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Archive for 6 luglio 2017

Mi reco sempre con un senso di disagio in quegli uffici. Come dal dentista. Come per un esame; quand’ero ancora a scuola. Come per le prime lezioni di guida. E questi corridoi mi minacciano continuamente del pericolo di perdermi. E di confondermi. Però sono stato richiamato al dovere. Essere o non essere, questo è il problema. La mia carta d’identità è scaduta l’anno scorso e la devo assolutamente rinnovare. Non so cosa mi può succedere se non lo faccio. Certo nulla di buono. Così mi preparo di tutto punto, con la giacca e la cravatta, e, quando infine non trovo nessun’altra scusa per tardare, né un motivo per rimandare, Mi prendo un caffè e mi avvio cercando di fingermi sicuro.
Niente che non mi fossi potuto aspettare, l’ufficio “Anagrafi & Residenze” è piccolo e grigio così come l’impiegato; una stanzetta poco illuminata. L’omino quasi completamente calvo s’intravvede appena, con due microscopi davanti agl’occhi, dietro una sorta di oblò di vetro, non proprio pulito, con un pertugio in basso per parlare, che costringe l’utente a chinarsi. Aspettato il mio turno paziente mi avvicino al gabbiotto e gli consegno il documento scaduto, e lui lo mette davanti alla tastiera quasi a confrontare le mie risposte. Per farmi capire devo sillabare chiaramente alzando la voce. Non pare del tutto soddisfatto della somiglianza nella foto. Fa alcuni borbottii di rimprovero e commento a farmi notare il mio pigro ritardo a presentarmi per la sostituzione. Lo so da solo che è scritto che dovevo venire prima, ma la verità è che avrei preferito evitare e non venire mai. Forse è una sorta di allergia alle cose futili e tediose. Al conformarsi.
Per la dichiarazione del “Cognome” e “Nome” tutto fila relativamente liscio, tranne qualche ripetizione di troppo. Il personaggio è molto ligio alla precisione e al dovere. Con il “nato il” comincia a guardarmi con un non troppo velato sospetto. Come fossi un non ben accetto immigrato qualsiasi, e forse anche illegale. Ancora “a” tutto liscio. “Cittadinanza” mi precede e io mi limito a confermate: “ITALIANA”. Per i campi relativi alla “Residenza” e “Via” mi chiede se c’è bisogno di un controllo al catasto. Gentilmente declino cercando di convincerlo che so abbastanza bene dove abito. Si informa se l’appartamento è di mia proprietà e se lo dimoro con qualcuno. Sollevo l’obiezione che questo non è di sua pertinenza. Mi invita a non avermela a male giustificandosi col fatto che E’ solo per fare due chiacchiere, comunque faccia come vuole, sono affari suoi. Non avevo bisogno che me lo dicesse lui. Comunque. Per lo “Stato civile” mi guarda con compassione e mi aggiudico tre meno. Stranamente salta il campo successivo, probabilmente per una distrazione.
Quando dichiaro la “Statura” mi ricambia uno sguardo dubbioso, come se avessi motivo di barare. Quando si tratta del colore dei “Capelli” puntualizza che Erano grigi. Rassegnato lascio che scriva bianchi. Per il colore degli “Occhi” vuole accertarsene personalmente. Dopo il verdi aggiunge scuro di sua completa iniziativa. Ma il dramma vero esplode quando si tratta di compilare il campo: “Professione”. Lui scrupoloso eppure me lo chiede: Impiego? Io zelante preciso: Professione? e cerco di scandire il più chiaro possibile sottolineando ogni singola lettera: Scrittore di Racconti; Racconti con la Erre maiuscola, per cortesia. Alza due occhi indagatori e ribatte stizzito: Intanto va apposto tutto in maiuscolo, comunque, e poi qui c’è scritto PENSIONATO. Lo so che lì c’è scritto PENSIONATO, ma c’è la necessità di passare a una rettifica. Guardi che ci sarebbe un modulo a parte da compilare, crede ne valga la pena? Non vorrei fare una dichiarazione lacunosa o mendace. Cosa le fa credere che possa essere così Facile?
Lo prego con l’ultima gentilezza rimastami di riempire il campo eventualmente aggiungendo: e SCRITTORE di RACCONTI. Ma non sia ridicolo, va o non va a ritirare la pensione alle poste. In realtà avrei la domiciliazione bancaria, ma me ne sto zitto prudentemente, vuoi mai che mi chieda pure il codice IBAN che non mi sono portato dietro. Taglio corto Questo sì. Ne nasce una sorta di scomposto alterco. E allora, mi scusi, vede che è un PENSIONATO, e fa rimbombare la parola come fosse la dichiarazione d’indipendenza, com’è dichiarato anche nella sua precedente. Comincio ad averne abbastanza e a perdere la pazienza, non so perché ma non sono disposto a cedere. Ne faccio quasi una questione di principio. Scusi lei, ma mi sento in obbligo di dichiarare le cose come sono; la verità. Ma non sé mai sentito, SCRITTORE di RACCONTI, non è nemmeno contemplato; non s’è mai visto; e poi la “di” andrebbe maiuscola o minuscola. E’ quello che faccio. E’ di quello che vive? Non ne ricavo il becco di un quattrino, ma è quello a darmi piacere. Il piacere non è contemplato. Ma è il motore delle cose. E’ allora si trovi una donna. Guardi che sono rimasto vedovo. Poteva pensarci prima. Prima di cosa? Di venire da me, in questo ufficio; non siamo qui per giocare o, come si dice, per fare la punta agli aculei dei ricci. E intanto ha già strappato il mio precedente documento salvando solo la foto. Mi scusi ancora ma non credo che questi siano affari suoi. Lo sono nel momento che è qui davanti a me; davanti ad un ufficiale pubblico. Tale titolo lo dichiara in modo pomposo.
Se non era per la raccomandata nemmeno ci venivo. Gli spiego che sto facendo solo il mio dovere e lo prego di fare il suo. Borbotta: Proprio come la volpe che prima vuole l’uva e poi la gallina. Mi viene da imprecare, e non ne sono avvezzo. Però ho Sveva. Certamente non sono affari suoi. Non lo vado a raccontare a un semplice piccolo preposto a questa assurda macchina burocratica. Sto per perdere le staffe Lo sa che lei e veramente un personaggio Kafkiano? Non sono certo che sappia di cosa parlo ma la cosa lo deve impaurire parecchio. Teme di ritrovarsi deriso personaggio protagonista in uno di quei tanti racconti. Oppure sono riuscito a fargli pervenire un dubbio. O che ne so. Quello che so è che non ne è tranquillizzato per niente. Chiama il suo capufficio. Cerca di scaricare ogni responsabilità. Mezze frasi. Gli spiega che insisto. Non so l’ultima risposta che riceve, ma non ne è ancora del tutto persuaso Se va bene a lei, signore. Sbuffa.
Torna da me Poi non dica che non era stato avvertito. Batte sulla tastiera come un forsennato in preda all’ira. E’ comunque sensibilmente contrariato. Lo fa ma non lo vorrebbe fare. Costretto. Gli dico in modo accomodante che al posto di SCRITTORE può andar bene anche AUTORE. Torna indietro per correggere RACCORDI in RACCONTI. Per un pelo non sono diventato SCRITTORE di RACCORDI. Qualcosa di imprecisamente sospeso tra l’idraulica e la manutenzione stradale. Sbuffo anch’io mentre lui da voce alla stampante singhiozzante. Quella si lagna e alla fine sputa il mio maledetto documento. Mi consegna la mia carta d’identità, per farmela firmare, stizzito. In tutta fretta sottoscrivo, velocemente, ho solo voglia di andarmene. Apre la bocca deciso a darmi un’ultima opportunità poi ci rinuncia: Chi cerca il suo mal se lo vuole; non dica poi che non era stato avvertito. Alzo le spalle e faccio per andare senza nemmeno Buongiorno.
Mentre esco lo sento mormorare Quante se ne sentono al giorno d’oggi. Tiro un sospiro di sollievo pensando che sia tutto finito. Solo quando sono quasi giunto a casa controllo quello che mi ha rilasciato. Solo all’ora mi accorgo che sopra i puntini dei “Segni particolari” c’è scritto in chiare lettere minuscole, come da disposizioni, Idiota. Non bastasse io nella fretta ho firmato Inbecillle, proprio con tre elle. Per oggi mi basta ed è ormai troppo tardi. Prego Sveta di sistemarsi e di essere così cortese di portarmi un altro caffè.

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