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Archive for ottobre 2017

22815364_10214891109771956_6937060464347600267_nMi muovo lentamente. Parlo piano, anzi nemmeno sussurro. È lì impettito, orgoglioso. Zampetta, becchetta, svolazza e torna a fermarsi. Saltella sui gradini che sembra perso nella neve. Mi osserva curioso senza darlo a vedere. Si avvicina sospettoso, ma solo un po’. Si allontana sospettoso, ma non di molto. Sparisce appena qualche attimo e poi ritorna. Sembra che anche lui sappia. È riservato, se alzo il cellulare per fargli una foto mi dà la coda. Aspetto paziente. Lui mi bada e non mi bada, indipendente, ma non smette mai di stare allerta con la coda dell’occhio. Poi si lascia fotografare. Poi si Allontana. Poi torna per un’altra foto. È una sorta di lunga e lenta danza. Cerco di non fare nessun rumore. Non lo voglio spaventare. Tutto intorno rimbombano nell’isola i colpi dei fucili. I cacciatori sparano a qualsiasi cosa si muova.
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So che nessuno mi crederà ma lo racconto ugualmente. Solo perché non riesco più a tenermelo dentro. Spero che la mia storia serva da lezione a qualcuno. Si dovrebbe essere sempre cauti. Diffidare delle novità. Il destino a volte è in agguato nei posti più impensati. Proprio dietro l’angolo.
Devo premettere alcune cose che possono sembrare ridondanti ma sono necessarie a comprendere questa storia. Con Leila ci conosciamo da quattro mesi. È facile intuire cosa mi ha colpito subito di lei. Non quel suo sguardo leggermente miope. Non il colore dei capelli e quella frangetta sbarazzina. Nemmeno il suo piccolo tatuaggio segreto che non si vede nella foto. Ci siamo. Cominciamo a entrare in argomento: Leila ama i tatuaggi come io vado matto per la tecnologia. Non c’è novità del mercato che non mi faccia correre emozionato a fare la fila per averla. Allo stesso modo io amo i suoi tatuaggi come lei ama il mio amore per la tecnologia. Insomma l’informatica è il mio paradiso, e anche il suo. È il mio più grande amore. Solo per i libri preferisco l’oggetto di carta.
Anche la prima volta che ci siamo visti aveva quel vestito. Non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso. Non mi dilungherò di più in presentazioni. Siamo rimasti a parlare davanti ad un martini ed io non trovavo le parole. Anche se non ho mai balbettato in vita mia quel pomeriggio sembravo un povero stupido tartaglione. Ma alla fine ho trovato la lucidità per chiederle di rivederci. La seconda volta è andata meglio. E ho scoperto che ama anche le tagliatelle. Non sapevo ancora nulla dell’altro tatuaggio. Come avrei potuto? Dopo cena l’ho accompagnata a casa e l’ho baciata davanti al portone. Ero all’ultimo cielo. Una così non si trova spesso. Parlare non è il massimo del suo fascino, ma resta di ottima compagnia. Perché, a volte, riesce anche a stare zitta. Certo è difficile stare veramente da soli. Isolarci. Passare inosservati.
Al quinto appuntamento l’ho fatta salire da me. Non ricordo la scusa che avevo trovato. Forse pioveva. Forse doveva farla. Aveva una camicetta bianca e la gonna. Le gambe abbondantemente scoperte. Stavamo prendendo un calice di rosso. Lei cinguettava garrula. Col suo telefonino in mano da cui non si allontana mai. Sì! ora ricordo, le ho indicato il bagno, dopo la porta rimasta aperta della camera. Io non la stavo ascoltando molto. Poi si accorge di cosa mi distraeva. Dove erano fissi i miei occhi. Cosa rubava tutto il mio interesse. Scoppia in una risata sazia: Tutti così voi uomini. e me le fa vedere. Senza preavviso. Senza che glielo chieda. Certo che stavo per farlo. Semplicemente mi precede e, con disinvoltura, le tira fuori. E quelle sbocciano appena sbottona il terzo bottone. Anzi esplodono. Così mi mostra per intero quel paesaggio montano. Certo che si può immaginare la mia meraviglia. Resto senza fiato per lunghi istanti. Me le offre. Devo essere sincero: non sono riuscito a dedicarmi ad altro per il resto della serata. Le ho contemplate. Le ho ammirate. Le ho sfiorate entusiasta. Vi ho appoggiato la testa. Non mi sono spinto oltre che a succhiarle come un neonato.
Naturalmente non sono un idiota. Forse non è importante ma ci sono state altre sere. Sere in cui ho imparato a governare quel mio entusiasmo. A controllarmi. A trattenermi. Sere in cui ho imparato a conoscere meglio Leila. Sere in cui al momento di lasciarci eravamo così stanchi ed era troppo tardi per tornare a casa. Questi nostri ultimi mesi sono stati un periodo veramente meraviglioso. Ma non è nemmeno di questo che vorrei parlare. Corro il rischio di divagare e di perdermi. E poi ogni uomo direbbe le stesse cose che sto dicendo io, parlando della sua donna. Se lo faccio non è per millantare, ma solo per far capire quel mio primo drammatico istante. Ma torniamo alle cose veramente importanti. Ai giorni nostri.
Cercherò di essere breve. Come tutti sapranno hanno licenziato l’ultimo modello si smartphone. Con un’enorme, campagna mediatica mai vista. C’è stato il lancio in questi giorni, ed è ufficiale: da lunedì sarà in tutti i negozi. In ogni colore, non solo bianco. Non varrebbe nemmeno la pena parlarne. Il mondo intero è in attesa. Col fiato sospeso. Pare presenti innovazioni eccezionali. Il design è stupendo. Ti fa innamorare a prima vista. Come avrei mai potuto resistergli?
Promette una facilità d’uso ancora maggiore di ogni modello precedente. E altre innovazioni incredibili. Come una grafica stupenda, mai vista. Naturalmente di non temere l’acqua. Accetta anche i comandi vocali e si può dettare quel che si vuole: per esempio i messaggini o qualsiasi tipo di promemoria. Dialoga col possessore ed è persino in grado di ascoltare. E infinità di altre diavolerie che è persino inutile elencare. Tra le innumerevoli app, qualche milione, si parla di un suono come non si è mai visto. Con le sue cuffie, che si devono acquistare a parte perché non sono fornite in dotazione, assicura un ascolto incredibilmente limpido. L’effetto di essere immersi in un fono che sembra generato da una serie infinita di amplificatori che circondano completamente l’ascoltatore.
Anche telefonare è più facile: basta dire il nome e lui chiama l’altro, o l’altra. Ci si può immerge in un mondo virtuale con il suo visore, anche questo a parte. Si entra completamente nella nuova realtà e nella più autentica fantasia. In un mondo virtuale, a trecentosessanta gradi, tanto perfetto da essere vero. Dove si possono vivere i posti più incredibili. Affrontare i mostri più terribili. Camminare tra gli animali più strani. Persino incontrare i nostri eroi preferiti, dei nostri fumetti o delle nostre serie d’azione. Sparare a quei mostri o ai terroristi. Ultima ma non ultima evoluzione: garantisce foto di una nitidezza assoluta. Una risoluzione sconosciuta, che l’occhio umano non può nemmeno cogliere completamente: milioni di pixel: Per immagini più vere del vero.
Superfluo aggiungere che domenica notte alle tre ero già tra i primi in coda. L’emozione mi rendeva le gambe di pezza. Alle quattro del pomeriggio finalmente esco raggiante, ma stanco, con il mio nuovo smartphone stretto in mano. Ho acquistato anche tutte le sue periferiche che non sono comprese nella confezione standard. Una bella cifra, non c’è che dire, ma vale la pena spenderla. Mi ci sarebbe voluta una valigia ma sono stati gentilissimi a darmi in omaggio una busta di plastica molto capiente. Comunque sono emozionato da impazzire. La chiamo subito, ancora per strada, e glielo comunico orgoglioso: Leila, ce l’ho! Le spiego che sto guidando, ma che non potevo aspettare a dirglielo. Lei deve resistere all’enorme tentazione. La sera non ci possiamo vedere, deve lavorare. Quando stacca sarebbe troppo tardi anche per me. Mi tiene delle ore al telefono riempendomi di domande. Alla fine dice con grande malincuore: Pazienza.
Appena a casa svuoto tutta la busta, scarto la scatola e apro tutte le confezioni. Comincio dal piccolo tesoro. È più che sottilissimo. Una meraviglia. Naturalmente sono curioso di provarlo subito. La richiamo digitando, con il mio nuovo amore, il suo numero. Mi sembra di sentirla come mi fosse seduta accanto. Anche lei è eccitata, ma ha fretta. C’è un cliente dall’altra parte della sua scrivania. Io invece sono libero perché mi son preso un po’ di giorni di ferie per malattia. Dovrei leggere le istruzioni, ma l’impazienza non me lo lascia fare; m’impone di rimandare. Vado a frugare qua e là, lo ammetto: sono esterrefatto anch’io che credevo di aver visto quasi tutto, e non poter più provare una sorpresa simile. I miei occhi sono incantati dentro quel monitor così nitido. Continuo a frugare nelle sue viscere, mentre ascolto contemporaneamente una cosa dei Sigur Rós, con gli auricolari. La fretta non è mai una buona consigliera, ma quella stessa ansia non mi ha lasciato spazio per infilarmi in testa già le sue cuffie, che comunque sono bellissime.
Voglio provare a fare qualcuna di quelle foto che loro promettono come mirabolanti. Scelgo l’opzione Max. Avvisa la creazione di file di notevole peso. Avvisa con una faccina allarmata: warning, alla massima risoluzione la realtà diventa foto. Lo avevano accennato di sfuggita anche nelle presentazioni passate in televisione di fare attenzione nello scattare le foto con questa scelta. Alzo le spalle e vado avanti deciso. Sono stato stupido? Ero certo che stessero esagerando. E poi mi chiedevo: cosa vorrà dire? Insomma guardo attraverso l’obiettivo qua e là. Lui rinnova continuamente la messa a fuoco. Seleziona perfettamente l’oggetto in primo piano come se mi leggesse nel pensiero. Vado alla finestra. Per fortuna non clicco, la prima scelta era stata fare un paesaggio dall’altro. Se non lo faccio è solo perché i vetri non sono stati puliti da qualche giorno.
Scelgo Glacè, il mio gatto, come soggetto, semplicemente perché, come è solito, mi sta gironzolando intorno. Scatto e il micio è sparito. Dove cavolo si è cacciato? Sherry, l’altro mio gatto, come un fulmine va a nascondersi non so dove. Forse nello stesso posto. Viaggiano quasi sempre in coppia. Li cerco da per tutto, ma Sherry lo trovo, è sotto le coperte del mio letto, perfettamente mimetizzato, mentre di Glacè non ci sono tracce. Qualcuno avrà già capito tutto, ma mi sento in dovere di testimoniarlo. Frugo in archivio del telefonino, il gatto è là dentro e sembra sia solo là dentro. Più precisamente nella cartella “Animali domestici”. Resto ammutolito. Non mi sembra possibile. Prendo in mano il manuale per vedere se lo spiega e come lo spiega. Non ho la pazienza di arrivare a pagina cinquantasette: Fotografare.
Sono costretto a scoprirlo da solo, con la pratica. Mi dico: meglio farlo con una cosa inanimata. Ma ancora sono incredulo. Mi guardo intorno. Alla fine opto per quel vaso orribile che mi aveva regalato mio fratello per questo natale, o quello precedente. Click e anche il vaso, come d’incanto, sparisce. Comincio a sospettare di capire. È finito anche quello risucchiato nell’archivio, più precisamente nella cartella “Oggetti brutti e inutili”. Cavolo! sono veramente incuriosito. E quando sono così rischio di fare delle vere catastrofi. Infatti miro al pesciolino rosso e anche quello finisce dentro il laptop miniaturizzato, con tutta la sua boccia, e anche l’acqua che c’è dentro. Mi scappa un’esclamazione di meraviglia. Certo che avrei fatto bene a stare attento. Lo metto via prima di andare a letto, anche se l’eccitazione mi rende difficile prendere sonno.
Martedì sera Leila corre da me ansiosa con quello stesso vestito. Quello della prima volta. Del nostro primo incontro. Lo stesso. Quello della foto. Sospetto l’abbia fatto di proposito. Amo quel vestito e lei lo sa. Amo soprattutto quello che fatica a contenere. Come la fascia. E la facilità di sfilarlo. Lei non avrebbe potuto resistere un solo istante di più. Lo doveva proprio vedere subito. Eravamo d’accordo che si sarebbe cenato. Così io sto preparando sudato il ragù. Le do le spalle. Lei continua a chiedermi elettrizzata. Avevo appoggiato quel gioiellino di tecnologia sopra il tavolino. Non riesce a resistergli. Lo vorrebbe toccare. Lo vorrebbe provare subito. Lo ama già. Fatica a controllare l’impazienza, nonostante i miei inviti alla calma. Nonostante le chieda per favore di aspettare che glielo faccio provare io, dopo mangiato. Già appena arrivata si era seduta davanti. A guardarlo. A elogiarlo. A fargli le fusa. A invidiarlo. Mi ha chiesto quante nuove applicazioni si siano inventati.
Lo ammira come non ha mai fatto con me. Ha solo Sherry che si liscia il pelo sulla sua gamba e fa le fusa. Mi chiede di Glacè, ma il sughetto sobbolle e non la sento. Non ho fatto in tempo ad avvertirla. Doveva proprio assolutamente fotografarsi con il suo nuovo tatuaggio. Si alza all’improvviso, dietro le mie spalle, e corre via. Se ne scappa dicendo semplicemente: Vado a farmi un selfie. Ancora una volta è il rumore del sugo, e dell’acqua per la pasta, a tradirmi. È proprio capricciosa; lo so. Leila è proprio una ragazzina. Con gli occhiali, tette monumentali, e tutto quel suo fare da donna navigata, resta una ragazzina. Lo dovevo sospettare. Me lo dovevo aspettare. Era troppa quella curiosità. Lo doveva assolutamente provare.
Mi allarmo solo quando non la sento più, e non la vedo tornare dal bagno. Sono corso subito a cercarla. Apro la porta, fortuna non sé chiusa a chiave. Come dovevo sospettare. Come m’immaginavo: il bagno è desolatamente vuoto. Per fortuna il cellulare è appoggiato, anche se in bilico, sul lavandino. Lo salvo da una caduta che potrebbe essere pericolosa. Poi mi prende il panico, il mio momento di terrore. Eccoci al punto. Cazzo! Vuoi vedere che… Anche se lo so già che sarà inutile giro in ogni stanza certo di non trovarla. Leila non c’è in tutta la casa. Leila non c’è più. Leila è imprigionata lì dentro. Devo trovare il modo di farla uscire. Ho bisogno di lei. Ne ho voglia.
Vado febbrilmente a quella maledetta pagina cinquantasette e seguenti. Dice solo laconicamente le stesse cose dell’avviso a schermo, quel warning, e niente di più. I manuali sono sempre poco chiari e mai del tutto comprensibili. Passo la notte e l’intera giornata successiva a frugare dentro il mio smartphone in cerca di una soluzione. Chiedo aiuto anche in rete ma è troppo presto per un forum di discussione a riguardo del problema specifico. Sono ancora tutti presi a elogiare il nuovo Dio del mercato. Lei intanto resta intrappolata là dentro, ma non sembra per nulla preoccupata. Anche se al lavoro la staranno aspettando. Intanto prosegue a riempirmi la memoria continuando a farsi selfie. Questi non li posso mostrare perché, nel frattempo, il vestito se l’è sfilato senza aspettarmi. È proprio sbarazzina. Proprio una ragazzina. Si diverte con tutto.
A sera mi decido. Voglio avere Leila accanto. Dobbiamo finire un certo discorso. Inutile dirlo. Ho la necessità di fare quello che avevo programmato di fare, dopo averle sfilato il suo splendido vestito, che si è tolta da sola, senza aspettarmi. E non ho ancora ammirato per bene il suo nuovo tatuaggio. E poi… insomma… Leila mi è entrata nel sangue. E mi sento responsabile. Non c’è altro da fare. Non posso rimandare. Prendo il mio piccolo gioiello di tecnologia, mi siedo sul water e mi faccio un selfie per raggiungerla. Se avessi detto all’inizio che sto scrivendo da dentro il mio nuovo smartphone sono sicuro che nessuno avrebbe nemmeno cominciato a leggere.

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