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Archive for 21 aprile 2017

sera-nel-parco-di-autunno-64739288Non si può simpatizzare con le vittime. Chi nasce vittima è destinato a essere vittima. E a rimanere, se gli va bene tale per sempre. E’ la storia chiusa dietro tante mura, dentro tanti matrimoni. In tante famiglie. E loro, le vittime, sembra quasi che te lo chiedano. Che ti implorino. E lo farebbero se solo lo sapessero. Se si riconoscessero per quello che sono. Poi leggi i giornali e ne esce tutta un’altra storia. Era una povera ragazza. Così giovane. Non se lo meritava proprio di finire così. Tutti ne sono addolorati. Costernati. La città è in preda al panico. Domenica ci saranno i funerali. Parteciperà tutta la sua classe. E altre stronzate del genere.
E l’altro è sempre il bruto. Prendiamo Lucrezia per esempio. Lucrezia… e… il cognome proprio non lo ricordo. Lei è stata un vero caso esemplare. Frequentava ancora il ginnasio, ma ce l’aveva già scritto in faccia. In quei suoi occhi melanconici; grigi. Sempre bassi. In quel piercing alla narice destra. In quel piccolo tatuaggio sopra l’ombelico. Metteva tenerezza e malinconia al solo guardarla. Sembrava un piccolo cane bagnato, un randagio.
Era buio al parco a quell’ora. Anche questo è un chiaro indizio che lei cercava me come io cercavo lei. Era seduta su quella panchina restandosene in silenzio. Tutta pelle e ossa. I capelli falciati con indifferenza. Carnagione tanto bianca da essere opalescente. Praticamente con una maglietta vuota, senza seno, nemmeno un accenno. Dei jeans che erano più buchi che stoffa. Una di quelle borsette di stoffa multicolorata, di tipo indiano, con delle piastrine dai riflessi d’argento. Infradito ai piedi. Suoni gutturali in gola.
Mi sono avvicinato mostrando cautela: “Qualcosa non va”? E lei pronta a mentire con quelle parole piene di lacrime: “No! tutto bene, grazie”. Non c’era niente di vero e non si dava la pena di sembrare credibile. Mi sono seduto vicino a lei e le ho preso la mano. Forse è stato il gesto a liberarle il pianto. “Posso fare qualcosa per te? Sono bravo ad ascoltare”. E allora era diventata un fiume. Un fiume in piena. Un fiume senza argini. Un nubifragio in cerca di consolazione. Non era qualcosa a non andare. Era tutto. Almeno a sentire lei. In casi simili non si indaga sulla verità o sulla veridicità, ci si limita al conforto.
Sono bravo ad ascoltare ma non avevo troppo tempo, e intorno c’erano solo ombre. La sua famiglia era un disastro, non la capivano. La rimproveravano. Se n’era andata. Andata con un ragazzo, naturalmente; non ricordo da quale paese. Lui aveva speso tutti i pochi soldi per prendersi la roba, poi l’aveva lasciata. Ma lei lo amava veramente. Ed era in ritardo. Non aveva avuto le sue cose. Non aveva mangiato da quella mattina. Ma tanto non riusciva a trattenere nulla nello stomaco. La abbracciai e le diedi un bacio sulla fronte. Come potrebbe fare un padre con una figlia: “Cosa posso fare? Come”?
Lei abbandonò la testa sulla mia spalla e chiuse gli occhi. Ormai singhiozzava come una fontana. Non riusciva nemmeno a proseguire nel suo racconto. La pregai di calmarsi e aspettai che lo facesse. E dopo un po’ lei lo fece. Mi chiese se avessi degli spiccioli. Misi la mano in tasca e le allungai un paio di biglietti da dieci. Lei mi ringraziò e con i soldi in mano cercò di interpretare un sorriso. Disse che ero buono, che ero gentile. Mi chiese se poteva anche lei fare qualcosa per me. Le dissi: “Forse”… e lei alzò le spalle e ingurgitò la saliva. Le cinsi la schiena, l’attirai a me, lei mi lasciava fare come se non avesse consistenza, era vuota. Cercai i suoi occhi, volevo che mi guardasse. Controllai intorno e strinsi le mani sul suo collo.
Come si può non provare anche un po’ di fastidio e insieme compassione davanti ad una persona tanto incapace a vivere? Il suo sguardo sembrava continuasse a ringraziarmi. Forse c’era solo un che di sorpresa. E ancora quella sua rassegnazione. Solo con una mano graffiò l’aria. Una mano con le unghie rosicchiate. Poi il braccio cadde inerme. Mi ripresi i due biglietti da dieci, naturalmente. Tanto a lei non sarebbero serviti più. Spinsi il corpo sull’erba e lo ricoprii di foglie: “Buon riposo, Lucrezia”. Gettai la borsetta nel primo bidone. E mi incamminai verso casa. Non avrei mai voluto che stessero in pensiero per un mio ritardo.

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