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Archive for 20 luglio 2017

Io non rinuncio mai alla pennichella. Soprattutto quando il sole picchia, d’estate. Niente al mondo riuscirebbe a tenermi in piedi. Dopo un buon pasto mi prende l’abbiocco. Mi si chiudono gli occhi. Mi si svuotano le membra. Mi avvio che sto già dormendo. Distratto vuoto la vescica. Sarà una questione di digestione. E solitamente dormo pesante. Della grossa. E anche, a volte, sogno. Infatti ho creduto di sognare.
Vengo svegliato da una sorta di miagolio Ps! Psss!… È Marina. in piedi in fianco al mio letto. La sua figura. Nella penombra. Stagliata. Nel barlume di luce. “Fammi posto”!
Cerco di convincermi che è ancora sogno. Per cautela bofonchio: “E Marisa”?
Comincio a dubitare che qualcosa non vada. Di non stare più dormendo. Che ci fa lei qua. Sono ancora assonnato. Cerco di mettere le cose a fuoco. Mi stropicciò gli occhi. E’ proprio Marina. “L’ho lasciata cinque minuti fa. È in giardino a prendere il sole. Non si alzerà presto. Sai com’è”?
È un casino con due nomi così simili. È una vecchia tradizione. Secondo me sono manie. Parli di una e ti sembra di parlare dell’altra. Eppure i nomi le tradiscono. Non sono così simili. Una è castana. Marina s’è fatta bionda. Una è leggermente più alta. L’altra ha un paio di anni in più. Non ho mai guardato troppo alle differenze. Ci si frequenta. Ci si vede spesso. Anche a cena. Come tutti i parenti. Non potrei mai sbagliarmi, è lei. E non potevo certo immaginare… Scosto le lenzuola. Si sfila il bikini in fretta e viene sotto. “Spero di non averne preso troppo”.
Nella penombra non ho distinto nulla. La sento che vuole provocarmi. Schiocca delle rapide risate: “Non ne hai nemmeno un pochino di voglia. A me è venuta. E delle fantasie… Fantasie al sole”.
Lentamente mi sveglio. È tutto ancora incerto. Non so se ho voglia di lasciare quel mondo. Comincio a sapere per certo che voglio entrare in questo mondo Mi dico di fare presto. Le dico di fare in fretta. Mi allungo per baciarla. Non è questa la sua idea. Precipito. Succede tutto molto rapidamente. Vuole giocare con me. Mi dice cosa fare e me lo spiega. Senza nemmeno giri di parole. Nel sesso non sono un erudito come lei. Come scopro in questo momento che è lei. Non sapevo nemmeno che c’è un nome a tutto.
Mi chiede se non è una magnifica rana, ma la sua risata trattenuta sembra più un pigolio. La afferro per le tette. Ne ha meno della sorella, ma mi sembrano più sode. Forse la situazione rende tutto più bello. È complicato. Mi scosta le mani dandomi del birichino. Naturalmente siamo come due estranei. Non c’è sincronia nei nostri gesti. Non può esserci nei nostri pensieri. Resterei qua a lasciarla fare. Per il resto dei giorni. Vittima di quelle fantasie.
Rapida scende e mi dice che vuole scontare tutti i suoi peccati, che è un missionario dell’Africa. Che sono io che mi devo dare da fare. Che non posso stare solo a guardare. E far fare tutto a lei. Mi canzona come fosse un complimento. È impaziente. Sembra instancabile. Inappagabile. Invece… dopo poco… Poi mi spinge via. Si stanca abbastanza presto di tutto. Sembra che per lei non sia mai abbastanza. Ha subito un’altra idea. Voglia di cambiare. Non ho mai conosciuto una donna simile. Non la pensavo certo capace. Pare scatenata. Non smette mai di divertirsi. Per lei è tutto come un gioco. Senza nessun limite.
Mi spiega che vuole tutto. E vuole darmi tutto. È la mia schiava. Se voglio essere il suo principe. Il suo padrone Il suo. Re. Accenno di sì, ma non mi bada. Mi dice anche che è così che mi vuole adorare. Mi chiede se lo fa lei e lo fa. Lo fa proprio. Cioè mi dice di farlo e di sbrigarmi e me lo lascia fare. Stento a crederlo anche quando le sono dentro. E mi chiede anche “Cos’è? Non ti piaccio”? Non capisco la domanda. Per piacermi mi piace anche troppo. In questo momento anche più della sorella. Dalle sue labbra esce una sorta di nitrito strozzato. Sembra scatenata. Si agita. Sfrenata.
Poi si ferma. Sospira. Mi dice: “Ora toglilo”. Non sono mai stato io a governare niente. Le chiedo premuroso se vuole fumare. Si terge il sudore. Pensa in silenzio. Penso semplicemente che voglia fare una paura. Penso a Marisa e tremo. Non potrei fermarmi. Niente mi può far dire di no. Lei non accetterebbe mai un no. Ne sono certo. E non voglio deluderla. Aspetto. Mi dice divertita: “Non c’è tempo per i giochini. Per le sciocchezze. Per le piccole cose c’è sempre tempo. C’è tempo dopo. Un’altra volta. Magari. Ora voglio fare solo quello che ho voglia di fare. Quello che m’ero chiesta”.
Mi dice di stare buonino, e che ora beh! gliene è tornata voglia e vuole smorzare la candela. Per la verità lei dice. “Questo mozzicone di candela”. Di lasciar fare ancora a lei. Non ho lamentele. Sono sempre stato un tipo accomodante. E amante delle comodità. Lei torna a salirmi sopra. Mi ero ripromesso di fare presto. Le avevo detto che ci dovevamo sbrigare. Non so quanto tempo è passato. Troppo. Più del previsto. Sicuramente molto. Siamo proprio in quella posizione, io prigioniero sotto di lei. Immobilizzato dal suo morbido e meraviglioso peso. Intrappolato in lei. E la mia Marisa, che ormai s’era svegliata, entra. Non ha nemmeno un attimo di perplessità. Istantaneamente va su tutte le furie. “Che cazzo stai facendo; puttana”?
Il dialogo, cioè la zuffa è rapida. Nemmeno Marina è una da mandarle a dire. Ma tanta volgarità non l’avevo mai sentita nelle labbra della mia signora. “Ma sono tua sorella”.
Tanto grida che rischia di strozzarsi: “E quello è mio marito. E tu fermati coglione”.
Sono già immobile e ridicolo con quella faccia esterrefatta. Marina non è nemmeno spaventata. “Che sarà mai”?
Certe porcherie falle col tuo, baldracca”.
Ero qua. Insomma. E poi modera i termini che anche tu”…
Con l’indice indica perentoria la porta rimasta aperta. “Io cosa? Scendi… cioè esci… insomma vieni di là. Sei sempre stata una zoccola”.
La sorella non s’è fatta smontare. Almeno così sembra a me. Non ha perso il suo giovale buonumore. “Per così poco. Non potevi aspettare solo un altro attimo”?
Però ubbidisce e scende. Io resto impietrito. Le lascio andare. Sarei pazzo a cercare di trattenerle. Sprofondo nel mio abisso. Nelle mie colpe. Nel mio rimorso. Ormai è tardi. Mi riparo sotto le coperte. Il piacere lentamente se ne va. Svanisce. Le sento gridare come delle forsennate. Stavolta si ammazzano. Invece smettono dopo poco. Penso che Marisa abbia messo la sorella alla porta. È così che si sfascia una famiglia. Cosa ci potevo fare? Non è tutta colpa mia. Certo che uno coi coglioni dovrebbe dire di no. In certe situazioni. Cerco una scusa per quando esco. Perché prima o dopo dovrò pure uscire. Non la trovo. Mi aspetta l’inferno; ne sono certo. Poi sento ridere. È strano. Trovo il coraggio. Mi infilo le ciabatte e le mutande ed esco. Che sia quello che deve essere. E loro sono in salotto che se la ridono di gusto. Le due sorelle. Resto inebetito a guardarle. Muto.
Sai cosa mi ha detto la porca? Ma io la conosco bene. So bene di cosa è capace. Tu non lo sai. Nemmeno lo immagini. Mi ha detto che sei stato tu. Che gli hai detto che ne aveva il permesso. La mia autorizzazione. Che te l’ho data io. Gliel’hai giurato. Nemmeno questo l’avrebbe convinta ma… Sembra che, tu, grande cornuto, le hai giurato e le hai spiegato che è per un’opera quasi caritatevole. Buona. Che il medico avrebbe detto, a me, che quella posizione può aiutarti. E aiutarci. Che un po’ alla volta te lo può far crescere almeno un po’. È vero? Come hai fatto a inventarti una balordaggine simile”?
E ride guardando la sorella e la sorella ride con lei. Poi escogita quella che pare una vendetta. Si guardano e sembrano inventarla entrambe nello stesso istante. “Vediamo se è vero? Se funziona”?
Noto che Marina s’è ricoperta, per discutere. Continuo nel mio silenzio a stare immobile. Gli occhi sgranati. Ma Marisa lo ripete come un ordine. Con un tono che non concede replica. E alla sua insistenza si aggiunge la sorella. Ma Marina ha un tono alquanto ironico. “Tira giù quelle cazzo di mutande”!
Non posso che obbedire e fare. Controvoglia. Mi sento ridicolo, con lo slip sulle caviglie. E loro che guardano e tirano gl’occhi. “Te l’ho detto, non c’è niente da fare”.
Beh! poverino. Forse è perché siamo stati interrotti”.
Interrotti un cazzo. Così è e così rimane”.
Forse è solo spaventato. Se gridassi meno forte. Non cambia il fatto che ci hai interrotti. Prova a essere più carina. In fondo è come non l’avessimo fatto. Nemmeno cominciata la tigre accovacciata. Scommetto che lui ha ancora tutta la sua voglia. Vero piccolino”?
Non c’è vero affetto nella sua voce. Solo una parvenza di derisione. Cos’ho fatto? Credo che Marisa non mi ami più come una volta. È un po’ che ho questo sospetto. Bada a tutto. A troppo. È irascibile per niente. Mi dice: “Sai che niente è ancora qualcosa di più”. Le sue parole leggermente mi offendono. Eh! che cazzo. lo dico io stavolta. Penso: Non è un po’ tardi. Forse… comunque… mi dovrei scusare? Con chi?
Sono confuso. Penso a Marisa. Alla ex incavolata Marisa. Penso a Marina. Quella svagata. Quella senza freni né riguardi. Mi faccio confusione. Penso alla Marina che ho scoperto. Che non conoscevo. Non si può fare confronti tra due sorelle. Non sarebbe bello. Leale. Però è una vera acrobata. E… Maurizio non me l’ha mai detto. Non sono cose che si dicono; della propria moglie. Magari nemmeno lo sa. Non sembra tra i più svegli. Mi accorgo di essere ancora lì, con gli slip abbassati. Ridicolo. Così mi sento. Come un imbecille. Certo che fa un gran caldo. Tanto vale… Li tolgo e mi tuffo in piscina. Tanto senza nulla addosso m’hanno visto entrambe.
Mi son fatta mia cognata. Beh! quasi. Spero che almeno lei si sia divertita. Mi faccio una birra. Spero che si fermi per cena. Mi ignorano e se ne stanno tra loro. Alla prima occasione provo a toccarle il culo. Riesco a fare quasi solo il gesto. Salta inviperita: “Che cazzo fai”? Signora la signora. Non ci capisco niente. Solo una mezzora prima… È stata lei ed è stata una prima. Non so se lo sa. Forse ho sbagliato qualcosa. Lo guardo. Da moscio non fa una gran bella figura. Ma è meglio se se ne sta buono.
Marina si ferma ma arriva anche Maurizio. Non so che cosa dire, preferisco tacere. L’imbarazzo è di tutti. Il silenzio è ingombrante. Non trovo nemmeno il coraggio per chiedere quando si cena. Mi alzo e, di mia iniziativa, vado a preparare degli aperitivi. Marina mi chiama con un “Vieni qui anche tu, frocetto”. Questo non lo doveva dire. E poi davanti agli altri. Mi incazzo veramente. Maurizio prova a ridere. Subito ripreso dalla moglie. Li sento.
Temo sempre quando una donna dice che ti deve parlare. La faccio espettare un paio di minuti prima di tornare. Loro, le sorelle, ridono assieme e assieme ce lo comunicano all’unisono: “Abbiamo pensato di dirlo a tutt’è due. Andate pure a fanculo. Col cazzo che le misure non contano”. Poi prosegue solo la mia gentile padrona di casa: “Tu puoi andare a fare le valigie. Non ti voglio qui un attimo di più. Tu invece puoi fare un po’ più con comodo, perché Marina si fermerà almeno un’altra settimana. Lei è d’accordo”.
Per quanto un uomo si possa sforzare non le capirà mai le donne. In caserma è diverso, tutti mi trattano col massimo rispetto. E li faccio scattare. Perdio, sono il colonello Spingardone.

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