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Archive for 13 Mag 2017

cappuccettonero02Ormai non aspettava che l’estate, lei, Eleonora, e forse non era poi più così freddo come le sembrava. Le giornate si allungavano. Frasi fatte. Che diavolo poteva importare a lei? E poi perché si allungavano? Le parevano già così infinite; difficili da attraversare. Mica è facile avere vent’anni. Già! anche questa era un’altra di quelle frasi fatte. Sentite e ripetute mille volte. Ma nemmeno l’età te la puoi scegliere. È come tante altre cose: capitano quando vogliono o quando, in qualche modo, devono. Capitano e basta, semplicemente. Te le trovi tra i piedi. Le devi accettare. Anche quelle cose che preferiresti evitare. Proprio come, in un certo senso, le mestruazioni. E i genitori. E non sopportava quel sentirsi vecchia; vecchia e stanca.
L’aveva confidato a Marialuisa. Forse era stata una stupida. Non c’è il tempo di pensare quando le parole scappano di bocca, da sole. Avrebbe dovuto sapere com’era quella, ma era anche la sua migliore amica. A chi avrebbe potuto confidarsi se non a lei? Anche se dirlo a lei era dirlo a tutti. Ma le amiche sono amiche. Servono a quello. Dell’amicizia si potrebbe parlare a lungo. Non c’è un senso, né un verso. Sarebbe egualmente inutile. Il perché non l’avrebbe saputo dire: loro due erano così… così… diverse, cioè dissimili. Non sembravano nemmanco avere la stessa età. E quella sembrava sapere già tutto. Si atteggiava a donna.
Mentre lei… ecco lei… si sentiva vecchia e non sapeva un bel niente di niente. Non sapeva e non capiva. Non sapeva perché i ragazzi fossero così stupidi. Quelli della sua età. Ma anche gli altri. Persino gli adulti. E lo facessero apposta. Apposta per apparirlo ancora di più. E non capiva come davanti a tutta quella stupidità a volte si sentisse strana. Un’altra persona. La ragione di quello strano formicolio. Come impaziente. Come se volesse immergersi in quella assurdità.
Certo che le sapeva le storie, come va la vita. Era solo sua madre che non poteva e voleva vedere. Per sua madre non sarebbe mai cresciuta. Forse è così per ogni madre. Non viene mai il momento. Doveva chiederlo a suo fratello come una bambina fa a diventare grande subito. Però fino a ieri aveva giocato con le bambole. Non capiva eppure le bambole non le interessavano più. In pochi giorni il suo mondo era cambiato. Non tanto quello fuori quanto quello dentro. Provava curiosità nuove. Pulsioni nuove. Persino una certa vergogna del suo corpo. E quei ragazzi le guardavano il seno. Aveva fretta e sete di sapere. E anche solo sete, come se la sua gola fosse sempre riarsa.
Marialuisa rideva. Diceva che era normale. Per lei era tutto normale. Che era carina. Che non era strano che i ragazzi la guardassero. La faceva sentire una stupida. Che anzi era bello e giusto che la guardassero, e la guardassero in quel modo. Si mostrava sorpresa della sua sorpresa: Ma come… Vuoi dire che tu?… Mai? Da non credere… Mai cosa? E Marialuisa le aveva chiesto se non c’era proprio nessuno che le piacesse. Forse uno c’era. Non ne poteva essere certa. Secondo lei, sempre Marialuisa, avrebbe dovuto guardalo, sorridergli, fargli capire che aveva notato che la guardava. Aspettare e se lui aspettava non farlo aspettare. Farsi trovare pronta. Invitarlo lei. Poi da cosa sarebbe nata cosa. Non capiva cosa. Cosa voleva dire farsi trovare pronta. Non ci capiva un accidente, ma l’istinto le avrebbe detto di provare. Anche queste erano parole dell’amica del cuore.
Si chiamava Amsterdam, o almeno così lo chiamavano, strano nome, e le sembrava carino. Non più di tanti altri, ma nemmeno meno. Forse non le sembrava altrettanto stupido. Forse le sembrava… non capiva. Non capiva perché avesse richiamato la sua attenzione. Perché la sua immagine non riuscisse a togliersela da davanti. Si era decisa. Gli aveva sorriso. Lui aveva ricambiato il sorriso. Proprio come le aveva consigliato. Gli aveva fatto un cenno di saluto. Lui aveva ricambiato quel cenno. Era rimasto fermo con la sigaretta in bocca. Lei aveva aspettato tutto il tempo che aveva per aspettare. Poi si era stufata di aspettare. Si era alzata ed era andata da lui. Impacciata alla fine aveva trovato il coraggio di parlare al suo sorriso insolente: Possiamo andare via di qua? E dove? In un posto tranquillo. Perché? Vorrei che tu mi insegnassi. Che cosa? Tutto quello che fanno i ragazzi con le ragazze. Vuoi un tiro? No, grazie. Allora andiamo. Sì! va bene.
Le aveva preso la mano. Era un contatto morbido. Sentiva il suo calore attraverso quel contatto. Non gli aveva chiesto dove la stava conducendo. Non le importava. L’amica le aveva detto che era meglio se stavano da soli. Che almeno all’inizio… All’inizio di cosa? Le prime volte. Finché non si fosse fatta più ardita. Più audace. Ma lei non aveva timore, solo curiosità. E lo seguiva guardandosi intorno. E insieme fuggendo gli sguardi. Mentre lui sembrava raggiante, felice di essere visto. E la condusse al parco. E poi all’ombra dietro una siepe dove gli occhi non potessero vederli. Forse solo quelli dei guardoni, ma i guardoni non girano per il parco di giorno. E le appiccicò le labbra sulle sue labbra. E sembrava che volesse che lei allargasse le sue labbra. Se le sentì inumidire. Come se la leccasse. Come se ne volesse gustare il sapore. E intanto con la mano le aveva cercato il seno sussurrandole di fare la brava. Di stare buona.
Non sentiva niente. Il suo ansimare. La sua curiosità. Il suo sudore. Ma lei dentro non sentiva niente. Niente di quello che aveva cercato di immaginare. Era così goffo e tutto così… così… strano. Strano e inutile. Scomodo. Irreale. Si sentiva come un pezzo di legno. Le mani di lui erano solo curiose. E la sfioravano sopra una corazza. Forse stava sbagliando tutto. Appoggiò la testa sulla sua spalla decisa che lo avrebbe lasciato fare. E un po’ annoiata. Poi lui le prese ancora la mano. Cercava di guidarla verso qualcosa, qualche punto del proprio corpo. Ormai era anche infastidita. E si stava facendo tardi. Il sole stava per tramontare. Guardò il collo del ragazzo e fu naturale affondare i denti. E bevve. E sentì che la sua sete si andava spegnendo. E che quella mano curiosa perdeva di forza, si scioglieva come un gelato.
La notte ne raccoglie le leggende, ma è in tutte le pieghe del giorno che si muovono, i vampiri.

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