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Archive for gennaio 2014

«Ascoltai più che altro.
Le foglie sugli alberi mormoravano spartiti provati per secoli dal vento».
«Credo che se non esistesse, ne inventerei la ricetta. Non mai sentirmi sazio senza di lui. Ne scoprirei gli ingredienti, le dosi, i tempi di cottura e me ne cucinerei uno tutto mio e per me soltanto. E se la ricetta di Dio cambiasse ogni giorno io la riscoprirei ogni volta… e ricomincerei da capo. Volete servirvi»?
«Siamo tutti colpevoli di tradimento nei confronti dell’umanità!!! Tutti complici dell’omicidio del nostro presente e del nostro futuro… questo sì, lo siamo tutti…

Gli eroi son quelli che non sono partiti. Gli eroi sono quelli catturati e incarcerati, quelli che scappano nei boschi. Gli eroi son quelli che i vincitori –perché loro si sentiranno comunque vincitori sia che vengano sconfitti o trionfino– chiameranno infami o codardi o traditori».
Da Domani non sarò più re di Luigi Pozza

Una guerra vecchia, nuova, improbabile; già in atto. Le nostre dolomiti. Con tutto l’amore per la vita e per quei posti. E nessun scivolamento consolatorio. Duro come la pietra. Affilato. Pieno di lucida disperazione. La guerra è guerra. E’ sangue e dolore. Che dire? L’ho letto lentamente come si conviene al suo ritmo avvolgente. Entrando in quella disperazione. E l’ho amato. E ne ho avuto paura. Perché non arriverà nessuno a salvarci. Solo noi stessi possiamo farlo.

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Ci fermiamo in un posto emblematico. Un crocevia. Dove è cominciato tutto. Dove Jaffa diventa Tel Aviv o Tel Aviv diventa Jaffa. O dove Tel aviv, “collina della primavera”, finisce e comincia Jaffa. O dove Jaffa o Giaffa finisce per diventare Tel Aviv. Uno di quei bivi della storia. Uno dei tanti. Uno dei tanti bivi delle storie palestinesi. Davanti a noi c’è una costruzione, ora c’è anche un bar. Ha un numero che di per se è testimonianza dura. Siamo al 48. Da una parte movevano quelli dell’Haganah[1] (La Difesa), dall’altra avanzavano i terroristi assassini della Banda Stern, ma potevano anche essere quelli dell’Irgun o altri cani simili. Belve assetate di sangue. Senza pietà. Poco più avanti c’è un vecchia casa palestinese. L’ultima dell’intero quartiere. Anche su quella gli occupanti hanno voluto porre in segno dell’invasore. Lo potete vedere nella foto. In quei giorni tragici quando hanno cominciato ad urlare le armi la gente scappava e correva e moriva e resisteva. L’ultima flebile resistenza cercò di difendere la moschea. Al posto del popoloso quartiere ora c’è un parco. Le case e la gente è sepolta sotto quell’erba, quei viali, l’asfalto di un parcheggio. C’è anche un parco per gli animali. Non un posto per i palestinesi musulmani. Isolata c’è la moschea nel mezzo del parcheggio. La moschea è stata ricostruita, coi soldi dei sopravvissuti, di chi ha avuto pietà, ma è vietato l’uso come luogo di fede.
Davanti a quella moschea ci fermiamo a parlare e a guardare le foto che ricordano quei giorni e quella storia. Ma non sempre la storia si limita alle pagine dei libri, tutt’altro, spesso ne esce, si fa protagonista, scende nelle cose, si fa trovare. Qualcuno approfitta per fumare. Qualcuno, pochi, si distrae. C’è un po’ di brusio, di chiacchiericcio. Un palestinese si tiene in disparte e pare interessato a quello che dice il nostro accompagnatore. Luisa gli si avvicina. Luisa è una persona incredibile. Speciale. Dovrei spendere pagine di parole per parlare di lei. Luisa è Resistenza. Luisa ha un cuore enorme. Insomma Luisa è Luisa. Parla in disparte, sottovoce, con quell’uomo dall’aspetto umile e remissivo. Torna con lui per raccontarci che lui è uno dei sopravissuti, degli scampati a quell’immane eccidio. Lui cerca di aggiungere qualcosa: in quella fuga ha perduto due fratelli. Erano solo bambini, come lui. La ferita di quel dolore non s’è mai rimarginata. Come può un tormento simile trovare pace? I suoi occhi si riempiono di lacrime. Si allontana velocemente per rifugiarsi nel pudore del suo taxi. Aspetto che torni. Non posso che dirgli grazie e abbracciarlo. Sento le sue ossa contro il mio petto. Siamo fratelli e vorrei portare un po’ di quel peso. Gli chiedo scusa per una colpa che non ho. Non ho alcuna colpa di ciò? Dai suoi occhi tornano a sgorgare lacrime che questa volta si mescolano alle mie.
Più avanti c’è una casa diroccata e ricostruita ora usata per testimonianza dall’altra parte, dal sionismo, scusate la volgarità. Sul muro sbrecciato una targa che inneggia alla “liberazione”. I morti tacciono e giacciono sotto terra. Le macchine passano sopra e parcheggiano. Dovrei forse ammirare l’ironia di questi occupanti? Dovrei forse imparare qualcosa dall’ironia della storia? Intorno si alzano grattacieli in una città senza anima, senza passato, senza amore. Luisa ha detto che chi vuole possedere non sa amare. Mi son scritto queste parole che trovo giustissime e bellissime. Sotto i nostri piedi scorrono i fiumi di sangue. Il terreno ha provato ad assorbirli. La gente ha provato a dimenticare. Ha voluto dimenticare. Spero che la vergogna torni a trovarli ogni notte. Torni magari declamando i nomi di tutte quelle vittime. Ora al loro posto c’ Tel Aviv e Jaffa, due città senza un’anima. E il traffico corre veloce, come scappasse. E il cielo è imbronciato. E oggi persino il mare mugugna. Vieni in Palestina e sai che la Palestina ti cambierà. Un pezzo di Palestina ti si conficca nel cuore, non puoi che portarlo con te. Soffri, ti indigni, anche sogni, ma non puoi che tornare innamorato della Palestina.


[1] organizzazione paramilitare ebraica in Palestina durante il Mandato britannico dal 1920 al 1948.I tuoi occhi sono una spina nel cuore
lacerano, ma li adoro.
Li proteggo dal vento
e li conficco nella notte e nel dolore
così la sua ferita illumina le stelle,
trasforma il presente in futuro
più caro della mia anima.
Dimentico qualche tempo dopo
quando i nostri occhi si incontrano
che una volta eravamo
insieme, dietro il cancello.
Le tue parole erano una canzone
che io tentavo di cantare ancora,
ma la tribolazione si era posata
sulle fiorenti labbra.
Le tue parole come la rondine
volarono via da casa mia
volarono anche la nostra porta
e la soglia autunnale
inseguendo te,
dove si dirigono le passioni.
I nostri specchi si sono infranti
la tristezza ha compiuto 2000 anni,
abbiamo raccolto le schegge del suono
e abbiamo imparato a piangere la patria.
La pianteremo insieme,
nel petto di una chitarra;
la suoneremo sui tetti della diaspora
alla luna sfigurata ed ai sassi.
Ma ho dimenticato,
oh tu dalla voce sconosciuta!
Ho dimenticato,
è stata la tua partenza
ad arrugginire la chitarra,
o è stato il mio silenzio?
Ti ho vista ieri al porto
viaggiatore senza provviste, senza famiglia.
Sono corso da te come un orfano
chiedendo alla saggezza degli antenati:
perché trascinare il giardino verde
in prigione, in esilio, verso il porto
se rimane, malgrado il viaggio,
l’odore del sale e dello struggimento,
sempre verde?
Ho scritto sulla mia agenda:
amo l’arancio e odio il porto,
ho aggiunto sulla mia agenda:
al porto mi fermai
la vita aveva occhi d’inverno,
avevamo le bucce dell’arancio
e dietro di me la sabbia era infinita!
Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolci del miele
scriverò sei palestinese e lo rimarrai.
Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio.
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma,
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.

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Storia di un’emozione che i nostri compagni di viaggio non hanno potuto condividere (ma ogni foto e tutta la Palestina è piena di storie).
Andiamo a Bovezzo. Perché c’è una grande festa per la Palestina. Perché ci sono dei meravigliosi amici ad aspettarci. Perché abbiamo spedito la nostra mostra dei disegni dei bambini di Gaza su quel vergognoso conflitto. Perché così ci va e ci dà soddisfazione. Insomma andiamo a Bovezzo che per chi non lo sa è ad uno sputo da Brescia. E andando sappiamo di incontrare anche Luisa. Per essere precisi fino alla noia è il 28 giugno. Ci sono tendoni e un palco, cioè si mangia e si parla di Palestina. C’è il banchetto dei libri e una mostra di bellissime fotografie di un fotografo Palestinese che conosciamo in quel momento anche se alcune delle foto ci erano note. Premetto che io credo in certa magia e non credo nell’impossibile; dico sempre: bisogna provarci. Magari stupido ma inguaribile ottimista. Per farla breve torniamo dopo aver acquistato un po’ di materiale fra cui quattro foto belle che incorniciate, compresa quella di una donna che affronta un soldato israeliano, proprio quella che vedete a fianco, ma non abbiamo posto sulle pareti e aspettiamo di trovarlo ponendola in un angolo. Insomma torniamo con belle vibrazioni, ottimi ricordi e un po’ di cose tra cui le foto. Direte: e allora?
Abbiate pazienza, nulla si fa in un attimo. Nel frattempo potete andare a vedervi le foto. In ottobre, per la precisione il 26, organizziamo un convegno sulla Resistenza a Kafr Quaddum: Il coraggio della non violenza, ospitando due nuovi amici palestinesi. Dopo le fatiche siamo a casa gozzoviglianti e a Murad Shtaiwi cade l’occhio sulla foto. Scoppia a ridere e ci spiega “Ma quella è mia zia”. Data la mia conosciuta ignoranza non solo delle lingue lo so in traduzione. E tutto pare finito lì. Continuiamo nel nostro impegno e incontriamo altri amici. Il tempo passa senza fretta. Non sempre vola alla nostra età.
Per capodanno, ma ormai e risaputo, ce ne andiamo in Palestina con un viaggio di conoscenza (e sofferenza). Si gira per i posti e si apprende e si partecipa e parteggia, ma non possiamo evitare di staccarci per andare a trovare a casa gli amici Murad e Samir. Vediamo colonie, vediamo infamie, testimoniamo soprusi e barbarie, in fondo alla strada ci aspetta il piacere dell’amicizia. Quei sorriso e quegli abbracci ricompensano di tutto. Ci accolgono pieni di sorrisi e con grande gioia e lì, sprofondata in un poltrona, c’è un piccola donna dal viso gentile e dolce: è quella zia Resistente. Mi si inumidiscono gli occhi ancora oggi solo a raccontarlo. Non riusciamo che a coccolare quello scricciolo di donna impavida e piena di coraggio e orgoglio, quell’orgoglio ce l’ha impresso nella faccia, tra le rughe, assieme ad una serenità che alberga nelle sue pupille facendosene padrona. Certo: voreremmo portarcela a casa. E lei quando la salutiamo si commuove e anche i suoi diventano rossi. E questa una delle immagini più belle di questa visita in Palestina e ve la regaliamo, come dire “dalla cornice alla realtà”:

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