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Archive for 20 aprile 2014

S’è subito sparsa la voce: “Pare che quelli di via dei Mille vogliano entrare nel nostro territorio”. Si è creato un gran trambusto ma il grido unanime è “Andiamo”. In un lampo siamo lì tutti radunati e si sono uniti a noi anche quelli più grandi. La loro presenza è invadente ma ci fa sentire più forti. Giovannino ha portato la nostra bandiera con la lepre che salta e la scritta: Resistenza o morte. Nella fretta qualcuno è arrivato così com’era e qualcuno si è presentato disarmato. Silvio addirittura ha il pallone della partita interrotta sotto il braccio. Gli dico che forse è meglio se lo lascia lì.
C’è il fervore dei preparativi e l’eccitazione che precede ogni evento importante. Mi allaccio la scarpa e mi sistemo alla bell’e meglio. Mi guardo intorno e ci siamo quasi tutti. Provo a dire la mia ma nessuno sembra sentirmi anche se cerco di alzare la voce. Ormai hanno deciso all’unanimità: “E’ guerra”. Cesare in bicicletta va in un lampo a fare di vedetta. Ho sempre pensato che le donne siano una palle al piede per queste cose, stanno bene a casa quando c’è pericolo, ma sono contento che sia tra di noi perché lei non è come le altre e sa rendersi utile. E’ con suo fratello e sa farsi rispettare e ha una lingua lunga. E poi a lei ci penso io, in fondo aspettavo questa occasione. Le gironzolo intorno deciso a non perderla di vista, ma l’anarchia è all’apice. Chi va da una parte, chi va da un’altra, ci vuole qualcuno in grado di organizzare quel concentramento spontaneo.
Nella foga Gilberto, tutto impolverato, s’è già strappato la maglietta che sembra un reduce. Qualcuno si spinge a gridare alla secessione, altri alla rivoluzione. Dalla bocca di Beppe, com’è ovvio, sgorgano fiumi di dubbi; è il solito cagasotto. Il momento è serio. Mi giro e Tania è ancora poco lontana da me, ma ha cominciato a fare la stupida con Stefano, gli gira intorno, ride per ogni nonnulla e civetta. Io ci ho perso la testa per lei e la cosa non mi va, ma con Stefano preferisco non mettermici contro. Lui è un pezzo di marcantonio e ha il rispetto di tutti. Non che ne abbia paura ma sarebbe stupido mettersi a discutere tra noi in un momento come questo. E suo padre è maggiore per davvero. Ma con lui non potremo mai essere amici, troppe cose ci dividono, oltre all’età. Poi li vedo allontanarsi e quando torna, dopo di lei, ha un’espressione stupida e soddisfatta e si sta sistemando i calzoni. Strizza d’occhio a tutti e gonfia il petto. Sembra aver deciso che dev’essere lui a prendere il comando e dice solo: “Cosa stiamo aspettando”?
Non me lo faccio ripetere due volte. Ci dividiamo in gruppi. Io capito nel gruppo con Tania. Alla fortuna va data anche l’occasione e un po’ di aiuto. Abbiamo il compito di vigilare al Ponte di Legno. Se li avvistiamo dobbiamo tenere la posizione ad ogni costo e far fracasso per far arrivare gli altri. Per dirla è una postazione tra le più rischiose. Non c’è un vero e proprio sentiero ma c’è il grano alto e i ciliegi. Ci acquattiamo sulla riva e si sparge un silenzio teso tra noi. Lei si piega per guardare oltre il margine. Sembra un’attrice. Ha una posizione affascinante col sedere che sembra un vero invito. I jeans sono tesi in una esse piena, non resisto e allungo la mano e le dò una pacca. In un lampo accecante che non mi lascia un secondo per accorgermene mi stampa una cinquina sulla guancia che mi turbina l’universo in testa. Non ho il tempo di protestare perché mi sputa addosso uno “Stupido!” rimbombante.
Si spargono le voci più varie ma non avvistiamo anima viva né sentiamo altro suono che il silenzio della campagna. Continuo a riflettere su quanto è successo pieno di domande prive di risposte senza distrarre la mia attenzione. La sbircio e pian piano il rancore si stempera, è troppo bella perché possa durare a lungo. Un passero centrato da Claudio cade al suolo. La tensione resta alta. Lei invece guarda fisso lontano sempre con quell’aria da offesa. Decisamente se l’è presa. Studio come farmi perdonare. Fiorenzo finisce coi piedi nell’acqua e se ne esce blaterando. Frugo in tasca e non trovo un fazzoletto. Sto sudando.
L’inquietudine è insostenibile. Mi preoccupo per lei. Le chiedo se per cortesia vuole andare dagli altri per dir loro che è tutto tranquillo. Nemmeno mi guarda e mi risponde: “Vacci tu. Io resto dove si combatte”. Non è il coraggio quello che le manca e, per quello, nemmeno il fascino. Finalmente si staglia una figura in lontananza. Sono il più pronto. Lo centro alla testa ma solo di striscio e distinguo come comincia subito a sanguinare. Ho il tempo di riconoscerlo dalla voce con cui in un attimo si allontana bestemmiando: è solo Erdet il barbone. Un personaggio inoffensivo, capitato per caso. Non fa nulla, mi sento un eroe e soprattutto lo sono soprattutto per gli altri. In più dovrebbero starsene a casa loro e non immischiarsi nelle nostre faccende. Cosa ci viene a fare nei campi, in territorio di guerra? Inoltre, nella fretta, ho appoggiato male il piede e mi son preso una storta alla caviglia; ora zoppicherò per un pochino. Il modo in cui Tania mi vede è cambiato, è tornata a guardarmi e ha ripreso a sorridermi, e mi sento grande. Come dice la canzone maggio è un bel mese per morire.
Le ombre della sera cominciano ad allungarsi e ancora non si è ingaggiata battaglia. La prima voce che si sente in lontananza è proprio quella della madre di quel cafone di Stefano che lo chiama per cena. Pian piano tutti si alzano e se ne vanno. Restiamo solo io e lei e lei mi fa un sorriso disarmante. Mi abbraccia con calore e mi stringe a sé. Mi dice che è fiera e di stare attento a me. Sento ansia nel suo respiro. Sento il suo corpo contro il mio e il contatto benevolo del suo seno che si sta sviluppando. Mi esorta fraternamente, ripetendomi quello “Stupido”, a non farlo più ché noi siamo veri amici. Sono al settimo cielo e anche un po’ deluso. La lascio lì e scappo a casa perché è tardi e non voglio che mi veda con i lucciconi agli occhi.

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