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Archive for 9 aprile 2014

Probabilmente storie del genere si sono già sentite e sono state raccontate. Niente di cui meravigliarsi, anche se ce ne sarebbe di che meravigliarsi. Magari cambiano i nomi, i posti e altri piccoli particolari, ma molte cose appaiono come le stesse, hanno dei tratti comuni. E si sarebbe benissimo potuta titolare questa nostra storia anche come “Il cuore della mamma”.
Dopodiché coi tempi che corrono, che per di più non corrono affatto ma al massimo zoppicano, in periodo prolungato di crisi, è frequente rifugiarsi nelle storie. Ma anche in questo, come su tutto, ci sono pareri discordanti. C’è chi dice che sia il frutto della crisi galoppante e chi sostiene sia per il ricordo del benessere perduto. Comunque sia la gente e le tradizioni non sono più le stesse. Nemmeno i valori di un tempo esistono più o almeno si stanno dissipando. Le certezze come Lascia o raddoppia sono ormai una lontana chimera; come il venditore di pere cotte, l’odore di una fuga di gas, restano solo come il sapore di un’età antica, sognante, di un’epoca andata. Senza nascondersi che Michelino, il nostro protagonista, aveva il sospetto di non essere il benvenuto. Non ricordava una volta che la mamma lo avesse chiamato per il suo vero nome. Non ricordava una volta che la mamma gli avesse preparato la cioccolata calda. Gli avesse risparmiato un rimprovero anche quando lui non capiva di cosa dovesse essere sgridato. Né si ricordava gli avesse mai tagliato le unghie, così aveva imparato a rosicchiarsele. Era sola, povera donna, sola con un figlio piccolo da crescere e per di più sempre o quasi di cattivo umore. Diceva che la vita era matrigna e che il pane costava troppo e che la luce non andava sprecata. Aveva dovuto arrangiarsi molto presto nella vita. Inoltre era spesso distratta, con la testa tra le nuvole, e non aveva molta memoria. Ma era brava a fumare, proprio brava; lo faceva da vera esperta.
Sì! a fumare era veramente brava e si allenava molto; continuamente. Le stanze erano piene di quell’odore nauseabondo. I posacenere erano tutti straripanti e spesso le spiaccicava nei piatti o il figlio se le trovava annegate in qualche bicchiere. Era tanto brava nel fumo, sua madre, quanto era disinteressata alle faccende di casa, ma aveva talmente altre cose in testa.
Appena cresciuto Michelino aveva imparato che nella vita bisogna ingegnarsi e arrangiarsi da soli. Quasi naturalmente aveva appreso ad asciugarsi il moccio sulla manica e tutte quelle cose che permettono di sopravvivere alla solitudine. Cresciuto si fa per dire perché era rimasto alto poco più di uno sputo e deriso dal mondo intero. A parte le ginocchia sempre sbucciate, i denti irregolari e non rendevano certo migliore il suo aspetto i due che erano già caduti, gl’occhi in fuori sempre socchiusi alla ricerca di mettere a fuoco il mondo intorno e due orecchi sparati a raccogliere vento, uno grande e uno più grande, e uno più alto dell’altro. Lui stesso si impauriva un po’ ed evitava di frequentare lo specchio. E’ comprensibile se nemmeno da piccino piccino nessuno avrebbe trovato il coraggio di mentire e spingersi a dirlo bello. Persino agli altri bambini non piaceva e si trovava spesso da solo a guardare gli altri giocare. E non eccelleva nemmeno dal punto di vista dell’intelligenza, le cose gli si dovevano dire almeno cinque volte per rendersi conto che era come non avergliele dette. Era pieno di domande ma non riusciva a comprendere la più banale delle risposte. Riusciva a scambiare persino i nomi dei colori. E’ così altrettanto comprensibile che la povera donna non ne fosse fiera. Non aveva mai ammesso che fosse suo figlio e gli camminava sempre almeno dietro metri avanti, o lui trotterellava dieci metri dietro lei. Era figlio di una distrazione, della sfortuna; figlio di quella donna che non lo avrebbe mai confessato e di serata di svago, di cui per di più non ricordava un fico secco tranne un dolorosissimo mal di testa. Un figlio completamente inutile, una vera palla al piede, e ne ebbe ulteriore e definitiva conferma quando rivolgendosi ai servizi sociali si ricordò che si era scordata di registrarlo all’anagrafe al momento della nascita. In quelle ore aveva ben altri pensieri e come detto non c’era nulla di cui vantare fierezza od orgoglio. Ma la colpa più grande di quella povera donna, se di colpa si può parlare, era la distrazione.
La prima volta se l’era scordato in un supermarket, anzi nel bel mezzo di un vero e proprio centro commerciale. Era un mattino di un sabato. Non si era nemmeno trovato troppo male. Fosse stato per lui avrebbe continuato a vivere tra quegli scaffali, ma all’ora di chiusura cominciarono a chiedergli con chi fosse e dov’era la sua mamma. Come si chiamasse e cose del genere. Il banconiere del banco del pesce si ricordava di lei perché lei era sempre fin troppo gentile con quell’uomo rozzo che anche puzzava. Si ritrovò a casa a notte fonda accompagnato dai carabinieri chiamati dai servizi di assistenza. Si ricordava che l’insieme delle persone ne avevano costruito un episodio ben più grande e grave di quello che era. In fondo lui s’era preso una pizza e s’era riempito gli occhi di tutte quelle cose meravigliose. E nessuno era stato troppo sgarbato nei suoi confronti.
La seconda volta si era trovato da solo in un area di sosta in autostrada, ma nemmeno quella volta s’era perso d’animo. Grazie al cellulare avevano rintracciato il suo indirizzo, ma la madre aveva la macchina in panne. Così grazie anche ad un automobilista gentile era stato riportato a casa, anche se quell’automobilista era stato fin troppo premuroso. Avrebbe preferito non viaggiare più né chiedere più un passaggio ad un viaggiatore che amava così tanto i bambini. Lui non era abituato a tanta gentilezza, a tanto affetto. E poi la radio era sintonizzata su un canale che non parlava che di cose religiose e mandava solo musica che era una vera nenia. Lui non aveva mai frequentato troppo la parrocchia e non aveva ancora l’età per la prima comunione. Non le capiva le cose dei preti.
Quella volta però non s’era fatto prendere di sorpresa, nel frattempo s’era, per così dire, fatto scaltro. Non è forse la mancanza di occasione che costringe l’uomo ad essere onesto? Partì per quella gita con cinque chili di pane raffermo nello zaino. E cominciò subito a sbriciolarlo fin dai primi passi. Naturalmente senza farsene vedere. Era stato proprio fortunato perché stavolta non ci sarebbero stati banchi di pesce in quel bosco, né banchi d’altro genere, né bottegai. Sì! proprio fortunato, e due volte, perché si accorse di non avere in tasca il telefonino, eppure era certo di averlo messo, e di là non passava alcuna macchina. Ma poi, come seppe in seguito, non c’era nemmeno campo. Sarebbe stato perso in mezzo al niente, e privo di niente, non fosse stato prudente e non avesse portato quel pane e sparso i suoi bruscoli. Allora senza perdersi d’animo si mise subito in cerca della pista che quei minuzzoli segnavano. Si sentiva allegro perché si sentiva furbo e perché la cosa gli sembrava semplice ma semplice non era. Quasi subito si accorse che l’intero bosco era ricoperto di briciole e non tardò a trovare il primo ragazzino che cercava di seguire le proprie in una grande confusione. Poi incontro il secondo. Poi il terzo. In uno spazio minimo di tempo si avvide che quel bosco era pieno di ragazzini come lui che come lui, senza entusiasmo, cercavano di ritrovare il sentiero per tornare. Erano una vera folla, si sarebbe detta una generazione.
Il bosco friniva di garrule voci argentine. Tra le ombre e i lampi di luce che filtravano tra le fronde era straordinariamente affollato. Sembrava che tutti i bambini del mondo si fossero dati appuntamento. E, come avviene tra bambini, non ebbero bisogno di molto tempo per fraternizzare e organizzarsi in vere e proprie bande, tutti a cercare la via del ritorno. Alla fine fu accettato pure lui, anche se con qualche riserva, ma il tempo passava e il bosco era immenso e quei ragazzini cominciarono a provare i primi bisogni dei loro corpi mentre affioravano malinconie e ricordi. E la fame è fame mentre il mondo che conoscevano era fuori da quella foresta, e lì non c’erano negozi né adulti che pensassero per loro. Perciò misero insieme i loro poveri saperi. Uno aveva imparato, ovviamente dopo qualche mal di pancia, a riconoscere le erbe; e le radici. Era stato il primo a farsi avanti e a mettere a disposizione del branco le sue conoscenze. Era un pelo rosso di bassa taglia pieno di lentiggini, non gli si sarebbe dato un minuto. Con grandi denti sporgenti. Diceva di aver perso l’apparecchio ma nessuno gli aveva creduto. Uno conosceva i funghi, quelli buoni, ma solo alcuni perché glieli aveva mostrati il nonno. In verità lui prendeva quegli altri perché del nonno non s’era mai fidato troppo, ma non confidò mai a nessuno quel suo segreto. Era troppo anziano, il nonno, e non c’era più con la tanto testa. Uno aveva imparato a fare trappole per gli uccellini e per i piccoli roditori, ma in fondo funzionava con qualsiasi animale, sempre di piccola taglia. E ce n’erano persino un paio che sapevano fare il fuoco. Era incredibile. Naturalmente più d’uno conosceva i frutti del bosco. E tutti conoscevano le pigne ma quelle facevano parte, come altre cose, dei loro divertimenti. Trovarono nella boscaglia anche più fitta tutto quello di cui avrebbero avuto bisogno tranne il bacio della buona notte e il tepore di un abbraccio.
Ma ci sono cose necessarie e altre di cui l’essere umano può fare a meno. Anche nella loro breve età compresero presto questa antica e imprescindibile lezione. Alla fine cominciarono a rendersi conto che quella vita non era poi così male, presero a scordare le vecchie nostalgie e anche gli ultimi cominciarono ad asciugare le ultime lacrime mentre il tempo procedeva al ritmo di un valzerino. I pro e i contrari si equivalevano e quella compagnia era persino divertente, valeva certamente qualche fatica supplementare. S’era ormai sparso un senso quasi profondo di cameratismo e le liti finivano sempre più velocemente. Il nostro Michelino aveva legato particolarmente con quello di pelo rosso che lui chiamava Carota senza che quello se n’avesse minimamente a male, almeno dopo un po’. Ma continuarono le loro ricerche come se una voce inudibile e indelebile o qualcosa dentro glielo comandasse imperativamente. Forse era la coscienza d’essere bimbi. Erano passati tre giorni, forse quattro, quando un gruppo, quello del Carlo, avvistò il limitare del bosco e un piccolo paesino. Inizialmente si diffuse l’euforia prima che sopravenisse un senso di sano e robusto realismo: di tornare nessuno aveva più voglia. Decisero che notte tempo avrebbero fatto le loro scorribande tra le povere case di quell’abitato ma che poi sarebbero tornati con le prime luci al loro bosco.
Dopo una certa ora, pressappoco quando la luna era alta nel cielo e il buio non poteva essere più fitto, scendevano a razziare per procurarsi quello che quella natura non poteva dar loro. Scorte giganti di caramelle e leccalecca, senza scordare la cioccolata, qualche fettina di carne dalla macelleria, indumenti; stoviglie, eccetera; fu proprio il nostro Michelino a tornare con un accendino. A rubare si impara presto come se non fosse un mestiere, e non c’è bisogno di geografia o geometria. E poi i grandi non possono riuscire a pensare che a fare quello siano proprio dei bambini, i loro stessi figli. I grandi sono dei semplici quando si tratta di ragionare, scelgono la logica più elementare e se non trovano una spiegazione si accontentano di nessuna spiegazione continuando a cercare dei ladri che non ci sono. I ragazzi si dissero come quel paese e gli altri dov’erano in seguito scesi come un’orda barbarica dessero l’impressione sinistra di città fantasma. Le vie erano silenziose e non le attraversavano le risa dei giochi dei monelli. A tradire leggermente questo senso di abbandono restavano solo poche luci accese dietro le finestre. Qualche pericolo c’era: una volta proprio Michelino fu colto sul fatto e preso per un orecchio da un robusto nottambulo che lo condusse fino all’uscio di una casa, forse scambiandolo nel buio per un altro, ma nessuno rispose al suono del campanello e lui riuscì a sgattaiolare via. Quella sera davano la partita di coppa dei campioni e sull’altro canale una sentimentale e lacrimevole telenovela. A loro non mancava la televisione perché avevano imparato a raccontarsi storie attorno al fuoco.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra le “Foto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

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