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Archive for gennaio 2014

L'Altra Metà del Cielo

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La giornata non è ancora completamente finita. Si torna dalla tenda della libertà, quella del tetto della casa di Samer Issawi, all’albergo per una cena frettolosa. Stasera aspettiamo Yehouda Shaul “è un sottoufficiale dell’esercito israeliano, ebreo ortodosso, cresciuto in un insediamento di coloni. Non è un pacifista, crede nel diritto di Israele a difendersi. Ma, dice, quello che Israele sta compiendo nei territori occupati non ha nulla a che vedere con la difesa: è solo terrorismo e guerra di occupazione territoriale. Ha fondato Breaking the Silence, che raccoglie le testimonianze dei reduci israeliani. Sono testimonianze agghiaccianti. Ci racconta gli ordini che riceveva dai capi durante il suo servizio a Hebron: incutere terrore random. Lo schifo lo ha sommerso e ora racconta agli israeliani increduli la verità sulla presunta politica di difesa di Israele” (presentazione del compagno di viaggio Stefano Casi).
Diciamo che stasera si va a “scuola dal…

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pittura con tecnica mista su cartone telatoE cerco me
in tante vite vissute
e cerco me
in tante vite perdute
frammenti sono
che la memoria tradisce
quando si avvina il tempo
per dar spazio alle memoria
e lacrime pensanti appaiono
in questa ricerca vana
per le persone vive
che son rimaste foto
e per le immagini che non sono
e non saranno più.
E’ quel più a far paura
sul fare della sera
quando certi silenzi narrano
e certe narrazioni si tacciono
per cercare me, anche loro
e frugare in cassetti nascosti
per non fare attenzione,
il rubinetto gocciola
echi ossessivi
che non puoi cancellare
che gridano note dissonanti,
e allora…
cerco me per non trovarmi
in questo gioco che consuma vita:
cerco me tra le tue braccia
dove nascondo la smorfia di quelle immagini
dove il viaggio si fa veleno
mentre la vita si inventa da sé
apre la porta e fugge
cerco me dove non sarò mai

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L'Altra Metà del Cielo

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Beh, viaggiare con Luisa non è sempre sofferenza, e non parlo di stanchezza fisica, levatacce e viaggi complicati, parlo del disagio o del dolore che si prova nel vedere ingiustizie, diritti umani cancellati e una terra stuprata.
Ne parlavo con lei, Luisa, mentre si viaggiava con un amico palestinese verso Ramallah. Notavo ancora, una volta di più, che gli insediamenti sono vere e proprie prove di forza. Sono stupri del territorio, dimostrazioni di potenza e possessività, non mancano nemmeno di difese e muri di vera matrice paranoica. Guardavo il tutto e affermavo: “Ma gli israeliani non amano proprio questa terra, lo si vede dalle costruzioni che sembrano fortezze e che paiono ingoiare la terra per poi richiudersi e ritornare mostri...” lei candidamente mi ha risposto: “Chi vuole possedere, non ama…” risposta semplice semplice, ma davvero illuminante, così vera che varrebbe un capitolo intero su questo…

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solidarity movement for free Palestine

On Tuesday morning representatives from the Arab UNWRA Staff Union, Employees from the refugee camp services, the Jordanian Miners Trade Union, the Federation of Trade Unions of Palestine and supporters came together in solidarity with UNWRA workers on strike. The strikers are now into their third week on hunger strike with no concern or attempt at dialogue from the UN.

Shaher Saad, General Secretary of the Federation of Trade Unions of Palestine, spoke about his dismay at the disregard for the workers plight by the UN. He pointed out that Commissioner General Filippo from the UN, seemed more concerned with his personal interests in his public statements, than the lives and livelihood of UN workers. He pointed out the Filippo’s term is due to end in March and the Commissioner seems more concerned with his future career, and is happy to pass the problem on to any incoming Commissioner. Saad…

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Le parole appunto (con cui, a volte. il mIo poeta gioca). Le parole che possono apparire solo parole. Proprio dove non sono mai solo parole. E poi si trasformano in grida indomite e fiere, in universo e lotta, lì dove il dolore più grande è vissuto dal silenzio. Terra strana la Palestina che affascina fin dentro le ossa, che ti parla con lo scorrere di tutte le sue ore, sorrisi pieni di poesie quasi mai meste e non sempre del Poeta; ma questo è un blues palestinese. Paesaggi di pietre altrettanto dure dove anche uno sguardo deve costare sudore e dove l’erba fatica a respirare, mentre noi ci sforziamo a capire, per capire veramente. Strade di confini e paese imprigionato dalle proprie mura. C’è sempre un limite, un limite da superare, in Palestina. Lo sguardo di qualcuno che ti senti addosso, una divisa che ti ricorda quella spocchia del gendarme. Vuoi una ragione? Serve una ragione? Mi sono innamorato della Palestina. La Palestina sa fare innamorare. La Palestina resta nella pelle, nel cuore, e come dice la mia donna, una donna appunto, nell’anima. E trovo storie di donne dal capo coperto che sembrano, ma solo sembrano, aver imparato a tacere ed ascoltare, che sembrano appartenere ad un mondo antico che voleva far credere di poter fare a meno di loro e così paiono le nostre madri, o forse le nostre nonne, quando anche a tavola dovevano tacere.
Storie di donne dunque, perché la lingua è donna, e la Storia e donna, anche quando sognano di scriverla i maschi, perché la parola è donna soprattutto quando è dura come l’acciaio, tagliente come una lama, chiara come la verità, decisa come tante donne testardamente legate alla vita. E non è colpa dell’uomo se solo la donna può dare la vita. Per questo mi sono trovato a legare la parola, quelle parole, più facilmente a dei volti di donna, qui in Palestina. Ma perché la Palestina? In tanti posti si muore e così in Palestina vedono morire ogni giorni i loro figli, i vecchi, le madri. In tanti posti si soffre e in Palestina ci si guadagna nella sofferenza ogni secondo. Anche in altri posti non c’è un posto per la gente e in Palestina nessuna strada è la tua strada, e l’odio te lo sputano addosso, sulla pelle, ad ogni sguardo, come fossi l’ultimo, e quella sorta di rancore raggiunge anche noi, visitatori; meno dell’ombra del loro cane. In tanti posti c’è guerra, e ci sono soprusi, e soldati con le armi spianate e in Palestina questo avviene dal millenovecentoquarantotto; da quando sono nato, proprio così, e forse anche da prima, e ti guardano con disprezzo con gli occhi e con la bocca del loro fucile, i soldati, e ti spregiano quei civili coloni. E se raccogli una pietra ti giudicano tribunali militari, perché anche ai soprusi c’è un limite, e anche se esci solo per prendere il pane, e anche se sei solo poco più di un bambino, anche solo un bambino. Perché i palestinesi ti sorridono, ma quel sorriso fa male a chi cresce d’odio; perché la Palestina non si piega ed è donna.
E io forse dovrei parlare di zona “A”, e “B” e “C”. E poi di zona “H1” e zona “H2”, perché c’è sempre qualcuno che non sa e qualcuno che non vuole sapere; ma è solo occupazione, occupazione militare e di civili armati con gli occhi di belve. E allora parlo di donne come Sawsan, beduina che frequenta l’università. Splendida storia quella di Sawsan che varrebbe la pena di raccontare per intero, con la dovuta pazienza, leggerezza e forza. Figlia de Il coraggio della nonviolenza e di un padre ingombrante e fiero: lo stava ad ascoltare attenta in un silenzio assorto, qui a Venezia (purtroppo è uno degli incontri mancati al nostro ritorno in Palestina). Poi qualcuno ha voluto correre il rischio di scatenare il suo orgoglio e allora Lei si è presa la parola e l’attenzione e tutta la sala. Come una tempesta ha attraversato i cuori di tutti i presenti per gridare il senso della sua vita con una forza che trascinava: “Sono palestinese, resterò sempre palestinese e morirò palestinese; niente mi potrà piegare, non le ferite degli invasori, non le minacce, non la prigione”. E tutti a pendere dalla sua voce e dal coraggio di quella piccola donna coi capelli coperti e un abbigliamento fin troppo pesante, lei che non si sarebbe mai ribellata al padre ma mai si piegherà ai carcerieri, ai carnefici della sua terra.
E allora preferisco parlare di donne come Huda Imam, al Centro studi Università di Al Quds nel Suok al Qattanin, che ti abbraccia con un sorriso e con gli occhi ti spiega che c’è sempre posto per la gioia e per l’amore. E non sa come dirti un grazie che ti imbarazza e allora non sai che stringerla tra le tue braccia e trattenere la commozione per tutti i grazie che le dovresti e non puoi che tacere. Perché in donne come lei, solo nei loro occhi vive ancora la Palestina e si trova un futuro; perché donne così non sono domabili.
Come Fadwa Barghouti avvocato e anche moglie del grande leader palestinese Marwan, e forse è lui, sequestrato da quell’occupante assurdo ad essere “il marito di Fadwa”; lei che con un lapsus di involontaria ironia s’è definita davanti a tutto il mondo “moglie di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi”; affermazione decisamente impegnativa la sua. Lei che ha rimproverato il marito preoccupato, allora solo innamorato, buttandogli in faccia la verità: “tu combatti la mia Resistenza; mi offendono le tue precauzioni, questa terra è la mia terra e questa lotta è la mia lotta”. Lei che basta guardarla per capire che la Palestina conosce tutte le parole tranne quelle della resa. Donne orgogliose dei loro uomini quando questi le fanno fare orgogliose.
Come il sindaco di Betlemme Vera Baboun che governa una città del mondo e la storia. E ha occhi che ti scrutano dentro come tanti occhi di donne palestinesi. Dovrei fermarmi a parlare dei loro occhi, a volte dolci da regalarti una serenità infinità, a volte tristi per tutti quei dolori, sempre decisi e fieri; occhi di donne, ma vogliono togliere tutto a quelle donne e allora c’è altro da dire, consapevoli che non potranno mai togliere loro la fermezza di quegli sguardi, né la dolcezza, né la tristezza che portano in memoria. Perché poi escono dal silenzio e sono loro le prime a difendere i loro figli dalla violenza, a difendere la loro terra, la terra degli ulivi, a cercare di spiegare il disprezzo che l’odio genere, ad allevare i resistenti di domani, a dire: “sono Palestina”.
Come Manal Tamimi che vive l’orrore e ama il bello, e la bella pittura, che ci racconta di umiliazioni antiche e di una caparbietà che continuamente si rinnova. Che parla delle sue ferite e di quelle dei suoi cari e dice che sono nulla davanti alle ferite della sua terra, e spiega agli israeliani incontrati qui per puro caso che Gerusalemme sarà sempre la capitale di una terra chiamata Palestina, e vorrebbe dire tutto in una volta e diventa inarrestabile. Manal che ritroviamo quando la sua famiglia festeggia la liberazione di uno dei tanti Tamimi, tutti resistenti, liberato con i 26 dalle galere dell’occupazione, tirato, patito, con ancora in volto i segni delle sofferenze, e già pronto a tornare a lottare a dire che ne è valsa la pena. Storie cioè che dalle parole diventano Storia e conoscenza e coscienza davanti all’orrore e alle prevaricazioni. Donna come le tante che qui non hanno trovato posto solo per una questione di spazio e di memoria (anche quella, la memoria, è donna; perfino queste foto sono foto di donna); senza parlare poi di Luisa. Il mondo non ha più nessuna giustificazione e non sarà più lo stesso perché loro gli negheranno ogni possibilità di nascondersi in un consolante silenzio. Restiamo umani con Vik per una Palestina Libera, Laica e Democratica.

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Da Fiorenzo Fiorito senza la sua autorizzazione, e senza punteggiatura
Il sonno del mio respiro
si confonde con le voci della strada
certi incontri appiccicano
come resina d’albero giovane
raccontano di occhi e capelli
fra pensieri che migrano
da una vita a un altro ascoltatore
in questo parlare a volte discreto
a volte no
in questa fatica senza tempo
le perle di sudore
gelano al vento di promesse fuori tempo
fra il mio cuore e la strada
il futuro
teso
come corda d’arco
non mi lascia dormire
per l’impazienza di nuove conquiste
Ecco cosa succede quando dentro un amico brillante, gigione, simpatico, scopri poesia, e di cui ha taciuto; persino il titolo diventa arbitrario. Chiamo a testimonianza il bravo e generoso amico Stefano, proprio affinché troppo buono: l’attore dovrebbe essere un abito, e limitarsi a vestire la parole altrui. Magari declamare un grande poeta arabo e che so io? Ci vorrebbe un’immagine a suggellare il gusto e l’incontro, ma non l’ho. Ne scelgo una e non è nemmeno mia che dice quanto dobbiamo ancora imparare ad ascoltare. Ci vorrebbero parole altrettanto precise e lievi. E alla fine ripetere un abbraccio. Proprio per quella fatica senza tempo, per le ore che sono sempre troppo brevi, per inseguirlo ancora e ancora. So che ci aspetta ancora un piatto caldo e un buon bicchiere di vino.
e vi regalo una canzone:

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La barca corre come se anche il vento avesse fretta e dai fianchi sputa, senza apparente sforzo, il bianco sudore del cavallo che mangia la piana come se fosse inseguito da tutti i tuoni del creato, ma non fuggo da ciò che so, cerco quello che ancora non ho mai visto, e di ritrovare quello che conosco già, ma che appartiene al mondo la fuori. Nemmeno il tempo di salutare mio padre, gli dico, ma il mio destino mi rincorre. Avessi potuto e avuto il tempo lo avrei raccontato ma anche le avventure devono trovare la loro fine e non ci resta più tempo. Fossi rimasto mi avrebbero salutato come si deve ad un eroe e poi, prima o dopo, sarei finito a pendere da una corda perché gli eroi sono sempre scomodi e io non faccio politica, cerco quello che è giusto per me al momento, ma la politica avrebbe chiesto la mia vita perché gli eroi son sempre scomodi alla politica, agli intrallazzatori, ai ruffiani, e mi avrebbero chiesto il conto. Non fosse per questa barca tu saresti già un topo per le loro galere in attesa del supplizio, lo hanno già scritto, e io nemmeno sono un brigante, non nel senso proprio, se non per i pochi giorni in cui sono, anzi sono stato, Spartaco, una leggenda che subito non sarà più, come tutte le leggende. Gli altri giorni, tutti, sono nato marchese e torno ad essere il marchese Aurelio Cabrè di Rosacroce; per il resto sono un’amante di una donna che non sa amare, di un’animale senza padrone, della sivigliana, mi fa impazzire il sapere, non ho altre parole, amico, e lo sai tu come io non faccio politica.
«Fabra, vuoi di nuovo parlarmi di politica?
Marchese, ascoltami: io gestisco una peschiera, pagando l’affitto ad un tale Carrasco, cavaliere di Spagna, che ne è proprietario ma la cui famiglia si è trasferita a Barcellona più di un secolo fa. Lui non ha mai messo piede in quest’isola, eppure riceve i miei soldi. Ci sono dieci pescatori che lavorano per me, e su dieci pesci che prendono, tre li danno a me, perché io ne dia due a questo catalano che probabilmente non ricorda nemmeno da dove gli giunge questa rendita. Dei sette pesci restanti, uno va al Re, e uno alla chiesa. I cinque che avanzano se li dividono in dieci. Mezzo pesce a testa. E devi contare che alle volte non si pesca per il brutto tempo, e altre ci sono dei furti, o una rete che si rompe e va aggiustata, o un uomo si ammala. Ma l’affitto che io devo a Carrasco, non cambia, e quello che i pescatori devono a me, al Re, e alla Chiesa, neppure. Ti sembra giusta, questa divisione del guadagno di un lavoro che viene compiuto da quegli uomini, e da essi soltanto»?[1]
Dimentica. Me ne vado anche per questo, perché l’isola[2] possa continuare ad essere libera di restare in catene schiava dei propri baroni e della loro ingordigia, e dei loro balzelli, e dei loro privilegi, e della loro avida stupidità e della Chiesa, delle credenze. E perché il Re possa tornare ad essere un essere inutile e sciocco, come si conviene ad un Re, ciò possa tornare ad essere solo Re. Ma libera non lo sarà per molto ancora, perché troppi hanno l’ambizione di essere servi. Guardo il mare davanti; lei è al mio fianco, ora più mia che mai, come non lo è mai stata, anche se so che non sarà mai mia. L’aria sa solo di salsedine, i miei occhi corrono lontani con un senso di riconquistata libertà, non sono fatto per gli spazi angusti, per le stanze chiuse, per le giornate che conosco già, e fin troppo, fin dal mattino; ho bisogno d’aria e di mondo; e il mondo mi aspetta:
«Ne sono addirittura certo, amico mio, ma me ne fotto. Per quanto si possa dare per scontato che ci sarà sempre un coglione vestito da teologo che cercherà di fermare il bisogno dell’uomo di sapere, allo stesso tempo sono fermamente convinto che questo bisogno romperà ogni argine, si farà beffa di ogni paramento sacro, scranno di Pietro e censura del Sant’Uffizio, e trascinerà qualche mente illuminata e coraggiosa verso una conquista, utile all’umanità. Non posso pensare che Dio ci voglia sofferenti, mai e in nessun caso, caro amico, e il resto sono solo idiozie di gente stolta indegnamente vestita con abiti sacri»[3].
Niente vale la mia libertà.


[1] Il cuore dei briganti di Flavio Soriga. Romanzo Bompiani – Narratori italiani; marzo 2010 pag. 259-260
[2] Hermosa, ndr
[3] Il cuore dei briganti pag. 163

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