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Archive for 9 Mag 2017

blogger-image-948893101Quell’anno, al mare, Ortensia invitò anche Erika, una sua collega di dieci anni più giovane di lei. Non eravamo soliti avere ospiti per le vacanze, ma avevamo una cameretta libera e il caso non poteva portarmi più che piccoli fastidi, pensai. Fin dal primo sguardo notai quanto fosse carina, ma immediatamente distrassi la mia attenzione. Ortensia è sempre stata tutto per me. Per di più i primi giorni se ne andarono da sole al mare, non volevo essere scortese, ma dovevo finire quella maledetta relazione. La sera si mangiava assieme e si beveva qualcosa sotto la luna ed erano entrambe una gradevole compagnia. Alla fine lo finii il maledetto rapporto. E lo mandai per mail.
Era un’estate veramente calda. Anche se io in spiaggia mi annoio e non sopporto leggere e sentirmi tutta la sabbia appiccicata addosso decisi di accompagnarle. Presi con me Cent’anni di solitudine. Per me è sempre un gran libro. Un capolavoro. Certo che glielo chiesi: “Che ne dite ragazze se oggi vengo con voi”? Erika si mostrò subito entusiasta e mi rispose solo con un radioso sorriso: “Finalmente”. Ortensia si mostrò meno contenta. Si limitò a un quasi rassegnato: “Va bene”. Ma lei è sempre stata una persona di poche parole e gelosa dei suoi sentimenti. Però si infilò il libro e le sigarette in borsa e uscì per andarsi a preparare. Se ne uscirono entrambe in pareo pronte per levare le tende.
Ricordo che Ortensia stava leggendo un’indagine del commissario Montalbano. Ci scherzai sopra, per la strada. Avevano due parei che sembravano non esserci. Leggeri come un soffio di vento. Sottili come una bava di lumaca. Insomma era come se fossero con il solo bikini. Pensai: Come tutte, o almeno credo. Cercavo di non sentirmi in imbarazzo. Ed ero ancora bianco come un lenzuolo. Ed era già agosto. Erika invece non amava molto la lettura. Diceva che voleva solo spiaggia. E rideva.
Improvvisamente non avrei voluto più arrivare. Inventai anche la storia di prendere un altro caffè. Mi ci volle un bel po’ per convincerle. Come se ci fosse fretta. Ero contento di girare con loro due, di averle al mio fianco. Ero seccato di essere lì, per strada, e in quello sgangherato pulmino, con loro. Ma l’estate, al mare, è spiaggia. E ci ritrovammo sulla spiaggia. A stendere gli asciugamani. A prepararsi a prendere il sole. Io, naturalmente, sotto l’ombrellone. Dopo aver coperto il bianco della pelle con uno spesso strato di bianco di crema solare.
Ortensia era ancora una bella donna. Nonostante l’età. Mi resi conto che non mi piaceva vedere come tutti la guardavano. Credo di aver cominciato a odiare la spiaggia. E a odiare i bagnanti. Quella confusione. Quella sorta di libertà. Però era strano: Trovarmi geloso anche di come guardavano Erika. Ma in fondo loro due erano con me. Entrambe. E quando trovai gli occhiali era tardi. Speravo di trovare un po’ di tranquillità. Di isolarmi. Di immergermi nel libro e ritrovarmi come da solo. Ma ero distratto. Continuavo a guardarmi intorno. E continuavo a guardare Ortensia, che è anche il nome di un fiore. E continuavo a guardare Erika, che non credo faccia fiori. E la guardavo guardingo. La guardavo e non la guardavo. Come di sfuggita. Rapidamente distogliendo lo sguardo. Avrei voluto poterle vedere solo io. E che l’amica non vedesse che la guardavo. Emozioni e sensazioni che non avevo mai provato. Non era da me.
Quando decisero di togliersi il reggiseno sprofondai in un abisso d’imbarazzo. Non loro ma io. A loro sembrava naturale. E si muovevano con naturalezza. Avrei voluto ammazzarli tutti. Le vedevo come potevano vederle tutti. Non era la prima volta eppure mi sembrava che quegli occhi frugassero nella nostra intimità. Sarò un cretino però… E poi è quello che provavo. Non si può sempre decidere cosa si vuole provare e pensare. Non si può sempre razionalizzare. Nemmeno io ci riesco sempre; come quella volta. Ed Erika era decisamente carina. Non era solo la sua età a essere bella. Non aveva solo un bel sorriso. E dei bei denti. E gli occhi del colore dei suoi. Non sono poi così vecchio. E le sue erano come di marmo, non tremolavano affatto.
Naturalmente al ritorno più che scottato mi ero arrostito. Ero rosso come un’aragosta. La mia Ortensia dovette ricorrere a una buona dose di crema doposole. Facendo molto attenzione. La cosa sembrava rendere allegre le mie due compagne. Cioè mia moglie e la sua giovane e carina collega. E si scambiavano battutine. Come se non fossi là a sentirle. Alla fine stavano massacrando la mia immagine e prendendosi gioco di me. Mi dipingevano come un tedioso intellettuale poco adatto a una giornata al mare. Così cenammo tra lazzi e spiritosaggini varie e qualche pettegolezzo che non potevo capire. Parlavano di uomini e di colleghi.
Dopo un paio di grappe Ortensia era stanca. Il mare e il sole affaticano sempre. Si alzò e si andò a coricare per prima dicendo: “Ti aspetto”. Mi ritrovai da solo a parlare da solo con Erika. Non era poi così stupida. Non avevo ancora molto sonno e nemmeno lei. Amava il cinema e non si era persa nessuno degli ultimi film. Mi raccontò di alcune mostre che aveva visitato. Poi prese a parlarmi del suo passato. Della sua vita. Dei suoi. Degli studi. Di un paio di amori finiti. Di uno non che era mai cominciato. Di quello che non avrebbe voluto che fosse finito. Di quanto amava le immersioni. Delle nozze della sorella. Sapeva descriversi in modo affascinante. Sarei stato per ore ad ascoltarla. Anche solo ad ascoltare la sua voce. Io non trovavo altrettanti argomenti.
All’improvviso si era alzata e aveva detto: “Vado a farmi un’altra doccia; Vieni”? So che per lei era puro divertimento e che si stava prendendo gioco di me. Racconto tutto così come lo ricordo. Dico: “Vai pure, io sparecchio”. Dice: “Non c’è fretta”. Dico: “Ortensia mi aspetta. E non voglio che domani si ritrovi con questo disordine”. Ride: “Falla aspettare. E poi si dice per dire”. Dico: “Abbiamo una doccia sola”. Ride più sguaiatamente: “Ma c’è posto per due, se ci si stringe”. Dico: “Mi faccio l’ultimo goccio”. Dice: “Come vuoi.” –e si allontana. Aggiunge “Contento tu”.
Ho portato le tazze in cucina. Le ho messe nel lavello. Ho fatto scorrere l’acqua. Sono tornato a riempirmi un bicchierino. Mi girava un po’ la testa. Per l’alcool e per il sole. Ho Preso la bottiglia e il resto. Sono passato per il corridoio. Di tutto questo ne ho buona memoria. Si era scordata di chiudere e la porta era rimasta aperta. Lei era sotto la doccia come aveva detto. Mi ha visto e mi ha sorriso. Non aveva niente addosso. Era proprio tutta nuda. All’improvviso udii un forte dolore alla parte sinistra del petto. Lo riconobbi subito: era un infarto. Solo il tempo di chiedere aiuto. Solo il tempo che Erika uscisse dalla doccia. Solo il tempo di vedere accorrere Ortensia a controllare cosa succedesse. Solo il tempo di dire: “Ragazze, ascoltate, questa sì che è musica. Si sente il sapore del mare e le onde”.

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