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Archive for 12 aprile 2017

interno_di_un_sala_da_cinemaGiustino non si era fatto vedere. Pazienza. Si infilò in un cinema di seconda visione, forse anche di terza. Avrebbe mangiato un boccone più tardi.
Il film era già cominciato. Non c’erano che un paio di spettatori. Il cinema non esercita più il fascino di una volta. Ormai è come un abito passato di moda. Ci vanno quattro gatti. I disperati e gli sfigati. E quelli che come lei non sapevano come sprecare un paio d’ore. Però, nonostante fosse solo una piccola sala, le poltrone erano comode; in velluto rosso. Ci si sprofondò dentro.
Stava guardando distrattamente lo schermo, forse seccata dal mancato appuntamento, troppo presa da sé e da quello che le succedeva intorno. Perché non avrebbe dovuto pensarci anche una donna della sua età? Si accorse che aveva sbagliato sala. Che era una storia stupida e che per di più l’aveva già visto. Raccontava, o cercava di raccontare, di una cosa che veniva chissà da dove, da un altro mondo, e la cui attività consisteva nel cacciare. In particolare, cioè in quel caso, dare la caccia a uomini. Tutto era di una banalità incredibile. Ne aveva già abbastanza. Forse facevano di meglio in televisione. Si stava per alzare quando era entrato quel tipo.
Era entrato senza fare troppa attenzione a rispettare il silenzio. Si era seduto due file dietro. Poi si era guardato intorno. Poi aveva tossito. Poi si era alzato ed era andato a sedersi proprio di fianco a lei, alla sua sinistra. L’aveva guardata. Sapeva di fumo e di vino. Un odore forte. Da dare quasi la nausea. Lei frugò nella borsa. Si sentì tranquillizzata. Non aveva mai imparato a lavorare a maglia, ma portava sempre con sé un paio di ferri. Non si poteva mai sapere chi si poteva incontrare girando, magari nelle ore più tarde, per le strade di quel quartiere. Era pieno di disperati. E di immigrati.
Magari era un vezzo ridicolo, non aveva certo mai pensato al perché, che le potessero tornare utili, semplicemente le davano sicurezza. E cercò di tornare a cercare di guardare quello stupido film. Lui, il tipo, sembrava irrequieto. Faticava a stare fermo e tranquillo. Forse era proprio uno di quei disgraziati arrivati per cercare fortuna. Tornò a guardarla. Forse nel buio le aveva sorriso. Difficile da dirsi. Certo era che le aveva appoggiato una mano sul ginocchio. Poteva essere suo figlio. Forse aveva l’età di sua nipote. Cercò di mettere disprezzo nel suo sguardo e gli tolse la mano. La sala era buia, se non aveva potuto vedere i suoi occhi, lui non poteva comunque ignorare il suo netto rifiuto.
Per un po’, quell’individuo, si mise tranquillo, se così si può dire. L’odore da sgradevole era diventato insopportabile. Si stava per alzare per andarsene quando si sentì di nuovo, ancora, quella mano addosso. Non avrebbe voluto che le smagliasse le calze. Era completamente fuori di sé. Era decisa. Stava per toglierla seccata un’altra volta. Tentata di fare uno scandalo. Di protestare con la maschera. O alla cassa. Magari si mettevano in testa che era solo una povera donna isterica. Preferì restare in silenzio. Non fare niente. Non reagire. Come curiosa di vedere dove quello strano tipo voleva arrivare. In un cinema. Non le era mai capitato.
Lui la guardò. Forse ripeté quel sorriso e si mise comodo. Dopo pochi attimi quella mano cominciò a salire. Era proprio una cosa dell’altro mondo. Ma come si permetteva? Non era più una ragazzina. Era una donna matura. Con due figli e una nipote. Stava per gridargli i peggiori insulti che fosse riuscita a scovare. Si vergognò per lui. E per se stessa. Senza sapere perché, senza nessuna decisione, curiosa, lo lasciò fare, almeno finché non decise che non poteva lasciarlo andare oltre. Ormai quella mano aveva superato il nailon. Ormai le dita dello sconosciuto le stavano sfiorando le mutandine. Poteva capire la disperazione e la solitudine. Non erano affari suoi. Non era Santa Maria Goretti. Quello era troppo. E si sentiva rimescolare dentro. Non sapeva. Indignazione? Rabbia? Vergogna? Questo e quello? Forse un inizio di… Ne era provocata? Impossibile.
Gli tolse la mano e gli sputò addosso un sussurro: “Stai fermo”. Lui la guardò sorpreso e confuso. Le sorrise e tornò a mettersi comodo. Stravaccato sulle poltrona fino quasi a scomparire. In quel momento lei poté leggere tutto nei suoi occhi. Si guardò intorno controllando gli altri spettatori. Sembrava che tutti trattenessero il respiro. Decise di fare lei: “Faccio io”. Doveva essersi impazzita. Nemmeno lo conosceva. Ma era strano avere un uomo, e per di più giovane, tra le mani, dopo tanto tempo. Quasi le sembrava come la prima volta, di non esserne più capace, di non essere certa di sapere cosa fare. Irritata. All’inizio la cosa la intimidiva. Poi sempre meno. Ritrovò la vecchia sicurezza di sé.
Lei stessa non riusciva a crederci. Come aveva potuto infilarsi in quella situazione? Per di più in quella scomoda posizione? Sotto tutti i punti di vista. Si ricoprì le gambe. I suoi occhi fissavano lo schermo senza vederlo mentre proseguiva determinata. Si dava dell’idiota. Dava a quel tipo odioso dello stronzo. Mandava tutto e tutti a quel paese: “Ora ti faccio vedere io”. Anche quegli spettatori ignari che continuavano e guardare il cinema. Come se tutto intorno a loro fosse solo trama. Trama e finzione. “Vediamo se la smetti di importunare le povere donne, le signore”.
Era passato tanto tempo da quando aveva fatto una cosa del genere, ma si ricordava ancora bene cos’era un uomo. Certo. Non ci volevano studi. Non ci voleva un genio. Era quasi naturale. Com’era facile da capire che quel delinquente stava ormai per restare soddisfatto. Pareva beato e aveva chiuso gli occhi. Si limitava ad aspettare. Fu proprio all’ultimo momento che la sua mano tornò a frugare nella borsetta. Trovò il ferro. Lo afferrò con decisione e gli trapassò la gola con un colpo secco e netto. Lui emise solo una specie di singhiozzo. Poi, cosa strana, soffiò fuori la vita con un sibilo. Lei lo spinse distante prima che gli si afflosciasse sulla spalla. Si pulì le mano. Si guardò intorno nel silenzio più assoluto. Si alzò e si avviò.
Un tipo che faceva la fila alla cassa le chiese se era già finito. Lei rispose che non era certa ma non doveva mancare molto, e che comunque l’aveva già visto. In strada fu tentata di chiamare un taxi. Non sapeva se era ancora irritata o appagata. Non aveva molto appetito. Certo si sentiva stranamente stanca. Quasi esausta. Non ne capiva la ragione. Pensò stupidamente nemmeno un bacio. Le strade del suo quartiere erano sempre meno sicure. Preferì comunque prendere la metro.

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