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Archive for 25 maggio 2017

hg_raindance-select-300-overhead-shower-woman-showering_730x411Non lo voglio chiedere. Non mi vorrei trovato subissare di colpe che non ho. Che non ho fatto a tempo ad avere. Non so cosa si sono raccontate quelle due. Come si possa essere giustificata Erika. Con il solo asciugamano addosso. So solo che Ortensia è qui con me che si prodiga al mio capezzale. Premurosa. Come la migliore delle mogli. E ha rinunciato al resto della vacanza. Solo per me. Per accudirmi. Tra qualche giorno dovrei anche uscire da questo maledetto ospedale. Ma di mare non se ne parla proprio. La casa l’ha già chiusa lei. Dovrò mettermi a dieta e smettere di fumare. Tutto è bene quello che finisce bene. Naturalmente Erika non l’ho più sentita. Non ricevevo altre visite. Non ho chiesto di lei. Come avrei potuto? Non ne sapevo niente. Nemmeno se era ancora viva o se era morta. Se non per il fatto che è stata proprio mia moglie a dirmi che mi mandava i suoi saluti.
Anche se non piace a entrambi ricordare, con delicatezza, Ortensia mi ricorda cosa è successo, senza farmi pesare troppo il suo malumore: “Sei uno stupido. Dovresti ormai saperlo quello che puoi e quello che non devi fare”.
Non ho fatto niente. E’ stata solo una giornata in spiaggia. Come potevo immaginare?”…
Lo so. Sai che non puoi stare troppo al sole. E poi non devi metterti in testa certe strane idee; caro mio. Non sono più cose per te. Ti credi ancora un ragazzino”?
Quando se ne va ripenso a quello che mi ha detto. In fondo non sono poi così vecchio. E quello che mi è capitato può capitare a chiunque a qualsiasi età. Tutti vanno al mare, d’estate, ma non tutti poi finiscono dentro uno squallido ospedale. Perché proprio a me? Mi son fatto portare qualcosa per cambiarmi. Non posso essere dimesso in bermuda. Intanto il vicino di letto russa come un’intera segheria. Ho sete. Mi ricordo che la prima cosa che ho provato è stata proprio la sete, prima ancora di provare quell’orribile e dolorosa pressione sul petto. Quella fitta. L’ho riconosciuto subito. Voglio dire l’infarto. Mi chiedo se ne valeva la pena per un po’ di sole.
Ripenso a Erika e cerco di riprendere il libro da dove l’ho lasciato. Un tentativo vano. Non mi sento tranquillo. Sarà lo spavento che ho provato. Sarà che l’ospedale mi fa ansia. Sarà il rumore del vicino. Allora accendo il portatile. Vado un poco in giro senza una metà precisa. Il mondo è ancora lì fuori. Mi sento un nomade. Mi sento vivo. Mi sento prigioniero. Mi sento un guardone. Senza sapere cosa mi spinga a farlo sono entrato curioso nel profilo di Ortensia. Ci sono le solite cose. Ha condiviso i soliti post delle solite associazioni di volontariato. Poi mi accorgo, per puro caso, che la sua chat è rimasta aperta. Vado a spiare. C’è un dialogo di mia moglie. Proprio con Erika. Di qualche giorno prima di andare al mare. Prima di quel giorno maledetto. Dell’ultimo giorno al mare. Di pochi giorni prima. Forse è stato questo che mi ha incuriosito. E’ una strana coincidenza. Leggo e ne sono sorpreso. Faccio copia e incolla in una pagina word che salvo in una mia cartella con la password. Leggo e rileggo senza dover stare collegato alla rete che qui c’è poco campo e non è stabile.
Il primo messaggio è di Ortensia: Probabilmente ha cancellato i precedenti. Lei è sempre uguale. Probabilmente, per distrazione, s’è scodata di cancellare anche questi. Avrebbe fatto meglio. Oppure si erano parlate a voce. Senza bisogno di una intermediazione informatica: “Fai come ti dico. Se ti vede fa un infarto. Sicuro. Con me è tanto… Sicuro com’è vero che sono qui a scrivertelo. Credimi”.
E se non lo fa”?
Lo fa. Lo fa. Non c’è uomo… Tranquilla”.
Ma se non?”…
Allora lo dovrai fare. Non mi dirai che tu”…
Non è quello. La vita mi ha regalato anche di peggio, anzi. Solo che non c’è la certezza che poi”…
Non ti chiedo poi chissà quale sacrificio. Basta stare un pochino attente. Tenere il becco chiuso. Una notte di buon sesso, selvaggio, come dico io. Come sai. Lui non lo può reggere. Ne sono sicura. Poi saremo libere”.
E se non… non cede”?
Hai troppi dubbi. Se sopravvive vuol dire che non sei più la Erika che conosco. Che mi sono sbagliata su di te. Che ti sei sbagliata sulle tue capacità. E allora dovrai inventarti qualcosa. Arrangiarti. Non posso venire ad aiutarti. Ricordi che io dormirò nell’altra stanza? Sarò sveglia a dormire nella nostra camera. Non sarò presente. Quando succede. Forse potrà essere solo imbarazzante. Ma ho pensato… ti puoi rivestire. Non c’è fretta, in questi casi. Puoi prendertela con comodo. Io dirò quello che devo dire. Se alla fine… Dovrai arrangiarti con il cuscino”.
Forse non sono mai state nemmeno colleghe. Questo chiarirebbe perché certe cose non se le sono dette a voce. In ufficio. Perché hanno avuto bisogno di scriversele. Certo che Ortensia è sempre un poco poco prudente. Da questo punto di vista Erika la conosco meno. Direi niente. Però quella frase in cui dice che la vita le ha regalato di peggio, anzi. Proprio quel anzi dopo la virgola. Quello mi fa pensare. Forse non le sono stato del tutto indifferente. Ma forse scherzavano tra loro. E non sono mica sicuro di essere io quello di cui parlano. Non ne posso certo avere la certezza.
Ma cosa vado a pensare? Forse è un altro dei loro scherzi. Ma io, comunque, sono duro a morire. Ho ancora qualche giorno di riposo e di ricovero. E poi tutta la convalescenza e la riabilitazione, per la continuità assistenziale. Spengo il computer. Vorrei riposare un poco. Certo che Erika è proprio carina. Quando si è rinchiusi in un ospedale si ha tutto il tempo per civettare con la propria fantasia. Potrei chiamarla quando esco. Tanto per sentire almeno la sua voce per telefono. Mi è rimasta impressa. Se poi… Magari senza farmi accorgere da mia moglie. Non so se posso addebitare il male al mare o se essergliene grato.

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