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Archive for marzo 2017

donna-al-barLei non era una di quelle, lei era diversa, non lo faceva per mestiere. La verità era, anche se non se lo diceva, che lo faceva un po’ per bisogno, per convenienza e anche un po’ perché le piaceva. Ma se lo chiedeva raramente. E mai, naturalmente, l’avrebbe confidata ad anima viva. Lei i clienti se li sceglieva. Si sedeva sempre a quel tavolo e aspettava. Raramente aveva sbagliato. Quasi sempre la prima impressione era quella giusta.
Non era stata una vera bugia. Era solo che non aveva trovato il momento e il coraggio di dirlo a casa. Da quando era stata licenziata dalla cassa del supermercato aveva cominciato a frequentare quella pasticceria in quel comune limitrofo dove nessuno la poteva riconoscere. E passava lì i suoi pomeriggi; quando non saliva. Aveva solo detto che era passata fissa al turno del pomeriggio. Non avevano potuto che crederle. Così usciva dopo mangiato e rientrava per preparare la cena. Nessun sospetto.
Solo un paio di volte aveva corso il rischio. Quella che ricordava più spesso era con quello studente. Era così giovane. Era quasi sicura che per lui fosse stata la prima volta, quella loro prima volta. Era così imbarazzato. Aveva dovuto fare quasi tutto lei, anche avvicinarlo. Nemmeno era certa che avesse capito. Era tornato, certo, senza perdere quell’imbarazzo. Sempre gentile e premuroso. Quasi un fidanzato. E aveva preso paura quando s’era accorta che pensava a lui come una ragazzina. Così gli aveva parlato, come una madre, stabilendo la fine di quel loro rapporto. Era stato doloroso ma necessario. A volte lo pensava ancora e sempre con tenerezza, ma lei amava suo marito.
Diverso era stato con Alberto. Spesso arrivava con dei fiori. Peccato che lei dovesse lasciarli in quella stanza. Non avrebbe proprio potuto portarli a casa. Non avrebbe saputo come spiegarli. L’aveva fatta sentire donna. Con lui aveva rischiato di sentirsi realizzata. Di pensare ad un futuro diverso. Lui avrebbe potuto darle anche sicurezza per quel futuro. Forse per qualche attimo ci avevano creduto entrambi. Pensava che erano un po’ simili, loro due. Poi lui si era ricordato che aveva una famiglia. Forse entrambi. Si erano trovati d’accordo. Alla fine erano rimasti buoni amici.
Poche volte aveva sbagliato. Già! la prima impressione… Quella volta con quello. Arrivata in camera, anche se non le piaceva pensare che era una camera, ma era quello che era, quella volta aveva scoperto che era un tossico. Lei con i tossici non voleva avere nulla a che fare. E poi erano pericolosi. Poi quella volta con quell’uomo così distinto. Rimasti soli si era mostrato per quello che era. Aveva dovuto cacciarlo a fatica. Poi alla sera, al ritorno, era stata costretta a inventarsi una scusa imbarazzata per spiegare quei lividi. Aveva farfugliato che gli era caduta addosso una scatola di pelati nel magazzino sul retro. Aveva rischiato di tradirsi parlando di una lite violenta tra due clienti in cui lei aveva cercato di intromettersi tentando di fare da paciera. Fortuna che Deodato era tutto preso da quel programma. Ma solitamente ci azzeccava. Li sceglieva con cura. Non troppo vecchi ne troppo giovani, soprattutto evitava i tipi trasandati e che avevano poca cura di sé.
Lei se ne stava semplicemente lì seduta. A volte si concedeva anche una pastarella. E sapeva come guardare i tipi che le potevano interessare e capire rapidamente se condividevano il suo stesso interesse. Le bastava un cenno, un sorriso. Un po’ la voce si era sparsa. Così da un po’ non restava troppo a lungo seduta con il suo aperitivo davanti. Presto si avvicinava qualcuno. La abbordavano, per così dire, con quelle frasi di circostanza con cui solitamente si avvicina una donna. Domandando dove si erano già conosciti. Facendole dei complimenti, cosa che a lei non era certo sgradita. Chiedendo se potevano sedersi a farle compagnia; magari solo due chiacchiere. Poi, alla fine, quando arrivava quel momento, sapeva spiegare loro, con tatto, facendo sembrare la cosa meno imbarazzante. Forse cercava di convincere anche se stessa che non era una merce. Solitamente riusciva a far loro credere che c’era anche del sentimento. Pensava di essere diventata brava.
Col tempo aveva imparato a vestirsi. Anche a scegliere opportunamente la biancheria intima. Era attenta e precisa. Quei pochi soldi in più le permettevano cose a cui fino a pochi mesi prima avrebbe dovuto rinunciare. E aveva preso a sentirsi tranquilla. Era diventata per lei la cosa più naturale del mondo. Non si sentiva certo in colpa, e come avrebbe potuto. Poi, all’improvviso, qualcosa era cambiato. Quel pomeriggio era rimasta sbalordita vedendo entrare Deodato. Lui non si era mostrato per nulla sorpreso, aveva finto di non vederla. Aveva parlato brevemente al banco mentre lei aveva distratto lo sguardo; un po’ era stizzita. Non avrebbe mai immaginato che suo marito andasse a… con altre donne. E per un momento aveva provato la sensazione che tutto il mondo le crollasse addosso. Invece lui si era avvicinato al tavolo cercando di essere disinvolto e si era comportato come se la vedesse per la prima volta. Le aveva chiesto se era nuova di quella zona. Poi se si poteva accomodare. Poi il suo nome. Dopo aver fatto cenno alla sedia con un sorriso amicale gli aveva detto di chiamarsi Samantha.
Avevano chiacchierato per un po’ come due perfetti estranei prima di salire. Davanti alla porta le aveva ceduto il passo. Entrambi si erano sforzati per renderlo bello, per non farlo apparire un semplice incontro clandestino. E, a dire il vero, lui era stato molto appassionato. Forse come non lo era mai stato con lei. Forse più di quelle prime volte quando le aveva dichiarato il suo eterno amore. Lei aveva temuto di non riuscire a trattenersi, poi si era lasciata andare, completamente. Alla fine lui l’aveva ringraziata e aveva messo i soldi sul comodino. Con un sorriso di gratitudine le aveva spiegato che non si doveva assolutamente risentirsi, perché erano solo un regalo per la sua gentilezza e la sua grazia.
Tonata a casa lui era lì e l’aspettava come ogni sera. Nessuno fece cenno a quanto era avvenuto in quella pasticceria, e poi nella camera che affittava sopra ad essa. Semplicemente, dopo cena, guardarono la televisione in silenzio come sempre. Lei si sentiva soddisfatta e solo un po’ affaticata e indolenzita. Si lasciò prendere velocemente dal torpore e poi piombò in un sonno tranquillo.
Il mattino, come sempre, lui era già uscito per andare in ufficio. Lei sistemò le cose in cucina e si ritrovò a canticchiare allegra. Sapeva che lui sarebbe tornato a cercarla ancora altre volte e che l’avrebbe trovata seduta al solito tavolo della solita pasticceria. Che lei si sarebbe fatta trovare o che lui avrebbe avuto la pazienza per aspettarla. Decise di mettere da parte quei soldi per un nuovo vestito che aveva già adocchiato.

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silenzioForse aveva ragione Sandra, forse era un po’, come dire? ingenuo. Ma lui pensava che non si può vivere di sospetti. Era un tipo così. Un tipo semplice. E di poche parole.
Forse aveva ragione Sandra. Glielo ripeteva sempre: “Pensa prima. Conta almeno fino a tre e poi rispondi.” E lui per provarci ci provava. Quando gli avevano detto che Ernesto lo avrebbe affiancato nel lavoro. Gli avevano chiesto di metterlo a suo agio e di aggiornarlo sulle procedure. Lui aveva risposto convinto: “Certo! Naturalmente!” E poi aveva contato un silenzioso e lento “uno, due, tre”.
Forse aveva ragione Sandra. Non ci si può fidare troppo della gente. Quel tale Ernesto era un tipo giovanile, cordiale, sicuro di sé. Sempre ben vestito e perfettamente rasato. Profumato di fresco e di dopobarba. Uno di quei tipi di cui si dovrebbe diffidare perché non sembrano disposti a conquistare il mondo poiché lo hanno già fatto.
Forse aveva ragione Sandra. Ma non si possono discutere gli ordini del dirigente di settore, e alla riorganizzazione non ci si può certo opporre; ma nemmeno avrebbe dovuto mostrarsi così accondiscendente, quasi contento. E’ dalle piccole cose che nascono i drammi. Prima lo aveva trovato seduto alla sua scrivania: “Posso? Avevo bisogno di una connessione veloce.” Poi a consultare tutte le sue pratiche: “Posso? Volevo vedere a che punto siamo.” E pian piano sia era trovato ad avere tempo libero seduto alla scrivania dell’ultimo arrivato. A dover chiedere in prestito per cortesia le sue stesse cose cioè quelle che aveva sempre usato, come la semplice cucitrice.
Forse aveva ragione Sandra. Lui non aveva un briciolo di ambizione. Il suo compagno di stanza era il tipo giusto per far carriera. E non poteva certo lagnarsi, era preciso e celere nel lavoro. Portava a casa facilmente i risultati. Inizialmente lui ne era sollevato. Si era detto che il successo di uno era il successo dell’ufficio, dell’intera organizzazione. Solo che la firma in calce era quella di Ernesto e col tempo anche lui avrebbe capito la differenza. Era arrivato a sentirsi lui il collaboratore, una sorta di segretario. La cosa aveva cominciato ad infastidirlo.
Forse avrebbe dovuto ascoltare maggiormente le parole di Sandra, sua moglie. Una sera li aveva trovati insieme, in salotto, a prendere un caffè. Una casa completamente innocente. Solo un caffè. Era rimasto sorpreso. Lui: “Ciao cara! Eh… buona sera Ernesto!” L’altro: “Scusa. Ero passato per aggiornarti su quella pratica.” E lei: “Non mi avevi detto di avere un collega così cortese e simpatico.” Lui: “Che sorpresa.” Poi aveva contato pigramente fino a tre. Non era il caso di darsi tanta pena per aggiornarlo sulla stipula di quella cedola. E poi… a casa sua. Avrebbe potuto farlo tranquillamente il mattino seguente, in ufficio. E poi… quale pratica?
Forse avrebbe dovuto osservare maggiormente Sandra. Lei era sempre gentile e servizievole. Solo che spesso tornava stanco. Solo che ormai il loro stare insieme, essere coppia, si era ridotto alla cena in silenzio e ad un altrettanto silenzioso condividere le stesse serie televisive insieme, e poco più. Tranne quando c’era il calcio, e la pallacanestro, e gli altri sports, insomma. Solo che loro avevano una sola televisione, anche se con la parabola. Ma non erano veri e propri bisticci. In quale coppia, di tanto in tanto, non avvengono dei piccoli battibecchi. Che lui poi non era uomo da litigare. Alla fine, se non quasi sempre, cedeva.
Forse avrebbe dovuto prestare più attenzione a Sandra. Gli sembrava ancora un libro aperto. Però era diventata distratta e stranamente allegra. Spesso la trovava che canticchiava tra sé e sé. Mentre cucinava o faceva altre faccende. Mentre si pettinava o aveva cura di sé. Mentre guardava la televisione assieme a lui. E non protestava più se c’era una partita. Però lo rimproverava più di prima, soprattutto per quella sua mancanza di ambizione. O se riponeva qualcosa fuori posto. Lui non era un tipo particolarmente geloso. Però non poteva non ricordare quel caffè. Solo che Ernesto non era più passato per casa sua; almeno non lo aveva più trovato al suo rientro.
Forse non avrebbe più scordato quelle parole di Sandra. Gli aveva telefonato in ufficio per dirgli che «sì! lo amava ancora, o almeno credeva, ma che però… lei non gli metteva fretta. Poteva prendersi tutto il tempo che voleva. Però qualcosa era cambiato, in lei, in loro. Non avrebbe saputo dire cosa. Però lui avrebbe dovuto accomodarsi a dormire sul divano, in salotto. Lei aveva bisogno della sua vita, dei suoi spazi. E lui non poteva…» Non ricordava cos’altro gli aveva detto, e aveva provato una strana stretta al cuore. Cercava di capire quello che non riusciva a capire.
Forse aveva ragione Sandra. Forse, ma solo forse. La vita è sempre fatta di piccole cose. Piccole cose che magari diventano grandi nel tempo, o solo dopo. Ma del senno del poi… Facile a dirsi “te l’avevo detto.” Già, la ristrutturazione. Senza lavoro aveva molto più tempo per le sue cose. Solo che di tutto quel tempo non sapeva cosa farsene. Non che il divano fosse poi così scomodo. Ma poi, alla fine, per dirla tutta, non sopportava che quel tipo, quell’individuo, quell’ex collega, quell’Ernesto, che aveva anche un nome antipatico, mettesse i suoi vestiti e usasse persino il suo dopobarba.

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ows_1418325560122851Quand’ero piccola mamma mi raccomandava sempre di non parlare con gli sconosciuti. Naturalmente non dovevo accettare caramelle. E che se vedevo l’uomo nero dovevo starne alla lontana. Nelle sue parole e nella mia innocente fantasia quell’uomo nero era quasi un gigante con un enorme sacco sulle spalle. Il sacco dove lui ficcava i bambini cattivi che aveva rapito e che i genitori non avrebbero visto mai più.
Io non sono mai stata una bambina cattiva. Sono sempre stata giudiziosa ed educata. Le ho sempre dato retta. Ho sempre santificato le feste. L’aiutavo persino nelle sue piccole faccende, come potevo. Così col tempo cominciai a scordare le sue parole o almeno quella paura si trasformò in timore e il timore divenne via via sempre più flebile. Almeno fino a quel maledetto giorno.
Lo vidi avvicinarsi fin da lontano. Era veramente un omaccione, ma non diedi peso alle parole della mamma. E poi non era per niente nero. Era un uomo come tanti, come tutti e forse nemmeno immigrato; solo un po’ più grande e grosso. E io ero ormai cresciuta. A scuola andavo bene. Sapevo i verbi a filastrocca. A dieci anni ci si può credere adulti o quasi. Così lo lasciai avvicinare e solo quando mi fu accanto notai l’enorme sacco sulle sue spalle. Eppure non ebbi che un briciolo di diffidenza; e solo allora.
Mi chiese: “Dove vai, bella bambina?”
Gli risposi, guardandomi intorno, solo che stavo andando a casa dalla scuola, anche se era una piccola bugia. E intorno la strada era deserta. Ero diventata diffidente, questo sì. Si offrì di accompagnarmi, ma ancor prima che accettassi, o potessi dargli la benché minima risposta, la sua enorme mano (e aveva delle mani veramente enormi) calò sulla mia testa. Mi sollevò senza apparente fatica e mi buttò nel sacco. Solo allora capii quanto aveva avuto ragione mia mamma, anche se il suo ammonimento non era stato del tutto preciso.
Mi ritrovai gambe con gambe, braccia ingarbugliate ad altre braccia, in un groviglio buio di arti di bambini. E subito ne nacque un vociare d’infantili “chi sei?” e “come ti chiami?” e “mi fai caldo.” E “fatti più in là!” a cui non sapevo rispondere, né avrei avuto il tempo di farlo tanto era eccitato e rapido quel turbinio di voci. Era un’unica grande confusione. E già io ero un bel po’ confusa. Confusa e sballottata dal passo sicuro dell’uomo che sosteneva il sacco. In più ero certa che qualcuno si doveva esser fatto la pipì addosso; lì dentro regnava un odore nauseabondo di iuta, di piscia, di sudore e di paura.
Mi costrinsi a non piangere, anche se ne avevo una gran voglia, né a gridare. Passò del tempo, non so dire quanto, ma mi sembrò molto, e continuavo a essere sbatacchiata come tutti quegli altri bambini che non conoscevo e che nel buio non potevo riconoscere. Uno disse di chiamarsi Aldo. Mi sembrava il più calmo e intraprendente. Ero ormai preda di una stana e curiosa e intimorita curiosità quando mi resi conto che l’uomo aveva appoggiato il sacco per terra; e senza nemmeno molta cautela. Fu allora che lui mi tirò fuori dal sacco e mi ritrovai davanti alla mamma. Lui le intimò mi mangiarmi, doveva farlo e subito dinanzi a lui poiché avevo detto una bugia. La mamma sghignazzò, e fu solo allora che provai il panico e un urlo mi salì spontaneo in gola senza che potessi ricacciarlo indietro.
Fu quel gridò a farmi risvegliare repentinamente, tremante e tutta sudata. Accesi subito la luce, ma non mi calmò. La mamma era davanti a me, sghignazzava con le labbra spalancate e aveva degli occhi sgranati proprio strani. Sembrava avida. Le sue mani enormi e secche mi si protendevano contro con le unghie lunghissime come artigli. Balzarle alla gola fu un solo unico gesto spontaneo senza nemmeno il tempo di pensarci. Restare orfana non è mai una gran bella cosa. E poi i medici mi chiedono tutti quegli inutili perché a cui non so rispondere che tanto non mi crederebbero. La mamma è sempre la mamma, ed è buona anche prima dell’ora della colazione.

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Mercoledì dalle ore 17:00 alle ore 20:00
Casadelcinema Videoteca Pasinetti
Palazzo Mocenigo – San Stae 1990, 30125 Venezia

Nel quarantennale della nascita dell’associazione “Madres de Plaza de Mayo” (le madri dei trentamila desaparecidos che hanno lottato contro la dittatura argentina) le associazioni Assopace Palestina, Kabawil e Restiamo Umani con Vik vi invitano alla proiezione di “Todos son mis hijos”, un film di Ricardo Soto Uribe.

Presentano Luisa Morgantini e Renato Di Nicola.

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Cerchiamo la poesia delle immagini “sulla” e “dalla” Palestina:
Partecipa e invita a partecipare:

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Clicca sull’immagine e su questo link: NAZRA – open call

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