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Archive for 1 febbraio 2018

Un uomo di pezzaSembra semplice giudicare ma non è così. E sempre preferibile andare cauti. Non ci si deve mai lasciare distrarre, ma ricordare continuamente che si parla di un uomo di pezza. Semplicio era nato così, marionetta. Se fosse stato una gallina avrebbe guardato il mondo dietro la rete di una stia. Se fosse stato un cardellino mai si sarebbe allontanato dalla gabbia. L’ultimo suo pensiero, davanti alla porticina rimasta distrattamente aperta, sarebbe stato sicuramente quello di scappare. Il mondo è fin troppo pieno di insidie quando ci si lascia infettare nei dubbi. Il suo mondo era simile e non troppo diverso da quello di Winnie[1] e la sua gang. Parola di parolaio.
Non aveva pianto quand’era nato. Aveva solo sbattuto gli occhi esterrefatto. Già con il proposito di non disturbare. Invece aveva procurato, quasi subito, le prime inquietudini in casa, involontariamente. La mamma era ricorsa al medico perché non la faceva né a letto né nel pannolino. Ragion per cui non la faceva proprio. Può sembrare banale ma la cosa si presentò subito seria. Non si reggeva né seduto né, naturalmente, tantomeno in piedi, aveva solo pochi mesi, che la mamma lo doveva sostenere sul vasetto. Ma lei, la cosa, si faceva sempre attendere. Si concluse che era parco anche in quello. E la povera donna notò con sgomento che la sua cacca era inodore.
Questo non era tutto. Non succhiava nemmeno a pregarlo. Non frignava. Non faceva capricci. Era un piccolo angelo. Era un bambino in una casa che sembrava non conoscere bambini. Tardò a parlare. Anche questo sembra naturale. Poche parole e il suo vocabolario restò in eterno parco. Non aveva una parola sua se non la trovava nel copione.
Alla materna lo scordavano spesso dove l’avevano lasciato. A volte persino la povera mamma scordava di andarlo a ritirare. Come detto era come non averlo. Non si può fare una colpa alla misera donna. All’asilo rimase sempre con i piccoli. Anche perché lui non cresceva molto. Lo mettevano lì e lui lì restava. Ignari commisero un errore, gli diedero la parte del bambin Gesù nella recita di natale. Bastava stesse nella culla e in silenzio. Sembrava un ruolo perfettamente adatto. Niente aggiunge riferire che la stalla era fredda. Che il bue si chiamava Stefano e l’asinello era quell’asino di Marco. Che persino Graziella, la Madonna, era intirizzita. Il fiato dei due puzzava parecchio ma non scaldava niente.
Fin dal primo anno di scuola fu chiaro che per lui era un percorso gravoso. Non andava male, ma nemmeno certo bene. Si salvava perché era diligente e recitava tutto a memoria, come un rosario. Ovviamente non eccelleva, tutt’altro, nelle cose fisiche e artistiche. In ginnastica erano tolleranti, ma in disegno i compiti glieli doveva fare Enrico. Anche i componimenti erano il suo cruccio. Ne aveva imparati tanti. Forse tantissimi. Poteva capitare però un titolo che chissà dove diavolo il maestro era andato a scovarlo. Bene o male poteva navigare sul confine delle sufficienze, se non trovava insegnati troppi esigenti. Però anche all’appello doveva rifletterci un attimo perché il suo nome non era scritto da nessuna parte tranne nel registro. E il registro ce l’aveva davanti solo l’interrogante. A fatica si laureò in storia delle favole inutili e delle saghe superflue.
Era naturale, come un destino, che il placido Semplicio si facesse conquistare dalle passioni per il glorioso mestiere dell’attore. Senza spropositate pretese e aspettative, certo. Si sapeva accontentare anche di ruoli di secondo piano. Anche di una battuta. E ciò gli avrebbe riservato come risultato il suo prodigarsi. Ma quell’abito gli stava a pennello. Impazziva per i riflettori. Questo avrebbe dovuto farlo riflettere, ma non lo fece. Lui così schivo in un mondo così vanitoso e arrogante. Trovò la sua prima vera scrittura, cioè la trovò la sua compagnia, per un piccolo teatro parrocchiale di provincia. Poteva essere la sua grande occasione. L’inizio di una fulgida carriera.
Semplicio era un tipo buffo di suo. Piccolino. Rotondetto. Con pochi capelli, di colore carota, al centro del cranio. Due occhi come spilli, che quando li alzava parevano azzurri, e due occhiali come telescopi astronomici. Due piedi piccoli piccoli. Dei pantaloni di jeans larghissimi sostenuti con le bretelle e magliette sempre a righe orizzontali. Doveva interpretare la parte del segretario di un arido bisbetico. Proprio come in una sciocca commedia dell’arte senza l’arte né la parte. I suoi compagni bisticciavano con le parole quando le ricordavano. Lui no, aveva imparato ogni singola lettera a menadito. Andava sicuro e spedito. A salvare la storia sembrava dovesse essere solo lui.
Era tutto o quasi sulle sue spalle. L’idraulico era entrato con la serva quando non era il suo momento. Si era scusato e aveva mosso l’ilarità generale affermando che cercava il bagno. Lui non si era fatto intimidire. Anche le luci si erano spente per qualche attimo, proprio quando avrebbe dovuto consigliare alla graziosa servetta come difendersi dalle pretese del vecchio bacucco. Sentiva che stava trascinando gli auditori anche se la servetta non era riuscita bene a camuffare i suoi settantatré anni sotto quello spesso strato di cerone che sembrava malta. E l’anziano padrone aveva l’erre moscia e frequentava ancora il liceo pur avendo l’aspetto di uno scolaro medio. Per la paura doveva essersi fatto anche qualche cicchetto. Lui stava dando dei consigli che gli sembravano sensati, così come gli aveva letti nel copione, avanzando incontro al pubblico. Un poco si fece prendere dall’entusiasmo. Fu la catastrofe.
Nella foga si era spinto fino al bordo del palcoscenico. A tu per tu con gli occhi di quella gente. Mise a fuoco la loro muta attenzione. La vide lì in terza file; era bellissima e se ne innamorò. Semplicio non aveva mai provato un sentimento simile. Non aveva mai provato un sentimento. Non capiva perché gli si spararono i capelli come spilli. E il fumo vero gli uscisse dalle narici. Sembrava una principessa. Cercò di fare un passo oltre ma rischiò di precipitare. Avrebbe potuto cadere in platea. Farsi male veramente. Forse persino morire. L’unica cosa che lo trattenne e lo salvò erano i fili. Bisogna tornare a ricordare l’ammonimento fatto all’inizio. Riprovò barcollante ad andarle incontro. Inutilmente. Era trattenuto e salvato su quel palco.
Tornò al copione, ma la sua voce dei consigli aveva preso un tono di disprezzo. Disprezzo per la piccola parte e per la compagna d’arte. Si interruppe e prese a riflettere. Era un’attività faticosa e assolutamente nuova per lui. Si chiedeva cos’era quello che sentiva. Quel calore. Quella confusione. Quel sudore. Cosa gli accendesse il viso come avesse gli orecchioni. Non aveva nemmeno una piccola risposta. Sapeva poco ma di una cosa era certo: preferiva correre il rischio, persino della morte, che pensare di poter non vederla più. Semplicio si tolse la maschera. Batte i pugni ed esplose in un roboante Perbacco! Prese le forbici di scena e tagliò tutti i fili. Non sopravvisse un istante a quell’attimo di insana e improvvisa follia. Cadde sul tavolato e con lui caddero esanimi tutti i personaggi della commedia. Dal pubblico di levò un mormorio sgomento di delusione.
Non si fraintenda. Non si vuole assolutamente sostenere, come affisso in tanti ammonimenti, che chi taglia quei fili muore; tutt’altro. Si vuole invece affermare che lo fa solo chi è legato a quei fili. Chi burattino è nato o comunque ha scelto di essere. E anche questo è dubbio poiché può morire solo chi prima è vissuto. L’uomo è nato per essere libero altrimenti sarebbe stato pecora. Ma poi cosa se ne può fare una donna di una marionetta?
[1] Winnie the Pooh

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