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Archive for 30 Mag 2017

surreal-dream-photos-caras-ionut-5Me ne sto qua aspettando il verdetto. Ora sono sereno anche se rassegnato. In piena forma e in forze. Quello che deve essere sarà. Ora che so vorrei recuperare tutto il tempo perduto. Vedo Totta, cioè Carlotta, mia moglie, da lontano. E’ sottobraccio a uno che mi sembra Paride. Si guardano negli occhi e si parlano sottovoce. Preferisco non farmi vedere. Non so come nascondermi e da che parte andare e sono impicciato nei movimenti. C’è un po’ più di calma e un ordine perfetto e seguo le parsimoniose indicazioni.
Nel circolo delle lettoni intravvedo Dar’yana. La chiamo e lei si stacca dal gruppo con un’amica e si avvicina sorridendo come dire chi si rivede; me la presenta come Kharitina la sua connazionale amica che dev’essere anche all’incirca sua coetanea. Le chiedo abbastanza impacciato se possiamo stare soli, ma è una questione di vita o di morte. L’amica si allontana e torna nel gruppo che in sua assenza ha continuato a chiacchierare lanciando di tanto in tanto occhiate furtive di valutazione stigmatizzando quell’intruso. Kharitina è una ragazza carina e mi saluta anche con gli occhi da lontano, forse ho avuto troppa fretta. Dar’yana mi racconta che adesso, cioè prima, quando ancora era laggiù, al mondo, faceva la badante. Mi confesso sorpreso e glielo dimostro perché lei ha studiato continuando a servire in una famiglia bene. Osserva con il consueto candore e una leggera vergogna: “E’ la vita”. Cerco di ricordarle i vecchi tempi; mi fa capire che sono passati e che ricordare le costa fatica e le mette tristezza. Mi dice che ha o aveva un compagno ma che nella confusione non si sono ancora ritrovati. Cerco di muoverla a pietà ricordandole compassionevole quando noi due eravamo ragazzi e come siamo stati ragazzi. Lei ha sempre avuto un gran cuore e nemmeno sotto la camicetta già da allora è mai stata messa male. Ha dei fantastici occhi azzurri ed è sempre stata un tipo perspicace; non c’è che dire, ma sempre piena di premesse e di “Se proprio”… Devo insistere un bel poco e questo me la fa apparire anche più bella finché non china gli occhi: “Se proprio ne hai bisogno, se proprio non puoi farne a meno, se proprio devo, se proprio ti accontenti di una mano”… In nome della vecchia amicizia cerchiamo un posto un po’ appartato, non è facile trovarlo in questa bolgia che a quel tempo si sarebbe definita dantesca. Mi mancano le vecchie comodità: la casa, la macchina, gli alberghi e le pensioni, la camera da letto, i letti dagli amici, il divano del salotto della bella villa dove lavorava quando i padroni erano in vacanza, persino la stalla e la paglia. Eravamo molto giovani e stupidi allora.
Alla fine un posto si trova. Un piccolo grumetto di nembi che sembra una montagnola e tanto basta. Ci nascondono alla vista e sono soffici. Le chiedo se per cortesia può tornare ad avere quei sedici anni e lei mi accontenta. “Nostalgia”? “Un poca”. Ci accomodiamo e siamo proprio come allora imbarazzati. Scopro che altri hanno avuto la nostra stessa idea; non importa. Ognuno è solo cioè ogni coppia trova la propria intimità senza badare o dare fastidio alle altre. Ogn’uno si crea il proprio ambiente e noi con lei sedicenne un posto improvvisato e raccogliticcio dettato dalle frette di quell’età non potrebbe essere la cornice adatta. Cavolo, la ricordo e riconosco quella camicetta. Mi dice solo un rassegnato: “Pazienza.” Come se lo dicesse soltanto a se stessa senza volermi ferire e io di rimando le continuo a sussurrare ripetutamente all’orecchio solo: “Daria.” sperando possa durare per tutta l’eternità e di non essere interrotti. Sono pur sempre in attesa di giudizio: “Me lo dai un bacio”? “Ma solo uno. Sai che mi piacevi veramente”? “E ora”? “Mi sento solo stupida perché ora so”. “Anch’io credevo di sapere”. “Ormai non c’è più un prima e un dopo. Possiamo essere quando vogliamo. Sappiamo tutto ma possiamo anche ricominciare. Avere vent’anni e la gioventù o farne quaranta per scoprire la maturità. Non so se mi piace o no. Ti manca ancora molto”? Non riconosco il mio corpo. Forse lei ha capito e si adattata molto più e prima di me: “Sei molto gentile e ancora carina, come allora. Credo di no. Quello che però… Non vorrei mai tornare bambino. Sto bene adulto”. “Sei contento cioè sei sereno o hai dei rimpianti? Però non farti aspettare molto”. “Credi che tra noi”… “Lui si chiama Giosuè. Credo di no. Credo di sì. Ora non siamo più quelli. Possiamo amare anche due volte. E di più. E due persone. E anche di più. Contemporaneamente. Ed essere con loro, con tutti loro, in posti diversi e nello stesso momento. Solo che io sto aspettando la mia destinazione”. “Anch’io, ce l’hai il cellulare”. “E’ rimasto nel vecchio mondo. Sciocco, non serve. Qui possiamo inviarci gli esseemmeesse telepaticamente”. “Dici? Incredibile”. Mi sono un po’ distratto ma mentre ascolto e imparo entro in contatto con Kharitina sperando che lei non se ne accorga invece lo capisce e lo sento dalla stretta delle sue dita, devo imparare ancora tutto. Qui, chiamiamolo per ora paradiso, nella nostra condizione, non sono permessi i segreti e non c’è posto per le bugie e i sotterfugi e allora perché nasconderci? Mi legge in testa: “Solo per stupida abitudine.” e mi fa scoprire l’America in quell’ultimo sospiro e solo allora torna a guardarsi la mano ed esclama: “Finalmente!” ma non c’è nessun tono di rimprovero nella sua voce che mi sembra melodiosa.
Poi ci pensa e improvvisamente scoppia a ridere: “Ti credevo… fedele, e allora lo eri”. “Io credevo all’amore e forse vorrei crederci ancora”. Mi rassicura: “Ora non importa”. “Tu che ne pensi”? “Forse è meglio senza egoismi, senza bugie, senza gelosie, senza sotterfugi e… senza doveri eppure sento già che qualcosa mi mancherà”. “Non siamo nati santi e un po’ siamo rimasti quelli che siamo sempre stati”. “Sarà una condizione passeggera”? “Spero. Ho chiesto di poter fare le valigie ma non mi è stato permesso. E poi è diverso da tutto quello che avevo immaginato”. “Anch’io”. “Me lo dai un altro bacio”? “Ma solo ancora uno”. “Me lo dici che mi ami”? “Quello non è permesso, ma se questo è amore allora… forse… un po’… non lo so… credo di sì. Non volere troppo e tutto subito. Soprattutto non mettermi fretta che ancora non mi conosco bene”. “Fai con calma”. “Posso tornare ad avere gli anni che ho”? “Certo”. “E allora ti debbo… togliere la mano. Devo ma… Posso”? Me ne ero quasi dimenticato. Mi rimetto in ordine. E devo proprio trovare una cintura da qualche parte e a malincuore dobbiamo proprio andare. Forse Giosuè la sta cercando e si sta chiedendo perché poi ricordo e mi sento gli occhi dell’uomo addosso e vedo Tota in quel preciso istante e non mi importa. E’ strano non me la ricordavo così… così! e non ricordavo nemmeno quella biancheria. Ora mi sarebbe tutto più facile ma non ho voglia di sapere e di capire per lei sicuramente avrà speso una cifra, povero Paride. Non sarà mai Elena ma altrettanto capricciosa, e dispettosa, e dispotica, lo posso garantire, e ti succhierà il sangue senza che tu abbia bisogno di altri eroi alle porte niente ti salverà da lei. Torno a occuparmi solo della cara Daria per conto mio ne ho avuto abbastanza. Non so se in questo spazio esista il divorzio o basti cercare di dimenticare? Bisognerebbe poter conoscere le persone prima o poter tornare continuamente al momento dell’innamoramento e non so a chi chiederlo.
Con Kharitina ho appuntamento alle sette. Giusto il tempo di riprendere fiato anche se mi sento come se non ne avessi bisogno; rimesso a nuovo, così vado a bighellonare un po’ in giro. A controllare. Se non mi trovano mi troveranno, non devo essere io a preoccuparmene. Ma se ci penso e veramente lo voglio le sette possono esser anche subito. Ho il desiderio di fumare una sigaretta e fischietto nel mentre sono anche già con Kharitina, tra le sue braccia. Lei è completamente senza abiti e io sono senza vestiti e non provo vergogna. Ci siamo trovati e conosciuti così, in un letto enorme di petali di rose, ne ha della fantasia, solo per fare l’amore e ha labbra incantevoli e morbide; due labbra enormi e piccoline, ben disegnate. Lo so che non lo dovrei chiedere: “Perché mi hai aspettato già così”? Lei non dev’essere il tipo che si offende facilmente o questo non è il posto per farlo e sorride dolcemente: “Perché non volevo che ti affaticassi. Perché eri impaziente e allora anch’io sono impaziente. Vuoi che li rimetta”? “Non fa niente, anzi, grazie”. “Di cosa”? “Di essere”. E sto mangiando un gelato con un cono enorme: pistacchio e lamponi. E due uomini si tengono per mano e non mi sembra strano. E mi siedo a giocare a carte con quell’odioso del Di Napoli, e mi sta pure simpatico, anche se so che bara; anche se si è preso delle licenze con Tota senza nemmeno chiedere, me l’ha detto lei; allora. E sono anche con Julie e la sua fantastica maglietta gonfia. E sono anche Benjamin Malaussène. Non me ne importa niente. Il giudizio degli altri è una fatica sprecata. Inutile aspettare o sprecare il tempo. Davanti all’eternità cosa può essere una singola vita?
Mi hanno dato all’entrata una piccola valigia ma dentro è enorme, infinita e può contenere tutto; il necessario e il superfluo. La mia prima biciletta a quattro ruote. Il mio completo da tennis con la polo verde veleno e anche le racchette ormai scordate. La scacchiera pronta per una nuova partita. I miei vecchi polsini d’oro a chiave di violino. Il vestito di quando ho portato papà al camposanto. Le foto delle vacanze a Parigi. Le mie bolle di sapone. La raccolta dei Queen. Il manuale: “L’amore oltre l’amore, piccola guida per giovanissimi autostoppisti e non”. Dopo il giudizio universale c’è solo l’amore universale? Il mio vecchio cilindro di cartone impolverato. La nave dei pirati con il Capitan Harlock e tutti i suoi cannoni. Il didgeridoo che mi ero autoprodotto. L’aereo in balsa con l’ala incerottata e l’aquilone che non aveva mai volato. Il costume da Zorro e il bastone da passeggio. La cinepresa. Il cornetto portafortuna di corallo. La scatola disgraziata del Monopoli con la sua fortuna in biglietti senza valore. I gessetti colorati consumati quasi solo per il gioco della campana. Il fifì della prima comunione e la giacca del mio primo festino da ballo. La mia prima sigaretta; col filtro. Tutti i biglietti di auguri dei natali, delle pasque e dei miei compleanni. Il mio primo smartphone con la batteria scarica, senza contratto e comunque senza copertura. Quella rosa secca che non speravo che lei avesse conservato. Finalmente il suo diario segreto e le prime e uniche mutandine della mia preziosa collezione e quelle dei calciatori. La muta da sub. La camicia con il colletto alla coreana che ho sempre odiato. Il piccolo carrarmato del generale Patton. Una granita al limone e un limone trafitto da una stecca di liquerizia. Il giornale con i risultati delle elezione e la Gazzetta del giorno dopo la conquista della Coppa dei campioni stampata solo per me. Il mio dopobarba preferito. La collezione dei Metal hurlant eccetera eccetera. E tutto quello che non potevo scordare. E chi più ne ha più ne metta. Ops! L’ho lasciata al mio receptionist perché mi era di ingombro. Devo ammettere di non aver avuto un’infanzia difficile. Dopo, a prendersi cura di me, c’è stata la mia zietta Sorana, sorella del papà, sempre buona e affettuosa. Anche per lei ha avuto parole di biasimo nei miei confronti lo strano giudice di settima classe aspirante cherubino stigmatizzando con fare furbetto e sarcastico come fosse fin troppo affabile e gentilissima nonostante, aveva osservato il vecchio birbone, lei non si facesse molti riguardi, anzi alcuna timidezza, anche se c’ero io e nonostante quel nome e lo zio Simeone che era proprio grullo e spesso fin troppo attento solo alle partite e molto meno, se non nulla, a lei; semplicemente la zietta era molto emancipata e molto espansiva e premurosa con me e non aveva molto da nascondere né l’indole per farlo. Al vetusto antipatico non è proprio scappato niente ma allora non ci pensavo proprio e come avrei potuto? Mai fantasticato di lei in quel modo anche se in qualche occasione le sue coccole mi avevano creato qualche imbarazzo e anche quella volta che mi aveva chiamato in bagno mentre si faceva la doccia chiedendomi la cortesia di insaponarle la schiena. C’erano solo dieci anni tra noi e ora dovrei avere l’età che lei aveva allora, dove sarà?
Nuvole, nuvole e ancora nuvole. Quando mai mi ci abituerò? Una galassia di nuvole candide in una giornata tersa. Ne sono già sazio. Quasi ingozzato. Temo che me le sognerò. Ma c’è posto qui per i sogni? E per la notte? Mi chino per inventarmi un pupazzo di neve, anzi di nuvole. Non sono mai stato bravo in queste cose, con le mani, il risultato è da rimuovere e nascondere e chiudo gli occhi e lo cancello e lo sogno nuovamente come lo vorrei e quando li riapro è proprio come lo avevo immaginato ed è magnifico, due bottoni per gli occhi e un bastone al posto del naso. Suonano un vecchio pezzo di Édith Piaf (Vive la France) ma ciascuno sente solo la musica che vuole. Una donna protesta animatamente all’indirizzo del vuoto che lei al suo gatto non può rinunciare: “A tutto tranne che a Doremi”. Sta girando cercandolo con una tazzina di caffè in mano. Ci sarà anche la pubblicità? E gli animali dove sono? Probabilmente anche per loro c’è un’attesa e la visita in un tribunale veterinario. Non ho mai avuto nemmeno un cane, l’appartamento era piccolo e non ne sento troppo la mancanza. Non sono mai veramente solo.
La cinquantenne bionda, più sui sessanta, coi capelli rigidi della messa in piega mi guarda, ha un vestito bianco a grossi palloni rossi e tanta ciccia che le abbonda da farla sembrare una trapunta con una boccuccia a cuore rosso ciliegia che abbacina gli occhi mi dice tutta giuliva: “Ciao bello”. Grido terrorizzato: “Questo no”! E’ l’orrore dell’attimo di chi ancora non sa. E’ un incubo. Subito mi riprendo perché ci vuole consapevolezza e complicità e corresponsabilità, bisogna essere in due e decidere in due di quale momento si vuole essere protagonisti, ma si è voltata e se ne sta già andando indignata: “Non sei niente di che. E non è carino. Nemmeno mi piacevi. Era per fare due chiacchiere. Sono certa che hai anche il fiato pesante. E corto. Potevi vedermi da giovane”… La guardo allontanarsi, una quarantini di chili prima ed è già l’incontro di una sera che non puoi spendere così male, molto oltre la disperazione più cupa. Un colpo allo stomaco. Gli stessi occhi piccoli come fori di proiettili pieni di cattiveria e di depravazione che guardano ghignanti e sardonici, per giunta uno a destra e uno a manca; lo stesso viso pittato pesantemente e le stesse labbruccie già rosse di quel rosso abbacinante e sembra già far parte dell’usato non garantito; lo stesso incedere cialtrone scodinzolando in modo insolente lo stesso culone basso sugli stessi tacchi con le scarpe già sformate. Non è certo fine, la signora, aggiunge: “Stronzo.” quando ormai è già lontana. L’ho scampata bella. Mai credere a tutto quello che si racconta. Penso a Marylin. Chi non ci ha mai pensato e non ha continuato a pensarci? Siamo in troppi, ci rinuncio. Certo che tra i tutti non vedrà proprio me; però… Non riesco ancora ad immaginare cosa mi riserverà il futuro in questa nuova vita. Voglio solo rivedere Star wars. Siamo circa in tre-miliardi-duecentomila-e-spiccioli stipati davanti all’enorme schermo ad aver avuto la stessa idea.
Ho una fame incredibile di sapere. Ora amo il signor maiale e anche il prosciutto, purché sia crudo. E il pesce azzurro. E il baccalà. E’ il mio corpo che cambia. E sono anche con Dar’yana, la mia Daria, e ora ha vent’anni e anche trenta. E non mi nega niente perché non ha più pudore. Sì! credo che mi ami e che me lo voglia dimostrare. E’ soffice come un sospiro di primavera. Non l’avevo mai vista nuda. Lei si mostra per farsi vedere: “E allora”? Ora la guardo e la riguardo in ogni sua età completamente soddisfatto. Mi piacciono anche le sue prime rughe: “Sei splendida”. Quel sorriso che è quasi una smorfia capricciosa. Le dico di calmarsi perché non è ancora tempo di conoscerla da vecchia. Dev’essere stato proprio così il sessant’otto ma non solo così e anche altro ma forse no. Sospetto che non ci sia mai stato niente di simile, di paragonabile. Lei ride e si diverte della mia inesperienza e di quella ignoranza come con un bambino e mi passa la mano tra i capelli.
In quel mare burrascoso di nubi che schizzano gocce di nuvole verso l’alto c’è quella bambina che si diverte sull’altalena. Comincio a pensare che in questo nuovo “Mondo?” “Corpo?” “Ruolo?” impacciato per imparare e iniziare sia meglio ripartire da capo. Ho il sospetto forse è lei: “Quanti anni hai”? “Cinque.” e mi fa segno con le dita. “Allora ne voglio cinque anch’io, oppure, al massimo sette”.

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