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Archive for 15 febbraio 2018

Un caffè, pregoSegue: Sono solo quella che sono [7]
«Dai pensieri dello stesso Napoleone: I cinesi: Loro sì sono stati bravi. Nella grande inondazione. Hanno tirato su la testa e hanno respirato sopra il livello dell’acqua dei Globali Piagnistei. Loro sì che adesso c’hanno il grano[1]. Non tutti, certo. Neanche da dire. Anche in Cina ci sarà chi ha riso, tonnellate di riso e risate, una scacchiera di riso e altrettante risate, e chi ha le padelle con le ragnatele. Però a Pechino girano con la mascherina, ma girano in taxi. Ce l’hanno raccontato le Olimpiadi. Non come i nostri, nemmeno a comandare agli schiavi. Padroni di breve corso. Hanno un solo difetto: sono cinesi. Se non avessero la pelle gialla… se non avessero gli occhi come fagiolini rinsecchiti… se non fossero tutti così piccoli, e col torace incassato, e se non fossero, insomma, così cinesi, allora sì che sarebbero perfetti. È la misura dei tempi che cambiano. Prima o dopo diventeremo tutti cinesi. È inevitabile. È la storia. Però… quando c’era lui i treni mica arrivavano in ritardo.»
Unica novità e sorpresa è stata che i soliti noti (più il gruppo spontaneo di Ninja), per una banale inversione di numeri, 69 al posto di 96, hanno fatto irruzione nel posto sbagliato. Nella confusione nemmeno hanno fatto caso al nome del grande albergo. Sono piombati sparando come pazzi, e appioppando multe, etc., nel salone per congressi di un lussuoso albergo a cinquanta metri di distanza dal vero obiettivo, anche se dalla stessa parte sinistra della via. Catapultati nel bel mezzo della festa di maturità proprio del figlio, di nobili origini, del Questore. Giovane, al secolo Marcantonio Augusto Caetani, riconosciuto dal padre naturale dopo un’avventura notturna frivola con la consorte del suddetto Questore. Lo stesso Questore è risultato assente, in cabina di regia, durante la crisi, proprio perché presente in sala per essersi intrufolato senza invito. Non ci hanno capito più nulla, né questi né quelli. Nemmanco quelli delle reti private. Né le truppe d’assalto né gli stupiti teppistelli, tutti di ottima discendenza. Immersi in quella spessa nube di Bob Marley e di Gangia hanno continuato a sparare e a gridare e ad aspirare come asmatici.
Lo stesso Imperatore dei Vasta era strafatto come un lampione e aveva per occhi due oblò stroboscopici. Gridava di essere figlio di seconde nozze della celebre Salomè e di Ringo Star, e perciò intoccabile, invisibile e immortale. Prima di cadere sotto il primo fuoco amico aveva declamato la sua frase più celebre: “Chi la rizza, l’appizza e l’ammazza[2]“. Il figlio del figlio del re dei salumi aveva prontamente reagito. Aveva tentato di contrattaccare brandendo un Salame di puro Felino. Per la correttezza trattasi di un puro Salame di Felino. Nessun gatto si è immolato a quella giusta causa. Felino, con Sala Baganza e Langhirano, è semplicemente uno dei luoghi noti di produzione di quel tipo di salume, come il bravo giovane virgulto avrebbe dovuto sapere. La sua indignazione è stata tempestivamente tragicamente sopita da una granata di Armato Ariete. In un vero carnaio, Pump! Splash! Patapum! Bang e Bang! Pfui! Sir Lancillotto, arrivato all’ultimo, inaspettato e a sorpresa, ha fatto giusto in tempo a farsene otto prima di cadere eroicamente salamato.
Il portiere è accorso per verificare a cos’era dovuto quell’enorme trambusto. In atrio una coppia decise di non saliere in camera. Due rinunciarono all’aperitivo. Tre chiesero la restituzione delle valigie. Dalla sala adiacente arrivò anche il coro dei napoletani[3]. Quattrocento intrepidi sfondarono le porte: autoriduzione sì! Fino alla morte[4]! Era un inferno. Un leviatano. Fiamme e piombo volavano come botti di Piedigrotta o, più semplicemente, di Capodanno. Qualcuno credeva ancora che facesse parte della festa: “Viva viva quella di Olivia”. Non è dato sapere l’identità completa della bella così osannata con entusiasmo dai molti. Pare trattasi di studentessa ferrarese, si dice bona come il pane.
Un paracadutista si era paracadutato eroicamente su un paio di mutandine senza padrona. Aveva stentato a riconoscerle e nel dubbio le aveva annusate e poi aveva chiesto l’intervento dei cani da tartufo e di quelli antidroga per la ricerca. Questi ultimi sembravano impazziti e uno guaiva sulle note di Crazy boy, versione Fiorella Mannoia. Un tizio, con i jeans pieni di buchi, subitamente nascostosi sotto la tavola, stava facendo rapidamente il conto dei propri averi arrovellandosi su dove avrebbe potuto metterli in salvo, infilandosi l’accendino d’oro massiccio in posto innominabile. Un altro sbandierava le chiavi della sua spider, facendole tintinnare, come una bandiera bianca, come un segno inequivocabile di buona volontà, di disponibilità e di resa. In un fumo denso, che avrebbe confuso anche le menti dei cronisti, Erasmo da Rotterdam, pseudonimo di Desiderius Erasmus Roterodamus, confortava e convertiva i feriti e benediceva i caduti. Nessuno era in grado di capire cosa quel pazzo diceva.
Uno gridava No! la mamma no. mentre il pianto della donna le scioglieva il trucco e così la maschera, denunciando la sua clandestinità. Uno era uscito esterrefatto dal bagno, con i calzoni ancora a mezza gamba, giusto in tempo per scoprire quel pandemonio e prendersi un sonoro ceffone in faccia. In realtà il manrovescio non era suo ma destinato ad uno screanzato che aveva occhieggiato per il buco della serratura. Il sangue scorreva già più del vino, e della birra. Una pischella[5] era ancora attaccata implorante alla corta miccia del suo ganzo, le sottili labbra fameliche, ma il rampollo ben paffuto era ormai intenzionato, gli occhi strabuzzati, a farla attendere per l’eternità; pace all’animaccia sua. I resistenti, con le carte di credito d’oro strette in saccoccia, finalmente tentarono un’ultima strenua scaramuccia: rovesciarono il tavolo dei rinfreschi a mo’ di barricata. Uno addomesticò un pulotto con una bottigliata di champagne. Un collega del milite redense subito il mariuolo, in un amen, impartendogli una benedizione calibro 9 Parabellum.
La bonazza sbandierava le tette rifatte rimpinzate denudandole. Il sottoposto del sottoposto di Napoleone, in qualità di sergente semplice, la stuprò di passaggio, come giusta ritorsione verso una preda di guerra. Entrò in quel mentre il solito ritardatario spingendo una carriola di pasticche. Un Urbano, per la propria goduria, in estasi, si era munito, di propria iniziativa e illegalmente, di una mazza chiodata. E giù a spaccar sguaiatamente brocche. Qualcuno tra i ragazzi, ancora inebetito, se la rideva della grande: “Ganzo!”. La santarellina scandalizzata continuava a ripetere “Ora basta, giù le mani.” E si continuava a dimenare con l’inferno dentro le cosce. Il suo “No!” e il suo “Non posso crederci.” avevano il sapore di tutti i !!! dell’universo. E le mani che non riusciva proprio a frenare erano le sue. Finalmente il caramba le aveva spiegato che poteva toglierselo quell’abito virtuoso e quello stupore. Almeno per quel pomeriggio. Si era fatta convincere fingendo una labile estrema resistenza.
Un Urbano era troppo intento a far passeggiare le dita dentro le saccocce altrui da potersi permettere di scorgere qualcosa di quello che stava succedendo intorno. La racchia, secchiona nonché riconosciuta nerd di tutta la scuola, bernardoni come fondi di Fojette, si dava alacre con due fanatici in tandem, in una ciriola impazzita, mentre quelli si scompisciavano: “Anvedi ‘sta smandrappona brutta più degl’inferi come ce stà. Magari pure ce crede”. Uno aveva spasimato “Vengo!” mentre l’altro sospirava “Vado!”; lei aveva solo borbottato cercandosi spiritosa “De chi sarà er pupo?”, o forse credendoci o sperandoci, e poi gridato inorridita “Papà!”. Un cameriere, riparandosi dietro un vassoio, accorse al disperato richiamo d’aiuto andando in soccorso di uno dei due bravi giovani. Era quello un mondo che aveva sempre sognato, ma che aveva sempre solo servito. Lui e il ragazzo si guardarono negli occhi e scoprirono di piacersi, sebbene il generoso in giacca bianca avesse una moglie moldava rimasta in Moldavia.
Un congolese di passaggio aveva pensato di profittare della confusione. Tre erano accorse esaltate che lo avrebbero proprio gradito un… caffettino, anche lungo. La scena aveva scatenato il massimo orrore: Questo è troppo. Il Maggiore dei RoboCop, come bottino, si era impadronito delle vesti di una certa Innocenza Santopadre che poi aveva lasciata nuda alle sue truppe. Lui aveva indossato gli abiti della giovine ed era stato subitamente scambiato per una delle terroriste e trucidato sul posto. Il ritratto di Francesco Giuseppe, il Primo, fu strappato dal muro. Un bracconiere, fintosi della Forestale per curiosità e ambizione, cadde gloriosamente sotto una raffica di tartine di caviale. Un ninja aveva trovato la sua ninjetta, una ceramica Shino. L’Ambasciatore Sionista, con il suo solito entusiasmo, era accorso, non invitato, per rendersi utile. Si era fatto spazio nella zuffa, ma la regazzina lo respinse via, divertita e defraudata allo stesso tempo, “Manca un pezzo”. Poi erano intervenute le Tute Ignifughe “Aspettateci, ci siamo anche noi.” E giù di estintore, democraticamente indifferentemente sui primi che gli capitavano a tiro. E accorsero anche le Tute Bianche, ad aggiungere confusione alla confusione, le quali, guardandosi torno allibite, cominciarono a prendersela con questi e anche con quelli, e a prenderle da questi e anche da quelli.
Un caporale stava riempendo un sacco con tramezzini e salatini per portarlo alla famiglia, mentre infuriava la battaglia, sprezzante del pericolo. Era comprensibile il fatto, visti gli stipendi nelle nostre forze armate. Comunque nessuno se lo cagava, nemmeno di striscio. La fresca sposina Ivona, che tutti ricorderanno, aveva lasciato Faliero in casa e si stava gongolando con quella di sua sorella. Per lei fu un lampo, un attimo, passar da Ivona a Porcona. Un metronotte aveva rubato lo spino dalle labbra di un carota ingozzato di lentiggini, poi gli aveva spento la cicca sulla capoccia chiamandolo Maria e aumentando la confusione. Grida di Sì! ancora. si spalmavano nel pane del baccano generale. Grida di maschio è bello. venivano per lo più ignorate. Qualche arto dei proprietari di quell’enfatica supplica veniva calpestato. La quarta B si mescolava alla quinta C.
Una certa Lucrezia aveva cercato un armistizio, almeno una tregua, offrendosi e facendosi impalare dal forzuto Icaro Scavafossi che l’aveva gradita in un volteggio pindarico librandosi per la sala fin quasi al soffitto. Aveva sbattuto la capoccia sull’enorme lampadario di cristallo per poi dichiararla prigioniera. Tornati con i piedi per terra erano annegati in una mareggiata di Champagne. La confusione era all’apice. Uno, sputato il Pupone, vista l’età si doveva essere anche lui infilato, ne aveva uno stuolo attorno come la piazza di San Pietro la domenica, ma nessuno gli aveva torto nemmeno un capello. Una, gridava cercando di liberarsi da abbracci multipli e troppo insistenti, “Sono una professionista, io”. Giurava di non essersi mai trovata in una situazione simile, nel bel mezzo di un’orgia così sgangherata, cercando di dare il suo profilo migliore in favore di una camera che c’era solo nella sua testa. Le chiappone in fiamme non avevano ancora realizzato che erano vittime di un candelotto fumogeno.
Il cameriere gridava terrorizzato “Io non c’entro. Sono un senegalese di Gallarate Brianza. E manco m’hanno pagato.”, la cameriera non gridava affatto, aveva la bocca occupata. L’altra, con la crestina in testa, le chiappe. Poi si lasciò sfuggire, la villana, un enorme fragoroso peto. L’ultimo della lista, l’apprendista, non aveva fatto a tempo a decidersi di chiedere alla sua bella, la compagna di banco, di ballare. Era spirato, soffocato dal miasma, e continuava ad essere indeciso. Di lei s’era preso proprio una tranvata. Quella, invece, era l’autrice de Le memorie delle mie mutandine. Libercolo di grande successo e diffusione nei bagni scolastici. Il sorcio, ragano e pure scaraffone, la servetta abissina se l’era portata da casa perché: “Lei ce stava de brutto. Anzi le da gusto fare le zozzerie par due svanziche”, si ammutolì e ammosciò mentre lei gli stava a dì con voce allisciante “Ma poi me ce porti all’altare?”. Era l’unica animala di colore presente alla fantastica festa. Non senza qualche altro commento. Uno se la riccontava da solo e un paio avevano altri gusti. A quell’uno una gli chiedeva, con filantropia, se servisse aiuto. Tutti troppo presi per rendersi conto. Una scena dantesca si sarebbe presentata alla fine dell’orgia. Alla fine dell’aspra battaglia si contarono incalcolabili morti e diciassette contusi fra le Forze dell’Ordine.

[1] http://www.treccani.it/vocabolario/denaro_%28Sinonimi-e-Contrari%29/
[2] Ovvero chi la rolla (la rizza), l’accende (l’appizza) e la spegne alla fine (l’ammazza).
https://www.icmag.com/ic/showthread.php?t=156609
[3] Gianfranco Manfredi: Un Tranquillo Festival Pop Di Paura.
[4] Gianfranco Manfredi: Precipitoooo.
[5] Per i termini che possono sembrare inusuali agli stranieri: http://www.trattoria-romana.it/romanesco/parole/

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