingoiare la terra per poi richiudersi e ritornare mostri...” lei candidamente mi ha risposto: “Chi vuole possedere, non ama…” risposta semplice semplice, ma davvero illuminante, così vera che varrebbe un capitolo intero su questo…

View original post 1.329 altre parole

Read Full Post »

Add your thoughts here… (optional)

solidarity movement for free Palestine

On Tuesday morning representatives from the Arab UNWRA Staff Union, Employees from the refugee camp services, the Jordanian Miners Trade Union, the Federation of Trade Unions of Palestine and supporters came together in solidarity with UNWRA workers on strike. The strikers are now into their third week on hunger strike with no concern or attempt at dialogue from the UN.

Shaher Saad, General Secretary of the Federation of Trade Unions of Palestine, spoke about his dismay at the disregard for the workers plight by the UN. He pointed out that Commissioner General Filippo from the UN, seemed more concerned with his personal interests in his public statements, than the lives and livelihood of UN workers. He pointed out the Filippo’s term is due to end in March and the Commissioner seems more concerned with his future career, and is happy to pass the problem on to any incoming Commissioner. Saad…

View original post 904 altre parole

Read Full Post »

bandiera-palestinaLe parole appunto (con cui, a volte. il mIo poeta gioca). Le parole che possono apparire solo parole. Proprio dove non sono mai solo parole. E poi si trasformano in grida indomite e fiere, in universo e lotta, lì dove il dolore più grande è vissuto dal silenzio. Terra strana la Palestina che affascina fin dentro le ossa, che ti parla con lo scorrere di tutte le sue ore, sorrisi pieni di poesie quasi mai meste e non sempre del Poeta; ma questo è un blues palestinese. Paesaggi di pietre altrettanto dure dove anche uno sguardo deve costare sudore e dove l’erba fatica a respirare, mentre noi ci sforziamo a capire, per capire veramente. Strade di confini e paese imprigionato dalle proprie mura. C’è sempre un limite, un limite da superare, in Palestina. Lo sguardo di qualcuno che ti senti addosso, una divisa che ti ricorda quella spocchia del gendarme. Vuoi una ragione? Serve una ragione? Mi sono innamorato della Palestina. La Palestina sa fare innamorare. La Palestina resta nella pelle, nel cuore, e come dice la mia donna, una donna appunto, nell’anima. E trovo storie di donne dal capo coperto che sembrano, ma solo sembrano, aver imparato a tacere ed ascoltare, che sembrano appartenere ad un mondo antico che voleva far credere di poter fare a meno di loro e così paiono le nostre madri, o forse le nostre nonne, quando anche a tavola dovevano tacere.
Storie di donne dunque, perché la lingua è donna, e la Storia e donna, anche quando sognano di scriverla i maschi, perché la parola è donna soprattutto quando è dura come l’acciaio, tagliente come una lama, chiara come la verità, decisa come tante donne testardamente legate alla vita. E non è colpa dell’uomo se solo la donna può dare la vita. Per questo mi sono trovato a legare la parola, quelle parole, più facilmente a dei volti di donna, qui in Palestina. Ma perché la Palestina? In tanti posti si muore e così in Palestina vedono morire ogni giorni i loro figli, i vecchi, le madri. In tanti posti si soffre e in Palestina ci si guadagna nella sofferenza ogni secondo. Anche in altri posti non c’è un posto per la gente e in Palestina nessuna strada è la tua strada, e l’odio te lo sputano addosso, sulla pelle, ad ogni sguardo, come fossi l’ultimo, e quella sorta di rancore raggiunge anche noi, visitatori; meno dell’ombra del loro cane. In tanti posti c’è guerra, e ci sono soprusi, e soldati con le armi spianate e in Palestina questo avviene dal millenovecentoquarantotto; da quando sono nato, proprio così, e forse anche da prima, e ti guardano con disprezzo con gli occhi e con la bocca del loro fucile, i soldati, e ti spregiano quei civili coloni. E se raccogli una pietra ti giudicano tribunali militari, perché anche ai soprusi c’è un limite, e anche se esci solo per prendere il pane, e anche se sei solo poco più di un bambino, anche solo un bambino. Perché i palestinesi ti sorridono, ma quel sorriso fa male a chi cresce d’odio; perché la Palestina non si piega ed è donna.
E io forse dovrei parlare di zona “A”, e “B” e “C”. E poi di zona “H1” e zona “H2”, perché c’è sempre qualcuno che non sa e qualcuno che non vuole sapere; ma è solo occupazione, occupazione militare e di civili armati con gli occhi di belve. E allora parlo di donne come Sawsan, beduina che frequenta l’università. Splendida storia quella di Sawsan che varrebbe la pena di raccontare per intero, con la dovuta pazienza, leggerezza e forza. Figlia de Il coraggio della nonviolenza e di un padre ingombrante e fiero: lo stava ad ascoltare attenta in un silenzio assorto, qui a Venezia (purtroppo è uno degli incontri mancati al nostro ritorno in Palestina). Poi qualcuno ha voluto correre il rischio di scatenare il suo orgoglio e allora Lei si è presa la parola e l’attenzione e tutta la sala. Come una tempesta ha attraversato i cuori di tutti i presenti per gridare il senso della sua vita con una forza che trascinava: “Sono palestinese, resterò sempre palestinese e morirò palestinese; niente mi potrà piegare, non le ferite degli invasori, non le minacce, non la prigione”. E tutti a pendere dalla sua voce e dal coraggio di quella piccola donna coi capelli coperti e un abbigliamento fin troppo pesante, lei che non si sarebbe mai ribellata al padre ma mai si piegherà ai carcerieri, ai carnefici della sua terra.
E allora preferisco parlare di donne come Huda Imam, al Centro studi Università di Al Quds nel Suok al Qattanin, che ti abbraccia con un sorriso e con gli occhi ti spiega che c’è sempre posto per la gioia e per l’amore. E non sa come dirti un grazie che ti imbarazza e allora non sai che stringerla tra le tue braccia e trattenere la commozione per tutti i grazie che le dovresti e non puoi che tacere. Perché in donne come lei, solo nei loro occhi vive ancora la Palestina e si trova un futuro; perché donne così non sono domabili.
Come Fadwa Barghouti avvocato e anche moglie del grande leader palestinese Marwan, e forse è lui, sequestrato da quell’occupante assurdo ad essere “il marito di Fadwa”; lei che con un lapsus di involontaria ironia s’è definita davanti a tutto il mondo “moglie di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi”; affermazione decisamente impegnativa la sua. Lei che ha rimproverato il marito preoccupato, allora solo innamorato, buttandogli in faccia la verità: “tu combatti la mia Resistenza; mi offendono le tue precauzioni, questa terra è la mia terra e questa lotta è la mia lotta”. Lei che basta guardarla per capire che la Palestina conosce tutte le parole tranne quelle della resa. Donne orgogliose dei loro uomini quando questi le fanno fare orgogliose.
Come il sindaco di Betlemme Vera Baboun che governa una città del mondo e la storia. E ha occhi che ti scrutano dentro come tanti occhi di donne palestinesi. Dovrei fermarmi a parlare dei loro occhi, a volte dolci da regalarti una serenità infinità, a volte tristi per tutti quei dolori, sempre decisi e fieri; occhi di donne, ma vogliono togliere tutto a quelle donne e allora c’è altro da dire, consapevoli che non potranno mai togliere loro la fermezza di quegli sguardi, né la dolcezza, né la tristezza che portano in memoria. Perché poi escono dal silenzio e sono loro le prime a difendere i loro figli dalla violenza, a difendere la loro terra, la terra degli ulivi, a cercare di spiegare il disprezzo che l’odio genere, ad allevare i resistenti di domani, a dire: “sono Palestina”.
Come Manal Tamimi che vive l’orrore e ama il bello, e la bella pittura, che ci racconta di umiliazioni antiche e di una caparbietà che continuamente si rinnova. Che parla delle sue ferite e di quelle dei suoi cari e dice che sono nulla davanti alle ferite della sua terra, e spiega agli israeliani incontrati qui per puro caso che Gerusalemme sarà sempre la capitale di una terra chiamata Palestina, e vorrebbe dire tutto in una volta e diventa inarrestabile. Manal che ritroviamo quando la sua famiglia festeggia la liberazione di uno dei tanti Tamimi, tutti resistenti, liberato con i 26 dalle galere dell’occupazione, tirato, patito, con ancora in volto i segni delle sofferenze, e già pronto a tornare a lottare a dire che ne è valsa la pena. Storie cioè che dalle parole diventano Storia e conoscenza e coscienza davanti all’orrore e alle prevaricazioni. Donna come le tante che qui non hanno trovato posto solo per una questione di spazio e di memoria (anche quella, la memoria, è donna; perfino queste foto sono foto di donna); senza parlare poi di Luisa. Il mondo non ha più nessuna giustificazione e non sarà più lo stesso perché loro gli negheranno ogni possibilità di nascondersi in un consolante silenzio. Restiamo umani con Vik per una Palestina Libera, Laica e Democratica.

Read Full Post »

Da Fiorenzo Fiorito senza la sua autorizzazione, e senza punteggiatura
Il sonno del mio respiro
si confonde con le voci della strada
certi incontri appiccicano
come resina d’albero giovane
raccontano di occhi e capelli
fra pensieri che migrano
da una vita a un altro ascoltatore
in questo parlare a volte discreto
a volte no
in questa fatica senza tempo
le perle di sudore
gelano al vento di promesse fuori tempo
fra il mio cuore e la strada
il futuro
teso
come corda d’arco
non mi lascia dormire
per l’impazienza di nuove conquiste
Ecco cosa succede quando dentro un amico brillante, gigione, simpatico, scopri poesia, e di cui ha taciuto; persino il titolo diventa arbitrario. Chiamo a testimonianza il bravo e generoso amico Stefano, proprio affinché troppo buono: l’attore dovrebbe essere un abito, e limitarsi a vestire la parole altrui. Magari declamare un grande poeta arabo e che so io? Ci vorrebbe un’immagine a suggellare il gusto e l’incontro, ma non l’ho. Ne scelgo una e non è nemmeno mia che dice quanto dobbiamo ancora imparare ad ascoltare. Ci vorrebbero parole altrettanto precise e lievi. E alla fine ripetere un abbraccio. Proprio per quella fatica senza tempo, per le ore che sono sempre troppo brevi, per inseguirlo ancora e ancora. So che ci aspetta ancora un piatto caldo e un buon bicchiere di vino.
e vi regalo una canzone:

Read Full Post »

6436_ilcuoredelbriganti_1269441397La barca corre come se anche il vento avesse fretta e dai fianchi sputa, senza apparente sforzo, il bianco sudore del cavallo che mangia la piana come se fosse inseguito da tutti i tuoni del creato, ma non fuggo da ciò che so, cerco quello che ancora non ho mai visto, e di ritrovare quello che conosco già, ma che appartiene al mondo la fuori. Nemmeno il tempo di salutare mio padre, gli dico, ma il mio destino mi rincorre. Avessi potuto e avuto il tempo lo avrei raccontato ma anche le avventure devono trovare la loro fine e non ci resta più tempo. Fossi rimasto mi avrebbero salutato come si deve ad un eroe e poi, prima o dopo, sarei finito a pendere da una corda perché gli eroi sono sempre scomodi e io non faccio politica, cerco quello che è giusto per me al momento, ma la politica avrebbe chiesto la mia vita perché gli eroi son sempre scomodi alla politica, agli intrallazzatori, ai ruffiani, e mi avrebbero chiesto il conto. Non fosse per questa barca tu saresti già un topo per le loro galere in attesa del supplizio, lo hanno già scritto, e io nemmeno sono un brigante, non nel senso proprio, se non per i pochi giorni in cui sono, anzi sono stato, Spartaco, una leggenda che subito non sarà più, come tutte le leggende. Gli altri giorni, tutti, sono nato marchese e torno ad essere il marchese Aurelio Cabrè di Rosacroce; per il resto sono un’amante di una donna che non sa amare, di un’animale senza padrone, della sivigliana, mi fa impazzire il sapere, non ho altre parole, amico, e lo sai tu come io non faccio politica.
«Fabra, vuoi di nuovo parlarmi di politica?
Marchese, ascoltami: io gestisco una peschiera, pagando l’affitto ad un tale Carrasco, cavaliere di Spagna, che ne è proprietario ma la cui famiglia si è trasferita a Barcellona più di un secolo fa. Lui non ha mai messo piede in quest’isola, eppure riceve i miei soldi. Ci sono dieci pescatori che lavorano per me, e su dieci pesci che prendono, tre li danno a me, perché io ne dia due a questo catalano che probabilmente non ricorda nemmeno da dove gli giunge questa rendita. Dei sette pesci restanti, uno va al Re, e uno alla chiesa. I cinque che avanzano se li dividono in dieci. Mezzo pesce a testa. E devi contare che alle volte non si pesca per il brutto tempo, e altre ci sono dei furti, o una rete che si rompe e va aggiustata, o un uomo si ammala. Ma l’affitto che io devo a Carrasco, non cambia, e quello che i pescatori devono a me, al Re, e alla Chiesa, neppure. Ti sembra giusta, questa divisione del guadagno di un lavoro che viene compiuto da quegli uomini, e da essi soltanto»?[1]
Dimentica. Me ne vado anche per questo, perché l’isola[2] possa continuare ad essere libera di restare in catene schiava dei propri baroni e della loro ingordigia, e dei loro balzelli, e dei loro privilegi, e della loro avida stupidità e della Chiesa, delle credenze. E perché il Re possa tornare ad essere un essere inutile e sciocco, come si conviene ad un Re, ciò possa tornare ad essere solo Re. Ma libera non lo sarà per molto ancora, perché troppi hanno l’ambizione di essere servi. Guardo il mare davanti; lei è al mio fianco, ora più mia che mai, come non lo è mai stata, anche se so che non sarà mai mia. L’aria sa solo di salsedine, i miei occhi corrono lontani con un senso di riconquistata libertà, non sono fatto per gli spazi angusti, per le stanze chiuse, per le giornate che conosco già, e fin troppo, fin dal mattino; ho bisogno d’aria e di mondo; e il mondo mi aspetta:
«Ne sono addirittura certo, amico mio, ma me ne fotto. Per quanto si possa dare per scontato che ci sarà sempre un coglione vestito da teologo che cercherà di fermare il bisogno dell’uomo di sapere, allo stesso tempo sono fermamente convinto che questo bisogno romperà ogni argine, si farà beffa di ogni paramento sacro, scranno di Pietro e censura del Sant’Uffizio, e trascinerà qualche mente illuminata e coraggiosa verso una conquista, utile all’umanità. Non posso pensare che Dio ci voglia sofferenti, mai e in nessun caso, caro amico, e il resto sono solo idiozie di gente stolta indegnamente vestita con abiti sacri»[3].
Niente vale la mia libertà.


[1] Il cuore dei briganti di Flavio Soriga. Romanzo Bompiani – Narratori italiani; marzo 2010 pag. 259-260
[2] Hermosa, ndr
[3] Il cuore dei briganti pag. 163

Read Full Post »

bandiera-palestinaA ripetermi rischio di annoiare me stesso. Non cerco di scrivere un diario, io scrivo versi, racconti, cerco di giocare con le parole. Le parole appunto. E poi ci sono persone che lo fanno fin troppo bene, anche molto bene, anzi benissimo, come la Rossana delle mie storie, la mia Valentina, come Lei, e Lei, e tanti altri, molto più bravi di me. Anche per le foto devo denunciare la mia pigrizia e i miei limiti. So improvvisare, forse, col tempo, ma mi ci ritrovo stretto in uno spartito. Sì! forse sono solo scuse, che poi certe cose mica le spieghi. Sono partito e non mi sembra. Non mi sembra di essere mai partito cioè arrivo in Palestina e mi sembra di essere solo tornato, più precisamente di trovarmi a casa. E’ vero, l’aeroporto, che raggiungi non senza fatica, è quello di Tel Aviv e ti accoglie subito un busto del Dracula di Bram Stoker, quell’opera calligrafica che ci ha regalato Francis Ford Coppola. Personalmente lo trovo un po’ invecchiato, ma il tempo passa anche per i personaggi dei films, anche se si stenta a crederlo. Sotto leggo Ben Gurion, ho il fugace dubbio che il metallo abbia imprigionato una severità e una accidia che vanno oltre il significato che si voleva dare in quel film. Ho il dubbio di essermi sbagliato. Intorno è tutto in ordine, in un ordine sbandierato che sa un po’ di propaganda, con gli eroi dello sport inchiodati alle pareti, con un’aiola ingombrante come fosse un benvenuto, insomma sbarchi in israele ma è solo un attimo e subito dopo è già Palestina. Sono ancora in Palestina. Tra quei sorrisi che sembrano volerti loro dire “Coraggio”; loro. Tra quegli occhi di donna profondi che paiono carichi di orgoglio e misteri. E la gente di Palestina abbraccia il visitatore e lo riempie delle sue musiche; musiche e odori, sapori.
Le parole appunto. A volte hanno suoni aspri, duri, soffici; sì! le parole hanno suoni, sono suoni, anche della mente. Qualcuno, e forse a ragione, sostiene che dovremo emendare il nostro vocabolario, liberarlo dei termini che ricordano violenza, guerra, distruzione, dolore, eccetera. Come dicevo secoli fa: quelle parole massimo asprore, ma erano antichi suoni di ragazzi, quelle, solo imbarazzata poesia: qui, in questa terra che ti costringe a guadagnarti tutto, fin dal mattino, le parole sono vita, a volte lotta, alla fine possono diventare futuro. Ma io non temo le parole. E dove la lingua può essere un confine, in questa terra di confini, per uno che conosce poco più della lingua dei gesti, allora cerco di ascoltare con gli occhi e col cuore; curioso di tutto; imparo ad amare anche certi silenzi; e soprattutto gli sguardi. Già ho parlato di sguardi di occhi arrossati che piangono, per ricordi che non invecchiano mai, che sfidano il tempo; in questa terra dove ogni pietra ha una storia e un dolore. Soprattutto ho imparato a liberarmi del pudore di un abbraccio; la vita in fondo è una continua lezione di vita, basta sapersi accettare e saper accettare, la vita sono gli altri; la vita è fuori. Non bisogna mai restare alla finestra a guardare, il tempo passa ugualmente, si rischia di ereditare solo rimpianti, di annoiarsi del niente. Sono così e ho impiegato ben più di mezzo secolo cercando di accettarmi.
Le parole appunto. Io non temo le parole, siano esse gridate o sussurrate. Certo si può temere il significato e il significante di ciò che veicolano, nei ricordi, nei ricorsi, nel loro essere e assemblarsi. La verità è che io non sono propriamente uno che ama arrendersi o chinare la testa. Di parole ne conosco poche, non ho potuto studiare molto, soprattutto per colpa mia, e perché la testa non c’era, anche per ciò non ho il piacere di vedermi rubare anche quelle poche. E siamo in un paese dove qualcuno, innominabile, ama costruire muri. E siamo qui (utopisti) col desiderio confessato, fiero e testardo, di abbattere muri, qui Nel baratro. Perciò diamo voce alle parole, credo che basterebbe pulirle, caricarle di corrispondenze nuove. Se noi abbiamo il coraggio della nonviolenza perché averne pudore e non sentirsi combattenti per la Pace? L’arma del Partigiano è la scelta, come diceva qualcuno al cui nome il solo accostarmi mi fa provare vergogna, odio gli indifferenti. E quell’odio in fondo è un grande gesto d’amore, amore per la vita, un grido disperato di essere vivi. Alla fine porto dal viaggio tanti volti, tante espressioni, e tutti quegli occhi di donne, di donne che come tutte le donne si liberano da quell’angolo in cui il genere, in tutti i posti del mondo, cerca di relegarle e sono in trincea, sono davanti nella lotta, sono il cuore della lotta, sono sempre il vero orgoglio di essere, e di essere libere, e di essere ma a testa alta.

Read Full Post »

ImmagineOnestamente la battuta, del titolo, la trovo anch’io scontata ma in tutta onestà non ho trovato di meglio e mi pare adatta. Allora l’8 gennaio ci troviamo con l’amico Vito per parlare proprio di “Diritto Internazionale”, questo sconosciuto, cercando poi di focalizzare le nozioni sulla questione palestinese. La curiosità è quella di apprendere almeno un paio di informazioni di base per cercare di capire di cosa andiamo parlando e sentirci un po’ meno digiuni. Io forse sono un po’ troppo pragmatico e la testa, che non è mai stata un granché, oggi, anche per l’età, è quello che è, allora cerco di capire quello che posso. Tralasciando i termini in latino, che resta una lingua morta, Vito ci spiega in soldoni che il diritto internazionale è una scienza che non c’è, ovvero che regola i rapporti soprattutto attraverso un qualcosa chiamato “consuetudini”; a me, e spero non solo a me, già tutto mi sembra fumoso. Non bastasse che non è comunque facile parlare di Diritto, se poi si aggiunge Internazionale la cosa diventa assolutamente ardua. C’è chi confonde le leggi e la giurisPrudenza con la giustizia, chi si distrae ed entra nei territori dell’etica, della politica, della storia (questa sconosciuta), delle comunicazioni, chi si distrae e basta, eccetera, e chi più ne ha evita spesso il buon tacere. Vallo a spiegare tu, per esempio, che certe congregazioni non hanno alcuna forma né validità giuridica, certe persone non si arrendono e ripropongono la domanda pari pari.
Stabilito, ma non accettato, che la giurisPrudenza offre degli strumenti che sta poi a noi cercare di usare e rendere efficaci, un po’ come mettere in mano uno scalpello allo scultore, possiamo giungere alla conclusione che l’occupazione, e in quella che chiamano West bank o Cisgiordania e che noi ci ostiniamo ancora a chiamare Palestina, è in atto una vera occupazione, metterebbe in essere degli obblighi a cui israele si sottrae e che non vuole assumersi. Stabilito che l’occupazione, che dovrebbe essere temporanea, e qui parliamo di 66 anni, è un atto condannato dal diritto internazionale. Stabilito altresì che il blocco, in termini tecnici, l’assedio nel gergo corrente, di Gaza equivale a un atto di guerra e comunque comporta gli stessi obblighi sopracitati, cioè che l’occupante dovrebbe farsi carico dei bisogni primari delle sue vittime. Stabilito infine, con parole molto prosaiche, che l’occupante sionista se ne frega dei propri torti e obblighi anche là dove ha sottoscritto trattati o accordi; compresi quelli da lui stesso proposti; la domanda che resta sulla Palestina è: cosa noi possiamo fare?
Ora, consultata la carta, o con una ricognizione, per chi può, sul posto, ci troviamo a constatare che la Palestina è oggi un paese che non esiste, già nei propri libri di testo israele parla di insediamenti nel proprio territorio riferendosi a quelli che si possono chiamare ghetti o riserve, o al massimo enclavi, e che chi è più colto chiama bantustan. Per israele quelli non sono differenti dai tanti campi profughi seminati all’interno e all’esterno e pertanto probabilmente di unica pertinenza della carità e del sostegno delle agenzie e delle operazioni umanitarie. Per israele la Palestina non esiste e non è mai esistita e così i palestinesi che per loro paiono giordani, nel migliore dei casi. Molto modestamente io sostengo poche cose: Sono in favore dell’autodeterminazione dei palestinesi pertanto non mi sbilancio in una tesi politica su quale può essere la forma di un eventuale futuro stato di Palestina poiché credo non abbiamo molto da insegnare. Ritengo che sicuramente la “battaglia” non si può vincere sul piano militare, ma su quello diplomatico. Che vada affrontata sul territorio ma soprattutto che possa trovare i suoi veri strumenti di riscatto nella solidarietà internazionale e per questo sostengo il lavoro di tanti attivisti e ammiro quello delle campagne del Bds (Boycott, Divestment and Sanctions (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni)) e oggi partecipo, con interesse ed impegno, alla campagna “Free Marwan Barghouthi and all Palestinian prisoners” per, come dice il titolo, la liberazione del grande leader palestinese Marwan Barghouti (forse l’unico ad avere la credibilità necessaria per essere interlocutore e poter trattare col governo degli invasori) e di tutti i prigionieri palestinesi. I palestinese continuano da sempre a chiedere come premessa a qualsiasi vero colloquio di Pace la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento del “diritto al ritorno”.
Fino ad ora non ho saputo dire che una serie di ovvietà, ne sono consapevole, ma vorrei usare questo spazio per togliermi alcuni sassolini dalle scarpe. Credo che nessuno da qui dovrebbe parlare a nome dei palestinesi visto che sanno farlo egregiamente e sicuramente meglio da soli; forse dovremmo imparare ad ascoltarli. Credo che la causa palestinese abbia bisogno di alleati e non di nemici (di quelli ne hanno fin troppi): poco capisco la folle strategia di scompaginare le nostre forze invece di quelle dell’oppositore, questa mania comune alla sinistra di nebulizzarsi in mille frazionismi, di sottolineare tutte le differenze, di gridare una proprio superiorità etica, politica e culturale a scapito di una organizzazione capillare e in grado di dar forza ai progetti. Questo etichettare come traditori tutti colori nei quali si riscontra un minimo segnale di dissenso, magari spesso solo terminologico; inviterei anche a rileggere gli accordi di Oslo con un occhi meno ideologici e più pragmatico, ma non sarebbe male una rilettura più vicina della nostra tanto sbandierata e sconosciuta Resistenza. E infine vorrei stigmatizzare, in mezzo al tanto che mi è sfuggito, tutti coloro che occupano la maggior parte delle loro energie, se non tutte, per rendere difficile se non impossibile il lavoro degli altri attivisti in nome di una sorta di “purezza delle idee” e di bisogno di vetrina. Dopo questo me ne torno in silenzio, non mi piace prendermi sul serio, torno a fare ciò che mi piace e ciò il militante di base, il manovale e parlare della periferia dei grandi discorsi, di emozioni, di stati d’animo, se posso e ne ho l’occasione e ne sono capace di cultura, e ripeto: Restiamo umani con Vik per una Palestina Libera, Laica e Democratica.

 

Read Full Post »

Mi chiamo Annarosa”…
Ciao Annarosa”.
Ciao! Scusa, fammi raccontare. Va bene il tu. Meglio. Ho portato delle foto. Di una festa. Quasi tutte. Magari ne parliamo dopo, e di altri momenti. Solo in alcune sono io. Solo per capire. Ho pensato che mi vedevi di persona. Tanto. Anche perché le mie, quelle che avrei scelto, mi sembravano troppo troppo. Dopo. Comunque le ho messe in una busta. Scusa. Le lascio qui. Le puoi guardare dopo. Con calma. Come ti dicevo. Mi chiamo Annarosa. La mamma di mamma di chiamava Elisabetta. Quella del babbo Mariateresa. Per non far torto a nessuno hanno decido di chiamarmi Annarosa. Non mi interrompere; è importante. Cioè, voglio raccontare. Da bambina ero solo una bambina. Insomma come tante. Devi sapere. Né carne né pesce. Un po’ insipida. Capisci? Non assomigliavo a quella che vedi. Forse più maschio. Beh! Non avevo… insomma, come una bambina. Hai presente? A nove ho preso paura delle prime… perdite. A undici anni mi son cresciuti i primi peletti. Me li guardavo continuamente. Pensare che poi una li depila. E si son cominciate a vedere due tettine. Poca roba. Solo due bozzetti. Ma io ne ero orgogliosa. Quando ho capito. A tredici si sono sviluppate. Non come oggi ma quasi. Era tutto il resto che non si era cresciuto sproporzionatamente. Ero alta un soldo di cacchio e avevo queste due tette. Sembravo una oca. Non mi… Mi creavano un minimo di imbarazzo.
Non è facile essere donna. Poi ho scoperto che ai ragazzi piacevano. E allora: fine del disagio. Insomma sai com’è la storia del brutto anatroccolo? o quella del bruco? Mi portavo dietro e mica lo sapevo. A scuola non ero una cima ma nemmeno l’ultima. Il fatto è che non mi applicavo molto. Le materie mi annoiavano. Mi sentivo imprigionata. Abbi pazienza e fammi parlare. Perdo il filo. Dov’ero? A sì! prima C del ginnasio Tommaseo. Sai dov’è? Niente di essenziale se non… Nemmeno ne ricorderei. Ma il mio primo amore. Lo ricordo appena. Di cosa mi sono innamorata non so. Era pelle e ossa. Con un grande ciuffo di cui aveva una cura ossessiva. Continuava a cadergli sugli occhi. Credo si chiamasse Patrizio. Ma non ne sono certa. Certo che la vita fa proprio brutti scherzi. Ora mi sembra solo un gran cafone. E gonfiato. Allora mi pareva di sognare. Ogni posto e ogni occasione erano buoni. Ma non vorrei annoiarti. E’ stato intenso anche se breve. Ricordo solo che il suo alito sapeva di tabacco o birra. O tabacco e birra. Ricordo anche il suo motorino. Quello sì. Che paura. La paura della velocità. E il vento nei capelli. Quello era divertente. Con lui, con Patrizio, è stata la mia prima volta. Non sono sicura del nome. Ero così giovane. Non mi interr… Giovane ed esuberante. Come tutte quelle della mia età. Insomma, con lui, almeno la prima volta è stata più per colpa mia. Ero curiosa.
Curiosa. Ne avevo sentito così parlare. Parlare. Da mia sorella più grande. Dalle sue amiche. Mentre parlavano tra loro. Bisbigliando. O ridendo sguaiate di questo o di quello. Sai com’è. I birbigli diventano tuoni. Ero una bambina. Devi capire. Sarai stato anche tu bambino. Ma mia sorella non mi assomiglia punto. Lei è più sul tipo sioretta. E anche meno carina. Dobbiamo dirlo. Non ho preso nulla da lei. Più sull’extracomunitaria; lei. Tutta diversa. Adesso s’è sposata. Fa tanto la sostenuta. Annarosa di qua. Annarosa di là. Da giovane ha fatto anche lei le sue. E come se le ha fatte. Quello che ha scattato la foto è Riccardo, un amico suo. Per un breve periodo anche mio. E in quella (nella prima foto, NdA), Maria Assunta, mia sorella, era già sposata. Cose dell’altro mondo. Un po’ sbadata lo è sempre stata. Tanto per dire. Quello è il suo salotto. Dimmi se divago. Se salto di palo in frasca. Certo che mi sento libera; con te. E quello che mi viene mi viene. E’ che a Salvatore. Salvatore è mio cognato. Gli sono finite in mano. Le foto. Apriti cielo. Però la sa raccontare bene.
Certo che allora… ma oggi sono orgogliosa delle mie due sorelline. Gaetano, Gaetano è un amico. Uno che… Insomma ogni volta ha un lavoro diverso e importante. Fa… insomma. Cerca di tirare a campare. Gaetano me lo dice sempre che ho due tette che parlano. Fammi dire. Magari. Forse è un complimento. Un po’ credo abbia ragione. E’ che a chi non piacciono? Ho imparato che tutti gli uomini hanno un debole le tette. Persino ai gay, cioè a quelli. Ho imparato che piacciono, un bel paio di tette. Dopo Riccardo c’è stato Samuele. Non che li cercassi in ordine alfabetico. E’ stato un caso. E poi gli altri. Non vale la pena nemmeno ricordarli. Sarebbe lungo. Alcuni non sono durati più di qualche minuto. Ascoltami. Ma Samuele è stato quello che mi ha fatto capire quanto era bello. Riccardo ne era un po’ geloso. Dev’essere stato anche per quello che ho troncato con lui. Con Riccardo. Samuele aveva la macchina. E la casa quasi sempre libera. Dunque. Era più vecchio di me; parecchio. Non mi faccio imbrogliare facilmente, per me quella della foto era la moglie. E con lui ho apprezzato la meraviglia di un vero letto, delle comodità.
Anche se. Mi viene da ridere. Mi viene da ridere perché mi sono ricordata. Mi viene in mente che poi lo abbiamo fatto anche in macchina. Forse per ritrovare i ragazzi in noi. Cose così. Non sempre si sa perché si fa. A volte è una emozione. Che ne so. A volte solo perché ti va. E’ così. Per noia. Non lo so. Si fa e basta. E stavamo bene. Insieme. E quando me l’ha chiesto era così imbarazzato che non ho potuto dirgli di no. Come potevo? Ma sono riuscita a non ridere. Bastava chiedere. Mica era una cosa così. A vederlo. Insomma me l’ha fatto intendere. Che gli sarebbe piaciuto. Mi dico: perché no. Avevo la testa piena delle sue promesse. E mi sono trovata le labbra piene di lui. Non so quanto gli possa essere piaciuto. Non ci sapevo ancora fare. Scusa se dimentico qualcosa. Non ci sapevo proprio fare. Quanto tempo è passato. A parlarne sembra ieri. Il tempo non sta mai fermo. Non è mai uguale. Ieri non lo sapevo. E oggi sono qui. Permetti. Di cognome faceva Reale. In questa sono io (seconda foto NdA) anche se non mi si riconosce. Lui stava… forse un’altra volta di quella volta della macchina. Cercava di convincermi. Aveva ragione. Sempre in macchina.
La macchina è una gran bella cosa. Per i giovani, intendo. Una grande invenzione. Anche l’uomo. Certo. In realtà una mezza idea ce l’avevo avuta. Ma era una pazzia. Ed ero ancora una bambina. Ero alle elementare. Non sono mai stata troppo precoce. Mi ci è  sempre voluto un po’. Nella mia testa di bambina l’avevo pensato. All’ordine alfabetico. Mi ero inventata di «farmene», perché tra bambine si parla così, uno per ogni lettera dell’alfabeto. A parte che l’alfabeto finisce subito, il primo che ho provato a baciare, e a farci qualcosa, è stato un piccoletto. Solo perché si chiamava Aristide e io lo chiamavo Ari. Solo un bacetto. Ma sarà stata la mia inesperienza, ero agli inizi degli inizi, o la sua timidezza. O non gli piacevano le ragazze. Non ne ho più saputo nulla. Non siamo riusciti a combinare niente. Cioè lui. Pareva impaurito. Mi ha piantata là; piangendo. Sono rimasta come una scema nel bagno dei maschietti. Veniva da piangere anche a me. E allora, per necessità anche se non per virtù, sono passata direttamente a Zenone. E’ anche un nome un po’ strano. Avevo tante idee ma solo quelle. E’ stato deludente. Ma lui si sentiva un eroe. Però mi ha regalato la merendina. E Ari lo guardava, dopo, con certi occhi. Idiota. Poteva pensarci prima. Ma come ci si può spaurire di una bambina. Non trovi? Ma erano solo avventurette. Da bambina. Fantasticavo e questa è un’altra storia. Se continuo a perdermi non la finisco più. Dicevo: Samuele…
Poi c’è stato Daniele, Renzo, cioè Lorenzo, Luigi, Pino, Kaunadodo, che non riuscivo mai a dirlo. Lo chiamavo Cana oppure Dodo o più semplicemente Mulo. Mi spiego? Lui si che era un vero uomo. Parecchio. Poi. Fammi pensare. Dammi un attimo. Poi Vinicio. Un altro Alfredo. E altri. E mio cognato. Quasi lo scordavo. Non è importante. Con lui è una storia che va e viene. Nemmeno una storia. Non una vera storia. Capita. Non so se è giusto. Lui dice che non facciamo niente di male. Lo dice lui. Veramente lo penso anch’io. Non vorrei rogne. In amore non c’è niente che sia male. Non credi? Insomma. Non vorrei che quella. Mia sorella. Lui dice ma ne dice tante. Dice che non siamo veramente parenti. Non è nemmeno granché. Solo lui poteva sposare quella gran… La porcona di mia sorella. Ha la testa piena di corna; poveretto. Ma questa è un’altra storia. Di ogn’uno ne potrei dire di cose. Servirebbe una vita. Tu non hai tutto questo tempo. Ora, non interrompermi. Magari un’altra volta. Comunque meno di quanti si potrebbe pensare. A tanti ho dato picche. Un uomo mi deve piacere. E piacere veramente. E allora ero libera. Veramente libera. Oggi sto con Alfredo, appunto. Niente di ufficiale ma è ormai tanto tempo che siamo come marito e moglie. Anche nel male. Perché quando si libera e arriva mi vuole trovare a casa. Non mi fa mancare niente ma comincia a pretendere. A diventare esigente. Sempre così gli uomini. Almeno quelli che ho incontrato.
Ora che ci penso. C’è stato anche un Alberto. Come facevo a sapere che Don non era il cognome. Una non si può voltare mai. Fammi. Se sono interrotta. Parlavamo di cinema. Meglio. Io non c’azzecco troppo con lo spirito. Qualcosa ho fatto ma tra amici. Cose amatoriali. Sono girate un po’ nella rete. Certo cose da ricordare. Non posso dire di avere una vera esperienza. Bello il cinema. Un po’ me ne vergogno. Una videocamera da quattro soldi. Si vede e non si vede. Quasi filmetti di ombre cinesi. Non ci pensavo. Un caso. Ti dico: un caso. Almeno la prima volta. E’ stata una festa di compleanno. Quello di Caterina. Caterina è un’altra amica mia. Carina, sai. Una morettina. Un tipo. Non come me ma carina. La Caterina. A volte mi perdo nei miei pensieri. Scusa. Eravamo a questa festa. Regali. Amiche da sempre. Abbiamo spento le candeline, cioè le ha spente la festeggiata. Due tramezzini e qualche bicchierino. Soprattutto amari, marsala e cose dolci. Cose così. Sai come sono queste feste. Tullio riprendeva come ad una festa di compleanno qualunque. Quelle che vedi sono di Nadia Emilia (terza foto NdA), già! c’era anche lei. Insomma un’altra. Un’amica. Le mani che si intravvedono sono quelle di Tullio. Non stavano ancora insieme. In quel momento. Lo ricordo bene, anche se è passato tanto. S’è messo a gridare: «queste sono un portento. Questa è l’arte. Nadia Emilia, appunto, saresti la mia protagonista ideale». Forse ha pensato allora al film.
Lo avevo guardato stranita. Pensavo al liquore. Siamo una bella compagnia. Gli amici non mi sono mai mancati. Ringraziando iddio. Eravamo tutti giovani e allegri. All’inizio non c’era nessuna intenzione. Non pensavamo certamente all’arte. Era una cosa senza intenzione. Tra amici, come ho detto. Per divertirci. Anzi è stata lei la prima, la festeggiata. Bisogna dire a Cesare le cose di Cesare. Non Cesare cioè quel mio amico. Ma quell’altro. Non l’ho mai conosciuto. Quello dei libri. Quello di Roma. Allora lei era fidanzata con Michael. C’è scappato un bacio. E tutti: bacio, bacio. E un po’ lui ha anche allungato la mano. Niente di grave. Nemmeno nessuno se ne ricorderebbe. Poi perdo il filo. Un bacio tra ragazzi innamorati. Ma a lei sono un po’ salite le gonne. E le mani di Michael hanno cominciato a salire. E tutti: nuda, nuda. E’ stato allora che un po’ tutti si son fatti prendere la mano. Le si vedevano un po’ di gambe. Niente di trascendentale. Una cosa innocente. Quello che vedi è il suo, quello di Caterina (quarta foto NdA). L’ho detto che era carina?
E allora lei si è fatta civetta. Per tutti. E tutti a guardarla. Le piace farsi guardare. L’è sempre piaciuto. E Michael si lagna. Insomma un po’ se la tira. Un po’ come tante. Si sente carina e ne profitta. Se l’è presa con me. Piccoli screzi. Niente di che. Devi capire: io non volevo essere da meno. Non ho certo gambe più brutte delle sue. Non mi sembrava giusto. Mi ero fatta carina per la sua festa. Avevo una cosa corta corta. Corta. Insomma. Nemmeno sarebbe servito. Si vedevano già. E bene. Ma ero indispettita. Sai come siamo noi. E anche Maricia ha cominciato a vociare. Un’altra mia amica. E amica di troppi. Per dirla tutta. Lei era proprio sbronza. Ed è stata la più puttana. Ma era proprio sbronza. Eh! No. –ha detto– Mica mi potete trascurare proprio a me. E ha fatto un gesto volgare. Girandosi e indicando a tutti il suo culo. Cioè la gonna e poi le mutandine. Mica una cosa sexy. Un paio di slip normali, nemmeno neri. Più che una provocazione proprio… proprio una fanculata, generale. A tutta la compagnia. Poi è crollata nel sonno.
Ma lei, dico Maricia, è albanese, o romena, o moldava. Insomma una cosa così, da quelle patri lì. Lei non è come noi. Parla che mi viene da ridere. E nemmeno sempre si capisce. Lei è proprio porca. Non lo fa per… che ne so? Amore, passione. Per desiderio; come tutte. Per uno sfizio. Per dispetto. Lei lo fa per vizio. Non fa niente per qualcosa. Lo fa perché le piace. Ci siamo capiti. Persino quando sta dormendo. Come quella notte. Non ne vuole perdere nemmeno una. Cose che nemmeno credevo possibili. Quella che vedi è lei (quinta foto NdA). Te l’avevo detto che lei è proprio porca. Forse è marcia dentro. Che ne so. Lei è fatta così. A volte viene. A volte no. Non è proprio una di noi. La porta sempre qualcuno. Fosse per noi. Non che ci abbia qualcosa contro. A volte è stata imbarazzante. Pazienza se ci divertiamo. Tutto ha un limite. Te l’ho detto. Non è come noi.
Tra il sonno e il dormiveglia era come una mummia. Non credo capisse nemmeno quello che faceva. Ma non voleva perdere niente. Lei ha l’animo della baldracca. Te l’ho detto. Quando l’ha visto, il filmino, non ricordava niente. Era a bocca aperta. Aperta e vuota. Persino di parole. Le sembrava impossibile. Ha detto che era venuta bene. E ha detto che lo dovevamo rifare proprio per quello. Perché non ricordava. Campa cavallo. Era stato questo a farla incazzare. Se magari ti serve qualcuno, anche per pulire casa Non farti scrupoli. Insomma l’allegria è salita. Il primo che ha allungato una mano s’è preso uno schiaffo; e che diamine. Il secondo… Credo di essere stata io la seconda. Non ne sono sicura. In mezzo a tanta confusione. Poi Michael voleva baciare anche me. E tutti: bacio, bacio. Certo che i ragazzi sono proprio cretini. E sanno dire solo quello.
E lei, Caterina, subito a vociare: «che cazzo fai»? Volgare. Lei, in quei momenti, è un po’ volgare. Sbotta. Non si sa tenere. Non si sa comportare. Ma io gliel’ho detto. L’ho rimessa al suo posto. Mica mi mancano le parole. O gli argomenti. Gliel’ho sbattuto sul muso. «Hai cominciato tu per prima. E poi è stato lui a chiedermi un bacio. E’ stato ancora lui a toccarmi il culo». E lei: «Non serviva che allungassi le mani anche tu. E… davanti a tutti. Sei proprio una»… Ma alla fine Caterina non è cattiva. Abbiamo fatto subito la pace. Mi è bastato darle un bacio. Anche questa era una prima. Basta guardare la foto (sesta foto NdA). I ragazzi si sono scaldati ancora di più. Naturale. Sembra. E continuavano nei loro stupidi gridi: «Nude. Nude». Insomma alla fine abbiamo cominciato a divertirti davvero. Anche noi non sapevamo che fare. Eravamo tra noi. Nessuno ci poteva vedere. Che c’è di male? Abbiamo preferito fare. Non fosse stato per la macchina. E Tullio continuava a riprendere. Insomma, povero piccolo, a fare e a filmare. Mica è un santo. Ma non mi dispiaceva. La sentivo. E mi parevo attrice. Guardavo e volevo essere vista. E tutti.
Se parlo tanto di quella festa, anche se magari faccio confusione, è perché è stata molto importante per me. Mi ha insegnato molto cose. Ho iniziato a perdere tante timidezza e inibizioni. Cioè ho imparato a farmi coraggio. E ho scoperto la mia vera vocazione. E’ stato durante quella festa che ho perso la mia seconda verginità. O forse è stato con Giordano. Insomma, è la stessa cosa. Non vorrei dire una cosa per un’altra. Non è te. Non per vantarmi. Voglio dirti la verità. Le cose come sono. Sì alla fine, Caterina, ha accontentato i ragazzi. Cioè all’inizio della fine. Convinta dalle insistenze. Si è spogliata, tutta. Sopra il tavolo. E’ stata la prima. Con la musica. Come in quel film. E l’aria era calda. I ragazzi sono ragazzi. Non si potevano più tenere. Non c’erano certo letti per tutti, e poi nessuno voleva perdersi nulla. Nessuno sarebbe uscito per niente al mondo. Vedere è quasi come fare. Non so. Tutti hanno fatto del loro meglio. Si sono adattati. In certi momenti mi vengono anche delle parole forti. E’ una sorta di liberazione. Quando mi sono accorta che lo stavo facendo con Marco Antonio cominciavo ad avere le idee confuse. Nemmeno ero certa di dove mi trovavo. Ma non volevo essere la prima a dire basta. Certo ogn’uno aveva il suo bel da fare. Non è che si badasse agli altri. Ma farlo mentre gli altri ti guardano o ti possono vedere. Cioè farlo in presenza di altri. Non è forse un po’ come farlo al cinema? E poi davanti ad una telecamera, anche se casalinga. Mi sentivo importante. Magari qualcosa senza nemmeno l’avrei pensato. L’obiettivo è ruffiano.
Chi non sogna l’harem? Anche se poi. Uomini siete. Ed era anche molto democratico. Pieno di donne ma anche di uomini. Esclusi eunuchi. Insomma. Nessuno era più di nessuno. Nessuno badava agli altri. Si guardava e non si badava. Mica puoi essere gelosa. In quei momenti. E proprio lui, Michael era quello peggio. Era in preda alla fantasia. Galoppante. Ricordo ancora le sue parole. E le sue voglie. Voleva togliersele tutte. Lei Caterina lo guardava con due occhi. Forse non lo aveva mai visto. Ancora nemmeno lo conosceva. Ho capito allora che non sarebbe durata. Che sarebbe finita; tra loro. Solo che è stato il primo a finire. Ad… come dire? Alzare bandiera bianca. E’ buffo detto così. Tutto senza d’un fiato. E’ crollato. All’improvviso. Sul più bello. Così sono i maschietti. Io ero libera. Ero andata con Filippo. Niente di che. Io non sono gelosa, ci mancherebbe altro. Cose da medio evo. E Filippo era solo Filippo. Certo che se. Allora potrei diventare una bestia. Gli cavo gli occhi. Perché dire è dire. Anche per una mancanza di rispetto. So che mi capisci. Quando non c’è nulla di serio. Va bene. Può. Liberi. Come quella volta. Come con Filippo. Perché io ci tengo alle cose. Se c’è un accordo. Se due si vogliono bene. Se c’è una storia. Ha fatto bene Caterina. Allora è un’altra storia. Non trovi? C’è il momento che devi crescere. Prenderti le tue cose e andare. In cui non puoi più giocare. Sei sposato? Ne ho incontrati tanti di sposati. Non sono diversi. Non l’hanno scritto davanti. Sempre uomini sono. Non importa. Fammi dire.
Certo che siamo carine quando giochiamo insieme. A fare le innamorate. Sembriamo davvero. Ma è solo un gioco. Per gli altri. Noi ci divertiamo e basta. E’ stata quella volta. Poi ai ragazzi torna in mente. Non è che possiamo sempre. Non è che… A me gli uomini piacciono. Credo siano la più bella invenzione del creato. Non tutti, certo. Per dire, Enrico non si può dire una bellezza. E’ proprio bruttino. Poveretto. Non fosse stato che… Ha una splendida villa in mezzo ai monti. Una baita. Molto ben tenuta e curata. E ci siamo trovati completamente soli. Il silenzio. La natura. Il fresco della sera. A volte è la stessa vita che ti fa da ruffiana. Passami il termine. E ci sono certi momenti in cui l’aspetto conta meno. Passa in secondo piano. E, ad essere onesta, aveva altre qualità. A letto non era male. Ma forse è che ci metto anche del mio. Comunque non gliel’ho fatto incontrare. A Caterina. Meglio ogn’uno al suo posto. E poi è così riservato. Nemmeno avrebbe voluto. Non vuole si sappia.
Ai ragazzi piace. Voglio dire. Due ragazze. Anche quello è cominciato per scherzo. Uno dice «bacio» e succede quello che succede. Magari nemmeno ci pensavano. Magari sì. Qualcuno sicuramente. In fondo a voi piace più guardare. Che fare. Non è forse vero? Insomma allungo una mano. Poi mi viene spontaneo. Un bacio. Il gioco resta un gioco. Non è che sono cambiata per quello. Non c’era molto di diverso. Forse anche. Non mettermi fretta. Insomma… anche bello. Ma forse ti sto facendo perdere. Dimmi tu. Potrei recitarti qualcosa. Potrei recitarti quella pubblicità. Quella dei divani. Che lei comincia ad essere un po’, diciamolo, patetica. Ha la sua età. Non che non abbia delle qualità. Si vedono. E sono tante. Forse troppo. E il troppo… insomma anche quelle scendono al ribasso. Ogni cosa alla sua età. Io non sono bigotta, certo. Credere ci credo. Ci deve essere qualcuno. Da qualcuno deve essere pur cominciato. Tutto. Non sono come quelle. Tutte casa e chiesa. Ma credo. A modo mio. E mi segno se entro. Porto rispetto. L’uomo, nel senso di noi, ha un’anima. Anche se a volte non pare. Ci sono certi tipi. Ma non parliamo di miserie. Non si finirebbe più. Proprio depravati. Privi di qualsiasi rispetto. Insomma.
Torniamo a noi. Stavo dicendo. Fare l’estetista, anche se diplomata, sai. Non si guadagna male. Ma non da le soddisfazioni che cercavo. Io mi credevo di migliorare il mondo. Di cambiarlo. Ti svegli subito. Quando ti arriva il primo soggetto impossibile. E ne arrivano: donne che avrebbero bisogno di un miracolo. Oltre l’ultima spiaggia. E ti guardano. E vorrebbero «Vorrei i capelli come i suoi». Te lo dicono magari guardandoti il seno. Altro che capelli. Niente da fare. Bisognerebbe cambiare macchina. Tutta. Tutta la carrozzeria. Altro che taglio di capelli. Bastassero quelli. E ti guardano da per tutto. Con quell’invidia. E cerchi di fare il possibile. Certo gli anni non li puoi sottrarre. Come dicevo. Nemmeno se sei una grande attrice. Una famosa. Anche la chirurgia mica ti può aiutare sempre. Si vede. Ognuno se li tiene. E poi, quando una c’è nata. Nel loro mondo continuano a pascolare i mostri. Sono il peggior incubo tra i loro incubi. E capisci che non puoi regalargli il sogno. Solo un’illusione. Ma a volte loro sono molto disponibili a illudersi. Fortuna che ci vogliono credere. Qualcuna.
Non mettermi angoscia. Se ti va puoi chiamarmi Rosa. Preferisco Annarosa. Però. Certo, ero proprio una ragazzina. Forse una cattiva ragazza. –sorride soddisfatta– Ora sono una donna. Come vedi. Ne ho fatta di strada. Non so. Ti posso cantare qualcosa. Non è molta ma è intonata. Che ne so? Quella di quella francese, per esempio. Come fa il titolo? «Vivere in tre» [in realtà la canzone è di Caterine Spak NdA]. O quello che vuoi. Scegli tu. Fidati. Credimi. Lo so che c’era scritto che si cercano volti nuovi, ma una donna non è fatta solo di quello. E’ fatta di tante altre cose. E poi c’è la passione, il dolore, il pianto, la meraviglia, e la paura. E dove me la metti una faccia porca? Anche la mia faccia è piena di espressioni. Posso interpretare qualsiasi parte. Ma è come dice Gaetano. Mica le posso nascondere. E una donna nuda vende anche agli eschimesi. C’è anche una brutta luce, non ti sembra. Comunque… Di reggiseno porto una quarta. Di mutandine… solitamente non le porto. Hai visto abbastanza? Bene? Vuoi vedere qualcos’altro? Cosa dicevo? Mi è sempre piaciuto fare l’attrice. Non ti voglio rubare altro tempo. Magari per iniziare mi accontenterei anche di qualche pubblicità. Anche piccole parti. Anche tu avrai il tuo da fare. Intanto, per non aver fatto tutto per niente. Madonna, che tardi s’è fatto. Potrebbe essere anche una scopata come si deve. O quello che vuoi”.
Bene Annarosa, lascia il tuo numero. Magari ti chiamo una di queste sere. Avanti un’altra”.
Sicuro di non volere almeno un assaggino”?

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: