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Archive for 20 febbraio 2018

La spesaSegue: Una canzone per Betty [11]
Qui l’avventura, galante (?), si cerca di raccontarla così come la racconterebbe lei, un po’ divertita. Parola per parola. Senza ironia. Solo i fatti nudi e crudi. Dopo una eternità chiusa in casa. A frequentare solo un’ostinata e affollata solitudine. A chiacchierare e litigare solo con se stessa. Senza togliersi le mutandine che per andare al bagno.
Il frigo era più deserto della calotta polare e la pentola canticchiava, con gli ultimi aneliti di vita, Ricky Gianco: “Sola, son rimasta sola”. L’ultimo yogurt si era suicidato rattristato. Il ghiaccio si faceva compagnia con un ghiacciolo disperso. Doveva proprio uscire. Fare un poca di spesa. Se voleva mangiare. Non che ultimamente avesse troppo appetito. E c’era anche la storia della dieta. Ma almeno un tozzo di pane. Non poteva evitare. Meglio andare a quello più vicino. Il supermercato era a due fermate da casa. Subito dopo la curva. Non valeva la pena prendere la macchina. I biglietti li aveva. Un viaggio di un paio di minuti. Giusto il tempo di spazientirsi un po’. “Mi faccia passare”. “Sa che è un bello screanzato. E tolga quella mano”. “Crede di averlo solo lei”. “Solo che questo è il mio”. “Tutte con questo senso di proprietà”. “Certo non è quello di sua moglie.” ed era sceso; indignato. Lui. Un altro: “Hai visto quella?”, ma era poco più di un sussurro detto all’amico vicino. Neanche il tempo di sedersi ed era già scesa già pentita.
Non c’era molta gente. Dopo aver un po’ bighellonato in giro incerta aveva incontrato il tipo al banco dei formaggi e affettati. Bellicapelli. Il suo PigMalione. L’Alain Delon de borgata. Il sospetto che l’avesse già notata. Puntata. Forse quel vestitino era veramente un po’ troppo striminzito. Ma cos’hanno gli uomini? “Mi affetta un etto di crudo, per cortesia”? Lei si guardava bene da chinarsi. Non era certo in vena di civettare. Forse aveva ancora speranza. “San Daniele”? “Quello mi sembra in una posizione migliore”. Gentile: “È quello che le avrei consigliato io”. “Tagliato sottile, per cortesia”. Salumi & salamelecchi: “È un piacere servire una graziosa cliente come lei”. “Guardi che”… “È un po’ abbondante. Qui è tutto… abbondante. Va bene lo stesso, vero”? “Grazie”. “Serve altro. Sono tutto per lei”? “Un po’ di gorgonzola”. “Bellissimo. Ha la lacrima”.
A lei cominciavano già a lacrimare le palle. Per i suoi gusti si erano scambiate fin troppe parole. E poi doveva essere prudente. Diventare trasparente. Passare inosservata. Non poteva certo sentirsi tranquilla. E se l’avesse riconosciuta? Finito di servirla lei se n’era andata. Cercando di non ancheggiare troppo. Ritta come un palo. Lasciandosi quella “affettata cortesia” dietro le spalle. Almeno così si era creduta. Invece lui aveva lasciato il banco. Aveva cominciato a seguirla fingendo noncuranza. Ne era certa. Nonostante quell’aria fintamente distratta. Qua e là allineando qualche barattolo o capovolgendo qualche etichetta. Cominciava a sentirsi, non proprio impercettibilmente, un poco a disagio. Pedinata.
Si sentiva i suoi occhi addosso. Curiosi. Indagatori. Ed era sempre là. Lui, che la guardava tutta. Dalla testa ai piedi. A poca distanza. Solo un poco più distante. Un baleno di prudenza. Attraverso uno scaffale. Completamente disinteressato. Intensamente interessato. Incurante di farsi scoprire. Cercando anzi la sua attenzione. Cosa starà cercando? Cosa vorrà mai? Cosa le potrà ancora raccontare? Un predatore da alimentari. Lei prese due pacchi di pasta: spaghetti e maccheroni rigati. Poi si avviò al banco della frutta e verdura.
Le avances:
Lei stava attenta a non chinarsi. Lui si manifestò all’improvviso accanto a lei sorprendendola. Credeva di averlo seminato. O che si fosse stancato, anche per quel suo bighellonare indeciso. “Le consiglio le zucchine. Da consumarsi anche crude. Ma anche le melanzane. Le ha viste? E di là ce n’è una anche più bella grossa. Polposa. Proprio come dovrebbe piacere a una signora come lei. Gradirebbe. Ne sono certo”. Lei stava pensando piuttosto a dei peperoni. Prese alcuni kiwi e un avocado e li mise nel carello. Soppesò le banane. Si pentì subito mentre lo faceva. Ce l’aveva ancora dietro le spalle. “Ha visto quanto son lunghe e… grosse?” era per questo che era incerta. Era una presenza imbarazzante. Aveva una risata sdentata e sguaiata. Sgangherata. E quelle erano troppe per lei. Si stava annoiando. Seccando. Non riusciva a liberarsene. Orgoglio. Puntiglio. Pareva farsene una questione d’onore. Eppure, le sembrava di essere chiara anche nei gesti. Col suo testardo silenzio. Aveva ben mostrato di ignorarlo. Avrebbe voluto dirgli che doveva farsene una ragione. A becco asciutto. Rinunciare. Non era cosa per lui. Tenerlo nel nido. In gabbia. Anche evitando troppo la gentilezza. Non era così crudele. Non era nella sua natura. Natura? Quand’era in quelle situazioni non aveva mai un pensiero per volta. Era un acquazzone impazzito e impaziente.
Era furibonda. Nella confusione le era scappata una tettina. Poco importava. Niente di che. L’aveva rapidamente infilata nella sua nera saccoccia. Era bastato quel poco per incoraggiarlo ancor di più. Per dargli altra energia. Altro coraggio. Faccia-tosta. Per ingalluzzirlo ulteriormente. Per farlo sentire più vispo. “Certe primizie sono una gioia per gli occhi”. “Non era voluto, abbia pazienza”. “So che una signora come… comunque sono un incanto. Lasci che glielo dica. Guardi che me ne intendo di… meloni”. “Non sia volgare”. “Questa la metta direttamente in borsa. È un omaggio”. “Non posso…”. “Certo che può”. “Non deve…”. E ancora più rospo. Ormai niente al mondo poteva contenerlo. “Posso consigliarla”? “Vorrei?”… “Ora che siamo amici… So io di cosa avrebbe bisogno una bella signora come lei”. “Sono una frugale. Mi basta poco”. Era ormai aumentato di un paio di centimetri. “Non si dovrebbe limitare. Mai accontentarsi del poco”.
Lui era ormai scatenato e lei ormai curiosa, voleva vedere fin dove avrebbe osato cercare di spingersi: “Sentiamo”? “Mica… Qui?… Per certe cose ci vuole… un po’ di intimità. Lo saprà bene anche lei. Guardi che un buon boccone le può riempire la panzetta, e anche la… tutta. Se è buono”. Voleva stare al gioco: “Dov’è il reparto della carne. E dei surgelati”. Era diventato raggiante in viso. Era la sua grande occasione: “È proprio il mio reparto. La carne è la mia specialità. Ho un pezzo davvero straordinario”. “Lei è stato proprio gentile. Ora posso fare da me”. “Non tradirei mai una cliente come lei”. “Come vuole”. “Qui è tutto fresco. Come si dice… Dal… produttore al consumatore. Pronto per… essere consumato”. Ormai era una specie di gioco. Da giocare in due. A rimpiattino. Si stava quasi divertendo. Lo sbirciò con fare malandrino: “Mi sembra un po’ grassa”. “Non guardi troppo i prezzi. Poi ci si può sempre mettere d’accordo”. Cercò inutilmente di fingersi offesa e allibita. Lui non sapeva leggere le espressioni; questo era certo. Forse nemmeno i giornali. Probabilmente conosceva solo i numeri. Buzzurro. “Cosa”? Ed era deciso a non arrendersi fino a quella fine che ormai gli doveva sembrare vicina e ineluttabile: “Eh! Eh!”. Fece la sua migliore faccia innocente e al contempo provocatoria. Se voleva giocare lo poteva accontentare: “Credo di non capire?”… “Ha capito bene”.
Alla cassa, prima:
Stava per prenderlo di punta quando vide la sua ancora di salvezza. Finalmente la farsa sarebbe finita. Finalmente era arrivata alla cassa. Il carrello pieno anche di cose che non avrebbe mai preso. Nella fretta. Pur di uscire. Lui aveva spinto via la cassiera con un gesto maleducato. “Faccio io. La signora la servo io.” Arrogante. “Se lei dà qualcosa a me io do qualcosa a lei. Con soddisfazione di entrambi. Garantito. Noi ci teniamo a soddisfare le clienti. Contenta lei contento anche il Luigi. Il biscotto. Nel senso del prosciutto. L’ha capita”? Aveva il senso innato naturale dell’umorismo. E fin troppa sicurezza in sé. Un vero Adone, con baffi e una buffa pancetta. “Del mio anche le cassiere ne vanno matte. A ruba. Come le offerte speciali. Provare per credere. Lo sa che potrebbe risparmiare e un bel po’. Una bella pollastrella come lei”. Era ferocemente imbarazzata, altri avrebbero potuto anche sentire le sue stupidaggini. “Vorrei pagare solo quello che devo”. “Non sia scontrosa”. “Non sia… inso… insolente. Insomma, cosa vuole da me”? “Non si agiti”. Si fece inutilmente indignata. “È lei che mi fa agitare”. “Dicevo solo per lei. Nel suo interesse”.
Le suonò il cellulare, le solite offerte commerciali. Lo spense. Guardò quella cassiera avvilita che si era messa da parte, scacciata malamente dalla sua posizione. Lei era ancora aggrappata al suo carello. Forse si poteva risparmiare altre rogne. Si poteva limitare ad un brutto ricordo di un semplice dialogo con un cafone. Uno scambio di battute. La ragazza le fece pena. Pena e rabbia. Nell’altra fila: “Signora, cosa fa”? “Tocca a me”. “C’ero prima io”. “Solo due cose, faccio presto”. “Questo non è mio. Qualcuno l’avrà infilato per sbaglio”. “Siamo sicuri che sia proprio fresco”? “Pescato questa notte”. Lui, sul cartellino c’era cognome e nome, e sottocapo reparto. E le sue battute salaci e volgari. Non ne poteva proprio più. La dipendente era subito svanita. Lei ci aveva pensato un attimo e in quell’attimo la stizza si era sostituita all’impazienza. L’aveva sopraffatta.

Aveva ripreso il controllo di sé. Avrebbe smesso di tartagliare. Si era chinata un po’ e per un po’ lo aveva lasciato sbirciare. Soddisfatto. “Ci sono delle offerte speciali. In promozione. Anche una grossa sorpresa. Vuole che glielo mostri”? Aveva tracimato. Passato ogni limite. “Dove lo posso vedere? Mi ha convinta. I suoi occhi assassini. Lei sì che sa… venderlo bene anche in omaggio. Gradirei assaggiarlo. Intero. Tutto”. Lui si fa tutto soddisfatto: “Ai suoi ordini. Ogni desiderio è un odine”. “Allora dove? Dove me lo fa vedere”? Non ci pensò un istante. Non doveva essere la prima volta: “In cella frigorifero”? “Sarà freddo”. “Solo un attimo. La scaldo io”. Così lui aveva lasciato la cassa. Aveva richiamato la cassiera. E quella era tornata mogia. Figura di merda. Gran figura di merda. Così lei, non ancora del tutto sicura, lo aveva seguito. Per ripicca. Strizzando d’occhi alla giovane. Lui le faceva strada e le parlava come probabilmente dava le disposizioni alle sue sottoposte. Era passato al tu: “Il carello, puoi metterlo lì. Tranquilla. Poi lo ritrovi. –risata soddisfatta– Nessuno lo porta via”. Comunque, a lei, la situazione sembrava tragica ma non seria. “Se lo dice lei”. “Dove hai lasciato il passeggino”? Nel medesimo istante che capisce che non ha capito, si limita a seguirlo. Era uno senza speranza. Si sentiva l’imperatore del filetto: “Le vuoi, dopo, due belle costatone, tenere tenere, ma dopo”? Dentro il freddo era proprio freddo. Pungente. Il gelo le entrava da per tutto.
In cella:
Era proprio un vero PigMaialone. Non sono ancora entrati e già si slancia ai complimenti. Ed era uno che quelli, i complimenti, li sapeva proprio fare. Non riusciva a tenerli a freno. Un raffinato. Un fine dicitore. Un vero galante: “Sei tutta filetto.” e “La mia bella manza… maiala.” e, come un’apoteosi piena di compiacimento in sollucchero: “Ho, solo per te, un vero cannone. Vedrai. Tutto per te. Mia mozzarella. Una soppressa. Ti vedo impaziente. Mia bella porcona”. Lei è fredda più della temperatura che le sta intorno: “Io solo una calibro nove millimetri”. “Ti va di scherzare”? Poi le vede la mano, e soprattutto vede il ferro: “Sei pazza”? Lei ha tutta l’ironia negli occhi e le scappa da ridere: “Siamo pari. Solo che… la tua è a canna corta”. Un serpente di ghiaccio gli scivola lungo la schiena. La sua interpretazione del panico mette ilarità. Non è credibile. È terrorizzato e buffo e ridicolo allo stesso tempo. “Gesù! Pietà!
Gli slacciò la cinta. Assieme ai pantaloni era precipitato tutto il suo mondo. La sua arroganza, il suo orgoglio era diventato immediatamente un misero niente. In un meschino tentativo di corromperla: “Ti posso dare un kilo di buoni sconto. 2 kili”. “Spero ti piaccia il sigaro”. “Non fumo”. “Spero lo gradirai lo stesso”. Lo legò ai polsi. Lo appese al gancio. Non senza fatica lo issò con la catena assieme agli altri quarti di bue. A stento si poteva notare la differenza. “Mi faccia la carità!”… Non si sentiva un ente assistenziale. Una onlus. Una benefattrice. Provava solo quella sorda rabbia. Nemmeno sentiva la sua voce. Senza piacere era costretta a fare solo quello che si doveva fare. “Cosa si prova a stare sotto”?
Lo sodomizzò con perizia e con un altro dei suoi cari costosi Habanos Montecristo. Stava diventando quasi un rito. Un vizio. A quel ritmo avrebbe dovuto ricorrere ancora dal suo tabaccaio di fiducia. Ritmo. Passione. Si intrattenne nell’operazione forse più del tempo necessario. Voleva farlo con diligenza. Con dovizia. Con perizia. Meticolosamente. Che lui capisse. Se c’era una speranza sola, era quella. Si ripeteva. “Basta, ti prego. Fallo per i miei due bambini. Pietà!”. Se lei non avesse già visto lo spavento quegli occhi erano lo spavento. Dopo. Lasciò al suo posto il suo Habanos Montecristo. Il foro in fronte sanguinava solo un poco. Una bava ghiacciata. Un rivolo subito secco. Gli occhi vuoti erano rivolti al cielo come in un’ultima preghiera blasfema. Forse un grido muto di perdono. Almeno non sarebbe andato a male. Da consumarsi entro i prossimi dieci anni. Ben frollato. A sorata. Saluti alla stupida che ti sta aspettando a casa. Sezione insaccati. Forse brodo di prima scelta. Era colpa del mondo degli uomini se si era dovuta trasformare in quello in cui si era trasformata. Senza nessun piacere.
Alla cassa, dopo:
Si era infilata un paio di occhiali da sole che aveva rubato dalla rastrelliera. Dietro la lente blu notte alla cassiera aveva nuovamente strizzato d’occhio. E le aveva sussurrato: “Per un poco almeno la lascerà in pace. Non ha avuto nulla. Solo ciò che si meritava”. Lei sogghignava. Sotto i baffi non strappati; non cerettati. “Io la voglio pagare la mia spesa. Ora”. “Ha buoni sconto”? “No! Tutto in contanti”. “Le faccio portare la borsa”. “Basta così. La mia borsa me la porto da me. Io la mia borsetta me la tengo stretta”. I gesti consueti. Di sempre. La ritrovata normalità. “Come preferisce”. Tra donne ci si capisce. “Grazie”. La ragazza pareva regalarle simpatia: “Torni presto”. “Mi saluti il signore”. “Non la usi troppo”. “Arrivederci”. La nostra Bettina stava pensando che Se non mi intrigassero gli uomini, credo che potrei preferire le donne. Gran male l’educazione.
Fermati, tu. Lì”. Era già sulla porta. Né dentro né fuori. Non si può negare che abbia avuto un attimo di panico passato immediatamente. Invece le grida inseguivano una giovane zingara che accelerò il passo. L’allarme urlava. Le sporte con le spese le erano cadute di mano. Scivolate. Un po’ di trambusto. Un “Ci faccia passare, signora!”, un “Si scosti un po’!” e una spintarella seguita da uno spazientito “Per favore!” e quella era già sparita tra la folla “Prego.”. Le cose che aveva preso si erano sparse intorno. Rassegnati l’aiutarono a raccoglierle. Tranne il vasetto di marmellata che si era frantumato sulle scarpe della guardia giurata. Pesavano, ma preferì fare la strada a piedi. Era il mondo il vero circo.

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