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Archive for 28 luglio 2017

Non mi aspettavo di vederla arrivare. Invece è venuta spesso a trovarmi in ospedale; preoccupata. Inizialmente con circospezione. Mi ha portato anche i saluti di Giangi. Una scatola di biscotti secchi. Da allora non mi ha più abbandonato. Si è presa cura di me. Non mi ha lasciato mai da solo. Mi ha seguito in tutto e per tutto. Mi ha fatto da infermiera. Mi ha riempito di attenzioni. Anche e soprattutto quando mi ha riportato a casa. Un poco si sentiva anche in colpa. Un poco era preoccupata. Ho cercato di rassicurarla. Di tranquillizzarla. Consapevole dei sacrifici che faceva. La prima parola che son riuscito a dire chiaramente ancora ricoverato, senza incespicare e sputacchiare, è stata Marisa. Mette sempre poco trucco. Non è questo che la fa bella. Mette sempre una maglietta e i jeans, o quasi sempre. A volte indossa la gonna ma mai troppo corta. Dice che non si sente sicura. Che non si sente bene. Libera. Che non si piace. Che così è più pratico, anche e soprattutto per badare a me.
Non mi fa mancare niente e nemmeno io lo faccio. In realtà è una vera ghiottona, anche in fatto d’amore. In un certo senso la mia disgrazia è stata anche la mia fortuna. La nostra fortuna. Le cose vanno a meraviglia. Non potevo e non potrei chiedere di più; di meglio. Mi spinge con la carrozzina in salotto. Mi si china davanti per fissarmi negli occhi. Mi invita a indovinare. Non riesco ad immaginare cosa possa avere per la testa. Si ricorda e mi ricorda che poi non siamo mai arrivati alla casa al mare. Lo ricordo bene anch’io, con un tuffo al cuore. Non mi aspettavo certo che me lo chiedesse. Dev’essere in un disordine incredibile. In completo abbandono. Le dico che non è più stagione. Alza le spalle. Dice che non fa niente. Perché no? Che è curiosa. Che gliel’ho promesso. Che magari possiamo fare solo due passi sulla sabbia anche se il mare è cupo. Starcene lì buoni e tranquilli a goderci la pace. Con malizia: “A godercela tutta”.
Per lei non mi sento mai stanco. Stavolta prende su un po’ meno bagagli e sembra avere meno fretta. Le ricordo del telo mare. Mi ricorda che non abbiamo poi perso molto. Ci siamo semplicemente risparmiati la pioggia. E ride. Anche se era piena estate. Forse sarebbe stata la mia grande occasione. Di occasioni ce ne sono state altre. Senza che nemmeno dovessi cercarle. Mi ha riportato a casa e si è stabilita con me. Poi la frequenza, la presenza, tutto ha fatto il resto. Ricordo come ora il nostro primo bacio. È stato casto. Era ancora solo una ragazza. Si era abbassata per pulirmi le labbra col tovagliolo perché avevo un po’ sbavato. Dopo un secondo ne ho approfittato e lei ha chiuso gli occhi e spento la televisione. Avrebbe dovuto aspettarselo. Avevo resistito anche troppo avendola così vicina. Certo forse aiutato dalla malattia. L’innocente morigeratezza è durata un attimo. Mi sono accorto che ne avevo voglia e subito che quella voglia era destinata a non estinguersi mai. A non darmi tregua. A non trovare pace. Incredibile. Non posso certo lagnarmi. Il tempo è passato e con lei è volato via. Come potrei rifiutarle qualcosa. Sta sacrificando l’intera vita per me, ma quando lo dice lo dice senza rimpianti: “Ormai siamo una coppia”.
Voglio guidare io la macchina. Non ho ancora smesso la carrozzina e non so se potrò mai farlo, ma posso mettermi al volante. Alla fine cede. Fa fatica a sistemarla nel bagagliaio. Infila la cyclette nel sedile dietro. Amo troppo essere coccolato. Le sue attenzioni. La sua passione. Tutto di lei. In verità col bastone potrei camminare e muovermi indipendente, almeno per casa, però sono troppo legato alla mia dipendenza. Per leggermi al mare si è portata: Il caso Malaussène-Mi hanno mentito[1] appena uscito. Ha preso anche un altro paio di libri che non ho fatto a tempo a vedere. Non so quanto si voglia fermare. Non me l’ha comunicato. Spero mi abbia portato tutte le medicine.
Come prende posto alla mia destra qualcosa cancella gli ultimi tempi, tutti i brutti momenti, la sofferenza, il ricovero, le cure, le menomazioni. Lei ridiventa la ragazzina di allora. Sembra impossibile. La stessa e con la stessa spensieratezza. Io ritrovo energie perse. Tutto il resto è semplicemente cancellato. Non è poi cambiato così tanto. Continuo a pensare che ha un sorriso fresco. Ma è anche carina. Penso meno che sia fin troppo giovane. Però non è tutto. È come se fossero passati solo quindici giorni in più. Forse nemmeno quelli. Dovrei essere prudente, e guido prudente, per il resto lei è più forte di qualsiasi mio proponimento.
Ti ricordi di quella volta? Sai, è stato buffo. A parte il finale. Non me lo sarei aspettata. Ce l’hai ancora quella fotografia nel cellulare? Hai visto, ho messo gli stessi abiti. Stessa maglietta. Stessi jeans. Credevo di averli buttati. Uguale anche tutto il resto. L’ho deciso mentre ti preparavo l’iniezione. Sai, penso di tenerle come sono. Di non farle ridurre. In fondo non mi dispiace. Ci sono abituata. Ho capito e non mi da più fastidio se non fanno altro che guardarmele; anzi. Che poi che male c’è. Non è un peccato distribuire un poca di gioia. Di fantasia. Non mi costa quasi niente. Forse è solo perché so quanto piacciono anche a te. Proprio per questo. Vorrei farle vedere solo a te. Ancora e ancora. Ora come stai? Come ti senti? Un po’ d’aria non può farti che bene. Farci bene. Ho già appetito. L’odore del mare. Vediamo. Subito. Non farmi ancora qualche scherzo. Avvertimi se… Ma il medico ha detto che ti sei ripreso del tutto. Che posso stare tranquilla. Non che gli abbia… Insomma è fiducioso”.
Stavolta non mi chiede di fermare la macchina. Se per un attimo non fosse insolitamente silenziosa rischierei di non accorgermene. I gesti sono gli stessi. Ride. Ha sempre quei due lapislazzuli. Tira su la maglietta e le estrae dal reggiseno. Tutto come la prima volta. Non alza gli occhi, anzi si guarda compiaciuta, mentre quelli di quei due enormi meloni guardano ognuno dalla parte opposta; dondolanti. Sembra anch’essa affascinata da quelle meraviglie. Forse non ha ancora vinto un ultimo residuo di imbarazzo. Certo non sono più una novità. Da allora li ho visti spesso. E mi hanno riempito le ore. Rallegrato e sostenuto. Sono stati una consolazione nei momenti bui. Comunque sono sempre un’emozione. Anche stavolta resto senza parole e senza fiato. Non ci farò mai l’abitudine alla sua disinvolta monelleria: “Però così mi fa un po’ di pancetta; non trovi”?
Resta così a parlarmi mentre continuo a guidare. Si è riproposta di portarmi a visitare una mostra su Max Ernst e le avanguardie del novecento. È una minaccia? Io povero invalido. Quando torniamo. Se ne avremo tempo. Sono un sempliciotto. Amo il realismo. Vorrei vivere dentro un quadro di cui capisco quello ch’è ritratto. Ne “L’origine del mondo”. Se lo dico mi chiede se non riesco a pensare ad altro. Stavolta sta leggendo “L’amica geniale[2]”. Crede sia il primo di Elena Ferrante. Come se potessi non essere estremamente attento a tutto quello che fa. Che ha sopra il comodino. Anche questo non sa se è adatto ad un uomo. Mi parla di un film dei Coen, ma forse è un serial televisivo. Ora sa che sono della vergine. Non so che dire. Vorrei che si riempisse la bocca solo di me. Meglio che faccia attenzione solo alla strada. Mi suona il cellulare. Guardo: è Enza. Non mi va di risponderle. Le avevo detto di non chiamare. Che ero in una clinica, credo di essermi inventato Bosconuovo, se ricordo bene, per degli esami di controllo. Che sarei stato irraggiungibile. Forse le dovrei delle spiegazioni. Quasi quasi lo spengo quel maledetto telefonino. Suona anche il suo e lei risponde civettando. Poi si scatta un selfie e lo invia. Intanto un paio di macchine ci sorpassano. I guidatori non restano indifferenti quando sorpasso io. Gli altri non possono vedere e nemmeno immaginare. Me ne rendo conto.
Sempre impaziente? Avrei potuto almeno lasciarmi il tempo di toglierlo il reggiseno. Lo so. Volevo rivedere quella faccia. Coglierti di sorpresa. Ti spiace? Sei contento? Allora ha funzionato. Mi sento com’ero. Come se riavessi i miei diciott’anni. Avvertimi però subito se qualcosa non va. Non farmi stare in pena. Voglio essere tranquilla. Mi viene da ridere. Mi ero fatta una strana idea di te. Ti credevo… si insomma… Ti credevo uno a cui piace la gnocca. Ma non così… Così. Scusa. Che mi avessi invitata al mare solo per quello. Ero decisa a dirti di no. Forse. È buffo, abbiamo avuto così tanti ricordi e nessuna concretezza. Quel mare l’ho visto solo in cartolina. Posso dire che il nostro è stato un incontro molto casto. Anche se non abbiamo deciso solo noi. Se ci ha messo lo zampino il destino”.
Non vorrai farti vedere da tutti? Che tutti ci guardino”?
E perché no”?
Ride e sembra divertita dall’idea. So che è mia. Si toglie il reggiseno. Lo stesso a fiori. Senza acrobazie, le basta slacciarlo dietro. S’è ricordata proprio di tutto. Del minimo dettaglio. Rimette la maglietta. Peccato. Le sue due giganteschi montagne di delizie, quelle due meravigliose meraviglie, dondolano in libertà sotto la leggera stoffa. E dondolano dolcemente ma nervose e molto dinamicamente, con una certa energia. Sobbalzano. Sbatacchiano. I suoi gonfi sorprendenti airbag. Dovrei non pensarci ma come posso farlo? Se me li sbatte sotto il naso? Io non ne sono insensibile. Spero solo non provi freddo. Lo so che lo fa solo per me. Forse dovrei dirle che è bella. Che non si deve preoccupare. Credo sia del tutto inutile. Naturalmente viaggia senza cintura. Spero non ci fermino per quello. Diversamente non si potrebbe muovere con quella disinvoltura. Anzi starsene così ferma e così comoda. Appoggiata alla portiera e con le braccia allargate. Non sarebbe riuscita a rispondere.
Alla radio danno un bel programma di musica anni ottanta. Lei preferisce Rachmaninov. Pazienza. Mi chiedo ancora, come allora, se è soda e morbida allo stesso tempo. Allora non abbiamo avuto il tempo per niente. E forse nemmeno lo avremmo mai avuto. Sono stato lì lì per morire per cominciare a vivere. Per fortuna. Ora è tutto uguale e tutto diverso. Ora ci conosciamo. Ora conosco tutto di lei. Non conosco quei suoi diciott’anni. Quest’età come per miracolo ritrovata. Ho tutta l’intenzione di conoscerli tutti. Bene. Senza rimpianti. Senza fretta. Non capita tutti i giorni di avere una seconda occasione. I jeans sono bassi; pieni. La corda è tesa. La prego di slacciarla: “Voglio vedere”…
Se ho gli stessi slip? Ho fatto una fatica infernale per infilarli. Non so se ci riesco di nuovo. E poi non lo potresti sapere. Allora non hai fatto a tempo a vederli. Però… perciò… Non li ho messi. Se vuoi lo slaccio, però non vedi che cose che hai già visto. Però allora”…
Non c’è un allora. C’è solo un’ora. Un adesso.

2. Ancora una volta mi trovo a continuare io, ma stavolta nessuna tragedia. Per fortuna nell’occasione non è stato il male a togliere la parola a Niero. Era meglio che si limitasse a fare solo quello che stava facendo. Che non si distraesse troppo. Ero in ansia. Stavolta semplicemente perché era meglio che pensasse solo a guidare. E poi è di là finalmente che dorme il giusto riposo del guerriero dopo l’aspra battaglia. Perché, testardo, ha voluto guidare lui. Non che mi fidi troppo. Preferisco avere in mano pienamente il governo delle cose, come per la casa. È stato irremovibile. O guido io o mi riporti in camera. È stata una scelta difficile, dolorosa, ma poi ho scelto il mare. Ma andiamo con ordine, perché è certo che chi legge vorrebbe anche sapere. Ma non so se il pudore mi consente di ammettere che averlo sempre lì così… entusiasta è una cosa entusiasmante. Che non avrei mai creduto possibile. E forse avevo ragione. Ma lui non è come gli altri. Ero curiosa. Mi ha spiegato che lo è stato, come gli altri. Fin prima di restare invalido. Ma gliel’ho chiesto con il dovuto tatto. Con quel minimo di pudica delicatezza che si addice ad una ragazza, ad una donna.
Eravamo rimasti in viaggio. Voleva che li togliessi. Ho fatto una fatica di Sisifo, il figlio di Eolo e di Enarete, per infilarmi in quei jeans come un’anguilla. Sarei dovuta sbroccare per farlo, in piena autostrada. Che poi è solo una semplice provinciale. Col rischio di dover scendere e raggiungere casa svestita. Ma un uomo come lui avrà anche dei limiti ma ha anche dei pregi, e molti. In più a una donna da sicurezza: lei sa che comunque lui è lì, sempre lì per lei. Non può scappare. Se ne sta buono in casa anche davanti alla televisione. Oppure dietro ad un giornale. Mentre io fatico. Se gli serve chiama. A mia completa disposizione. Però questa cosa straordinaria di essere tornata quella di un tempo non so ancora come la saprò gestire. Gli dico che dovrà avere pazienza. Che se mi vuole così ragazzina dovremmo ricominciare tutto da capo e mi dovrà insegnare nuovamente tutto: “Scorda tutto. Sarà la nostra vera prima volta”.
Orami lo conosco bene. A volte fatico ma non mi sta ad ascoltare. Anche quando parlo solo per il suo bene. O con la “p” che sostituisce la “b”. So bene che avrebbe voluto che mi riempissi la bocca solo di lui. Che lo riempissi di cose gentili. Che lo lusingassi. A volte non mi va proprio di farlo. Anch’io ho i miei momenti no. Non sono una macchina. Posso avere dei pensieri e dei grattacapi. Delle preoccupazioni. Già lui me ne ha date, fin dal nostro inizio, sempre tante. Anche senza volerlo e non per colpa sua. Debbo stare sempre all’erta. So anche com’è lui quando si annoia ed è nervoso. Quando è irrequieto e impaziente. Non sta più sulla pelle. Come al chilometro ventisette.
Riesco a trattenerlo fino all’autogrill, dovrò pure fare la spesa se vogliamo metterci qualcosa nello stomaco quando arriviamo, e per riassettare un po’. Ingerire. Potevo usare quella invece di mettere. Ingurgitare. Mi mette in testa una buffa idea. Perché no? Spero non gli faccia male. Faccio gli acquisti in fretta per tornare da lui che aspetta. La sa bene che non mi piace il turpiloquio, le sconcezze. Devo rimproverarlo spesso. Qualcuna gliela perdono. So che non lo fa per cattiveria, che non le pensa veramente, gli vengono dal cuore; spontaneamente. A volte persino come veri complimenti.
Per farlo stare buono gli prometto la più meravigliosa irrumazione della sua vita. Dalla buffa faccia che fa capisco al volo che non ha capito. Gli dico che sarò la sua Linda Susan Boreman, ovvero la sua Linda Lovelace e che gli interpreterò tutte le scene del film fino al nostro arrivo. Sono praticamente certa che non sa nemmeno chi sia. Eppure dovrebbe essere una pellicola dei suo tempi. Si è fatta fotografare anche con i Kiss. Eppure lui è appassionato di quel cinema e quella musica. Anche lei ne aveva tante, se ben ricordo, ma non così tante. Non so se sono brava come lei ma ho tanta voglia di imparare. E ho proprio tutto quello che aveva lei; come lei. Lo metto buono. Sono una che mantiene le premesse e le promesse. Forse di questo sarei più assennata a non parlarne. Spero non gli faccia male. Continuo il resto del viaggio accovacciata senza vedere la strada. Sto scomoda, con una pazienza penelopea, da madre di Poliporte eccetera. Non sono una che se la tira e si da arie: “Però stai tranquillo”.
Smetto solo quando lui frena. Spero che stia bene e non sia troppo stanco. Lo sistemo nella sua carrozzina e un po’ un po’ alla volta porto lui e poi tutto il resto fin dentro casa; cyclette compresa. Sono proprio affaticata e avrei bisogno di una bella doccia e dal tanto parlare ho le mascelle indolenzite. La casa è un vero macello. Lo so che potrebbe tranquillamente deambulare, magari aiutandosi a un bastone. Gliel’ho preso. Gli ho preparato il regalo per il nostro ritorno. Ormai ha ritrovato quasi completamente anche la sua forza nella muscolatura dei suoi organi inferiori. Me l’ha confermato anche il suo medico e la fisioterapista che lo segue. A quella certe volte vorrei strapparle gli occhi. Per lui ho lasciato gli studi e tutto il resto. Studi e studenti. Anche se l’anatomia è sempre stata la mia passione. L’eterno immortale turgore del suo organo erettile, come dire? quella fantastica tumescenza, che in primis mi ha lasciata senza fiato, mi ha ripagata di tutto. È la conclusione dei miei studi. Mi rende felice. Non mi lascia spazio per nessun rimpianto. Anche se a volte sono quasi stoltamente tentata di pensare ad una pausa, di prendere fiato.
Lui non s’è ancora acquetato, non trova pace. Lui non trova mai pace. Vado su e giù a fare un minimo d’ordine e di pulizia e devo fare attenzione quando sono costretta a passargli vicino perché debbo continuamente scansare le sue mani rapide ad afferrarmi e trascinarmi a distrarmi dalle mie incombenze. Cerca di muovermi a pietà. Mi ricordo che debbo aver dimenticato il reggiseno in macchina. Mi implora ricordandomi che sono stata io a tirarle fuori. I miei maestosi airbag tornati come nuovi. Lo sa che li esibisco così solo per lui. Sarei una scimunita se lo facessi per altro. Spero non gli faccia male. Non lo volevo provocare. Non era nelle mie più recondite intenzioni. Non ne ha sicuramente bisogno. Mettono allegria ad entrambi. L’ho fatto per quello. In modo puramente innocente. Senza alcuna malizia. Volevo rendere leggero e allegro il viaggio. E rivedere quella faccia. La faccia di quella sua maschera. Ma appena entrati li vuole provare. Tolgo la maglietta perché ormai è tutta sudata. Pazienza, finirò più tardi.
Non c’è più molto da spiegare. Tutti sanno come funzione. Si accoccola e immerge nel mio abbraccio cercando di non soffocare, subito estasiato e sognante. Bofonchia alcune parole dai suoni gutturali e le ingoia subito per non farmi adirare. Mi incita come se ne avessi bisogno. Sono quella ragazzina ma certe cose vengono naturali anche a diciott’anni. Una donna le sa da sempre. Le sue dimensioni non sono proprio del tutto trascurabili, tutt’altro, ma in questo caso e in ogni caso non sono proprio un problema. Sono una risorsa. Sono una grazia. Spero che si metta finalmente tranquillo per un po’. Spero che mi chiederà finalmente di sposarlo. So che lo vuole. Forse si fa riguardo. Forse non ha trovato ancora il coraggio. Forse pensa alla sua condizione e crede che non potrei sopportare il sacrificio ancora per molto, in eterno. Ma lui mi da tutto quello che una donna può desiderare.

[1] Il caso Malaussène di Daniel Pennac. Narratori Feltrinelli, Milano – 2017
[2] L’amica geniale di Elena Ferrante. Edizioni e/o, Roma – 2011

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