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Archive for 29 aprile 2017

giovane-donna-che-sta-dietro-di-una-finestra-61763300Côte d’Or. Più che bungalow erano delle capanne. Tutte uguali. Qualche metro di giardinetto intorno con una pianta ad alto fusto, qualche volta una palma. Un vialetto e una luce sulla porta. Una piccola entrata con specchio. Un salottino con divano e una piccola televisione. Più che una piccola cucina un angolo cottura. Una camera matrimoniale ampia con una seconda tv via cavo. Una cameretta con possibilità dell’aggiunta di un secondo letto. E naturalmente un bagno. Ad essere pignoli l’unico inconveniente era la mancanza dell’aria condizionata. Ma questo nel dépliant non era detto.
Il villaggio offriva una piscina grande e una più piccola per i bambini, e per chi non sapeva nuotare. Un ristorante, dove non si mangiava per niente male, con una musica composta alla sera anche per chi volesse trattenersi per un drink. Naturalmente il servizio ristorante non era compreso nel prezzo. Una piccola discoteca. Degli spazi comuni di ritrovo. Due campi da tennis. Organizzava corsi e serate a tema. Tutto a cinquecento metri dalla spiaggia su un mare pulito.
Galena era più che bella. Nessuno poteva non notarla. Non c’era uomo che non girasse la testa al suo passaggio. Non c’era donna che non la guardasse con quella certa invidia. In costume sembrava una dea. Ma a lui, come a tutti, gli veniva mancare il fiato quando riusciva a rubare un brandello di lei nella sua riservatezza. Si era sentito soffocare quando, stesa sul telo mare, al bordo della piscina, col reggiseno slacciato per prendere il sole, gli aveva chiesto la cortesia di passarle il cellulare che non poteva raggiungere senza mostrarsi sconveniente. Aveva alzato il braccio per indicarlo e lui aveva potuto vedere, per un attimo, anche se in parte, quasi completamente, un seno sodo. Gli era mancato il respiro quando, soli, si era sistemata la calza prima di entrare al ristorante. Aveva patito un minuto di afasia quando si era chinata in ascensore per poi scusarsi accorgendosi che le si era slacciato un bottone della camicetta. Provava sempre lo stesso senso di vertigine nel guardarla mentre si allontanava dondolando su quei tacchi.
Lei sapeva di essere ammirata e lo faceva con nonchalance. Come se provasse piacere per tutti quegli sguardi. Certo non era così. Quando non era in piscina o al mare, quando si muoveva per gli spazi comuni, portava sempre tacchi sottili e molto alti. Camicette chiare che riempiva di sorprendente generosità. Gonne poco sopra il ginocchio ma così aderenti che sembravano dipinte addosso. Quel giorno tutti avevano continuato a sguazzare nell’acqua cercando ristoro. E lei come gli altri. Poi era andata a cambiarsi per prepararsi per la cena. Lui l’aveva osservata allontanarsi con quel solito batticuore che gli toglieva il respiro. Quasi stesse per svenire. Aveva avuto la sensazione che gli avesse lasciato un sorriso prima di andare.
La prima volta era stata la sera di un venerdì. Sua moglie aveva, come ogni sera, la canasta e lui la scusa che amava andare a guardare in compagnia quelli che giocavano a bocce, o qualche partita di tennis notturno. Erano cose che a Caterina annoiavano tremendamente. Rimasto solo aveva continuato a guardarla con insistenza, distogliendo solo di tanto in tanto lo sguardo nel timore di infastidirla. Era un incanto come sapeva accavallare le gambe. A volte poi la gonna risaliva quel po’ e lui vedeva e immaginava. Aveva notato che quella donna, Galena, ormai tutti avevano imparato il suo nome, aveva lasciato il suo spritz a metà. Si era alzata dal tavolo salutando e si era avviata. Così l’aveva seguita senza farsi notare.
La luce sulla porta era spenta, ma non quella alla finestra. Ed era rimasto a spiarla dietro i vetri. In silenzio e con attenzione per non farsi scappare niente. Quando era andata al bagno, almeno così lui credeva, l’aveva aspettata. Non si era fatta attendere. Era tornata e si era messa stesa sul divano senza trovare mai una posizione comoda. Aveva preso in mano il telecomando e poi aveva scosso la testa senza accendere il televisore. Aveva due splendide caviglie sottili. La gonna era risalita e le si erano scoperte le gambe. Fino alle cosce ben tornite. Con la mano cercò di sistemarsi una ciocca e di farsi aria. Slaccio due o tre bottoni della camicetta. Canticchiava tra sé una canzone che lui non poteva sentire. Se ne andò provando un po’ di delusione, ma questo non gli impedì di cercare di replicare quella esperienza, forse nella speranza di essere più fortunato.
La fortuna arrivo un paio di sere dopo. Il vialetto era sempre al buio. La finestra aperta e illuminata. Si ripeté la storia di lei sul divano che non riusciva a trovare la posizione migliore mentre la televisione restava spenta. Quella volta lui non perse la pazienza e fu premiato. Dopo un po’ lei si alzò, uscì e tornò, e poi si spostò in camera. E anche lui si spostò all’altra finestra appena si accorse che si era accesa. Lei scese dalle scarpe e lui cominciò a sperare. Si muoveva padrona di una lentezza incredibile. Ogni gesto pareva studiato. Si sfilò la gonna e la scalciò lontano. Lui temette che gli sarebbe preso un coccolone. Si slacciò la camicetta e rimase per un po’ coperta solo dalla sua delicata e sottile biancheria intima. Si sentiva veramente asfissiare. Lei si guardava allo specchio soddisfatta di quello che vedeva. Indugiò così per alcuni interminabili minuti. Era una statua. Poi si stese sul letto sopra le lenzuola. Si girò prima su un fianco e poi sull’altro e poi ancora. Temette di essere scoperto ogni qual volta che si girava dalla sua parte.
Da quella sera quello spettacolo si ripeté ogni sera. Lui si nascondeva dietro l’albero finché lei non aveva acceso la luce del salotto. Poi la guardava sul divano. Poi l’ammirava spogliarsi in camera da letto, stendersi sulle lenzuola e rigirarsi finché non arrivava l’ora di spegnere la luce. Alla fine se ne andava di malavoglia e con il batticuore anche se ogni sera era esattamente uguale alla precedente, ma ogni sera era un’emozione che si rinnovava. Lei era precisa e puntuale. Era come se sapesse che lui era là, che la spiava. Qualche volta lo faceva attendere un attimo di più, un niente. Una volta uscì dal bagno indossando già una sottile vestaglia trasparente che tolse di lì a poco. Dopo, come a salutarlo, restava come sempre dritta, coperta solo di quella piccola biancheria che indossava sotto gli abiti. Sembrava proprio farlo per farsi guardare. E finiva stesa a letto cercando sopra le lenzuola quella frescura che non trovava e una pausa nel caldo soffocante. Pensò di fotografarla col telefonino.
Poi quella sera gli sembrò proprio che gli sorridesse. Che rivolgesse le sue attenzioni, e ogni gesto, a lui. Questo lo fece sentire meno cauto. Le previsioni del tempo dicevano che quella sarebbe stata la sera più calda dell’anno. La sua vacanza stava finendo. Lui stava già sudando abbondantemente. Quando lei spense la luce lui prese la sua decisione. La porta era chiusa. Vide che la finestra del piccolo bagno era spalancata e la scavalcò, non senza fatica. Cercò l’uscio della camera e lo trovò socchiuso. Si fece coraggio. Si chiese se era un segno. Si chiese cosa le avrebbe detto se lei lo avesse interrogato. In fondo non le aveva mai rivolto la parola. Niente in quel momento avrebbe potuto fermarlo, così attraversò quell’uscio ed entrò nel buio. Silenzio.
Lei accese l’Abatjour e si voltò su quel fianco, dalla sua parte. Non sembrava nemmeno sorpresa. Semplicemente gli sorrise del sorriso più bello che lui avesse mai incontrato e gli disse semplicemente, proprio come se stesse aspettando lui: “Ti stavo aspettando”. Restò immobile ad ammirarla, bella, allungata sopra quelle lenzuola, incredulo di tutto quello che stava succedendo. In bocca gli si era seccata la saliva. Non aveva un gesto di cui non si sarebbe potuto pentire. Si sentì chiedere cosa stesse aspettando, lì. Lo invitò ad avvicinarsi, lo rimproverò di essersi fatto aspettare: “Ti avevo visto fin dalla prima sera. Solo non credevo… Non dirmi che ti metto paura. Non sarai mica timido? Non sarà mica per colpa mia? Dimmi cosa posso fare. Mettiti comodo”.
Era tutto… tutto… proprio tutto… così… incredibile: “Non so se… io… Mi sono permesso… Credevo… La finestra era… Ma se vuole”… Il suo sguardo era disarmante. “Sei proprio incredibile. Incorreggibile. Non so cosa dovrei… Non so fare bene la vittima. E tu non hai proprio la faccia del criminale, del, come si dice? dello stupratore”. Scoppiò a ridere, di una risata che suonava come accordata su bicchieri di cristallo, mostrando tutti i suoi denti candidi e perfetti. Il rossetto li circondava come una rossa cornice luminosa: “Così non faresti paura nemmeno a una lucertola a cui nascondi il sole. All’essere più minuscolo. Non devi aver paura. Non ti mangio mica. E poi sei tu… Ti va se facciamo un gioco? A me piacerebbe un po’… violento”.
Lui fece sì con la testa senza nemmeno sapere cosa faceva. Avrebbe risposto in quel modo a qualsiasi cosa lei avesse chiesto. Gli lanciò una delle sue calze e gli chiese di infilarsela in testa. Rise. Disse che così andava un po’ meglio anche se non del tutto. Lo mandò in cucina a prendere un coltello: “Non così. Più credibile. Impegnati un po’. Come se mi minacciassi veramente. Impugnalo come per colpirmi. Già meglio. Ora slacciati la cintura. Non essere timido. Abbassali. Calati i pantaloni. Bravo”. Lui era completamente confuso. Con un gesto deciso lei si strappò il reggiseno e scoppiarono alle luce quelle due splendide meraviglie: Su! Fatti vedere. Non puoi solo guardare. Non ti puoi limitare a…. Non credevo saresti stato tu. Non speravo. Non ne ero certa. Ora, coraggio, prendimi per il braccio e scuotimi. Fammi vedere quanto uomo sei”.
Avrebbe voluto accontentarla. I seni le dondolavano appena. Lo invitò a metterci più energia. Più rabbia. Frugò nel cassetto del comodino. Il suo ex era un carabiniere. Una storia brevissima di cui si era sempre rimproverata l’inutile stupidità. Ne estrasse la pistola e gli sparò tutti e sei i colpi diritti nel centro del petto. Si spettinò. Si ruppe un’unghia. Si sbaffò il rossetto. Si controllò. Poi prese il telefono e con voce agitata chiamò. Non sarebbe più tornata in quello stupido villaggio. Era stato uno sbaglio e l’aveva capito fin dall’inizio. Se si fosse chiesta “Perché”? Non avrebbe saputo trovare una risposta o si sarebbe detta: “Solo per curiosità”. Invece si limitò a osservare che quelli erano proprio tempi strani se non ci si poteva fidare nemmeno tra ladri.

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