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Archive for 14 marzo 2014

015-finestra02Cosa dire? Fogli strappati da un calendario che non va. I giorni che si arrampicano sulle cose. Paura e noia del telefono. La voce roca e la gola secca. Una canzone ereditata dal mattino. Le bollette sopra il mobile d’entrata a lasciare impronte sulla polvere. Quasi una lotta per non esserci. E’ tutto solo pigrizia, ma tutto scappa. Questa insoddisfazione, cos’è? Chiudo il libro. Lei e di là e ne sento solo parlottii di cose. Gocciolio sul lavello. Sbattere tintinnante di piatti. Esco. Il desiderio di non incontrare nessuno. Ogni voce si fonde e tutto è rumore. Ma la canzone resta là. Una bestemmia soffocata. Da quanto tempo sono in questo stato? non ne ho la più pallida idea. So solo che… anzi non so. L’unica cosa certa è che va tutto bene eppure… Buona domenica. E’ la vicina del terzo piano. Ha un culo interessante. Forse ha una certa simpatia per me. Le debbo apparire interessante. Forse mi considera qualcosa. Povera donna. Accenna a fermarsi. Accelero il passo. Chi la sentirebbe Marisa. Con lei ogni cosa è dramma. Per lei tutto ha necessità di una spiegazione. Soprattutto con quella donna. E Venezia non è una città dove ci si può nascondere. Non ha rispetto. Non le puoi fuggire. Ti mette sulla bocca di tutti. E’ intimamente perversa e portata alla chiacchiera. Non c’è un angolo di intimità. Quasi mai. E’ in quest’angolo, mentre passo, un ricordo mi prende alla sprovvista: proprio qui ci nascondevamo la sera dalla luce dei lampioni e dagli occhi troppo curiosi. Lì per qualche fugace bacio. Ma era un’altra città. Io ero un’altra persona. Dov’è finita quella persona. Strano ripensarci dopo tutta una vita, ma forse non è tanto strano. Forse lo strano sarebbe non ripensarci. Mi allontano con un sospetto. Ho voglia di caffè. Lo sciabordio appena percettibile del remo sulla superfice dell’acqua. Se conoscessi altre lingue continuerei a parlare solo la mia. E tutte le lingue diventano una, si fanno brontolio. Il ponte interrompe i miei pensieri: mi impone attenzione; ai gradini. Ieri davano Ferro 3, fortunatamente ce lo siamo perso. E’ ora di tornare. Anche questo gesto mi costa, quanto è più di altri. Cosa aveva detto? Latte e patate? Pane e formaggio? Le macerie non sono solo pietre. Decido senza fatica: la lascerò brontolare. Non ho alternativa, o imparo ad ascoltare quando parla. Da tempo seguita a dire che non siamo più gli stessi. Nessuno resta per sempre lo stesso. La vita cambia le cose e le persone. E forse non siamo mai stati gli stessi. Quelli che abbiamo detto di essere. Quelli che abbiamo cercato di mentire come persone. Eppure ha la domenica libera, come poche. E stasera tornerà a dire che non mi capisce. Nemmeno io riesco a farlo. Non potevo certo vendere la vita per una canzone. E la verità è che a lei della musica non è mai interessato molto. Lei è una donna pratica, non ha tempo per i sogni; a differenza di me. Ricordo un giorno d’estate al lido. Inutile cercare di illudermi, lei non c’era. Non rintraccio un ricordo preciso con lei, con Marisa. E’ come se fossimo sempre stati un’abitudine uno per l’altra. Eppure ci sono stati giorni e mesi e poi altre cose. E’ uno di quei giorni che non va. Semplicemente uno dei tanti. Ormai non vale nemmeno la pena di parlarne. E non lo facciamo. Io non cerco nemmeno le parole; per dirsi cosa? Che ho scordato i pantaloni in pulitura? Che bisogna ricordarsi di dare da mangiare al gatto? Non ho mai sopportato i gatti. Sono mesi che sono bloccato su quel libro. Non ricordo più l’ultima volta che ho avuto la voglia di scrivere una benché misera cosa. Ci ho provato. Me le racconto in testa le mie cose, e continuo a faticare a prendere sonno. Anche con i tranquillanti. Mi sembra tempo sprecato; buttato. E’ sempre stato così. Alla fine me la accendo la sigaretta, perché non c’è un motivo valido per rinunciare e resistere. Certamente lei se ne accorgerà dall’alito. Tutto sembra relativo. Non c’è una vera ragione, potrei essere felice. Eppure… e poi c’è questa voglia di sapere. E questo desiderio di non capire. E lei che all’improvviso mi torna alla mente. Lei e il nostro tempo perduto. Quei due ragazzi. Il nostro angolo buio. Tutte quelle parole dette, e anche quelle non dette. Quella che sembrava una storia banale. Una storia di ragazzi, appunto. Un amoretto tra un esame e l’altro, tra un romanzo e una poesia. Tra un disco comprato e quello che avremmo voluto prendere ma nessuno dei due aveva soldi a sufficienza. Canzoni che cantavamo assieme, piano o a squarciagola. Le risate davanti ad una pizza o spinte a forza fuori delle labbra dall’alcol che ci rendeva coraggiosi, o almeno meno vigliacchi. Strani anni quelli. Chissà dov’è, cosa le è successo. Se si è fatta una famiglia come quasi tutti gli amici del tempo. Chissà tante cose. Eppure di tanto in tanto lei continua a tornare. E i miei pensieri riavvolgono i fili di quei giorni così magici e così irripetibili. Come avrei potuto conservare il ricordo di averle regalato un mio disegno? Ma era solo un maledetto e straziante ed emozionante sessant’otto. E chi non sognava semplicemente non era. In questo preciso momento vorrei provare a richiamarla ancora, in silenzio, solo per sentire il suono della sua voce; ma allora non c’erano ancora i telefonini. E lei certo non può aver conservato lo stesso numero che non ricordo più. La vita è proprio una puttana che si vende per poche lire e subito dopo è di un altro.

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