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Archive for 6 febbraio 2018

Nita NaiOggi tutti la conoscono come Nita Nai, quando è nata, all’anagrafe, era solo Anita Di Girolamo. Oggi è tutta bionda. Allora, finché è rimasta un’anonima signorina nessuno, era castano scuro. Quel Nita glielo avevano affibbiato fin da piccola, quando andava ancora a scuola; i primi anni. Non ricordava più chi fosse stato. Forse Raganella, era il soprannome che davano a una sua amichetta, forse Salvatore detto Tore, il suo primo grande amore a sei anni, forse qualcun altro. Oggi è parte della sua fortuna. E pensare che le prime volte sentirsi chiamare così la infastidiva. Nai invece lo ricordava, era stata l’idea brillante della sua promoter Alfonsina. Donna di poco intelletto ma di gran fiuto e furbizia.
Lo aveva fatto quando ancora cercava affannosamente di trovarle la prima scrittura. Involontariamente però era stata un’intuizione sua. Quando l’altra le aveva proposto una comparsata come sirena in una piscina in una villa per un party porno e lei aveva risposto: Nai! Da allora le aveva fatto guadagnare dei bei soldini, ma all’inizio i tempi erano stati duri, per entrambe. Avara era sempre stata un poco avara, la sua agente, e avara era rimasta. Certo Alfonsina, se si fosse messa in testa di chiamarsi Tina, e se non fosse stata così avara anche la vita con lei, non si sarebbe data tanta fatica per promuovere lei, ma l’avrebbe fatto per se stessa. Solo che era proprio una donna insopportabile, ma soprattutto impresentabile. Provare ci aveva provato, Alfonsina, riuscendo ad ottenere solo una scrittura nelle soffitte segrete di Notre Dame. Così aveva rinunciato quasi subito, quando aveva capito che non era lo specchio quello che mentiva. E da sempre si occupava di lei. Viveva per Nita Nai.
Si potrebbe persino spingersi a dire che l’ha creata, anche se è solo in parte vero. Ad Alfonsina, a volte sfuggiva di dirlo, quando si arrabbiava e litigavano. Certo l’aveva sempre riempita di attenzioni e di sapienti idee che si erano mostrate spesso funzionare. Era stata lei, al momento opportuno, a suggerirle quel colore di capelli. Ma la vocazione, la passione, il talento e tutto il resto, erano tutte cose di Nita. Le aveva dovute mettere e, in qualche caso, anche comprare. Fino ai sedici anni per Nita era stato solo un sogno. Avrebbe voluto sicuramente fare qualcosa d’importante. Invidiava quelle che vedeva in televisione. Non lo confidava nemmeno a se stessa. Nessuno la invitava nemmeno alle feste. E la vita era dura per quella che allora era solo un’anonima Anita. Aveva mollato la scuola presto. Non era tagliata per quel ruolo. Studiare le costava troppa fatica. A sedici anni era una sconosciuta shampista. In uno sconosciuto buco di provincia.
In seguito la sua vita era lentamente cambiata. Era magra e col torace piatto. Poi era iniziato a crescerle il seno e si era arrotondata. Il suo corpo aveva esordito abbozzando le curve che l’avrebbero aiutata a diventare famosa. I ragazzi, e anche gli uomini, avevano cominciato a guardarla. Lo specchio aveva smesso di metterle tristezza, ma ormai il sogno di diventare un giorno attrice sembrava l’avesse scordato. È stato in quel momento magico che aveva incontrato Alfonsina. Come già detto le aveva suggerito quello splendido biondo. Qualcuno dice che si dovrebbe chiamare platino, qualcuno altro biondo cenere, altri parlano tanto per parlare. Era stata sempre Alfonsina a trascinarla da un estetista, uno bravo e gay. Lei aveva imparato in fretta, e ora si sapeva truccare anche da sola. E sempre Alfonsina la accompagnava ogni volta che doveva prendersi qualcosa da mettersi addosso. Fosse un vestito, una gonna, una camicetta, una borsetta, un paio di scarpe, la biancheria intima o solo le calze. Quella del seno invece era stata un’idea solo sua. Pagata con i soldi dei suoi. Un paio di taglie in più, e ora era orgogliosa delle sue tette. Sembrano banalità, ma sono cose importanti, e in quel mestiere non si può trascurare niente.
Certe cose oggi si possono raccontare perché oramai Nita è affermata e famosa da per tutto. È passata su tutti i rotocalchi. È andata in televisione. Stanno anche per pubblicare la sua prima biografia. Ma ne aveva dovuta fare di fatica. I primi a vederla avevano detto che era bella, certo ma, che non sapeva assolutamente recitare. Pareva che la voce non andasse. Pareva che il suo viso di allora conoscesse solo due espressioni: la spensieratezza e il desiderio. Qualcuno le aveva suggerito qualche ruolo dietro le quinte, lontano dai riflettori, sostenendo che sapeva ansimare alla perfezione. Di offerte ne aveva avute anche troppe, ma solo di quelle che miravano a finire in un alberghetto, in una camera a ore. Ma lei non si era mai arresa. Nita era caparbia e tenace. Una vera lottatrice. Prima o poi il mondo l’avrebbe capito. Qualcuno le aveva detto che trovava in lei una vaga rassomiglianza con un’attrice di tanti anni fa. Una certa Jayne Mansfield. Che si dovrebbe pronunciare all’incirca come Gein. Lei non se la può ricordare. Non l’ha mai vista. Forse nemmeno era nata.
La vera svolta era stata due anni prima. Alfonsina le aveva finalmente trovato un ingaggio anche se quasi a titolo gratuito. A teatro. In una piccola compagnia. Anche Alfonsina aveva sempre creduto in lei. E anche la fortuna. In quel caso l’aveva baciata sulla testa e in bocca. Era un ruolo che sembrava calzarle su misura. Come se lo scrittore l’avesse scritto pensandola. Doveva dire solo un paio di battute, ma stare in scena quasi tutto il tempo. Bastava che stesse sul palco diritta, impettita e muta, le aveva ordinato il regista. Ma quelle due battute due le doveva pur dire, lo stesso regista si era raccomandato che le mandasse bene a memoria e non tentasse di esagerare. Doveva pronunciarle così, come fosse sotto la doccia. Lei si era esercitata da giorni. Non faceva altro che ficcarsi sotto la doccia. Le sembrava di parlare come parlava sempre, anzi a volte l’acqua le andava in bocca e diventava un disastro. Era sicura che però quella sera sarebbe andato tutto a meraviglia.
Doveva interpretare la parte della fidanzatina segreta di un giovane industriale, alquanto belloccio, a essere onesta. Lui l’aveva invitata a casa presentandola ai suoi come la segretaria. Solo sulla scena. Quei suoi erano però sospettosi, dei veri infami. Avevano scelto per lui, per dargliela in moglie, una cugina anonima, anzi proprio racchia, e senza tette, ma figlia di un grosso finanziere. Ricca da far invidia e scorfano da fare orrore. Le puzzavano pure le ascelle. A parte un paio di “Sì!” trascinati e un altro paio di “Grazie!” conditi da gridolini, era al centro dell’ultimo atto che lei aveva la sua grande battuta. Il suo momento di vera maturità. Lui, tenendole la mano, inginocchiato, le avrebbe chiesto se volesse essere la sua sposa e di fuggire alle Bahamas assieme, come viaggio di nozze. Al “Ti amo.” del protagonista lei avrebbe dovuto ribattere sospirando la sua risposta affermativa: “Mi sembra tutto solo un sogno”.
Quella sera, quando si era trovata sul palco, si sentiva molto emozionata. La sala era quasi piena. La tensione del debutto era al massimo. Al trucco erano stati di una lentezza esasperante. Si ripeteva nella testa quel “Mi sembra tutto solo un sogno”. Il costumista, con la scusa di sistemarla, si era permesso qualche piccola libertà. L’aveva toccata e palpeggiata, un po’ qua e un po’ là. Era troppo tesa par dar peso a quelle piccole sciocchezze. Anche se le aveva stropicciato il vestito che era suo. Faceva presto quello, il regista, a dire che era facile. Mica doveva dirla lui quella maledetta battuta. E ancora “Mi sembra solo di sognare tutto”. Si sentiva sicura di sé. Abbastanza sicura. Prima di uscire si era annusata le ascelle perché stava sudando come una fontana per l’emozione. Poi i riflettori avevano peggiorato la cosa. E il giovane industriale l’aveva fatta entrare. Poi erano entrati anche il padre e la madre. Era già una fatica stare ferma immobile davanti a tutti. E il tempo passava lento e il suo momento sembrava non arrivare mai. Intanto… “Mi sembra brutto solo un sogno”. Pareva che la gente si stesse annoiando.
Era certa che il pubblico l’aveva notata. Lei c’era sempre. Quando entrava il giovane amante lei c’era. Quando entrava il padre lei c’era. Avrebbe voluto dire alla moglie che faceva il piacione. E anche che ci provava, e in modo insistente, e non molto educato. Forse avrebbe potuto suggerire qualche piccola modifica all’autore. Quando entrava la moglie bisbetica lei era là. Si era dovuta sorbire di sentirsi dire: Stai attenta, ragazzina. E quella voleva anche essere aiutata in cucina. Cucina che avrebbe dovuto essere dietro le quinte. Quando entrava quella scimmietta orrida della fidanzata lei era ancora là. A farsi guardare con disprezzo e invidia. Era impaziente e allo stesso tempo nel panico. In una confusione assoluta. Poi finalmente era giunto il suo momento. Il suo amore di scena si era inchinato ed era sceso il buio. Il suo cervello si era svuotato. Si frugava in testa ma non le veniva un’idea che era una. Non era proprio così che doveva andare. Si sentì sprofondare. Cominciarono ad avvamparle le guance. Lui: “Vuoi accettare questo anello e diventare la mia sposa? Scappiamo insieme alle Hawaii. Sarà la nostra luna di miele. E al ritorno i miei dovranno accettare a cose fatte”. Lei… lei aveva detto la prima cosa che le era venuta in bocca: “Scusate ho lasciato il bambino sul fuoco.” e s’era coperta le labbra ed era scappata come una ladra.
Tutto il pubblico all’unanimità era scoppiato a ridere fragorosamente. Non riusciva più a trattenersi. Si era sentito un distinto Chiudi! Chiudi! ed era calato in sipario. Poi alle risa si era mescolato qualche applauso. Poi tutti si erano messi a battere le mani, e avevano cominciato ad alzarsi in piedi. Il rumore della platea era diventato un’ovazione, e mille voci la richiamavano sul palco. Il giovane industriale, che nella vita era ancora studente, era ancora lì attonito. Lei si era prodigata in un gentile inchino, che non era previsto, non appariva in nessuna parte del copione, ed erano volate rose vere. Nei giorni seguenti ne avevano parlato anche i giornali. Tutti entusiasti. Era stato scoperto un nuovo vero talento. E giù lodi sperticate. La strada del successo era aperta. Davanti a lei si stendeva il tappeto rosso.
Poi la televisione. Poi il cinema. Tutti la volevano. E tutti gli uomini le ronzano intorno. Da allora si è trovata obbligata a dire qualche volta no. A rifiutare anche ruoli che, se avesse avuto il tempo, avrebbe accettato volentieri. I registi hanno imparato a non essere troppo rigidi sul copione. A lasciarla fare e dire quello che le scappa dalla bocca. Con quegli occhi e quelle tette può permettersi di dire quello che vuole. Adesso Nita è un mito e probabilmente tutti la conoscono già questa storia. La storia della sua vita. Comunque, la sua biografia sta per uscire a puntate. In una rivista a grande tiratura. Titolo provvisorio: Senza pudore.

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