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Archive for 1 luglio 2017

Ore dodici e trenta in punto, spaccate. Salone enorme. Tavolo chilometrico. Ci doveva volere una fatica ciclopica per tenere pulita tutta quella stamberga. E un oceano di olio di gomito per tutti quegli argenti. Per non parlare degli altissimi vetri alle finestre. Naturalmente il Signor Conte era seduto a capo tavola. La Signora Contessa alla sua sinistra, poco distante. Il Signorino Rampollo all’altro capo della tavolata imbandita. Le luci non erano accese, per risparmiare. Il sole entrava timidamente di striscio. Anemico. Tutto questo quando era entrata la cameriera con la zuppiera fumante in mano. Cappelletti in brodo. Aveva la crestina in tulle immacolata inamidata in testa, naturalmente la donna a servizio, un bianco grembiulino in simil raso sopra l’abito in poliestere, obbligatoriamente nero, non troppo corto, e sotto ancora una sottogonna in tulle. In tutti gli indumenti si poteva però notare il prolungato uso. E anche gli abbondanti merletti cominciavano a sfilacciarsi.
Il Signor Conte, impaziente come sempre, col tovagliolo già infilato nel colletto, la rimproverò che era stanco di ripeterle che si doveva servire mettendosi dall’altra parte. Lei girò attorno al seggiolone e ubbidiente si mise a sinistra e lui le poggiò la destra dietro incurante di essere visto. Il piatto era leggermente sbrecciato ma quasi non si poteva notare. Lei versò nella porcellana, con molta perizia, il primo mestolo di minestra. Fai attenzione a non versare. La mano si era data un gran da fare per scostare tutte quelle stoffe. Certamente Signor Conte. Nel loro vocabolario le maiuscole erano d’obbligo. Versò con la massima cura anche una seconda razione del tutto simile alla prima. Il Signor Conte ci teneva alla precisione. Soddisfatto alzò la mano nel gesto che segnalava che bastava così. Le ricordò di aggiungere un bel po’ abbondante di parmigiano e la accomiatò, ridendo soddisfatto a quattro ganasce, con una gran patta sul sedere.
Lei passò a servire la sua Signora Padrona girando al largo dal Padrone. La Signora contessa era palesemente indispettita dal comportamento dell’Illustre Coniuge. Non riusciva a trattenere la sua giusta collera. Possibile che nemmeno a tavola tu ti sappia comportare come si deve? E davanti agli occhi innocenti di nostro figlio. Su tale innocenza ci sarebbero stati fiumi di parole da spendere, ma il Giovine Signorino trentenne se ne stava zitto a godersi il bisticcio aspettando la sua razione. Volevo solo controllare… i miei possedimenti. Non ti preoccupare, è ancora sodo anche il tuo. Non come quello di Cesarina, però… Era molto frequente che il loro desinare fosse ravvivato da discussioni simili. La cameriera ormai nemmeno li stava ad ascoltare. Badava a fare al meglio il suo lavoro. Sei sempre stato solo un gran bifolco. Dove avevo la testa? Il Signor Conte non si era premurato di non esporre le sue convinzioni. Dove sei solita tenerla, cara, nelle culottes. Quel giorno poteva sembrare un giorno come tutti gli altri, ma la Signora ne aveva a sufficienza; le tasche erano piene. In aggiunta, quel Signor Conte, fu colpito da un improvviso colpo di tosse e spruzzò tutto intorno di brodo e frammenti di cappelletti, colpendo anche l’Aristocratica Moglie. Ti prego, Cesarina, toglimi questo schifo di torno. Fai qualcosa. Il Signor Conte non fece a tempo di pulirsi labbra, barba e baffi, nella tovaglia, che la zelante domestica era accorsa sollecita in soccorso della Donna. Subito Signora Contessa. Si era prodigata nel liberarla dai risultati di quel disastro poi tornò dietro al Signore e dalla tavola prese il coltello affilatissimo per la carne e glielo conficcò decisa nel cervello. La lama entrò da una tempia ed ne uscì dall’altra perfettamente orizzontale e simmetrica. Il Signor Conte crollò sulla tovaglia rovesciando il piatto fondo. La Signora Contessa osservò come quell’uomo era morto com’era sempre vissuto: da pasticcione buzzurro.
La padrona sembrava soddisfatta. Osservò come il Marito avesse sporcato, inopportunamente e senza attenzione alcuna, la tovaglia quasi nuova di sangue. La serva le rabboccò rapidamente il piatto. La Signora le chiese energicamente di sostituirlo subito gettando lontano quello che aveva davanti. Lei eseguì immediatamente l’ordine. Alla Signora Contessa era sufficiente un mezzo mestolo. Cesarina non la lasciò nemmeno parlare e la prevenne, come faceva spesso, le aggiunse subito un’enorme pioggia di formaggio. Passò a servire il suo Signorino, e anche lui allungò le mani, la paziente cameriera ormai non ci faceva nemmeno più caso. Poi s’impegnò a raccogliere i cocci e infine si mise ritta ad aspettare che i due Signori, Madre e Figlio, finissero di rimestare nel brodo. Poi passò ad affettare il brasato per servire prima la Signora Madre e poi passare al Signorino Figlio.
La Signora Contessa masticava rumorosamente brontolando che questa volta il macellaio l’aveva imbrogliata, non aveva fatto loro un buon servizio, perché quella carne era coriacea, dura e piena di grasso. Il Figlio la guardava stupefatto e stancamente disgustato. E non sopportava che lei si togliesse il cibo dai denti con le unghie. E non sopportava tutto quel rossetto con il quale imbrattava a ogni boccone il tovagliolo. E il modo in cui lo chiamava caro il mio bambino. O il mio tesorino. Anche la signora contessa la congedò con una sonora pacca al culo. Questo sì che sorprese l’attenta ed esperta donna della servitù che credeva di averle già viste tutte. Non se l’era proprio aspettata e non aveva nemmeno potuto attutire il colpo. Ora sono io la padrona. In fine alla Nobile Signora sfuggì un’enorme rutto che l’autrice non riuscì a attenuare nemmeno di poco nonostante il tentativo tardo di soffocarlo nel tovagliolo. Lui, il Rampollo, guardò implorante la donna premurosa che si occupava di servirli. Cesarina, puoi farla smettere? Ancora una volta lei si prodigò per rendersi immediatamente utile. Stavolta prese il coltello affilatissimo per il pesce e lo conficcò determinata nel collo della Contessa. Anche in questo caso fuori per fuori. La Signora Contessa restò ritta sulla sedia appoggiata allo schienale come imbalsamata. La bocca spalancata per la sorpresa. Gli occhi increduli e fissi che lentamente perdevano luce. Il Figlio ingurgitò l’aria fin quasi a soffocarsi ed espresse un sospiro soddisfatto. “Finalmente quei due mentecatti rimbambiti si son tolti dai coglioni”.
Non si aspettava certo un grazie e nemmeno lo avrebbe gradito, comunque non le giunse. Interpretando i bisogni del giovin rampollo, che ormai conosceva alla perfezione, lo prevenne, come faceva spesso, chiedendogli se doveva preparargli il letto. Lei era una cameriera esperta, ormai serviva da anni quella famiglia, non avrebbe nemmeno avuto bisogno di chiederlo. E nemmeno sarebbe stato compito suo. Naturalmente lui le confermò che quello sarebbe stato proprio il suo desiderio e che lo desiderava come piaceva a lui, Già caldo. Le annunciò che sarebbe arrivato subito, il tempo di fumarsi un buon sigaro, di quelli che il Padre, ma lui non usò nessuna maiuscola, aveva tenuto per tanto tempo sotto chiave. Gli chiese come, anche in questo caso conosceva già la risposta, altresì sapeva che a lui piaceva comandarglielo. Nuda che devo fare presto. Ora ho io la responsabilità di tutto. Dì a Geremia che poi pulisca lui tutta questa baraonda che hai combinato. E devo avvertire la servitù. Cesarina corse nella stanza, che non era riscaldata, si spogliò rapidamente e s’infilò sotto le coperte. Tenne solo la crestina in tulle in testa, anche se dopo avrebbe dovuto inamidarla nuovamente, pazienza, e il grembiulino in simil raso perché sapeva i gusti del Padroncino.
Come promesso lui non tardò molto. Non la fece aspettare troppo. Scostò le coperte per restare a guardarla ancora un po’. Va bene così Signorino? gli chiese con garbo soddisfatta di sé e leggendo la soddisfazione negli occhi del Padroncino. Ma lui, per un attimo, parve adirarsi Non sono più il Padroncino. Ora sono io il Conte. Ora sono io il Padrone. Lei sorrise educatamente e lo afferrò proprio per quello scettro misero di cui lui andava scioccamente fiero. Non era un gran che di Conte. Aveva preso tutto dal padre. Mi scusi se mi permetto. Certo il padrone è Lei, ma finché la tengo in pugno, così, chi comanda, come sempre, è la paziente esperta e valente Cesarina. Poi batte sul suo fianco Ora si accomodi pure e veda di fare il bravo. Il Giovine Nobile non si provò a ribattere. Per la prima volta era solo preoccupato del suo giudizio. Un Conte è sempre un Conte e ora stava a lui, e soltanto a lui, tenere alto il nome del Casato. Scivolò nel letto e soffocò in beatitudine sotto le tette generose della sua Cesarina. La morale della storia è sempre la stessa: il padrone che cerca di fottere la giovane servetta deve averne gli argomenti necessari e corre sempre il rischio di restare fottuto. Parola di Cesarina.

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