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Archive for 2 aprile 2014

Cominciavo ad annoiarmi. Mi chiede “balli?” e ci alziamo e raggiungiamo la pista. Mi mette la mano sulla spalla e l’altra subito la appoggia sul mio sedere, come fosse naturale. Spero di essermi sbagliata ma non mi sbaglio. La sua mano è leggera ma la sento presente. Lo guardo e mi sorride senza cenno di scuse. Mi sento offesa. Il primo istinto è di redarguirlo. Ma come si permette? Cerco di fargli capire con gli occhi la mia indignazione. Ricambia con un sorriso e un’alzata di spalle con l’aria di chiedere: “Scusa ma non posso farne a meno”? Come fosse la cosa più naturale del mondo. Come se fosse un suo diritto. Come se fossi venuta con lui. E gli avessi già permesso qualcosa. Come se la sua mano non fosse là, o avesse una volontà propria. Non avrei mai creduto che fosse così cialtrone. Fanculo! Lo lascio fare e mi dico: “Vediamo cosa crede di fare”?
Per fare lui fa. Decido di staccarmi e tornare a sedermi. Di lasciarlo lì da solo. Ci ripenso. Mi sposto in modo da guardare verso il nostro tavolo. Mi sposto in modo da averli davanti così che almeno loro non possano vedere. Così che quei movimenti… dietro le quinte, siano nascosti. Forse si crede furbo. O audace. O che ne so. Non lo degno nemmeno di uno sguardo. Al tavolo non fanno caso a noi. Anche Elsa è andata a ballare con Vito. Li ho persi di vista. E’ poi loro sono una coppia vera. Regolare. Da tempo. Carlo parla e se la ride. Finisce un altro bicchiere e ne versa uno nuovo. Non lo sopporto quando beve. Non vedo l’ora che finisca la canzone, ma come finisce ne attaccano subito un’altra. Continuo a ballare e trascino il mio improvvisato accompagnatore e goffamente cerchiamo di allontanarci e di raggiungere il centro della sala. Di mescolarci alla confusione. Non è neanche molto bravo, mi pesta un piede. Nemmeno si scusa. Intanto l’indagine possessiva della sua mano, che non si è mai fermata, è sempre più meticolosa e diligente. Non è facile ballare così: “Vediamo cosa crede di fare”?
Sembra soppesarlo. Ne sembra molto curioso. Liscia la stoffa. Torna a stropicciarla. Cerca la presenza delle mutandine. I loro confini e le loro dimensioni. Le deve ritenere piccole. Ne sembra sorpreso e compiaciuto. In realtà non riesco ad immaginare cosa gli frulla per la testa. Non lo degno di uno sguardo. E non credo che sia necessario far scorrere l’indice sulla fessura per dirmi: “Per me sei la vera reginetta della festa”. E poi non ho bisogno di complimenti. Non è così che si fa. Non so cosa crede di ottenere indorandomi una pillola. E poi sono cose che si dicono. Non è nemmeno tanto originale. Ma si sa come sono gli uomini. Chiedere loro un minimo di fantasia sembra sempre di chiedere la luna. Come chiedere un po’ di garbo. In fondo solo curiosa. Lo sono sempre stata. Voglio proprio vedere. “Vediamo cosa crede di fare”?
Mi dice che lo faccio impazzire. Che gli sono sempre piaciuta. Cosa pensa di fare, in mezzo alla pista? E intanto si struscia. Con impudicizia. Son cose che a una donna possono anche fare piacere. Quello che mi dice, intendo. Ma non certo in un’occasione simile. In mezzo a tutti. Con le coppie che ti sbattono addosso. Senza nemmeno chiederti scusa. E poi sono una donna accoppiata. Ho sete, ma neanche a pensarci di chiedergli di andarmi a prendere qualcosa. Potrebbe essere un’idea ma sono certa che si farebbe accompagnare. Magari continuando a tenere quella mano dietro di me. Continuando a stringermi così a sé. Ho il sospetto che sarebbe capace di farlo. Cerco di fingere che non stia succedendo niente e di provare ad intavolare un minimo di conversazione. Gli spiego che pensavo di iscrivermi ad un corso di spagnolo perché le lingue possono sempre servire. Forse non è l’argomento più adatto. Si limita a rispondermi: “Bella festa, no”? e mi strizza la natica divertito e soddisfatto. Comincio ad averne abbastanza: “Vediamo cosa crede di fare”?
Mi rendo conto che deve essere impazzito. Se continua così nessuno ci può non notare. La gonna ormai stropicciata comincia a salire. Forse ne dovevo mettere una più lunga. Ma chi poteva immaginare? Niente è più abbastanza. Cerca sempre più insistentemente di baciarmi e lo fa in modo sempre più deciso. Faccio sempre più fatica a rifiutarmi, a negarmi. Giro la testa con rabbia. Sembra non capire ed è testardo. Gli tengo stretta l’altra mano per impedirgli di portarmela al seno. “Non sei di molte parole”. Ho voglia di gridare. Non so più come trattenerlo, come farlo smettere. Sarebbe anche giusto che piantassi un gran casino, che lo sputtanassi, davanti a tutti. Non so se sono riuscita a dirgli: “Che fai”? tanto non credo che mi sentirebbe. O almeno: “Andiamo”! Frugo con gli occhi e lo conduco verso un posto più appartato. Dietro un angolo. C’è anche un’enorme pianta di Ficus Benjamin con cui ripararci un po’ da occhi indiscreti. Non che sia il massimo ma dobbiamo accontentarci. Vorrei riportarlo alla ragione. Solo che lui però pensa che il mio sia un gesto di accondiscendenza. Si fa ancora più eccitato. Mi riempie il collo di saliva. Mi si struscia addosso. Non posso più trattenerlo. Lascio che si impossessi di una tetta sopra la stoffa. Me la strizza. Respira in affanno. Salta un bottone. Ho paura che mi esca dalla coppetta. Mi prende il panico. Era meglio se non lo mettevo. Lo sento e vuole farsi sentire. Poi lo avverto frugare e abbassarsi la lampo. Comincio ad averne abbastanza: “Vediamo cosa crede di fare”?
Mi regala un cenno eloquente degli occhi che indica lì in basso, dove s’è denudato. Non mi curo di dargli alcuna importanza. Non è il momento di cercare di essere anche gentile. E poi, in quello condizioni, non ho nemmeno la possibilità di un… giudizio. Gli restituisco la mia indifferenza. Sono imbarazzata, non è il posto né il modo. Avesse trovato una maniera carino di chiedermelo certo che gli avrei detto ugualmente di no; ma almeno l’avrei fatto in una forma garbata. E’ solo un cretino. Non è modo di fare; con una donna. Mi poggia la mano sulla nuca e spinge verso il basso per rendere chiara qual è la sua fantasia. Per un attimo cerco di resistere e la pressione della mano si fa più forte. Forse crede che sia la resistenza naturale di una donna che vuole almeno farsi pregare. Avere conferma di essere desiderata. Non credevo certo di farmi trascinare in una serata così. Avevo detto sì a Carlo pensando ad un semplice paio d’ore in compagnia. Due bocconi, un po’ di musica e quattro risate; tra amici. Nemmeno sono una a cui va particolarmente di ballare. Se l’ho fatto l’ho fatto per pura cortesia. Mi lascio trascinare giù sperando che nessuno faccia caso a noi. Arrivati a quel punto mi chiedo solo: “Vediamo cosa crede di fare”?
E’ proprio un maiale. Alla fine si pulisce sulla mia camicetta e mi dice sorridendo soddisfatto e impertinente: “Forse è meglio se torniamo. Non vorrei che qualcuno si preoccupasse della nostra assenza”.
Arrivati al tavolo lo sento dire a Carlo, in tono da credere che non li possa sentire: “Devo proprio dire che avevi ragione tu”.
Finisco il mio prosecco, prendo la borsetta e prego Carlo di riaccompagnarmi a casa. Si mostra deluso ma gli spiego che mi sento proprio stanca. E indispettita mi dico: “Chissà cosa credeva di fare”?

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