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Archive for 7 febbraio 2018

Chiappa Rhino

Gianna aveva visto quel pacchetto. Quella cosa incartata nei fogli di un giornale. Non era curiosa fino a quel punto. E poi era anche in ritardo. Doveva solo gettare le immondizie e correre via. Sopra le altre c’era l’involucro, con la sua forma strana. Non avrebbe dovuto farlo, non c’era una logica né un motivo. Invece lo raccolse e lo scartò. Maledizione! Dentro c’era una pistola. Il primo istinto immediato era stato di gettarla. Le bruciava in mano. Le offendeva lo sguardo e… la attirava. Chi poteva essersi liberato una cosa simile? Così pericolosa? E perché? Forse scottava. E poi tra i rifiuti organici? Invece la riavvolse frettolosamente tra quelle pagine e se la infilò in borsetta. Naturalmente non fece cenno a Guglielmo di quel ritrovamento. Tanto presto l’avrebbe fatta sparire e sarebbe rimasta solo un ricordo e un segreto.
Le armi non le erano mai piaciute, eppure a guardarla ne era affascinata, come oggetto. Appena a casa si mise di buona lena a pulirla. Aveva lucidato con energia per ore e ora le brillava in mano. Scura e maligna. Con la canna lunga e quella dentatura che incuteva rispetto. Con la bocca che sembrava un passaggio per l’inferno. Doveva fare veramente male. Armeggiò per qualche minuto e riuscì ad aprirla: era carica. Si dice che le armi cambiano la vita. Che ti rubano l’anima. Ne era sempre stata convinta. Ne era sempre stata contraria. Forse però erano solo parole. La colpa non è mai dell’arma. La verità è che il delitto è sempre di chi impugna il ferro. La guardava con gli stessi suoi occhi di sempre, distaccati. Non le incuteva paura o orrore.
Non ne sapeva molto di armi ma era una gran bella bestia. Un vero cannone. Aveva trovato il suo nome e cognome navigando puntigliosamente in rete. Era sicuramente una: Chiappa Rhino 60DS Cal. 357 Mag[1]. Non certo un revolver tipico per un vero western. Era un vero mostro. Si chiese se sarebbe stata in grado di abbattere un bisonte. Era certa di sì. Non le importava sapere altro. La lasciò in borsetta dicendo a se stessa che prima o poi se ne sarebbe liberata. Non sapeva che farsene, e intanto la lasciava lì. Cercando di scordarsene. Non l’aveva cambiata. Non si sarebbe lasciata cambiare. Lei era un’animalista. Persino vegana. Gli oggetti non hanno un’anima. Era sempre lei, ma averla dietro la faceva sentire serena. Diversa. Sicura. Semplicemente.
Sulla scala mobile dell’iper «All for everyone» aveva sentito uno strappo. Reagì all’istante e diede, a sua volta, uno strattone e una spinta. Il manico della borsetta stretta in mano. Era ancora lì. Era pesante. Aveva colpito il ladruncolo sopra il ginocchio. Lo vide scappare a gambe levate e non si diede nemmeno la briga di gridare. Era ancora un ragazzino e si massaggiava il punto in cui era stato colpito. Se fossero stati da soli glielo avrebbe fatto vedere lei. Non si sentiva tesa. Non si sentiva agitata. Capì che non poteva continuare a girare con quella cosa dietro. Che era pericoloso. E se gliela trovavano? Per uno sfortunato caso? Come l’avrebbe spiegata? Appena a casa la tolse e la mise in un cassetto, sotto la biancheria. Poi la riprese in mano. La osservò e la soppesò. E la rimise dov’era sempre stata. S’infilò tranquilla a letto. Non c’era altro da fare: doveva buttarla.
Una sera tornava ed Elmo non la poteva accompagnare. Qualsiasi altra volta avrebbe fatto la strada più lunga. Non si sarebbe mai avventurata per quel tragitto. Per nulla al mondo. Quel quartiere era malfamato. Quelle strade erano pericolose. Non si era nemmeno detta Perché no? Non era stata la stanchezza a spingerla di là. Anche se il percorso era lungo, ma era tardi per la metropolitana. Non aveva nemmeno alzato le spalle. Semplicemente aveva continuato a camminare, un passo dietro l’antro. Senza interrogarsi. Lui uscì da dietro un cassonetto ed era solo un’ombra distante contro un lampione: Ehi! Biondina, che ne diresti di farti un valzer con me? Avrebbe potuto tirare diritta, non fosse stata una viuzza stretta. Là, in fondo, le chiudeva il passaggio. Non aveva via d’uscita. Si guardò intorno ed erano completamente soli. La strada era buia. Non un’anima in giro. Il deserto più assoluto. Anche alle finestre non c’era una luce accesa.
Era un vero cafone. Cercò di renderlo mansueto con un sorriso di scherno e un Fai il bravo. A quello parve non piacere la sua risposta. Per quel poco che distingueva dalla faccia sembrava essersi anzi indispettito. Si avvicinò ancora. Più che deluso il suo ghigno era furioso. Rise: Vedrai che ti farò divertire, gallinella. Lei lo avvertì: Non farmi arrabbiare. Lui sghignazzò: Perché altrimenti che fai? Lei non voleva diventare cattiva. Non si voleva irritare. Eppure non aveva nessuna paura. Gli venne anzi naturale usare un poca d’ironia: Potrei farti la bua. Non sembrava tipo da ascoltare i buoni consigli. Doveva essere un vero testone: Devi essere bravissima a farti cavalcare; vedrai che dopo mi ringrazierai. Doveva essere uno di quelli che se le cercano: Ti farò starnazzare. Uno di quelli violenti con le vittime. Cominciò a sputarle addosso volgarità. Continuava a ridere sguaiatamente mostrando i tatuaggi con i muscoli tesi: Vuoi farmi paura? Troppo tardi, lei aveva già sfilato la mano dalla borsetta e l’impugnava decisa col calcio stretto tra le dita.
Il volto del bruto cambiò in un attimo. Smise di dire volgarità. Si dipinse di terrore: Buona bambina, buona! Si scherzava. Lei ormai non provava più niente. Non era un uomo quello che aveva davanti. Era solo un avanzo di galera. Era solo un pezzo di merda. Un rifiuto: Fallo per il piccolo che mi aspetta a casa. Sicuramente era anche un bugiardo. Con la canotta e i jeans strappati. Lo guardava con freddezza. Senza la minima emozione. Lui le leggeva tutto dentro quello sguardo e cominciò a bagnarsi i pantaloni. La pozza gli si allargava sotto le suole. Un vero schifo. Un topo corse via. Il giorno dopo, due giorni dopo, una settimana dopo, non importava quando, ma ci avrebbe provato con un’altra. Con un’atra ragazza, sicuramente indifesa come lei.
Bang! Al primo colpo cadde in ginocchio. Farfugliò: Sei pazza? ma le parole annegavano nel sangue che gli sgorgava a fiotti dalla bocca. Bang! Il secondo colpo lo rovesciò per terra. Sopra la sua stessa. piscia. Non disse più niente. Sembrava pregare al cielo. Quelli che Gianna stringeva in mano erano novecento-trentasei grammi di pura rabbia. Era la giustizia. Era il destino. Era l’ultima orazione. Seppe che faceva un gran buco, e un botto assordante. La collera le si stemperò dentro in un vuoto di serenità. Pensò a Guglielmo e le sembrò che anche lui, in fondo, fosse uno sporco maschilista.

[1] Se la storia fosse successa in America, a quei tempi, il nome di lei avrebbe suonato come Jane e quello del suo compagno come Bill. Ma questo ha poca importanza ai fini della lettura. https://www.dimararmi.it/revolver/chiappa-rhino-60ds-cal-357-mag-10216.html

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